Considerazione su Clarence Clemons

11 Nov

Francesco lo conosco ormai da diversi anni, tramite Polbi; romano trapiantato in Emilia, fratello di sangue black and blue, fratello di sangue rock e di affinità elettive. Francesco ama il rock americano di Springsteen quanto io amo l’hard rock blues inglese. Francesco è uno con cui ci si può sedere ad un tavolo e parlare di illumismo, oltre che di calcio e di figa. Pubblico dunque con piacere questa sua riflessione su Clarence Clemons, il nero sassofonista di Bruce che se ne è andato questa estate.

Questa estate, a Scilla, parlando di musica fra un’immersione e l’altra con Paolo, è venuto fuori qualcosa sulla recente scomparsa di fratello Clarence Clemons e sulla sua importanza nell’economia del suono della E-Street Band. Inutile dire quanto questa perdita mi abbia colpito, io springsteeniano almeno nella stessa misura in cui sono interista, cioè non dalla nascita ma da vite precedenti. La domenica di giugno in cui ho appreso la notizia ho pianto come un bambino, e c’è voluto un po’ per spiegare a Clara che andava “tutto bene, papà non ha niente, però…” Frase fatta, lo so, “sono sempre i migliori che se ne vanno” però poi leggendo certe notizie sulle vicende politiche di casa nostra scopri che… è proprio così! E allora Paolo mi ha invitato a scriverti qualcosa per il blog.

Lo faccio ora, con la mente (e il cuore) più lucidi e sollecitato dalla visione del bellissimo documentario sul “Making of Darkness on the Edge of Town” contenuto nello splendido cofanetto uscito lo scorso anno. In un passaggio dell’intervista in cui ricorda la lavorazione di quell’album Bruce dice che faticava ad inserire nei vari pezzi il suono del sax di Clarence: ecco, quella è stata la conferma alla mia “teoria della speranza” che si sprigionava ogniqualvolta Clarence dava fiato – e “pompa” – al suo strumento.

Bisogna fare un piccolo passo indietro, a quel “Born to Run” che sancì definitivamente la grandezza di Springsteen, della sua musica e delle sue “sceneggiature” di tre-quattro minuti. Già il titolo è un manifesto, born to run, rende subito l’idea di dinamismo, di qualcosa che si muove e non vuole – non può – fermarsi, qualsiasi cosa stia succedendo intorno. I testi di Bruce parlano di vita vissuta, spesso ai margini, lavorando tutto il giorno inseguendo quel “sogno americano” che, per la maggior parte degli americani, resta appunto un sogno e basta. Però in BTR (vado con gli acronimi) la speranza è sempre viva, anche quando sembra che vada tutto storto: e nel suono questa speranza è scandita proprio dal sax di Clarence. Quando la canzone si “apre” ed entra il sax, eccola lì la speranza: magari effimera, illusoria, ma speranza diamine! E infatti in quel disco Clarence è uno dei protagonisti indiscussi – a partire dalla splendida copertina – insieme al piano di Roy Bittan. Senza il suo sax quelle corse in macchina non porterebbero da nessuna parte e magari Wendy avrebbe detto no, e Mary non avrebbe mai potuto abbandonarla quella città di perdenti, le strade secondarie sarebbero rimaste per sempre vicoli bui e maleodoranti e non luoghi ove comunque poter vivere la propria giovinezza, non ci sarebbe stato nessun Eddie a darci un passaggio e magari insieme a Magic Rat sull’asfalto ci sarebbe rimasto pure qualcun altro. Ecco, l’assolo di “Jungleland”, quello che Gianluca Morozzi ha definito “strappa ginocchia”, a chiudere un disco malinconico ma forte, sconfitto ma mai domo, stanco ma sempre in corsa, disilluso ma fiero!

Tutt’altra cosa “Darkness on the Edge of Town”, anche qui già a partire dal titolo. Stavolta ai margini della città c’è solo buio, un buio minaccioso e avvolgente che ci impedisce di guardare oltre, di vedere una speranza, un sogno, un amore. Già, proprio questo è il punto: non c’è una canzone d’amore in “Darkness”, e Bruce stesso lo conferma nell’intervista cui accennavo prima: neanche “Candy’s room” la si può considerare tale. Avrebbe dovuto esserci nientemeno che “Because the Night” ma fu esclusa all’ultimo momento e poi sappiamo come andò a finire. Incidenti in autostrada, fabbriche che ti portano via la vita, strade di fuoco e terre promesse che poi tanto promesse non sono, padri che incolpano i figli del proprio fallimento, ma amore niente. E senza amore, beh, quale speranza potrebbe esserci? E allora No speranza No Clarence, il suo sax relegato in secondo piano, quasi avesse paura di disturbare l’elaborazione del dolore che viene fuori dai solchi del disco. E sarà sempre così, tutti i dischi più “cupi” e drammatici di Springsteen faranno a meno della speranza e della forza sprigionata da questo grande uomo (grande in tutti i sensi): “Nebraska”, “The Ghost of Tom Joad”, “Devils and Dust”. Così è la vita, per tutti: si passa dalla speranza all’ansia di non farcela e poi di nuovo alla speranza, e così via. E Bruce, da 40 anni, non fa altro che raccontarela vita.

Nessun addio fratello Clarence, tanto lo sappiamo che tu sarai sempre qui con noi, e ogniqualvolta avremo bisogno di sperare ci basterà far partire un tuo assolo…”

Francesco Prete (C) 2011

3 Risposte to “Considerazione su Clarence Clemons”

  1. Avatar di Alexdoc
    Alexdoc 11/11/2011 a 23:32 #

    Ciao “Bob”, e bentrovato anche qui. Lo vedi che l’Emilia è un posto magico, dove c’è buona musica ci si ritrova sempre. Lo dice uno innamorato allo stesso modo tanto dell'”Americana” di Bruce e dintorni quanto del British Hard & Blues (oltre che del Jazz, ma quella è un’altra storia) “almeno nella stessa misura in cui sono interista, cioè non dalla nascita ma da vite precedenti” come dici tu. Che Brother Clarence ti benedica!

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  2. Avatar di picca
    picca 12/11/2011 a 21:28 #

    Big Man non era certo un grande sassofonista. Barriva, più che modulare. I suoi solo erano fanfare di trionfo rock, ricorderò per sempre lo show di Zurigo nell’81 quando alla marcia trionfale di Promised Land i fans ruppero gli schemi severi della divisione in settori approntata dagli svizzeri e sciamarono verso il palco ma senza correre, senza entusiastica sterica fretta, ma marciando a tempo di musica mentre il boss sorridente li aspettava sotto al palco. Non un grande virtuoso dell’ottone, si diceva. Beh, grande in un certo senso lo era. e grosso. Ma quando tu sei un chitarrista cantante songwriter sfigato del New Jersey e per magia incontri uno come Clarence Clemons e te lo metti nella band, beh…l’alchimia è fatta. Sono quei colpi di culo micidiali che capitano ai grandi: quelli perdono Pete Best e trovano Ringo, quegli altri si vedono invadere il palco da un matto vestito color rabarbaro e si tratta di Keith Moon, eccetera….E’ una magia. Da Clarence in poi la carriera di Bruce decolla, e non poteva essere altrimenti, perchè tu sei sul palco a cantare le tue canzoni ma se giri e vedi il Big Man serissimo e austero che tiene il ritmo sui gamboni, col sax pronto a barrire, con le maracas o altre percussioni a colorare il sound. E lo spettacolo decolla, perché qualsiasi pubblico di qualsiasi bettola, o palasport, o teatro o stadio non può che godere e liquefarti nei pantaloni alla vista dello show nello show, il Big Man, the Master of the Universe, the King Of THe World, he isn’t a bird, isn’t a plane he’s the Big Man Clarence Clemons. C, per Bruce e gli amici. Al Big Man gli vuoi bene subito, come a Babbo Natale. Adesso C è morto, anche presto a dir la verità, 69 anni se non sbaglio. E’ il secondo E-Streeter ad andare, dopo quel fantastico, straordinario, meravigliosamente sottostimato Phantom Dan Federici, uno dei migliori pittori d’organo Hammond mai esistiti, e sono pronto a salire in piedi sul tavolo di Winwood, di Greg Rolie, di Brian Auger o di Bill Payne e di altri mille tastieristi e a urlarlo a voce alta. La E-Street band non sarà più la stessa, ma in fondo per noi fans del vecchio e macilento e magrolino e inarrestabile Brooooce la band non esiste più dal 1981, quando da destra a sinistra guardando il palco, c’era questo manipolo di musicisti non virtuosi ne’ auto compiacenti che ogni benedetta sera metteva su uno show stellare dove dentro c’erano i Byrds, le Ronettes, James Brown, West Side Story, Bob Dylan, la British Invasion, Phil Spector, Roy Orbison, Elvis, i Clash e chissà cos’altro.
    Professor Roy Bittan, Miami Steve Van Zandt, Garry ‘Dabliu’ Tallent, Mighty Max Weimberg, Phantom Dan Federici and last but not least…. bye bye Big Man. We’ll meet again.

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  3. Avatar di mikebravo
    mikebravo 14/11/2011 a 08:51 #

    Non sono mai stato un grande fan di Bruce, ma penso che la perdita
    di Clarence sia stao un duro colpo per il Boss.
    Ho visto la E-Street Band a Bologna una diecina di anni fa.
    Bruce non fa per me.

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