La PICCA’s GUIDE alle grandi canzoni in ordine sparso – Track one: JUNGLELAND – Bruce Springsteen 1975

7 Gen
Parlavo con Beppe Riva un po’ di tempo fa, del blog e dei miei amici collaboratori, giunto al nome Picca non potei che fargli sapere una volta di più quanto bene e quanta stima avessi per l’amico in questione, raccontandogli in sintesi che razza di personaggio fosse Stefanino Piccagliani. Beppe mi disse che non gli sarebbe dispiaciuto leggere qualcosa di suo che fosse legato in senso stretto alla musica.  Era quello che avrei voluto anche io. Il fatto è che chiedere agli amici di scrivere per il tuo blog, non è semplice né automatico. Se lo chiedessero a me non so mica se direi di sì. Con Picca però sono amico ormai da 32 anni, da cinque anni ci frequentiamo più o meno assiduamente e posso dunque permettermi di spingere sull’acceleratore . Glielo chiedo, mi guarda con un mezzo sorriso e fa un cenno col capo, non chiarissimo. Qualche giorno dopo mi inizia ad arrivare qualche sms con idee circa una sua rubrica più o meno fissa. Prima mi propone un  cosa, dopo due giorni cambia completamente idea e mi propone questa che state per leggere. Ne parliamo come se dovessimo decidere la linea editoriale di una rivista e non di un bloggettino provinciale e campagnolo sperduto nella black country di Reggio Emilia. Che professionalità, ragazzi. Ieri mi è arrivato il primo pezzo, questo su Springsteen e nel leggerlo mi sono esaltato e compiaciuto che una cosa del genere finisca sul mio blog e dispiaciuto perché una cosa del genere finisce solo sul mio blog invece che sulle pagine di Mojo. Picca si incazzerà, non vuole mai complimenti, ma non posso esimermi dal farglieli. Cazzo, questa è roba forte.
Terminata la sbandata psichedelica ‘acid’, sfumata la sbornia country rock e metabolizzata l’indigestione progressive che agli americani non andò mai giù del tutto, ecco che nel ’75 arriva Bruce armato di estetica pre-Beatlesiana con la sua liturgia retro-rock dell’album Born To Run, un disco che avrebbe potuto intitolarsi ‘riportando tutto a casa’ se Dylan non ci avesse già pensato 10 anni prima. L’America ritorna alle origini della musica che si era vista scippare da più di una British Invasion, riparte dal Muro Del Suono di Phil Spector, dalla mistica ‘american way’  dei ‘glory days’ dei melodrammi pop delle Ronettes, delle Shangri-Las, dei Righteous Brothers e di Frankie Valli, al romanticismo virile da Fonzie al calcinculo stile West Side Story. Jungleland sarebbe stata intonatissima nel libretto di Bernstein con i suoi Romeo & Juliet portoricani grazie alle suggestioni da ‘beautiful loser’ delle liriche, le tastiere e la batteria a contrappuntare Broadway-style, con la voce stentorea e operistica di Bruce  carta-carbonizzata sullo stile di Roy Orbison nel tentativo, riuscito, di riportare la musica U.S.A. alla sua Età Dell’Innocenza, prima che i capelloni, la protesta folk, Charles Manson e Frank Zappa arrivassero a incasinare il tutto.
Jungleland (e tutto Born To Run) si rivela un coraggioso musical in odore di Gioventù Bruciata che funziona meravigliosamente rimanendo sul ciglio del ridicolo senza mai precipitare. Dal vivo Springsteen offre concerti fiume fino allo sfinimento fisico e psichico, recuperando covers lasciate ad impolverare dalla cricca West Coast che aveva dominato fin lì la scena, robe di Jackie Wilson, Mitch Ryder, Manfred Mann. In fondo compie l’operazione del punk e del ‘back to the real stuff’ ma senza fare polemiche, senza nichilismo e con la rabbia ribelle sotto controllo nel sorriso sghembo della basletta pronunciata ancora coperta da una barbaccia ‘early seventies’. E per introdurre il drama dei suoi brani, sul palco racconta storie divertenti e affascinanti sul tema dell’amato boardwalk di Asbury Park sfoggiando uno spiccato accento del New Jersey (uno degli accenti più ridicolizzati negli States) che chi in seguito seguirà i Sopranos ritroverà magicamente. E’ perfettamente inserito nel cosmo del cinema di allora, il cinema dei blue collar heroes inurbanizzati di Coppola, Scorsese e Schrader, con le facce di Pacino e De Niro e (perché no?) dello Stallone di Rocky a esaltare la figura del ‘gumba’ italo-americano  (gumba sta per compare in slang broccolino). Dopo il successo planetario di Born in The U.S.A. il Boss abbandonerà quell’accento, scegliendo un twang del midwest con influenze sud-californiane, e purtroppo abbandonerà anche la grandiosa ambizione compositiva di brani come Jungleland, in un certo senso il suo brano più ‘prog’, capendo che con tre accordi semplici, un testo socialmente corposo e un po’ di carisma e Bruceness si potrà portare lo stesso a casa la pagnotta.
Molti avranno nostalgia del Bruce grandioso e felicemente retorico del ’75, col fiato della CBS  sul collo pronta a scaricarlo e a preferirgli il più vendibile Billy Joel. Meat Loaf e Jim Steinman, in combutta col perfido Todd Rundgren, scriveranno un intero album ‘presa per il culo’ di Bruce qualche tempo dopo l’uscita di Born To Run: il bombastico,  fumettistico e vendutissimo Bat Out Of Hell.

 
Parole, ricerca fotografica e video di Stefano Piccagliani – (C) 2012

6 Risposte to “La PICCA’s GUIDE alle grandi canzoni in ordine sparso – Track one: JUNGLELAND – Bruce Springsteen 1975”

  1. alexdoc 07/01/2012 a 09:56 #

    “Jungleland” è un film in 10 minuti, come anche “New York City Serenade” dell’album di due anni prima. Born to run sa di opera Rock senza esserlo, e di musical (e il mistero è che mi piace, detto da uno che non li sopporta). Il mio Bruce preferito è quello tra i due “Born”, tra “to run” e “in the Usa”. In quegli anni ha scritto un canzoniere epico quasi senza pari, “riassunto” in tre dischi ufficiali di cui uno doppio (“Darkness”, “The River”, “Nebraska”) e recuperato solo in parte nei primi tre Cd del monumentale box-set Tracks, del 1998, indispensabile per capire la grandezza dell’Artista, con “scarti” alcuni dei quali giustificherebbero l’intera carriera di musicisti “comuni mortali”. All’inizio Bruce parlava la stessa lingua e narrava storie parallele a un Tom Waits nato nella “Coast” opposta (sono coetanei e hanno esordito su disco nel 1973), poi il ’75 è l’anno della svolta per entrambi: ognuno dei due si scrolla di dosso l’ombra ingombrante di “New Dylan” che tormentava ogni cantautore americano dell’epoca, trova la sua personale strada e diventa finalmente sé stesso. “Born in the Usa” nell’84 è la fine di un’era meravigliosa, sta a “Born to run” come “Rocky IV” a “Rocky” (perché sì, anche lui Picca, assolutamente!), ma intanto il primo decennio del “Jersey Devil” (come lo chiamavano prima di “Boss” che a lui – e a me – non è mai piaciuto!) è stato una delle cose più belle che siano mai capitate al Rock, e lo sarà per sempre.

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  2. picca 07/01/2012 a 10:53 #

    Born In The U.S.A. è il disco voluto da Jon Landau per fare i soldi. Operazione compiuta. Grazie del commento.

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  3. francesco prete 07/01/2012 a 21:47 #

    Già Tim, questa è proprio “robba forte”! Jungleland, qualcuno traduca ‘sto titolo tanto per cominciare. Non è possibile? E certo che non lo è, vorrei ben vedere, questo è Bruce, che diamine! Sarebbe come voler tradurre a tutti i costi “Taxi driver”: tassista? tassinaro? Maddai, non siamo ridicoli, resta Taxi driver e basta. E cosa c’entri Taxi driver (e Scorsese, e De Niro) con Bruce lo ha chiarito l’amico Alex: “Jungleland” è un meraviglioso film di 10 minuti, ma in fondo tutti i brani di Bruce sono delle sceneggiature. Ecco la differenza sostanziale con Dylan, quelle di Bob sono poesie messe in musica, quelle di Bruce semplicemente storie, grandi, epiche, splendide storie di gente comune. E se qualcuno mi chiedesse fra i due io quale preferisco, beh, è come chiedere a un bambino se vuole più bene a mamma o a papà! E la corsa di Magic Rat incontro al suo destino somiglia al sorriso sornione di Newman/Redford alias Butch Cassidy e Sundance Kid che escono allo scoperto sparando all’impazzata, o alle mani strette di Thelma e Louise prima del salto nel “fottuto” Grand Canyon. Destini di morte ma di orgoglio e dignità, perchè se uno rimane sull’asfalto per qualcun altro il sogno continua, “non può piovere per sempre”, e l’assolo “strappaginocchia” – così lo definisce Gianluca Morozzi – di Clarence sta proprio a suggellare questo, che il sogno continua, nonostante tutto. E probabilmente ha ragione Alex a dire che il miglior Springsteen è quello della trilogia fra i due “Born”, se usassi la testa direi anch’io la stessa cosa. Però… però da quando in qua il Rock è una questione di testa? “Born to run” è in effetti troppo pomposo, troppo prodotto, troppo retorico, beh, e tutto ciò non è meraviglioso? Di canzoni belle Bruce ne ha scritte tante tante altre, ma forse ha ragione Picca quando dice che l’ambizione compositiva di Jungleland non si è più ripetuta nei lavori successivi. Solo che non si tratta di ambizione, perlomeno non di ambizione voluta. Il fatto è che certe cose si fanno a vent’anni, con l’arroganza, l’ingenuità, il coraggio e la follia che sono tipiche di quell’età. Dopo si matura, si migliora anche, ma certe cose ormai sono andate. Per esempio, De Andrè ha composto (OK, con Pagani) il suo capolavoro assoluto passati i 40 (mi riferisco ovviamente a “Creuza de ma”), ma “Bocca di rosa” poteva venir fuori solo dall’incoscienza dei 20 anni. “Born to Run” quindi per me resta il numero uno assoluto, anche perchè è qui che ho fatto amicizia con Bruce, qui che abbiamo cominciato a condividere i nostri passi. E da allora di anni ne sono passati parecchi, sempre lungo la stessa, polverosa, infinita “Thunder road”. Grazie Tim, grazie Picca!

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  4. mauro bortolini 08/01/2012 a 13:18 #

    Ha ragione Tim, questo articolo dovrebbe stare su MOJIO!!!!
    Per quando mi riguarda, non essendo un fan del BOSS, non voglio
    aggiungere nulla se non rifacendomi a quello che scrive francesco
    che cita Bob Dylan,
    Ho visto in concerto diverse volte Dylan e tutte le volte
    mi ha fatto venire i brividi perché ha scritto tra le canzoni piu’ belle
    del rock ( cito LIKE A ROLLING STONE) ed é un grandissimo
    in tutti i sensi, anche sul palco ,
    Ho visto anche Bruce con la E- Street Band.
    Mentre intorno a me tutti impazzivano, la sua musica non mi ha
    emozionato e neppure amo troppo la sua big-band.
    Tutto il rispetto per lui ed i suoi tantissimi fans ma tanto per
    citare un alltro americano, NEIL YOUNG é un altro grandissimo
    che sovrasta il BOSS,

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  5. picca 08/01/2012 a 14:39 #

    Esatto Francesco: certe cose si fanno a vent’anni. Born To Run è un momento, nel bene o nel male, irripetibile. Non c’è nulla di male in tutto ciò. Come dice Dylan ‘it’s life and life only’. Quello là mica poteva replicare BTR all’infinito… Però che nostalgia.

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  6. Francesco 11/01/2019 a 22:17 #

    Che capolavoro (sia la canzone che l’articolo)

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