RACCONTI PER QUALCHE TEMPO: “La Coppa Nebbia”

30 Apr

Il campo da calcio sembra enorme, il gioco si sviluppa quasi esclusivamente a centrocampo e anche i giocatori attorno al pallone sembrano molto distanti. Lì, sulla fascia destra difensiva, la situazione sembra tranquilla. Cerchi di stare concentrato, ma ogni tanto lo sguardo cade sugli alti pioppi lì a bordo campo, sul pubblico di genitori e ragazzini, e sulla coppa appoggiata  su di un tavolino da bar. Intravedi  tuo padre. Raddrizzi la schiena, vuoi fare bella figura, con addosso le magliette giallo ocra a maniche lunghe sembrate quasi dei calciatori veri.

Non sai nemmeno come mai sei in campo, sei un po’ troppo gracilino, ma hai un piedino niente male e ti hanno messo a presidiare una zona della difesa. L’altro terzino ogni tanto ti saluta alzando il braccio. Vi divide una fetta di campo che sembra grandissima. Lo stopper e il libero sono molto concentrati e fanno la faccia seria. E’ la finale del torneo delle quinte delle Scuole Elementari. Eravate partiti male, dopo due partite eravate ultimi, ma poi qualcosa deve essere successo perché da lì in poi avevate sempre vinto.

La partita intanto non si sblocca,  mancano venti minuti alla fine, ma il gioco è sempre raggomitolato a centrocampo e ci sono sempre un minimo di 8 giocatori intorno al pallone. Poi d’improvviso tutto si sposta verso l’area degli avversari, anche i tuoi colleghi difensori si portano in avanti ma tu esiti, non ti fidi, rimani indietro, il concetto di fuorigioco per te non esiste. Urla concitate, non capisci bene cosa succede, l’area avversaria per te è quasi un altro mondo, che se la sbrighino loro. L’arbitro in giacchetta nera rimbalza da una parte all’altra, ha il suo bel da fare.

Tutto ad un tratto, il silenzio: il loro attaccante corre veloce verso di te, dietro arrancano il libero e lo stopper surclassati da un contropiede fulmineo. Il tuo terzino sinistro cerca di convergere verso il centro dell’area ma pare ancora lontanissimo. Il tuo portiere saltella nervosamente. Guardi per un attimo il cielo, celeste come solo certi sabati pomeriggio di maggio. Che fare? L’allenatore urla il tuo cognome e ti grida “Guarda l’uomo, guarda l’uomo … vai sul football, vai sul football!”. E allora parti a più non posso, la tua accelerazione è notevole, punti dritto l’attaccante che arriva e che confronto a te sembra un gigante. Non ti sembra di fare fatica, ti senti coraggioso, ormai ci sei, lui si allunga il pallone di quel tanto che ti è sufficiente  per calciarlo con tutta la forza. Lui cade a terra sbilanciato dalla tua mossa, tu rimani in piedi e ti chiedi come hai fatto a schivarlo, il piede ti fa male, il pallone di cuoio pesa un bel po’ ma ora lo guardi mentre compie una bella e lunga parabola; ricade sul limite dell’area avversaria, rimbalza, il tuo attaccante è nei pressi, l’allenatore gli urla “Spavira!”, così lui non ci pensa due volte e tira in modo secco, preciso, forte.

Tutti i tuoi compagni alzano le braccia, l’allenatore corre ad abbracciarti. Ti solleva in aria, ride e urla. Cavolo, abbiamo segnato. Guardi il tuo portiere, salta come grillo, lo stopper e il libero vengono a darti un buffetto. L’autore del goal urla il tuo cognome e ti saluta da lontano.

La partita riprende, loro ripartono subito, sono in tre dietro al pallone vengono verso la tua porta. Tu e lo stopper vi buttate sulla palla scontrandovi con gli avversari. Pericolo sventato, ma la spalla ti fa male. Sei ancora un po’ stordito quando uno di loro viene giù dalla tua parte e ti scarta secco, fa il cross ma il tuo portiere la para. Sei un po’ in confusione. Ti sposti verso il centrocampo, non sai nemmeno perché, qualcuno ti passa la palla, e tu la lanci al numero sette. Torni in difesa. Sei ancora indolenzito. L’arbitro fischia, è finita.

Negli spogliatoi ci togliamo le magliette, beviamo acqua e facciamo la pipì. I più scafati di noi iniziano a cantare “Noi della Gentile l’abbiamo fatta grossa, eravamo ultimi e abbiam vinto la coppa”. L’allenatore paga un gelato a tutti. La premiazione è semplice, qualcuno consegna la “Coppa Nebbia” con tanto di targhetta “Campioni del Torneo Scuole Elementari 1971” al nostro capitano e poi tutti gridiamo urrà. La portiamo in giro a far vedere alle nostre mamme, qualcuna ci offre del prosciutto e dell’aranciata.

Verso sera tutto finisce. Allegro monti sulla tua bici rossa e ti avvii verso casa. Ti viene quasi da piangere, ma cerchi di non farlo. A cena papà ti dice che ti porterà a fare il provino all’Inter. Sta scherzando, dice per dire, ma tu a letto non pensi ad altro … il provino all’Inter. Ah.

(breve racconto di Tim Tirelli – Copyright 2011)

Una Risposta to “RACCONTI PER QUALCHE TEMPO: “La Coppa Nebbia””

  1. Sara Crewe 30/04/2011 a 19:41 #

    La prima cosa che mi è venuta in mente è la scena del film “Messaggero d’amore” in cui il giovanissimo Leo riceve la palla durante la partita di cricket – stessa piccola magia, ma meno drammatica e con un bel tono di svagata, leggera e scanzonata ironia emiliana – ecco, il tiro vincente di un nostrano Huckleberry Finn (uno dei ragazzini più blues della storia della letteratura…)
    Molto bello, bravo Tim!:-)

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