Ennesima raccolta per JOHN MILES, questa volta dedicata alle 17 canzoni che sono state pubblicate come singoli negli anni d’oro del nostro amato musicista inglese. D’altra parte capisco anche la CHERRY RED RECORDS: capitalizzare al massimo i diritti acquistati a suo tempo per ripubblicare le cose migliori di MILES al tempo della Decca. Per un fan come me c’è poco di nuovo, ma non essendoci altre iniziative (il nostro non pubblica materiale nuovo da un bel po’) va bene anche questa, per non dimenticare che musicista e cantante di razza fosse John Errington, in arte John Miles.
Rock sinfonico, Hard Rock, Heavy Pop, chiamatela un po’ come vi pare, la musica di John Miles è bellissima (perlomeno quella compresa nel periodo in questione). Quando parlo di lui non ho nessun timore ad usare iperbole: cantante dotatissimo, chitarrista elegantissimo, tastierista bravissimo, songwriter supremo. Le sue soddisfazioni se le è prese, pur non arrivando mai ad avere un grandissimo successo, che per me sarebbe stato meritatissimo. Scusate tutti gli “issimi” , ma quando parlo di lui non capisco più niente. Se non possedete nulla, questa raccolta è da avere.
In caso vogliate approfondire, questi gli album degli anni settanta:
REBEL (1976) TTTTT
STRANGER IN THE CITY (1977) TTTTT
ZARAGON (1978) TTT
MORE MILES PER HOUR (1979) TTTTT
SYMPATHY (1980) TTTTT (versione americana di MMPH, con tre canzoni della versione inglese sostituite da due nuove).
Ecco, uno si alza in una domenica mattina ventosa e piena di sole, e la prima che gli viene in mente è mettere su i FIRM. Ancora scarruffato ti metti davanti agli scaffali dei cd, tiri fuori il primo dei FIRM, lo metti nel lettore e programmi in successione TOGETHER, YOU’VE LOST THAT LOVIN’ FEELIN e MIDNIGHT MOONLIGHT. La mattina ti diventa subito più confortevole, prepari la colazione con maggior impegno mentre il basso fretless di TONY FRANKLIN ti suggestiona l’animo…
L’umore non è che sia dei migliori in questi giorni, ma ti basta pensare alla enculada che si è preso il Barca ieri sera grazie ad un splendido REAL MADRID, che ti senti più ben disposto del previsto. Che gusto ragazzi, i pupazzi blaugrana esaltati da tutti che per me sono il simbolo dell’anticalcio con tutti quei passaggini da fighette, sbriciolati in casa propria dalla maschia maestria dei guerrieri di JOSE’ MOURINHO. Che bella partita, che belle emozioni. In una annata così misera per l’INTER, non posso che rivolgermi al REAL MADRID (e al MANCHESTER CITY).
Ore 10,15, scatta la bicycle race. E’ ora di rimettere in forma Tim Tirelli o cercare perlomeno di spostare un po’ l’Utah blues. Gonfiaggio bici, cappellino della Yamaha (courtesy of Lasaàurit) e si parte. Mi accompagna la groupie, naturalmente lei ha una bici da corsa professionale…ah, per lei ogni cosa della vita è una corsa, è proprio una speedqueen.
In tutto non faremo più di 10 km, ma è già tanto dopo un inverno passato senza allenamento. L’acido lattico si fa sentire subito, in alcuni momenti devo addirittura fermarmi, ma pian piano mi metto in moto e riesco a reggere. Mi infilo così in piccole country roads che un’oretta dopo mi portano a casa, cercando di evitare le gypsy roads, non si sa mai.
Mi fermo un momento a rendere omaggio a ET, un partigiano morto a ventanni, a cui il comune di Regium ha dedicato una via. Mi chiedo come sia stata la sua breve vita.
(Emore Tirelli we salute you – foto di LST)
Mentre torno verso la domus saurea penso a Polbi, mi dice che fa freddo là a Detroit.
Sul divano, mi guardo Fiorentina – Inter. Non un granché, tempo perso. Non vedo l’ora che questa stagione finisca, nella speranza che la prossima sia molto diversa. Pomeriggio neutro di domenica, penso al blog e alla comunità che gli si è formata intorno. 400/500 persone che ogni giorno si sintonizzano sulla Tim Tirelli ‘s radioblues. Domani è lunedì, vado al lavoro volentieri….mi deve arrivare un pacchetto da Amazon.it. Meno male.
Una della scorse mattine ero in uno studio fotografico, uno di quelli che frequento per lavoro, uno di quelli dove vengono ricreate ambientazioni da fotografare ad uso promozionale. Sono in ottimi rapporti con i titolari, uno di quali ha visto i LZ al Vigorelli di Milano il 5 luglio del 1971, posso quindi muovermi più o meno liberamente. Stavo aspettando che finissero di prepararmi una cosa. Mi perdo tra i tre grandi capannoni…gente che sta lavorando, telefoni che squillano, stylist che arrivano da Milano per seguire determinati scatti, insomma piena attività mattutina.
(Bighellonando nello studio fotografico – foto di TT)
Eppure tutto questo darsi da fare sembra che non mi tocchi, ho sempre in mente il rock…mi faccio domande…ma alla fine a me piace il rock and roll (quello di cui parla spesso Polbi)? Riuscirò mai a vedere i BLUE ÖYSTER CULT? Sarò in grado dal punto di vista delle energie e dei baiocchi di portare in studio il gruppo è registrare un nuovo album tutto nostro? Perché gli album per me fondamentali sono cose tipo la colonna sonora di SCREAM FOR HELP di John Paul Jones? “Ecco Tim, qui c’è la roba. Salutami la Kerla.”. Risalgo in macchina, Stonecity bound.
Grazie agli sconvolgimenti che questa cazzo di crisi economica (che non finisce mai) sta portando, Jaypee ora lavora a Furmèzen, a un tiro di schioppo da Stonecity. Venerdì ci vediamo a pranzo. Mentre lo aspetto penso al significato del nome del paese, viene da “Fossa D’acqua” “Posto d’acqua”…insomma Brooklyin. Stavolta io e Jaypee andiamo in un ristorante un po’ sfortunello, non è neanche blues, perché del blues non ha l’ innata semplice eleganza, ma per un venerdì qualunque va bene anche THE CUPID. Scaloppa al limone per me, pizza golosa senza spinaci per lui. Parliamo della sua entrata negli STICKY FINGERS, dei blues che ci attanagliano, delle groupie, di CD.
(Livin’ Lovin’ Jaypee – Foto TT)
Anche questa settimana ormai è andata, tra il lavoro, sms di Polbi (“Invece di preparare la valigia -ritorna a Detroit il Michigan boy- sto entrando in una crisi da identità musicale“), graditi scambi di email con Giancarlino Trombetti, prove con la Cattiva (oh, abbiamo messo sotto anche FROM THE BEGINNING degli ELP), visite mediche e il solito venticello portato dall’Utah Blues.
Ed’è già sabato. Dopo tanti giorni di pioggia splende un bel sole sull’Emilia. Mentre vado da Brian mi sento il mio album dei GENESIS preferito: WIND AND WUTHERING, 2007 remaster.
Brian è carico, ma io non lo sono, così cerco di portare casa un qualsiasi risultato utile. Ninetyland, K2, Minibar e poi di nuovo da lui. Verso mezzogiorno gli scaldo due tortelloni e gli preparo il pranzo. Dopo poco me ne vado.
Sono all ‘OSTERIOLA, supero una Megane di due storditi che vanno piano, la strada però si restringe e il posteriore della bluesmobile tocca appena la parte anteriore della loro macchina. Non sono certo sia colpa mia, ma stavo ascoltando SPECTRES dei BLUE ÖYSTER CULT ed ero perso in altri mondi. Scendiamo: discreti graffi sulla mia e sulla loro. Faccio per prendere il foglio di constatazione amichevole, uno dei due ha una faccia e una espressione tristissima, è un meridionale con l’atteggiamento di uno che subisce sempre sconfitte. Mi fa capire che possiamo metterci d’accordo anche senza le assicurazioni. “Faccia lei” mi dice, ma vuole dai cento euro in su, si vede benissimo. Nemmeno io ho voglia di impicci, passo al tu “Senti, se ti va bene ti sgancio 50 euro, altrimenti facciamo la constatazione amichevole. ” Accetta i 50. Meglio così, un sabato tutto sommato tranquillo e col sole deve rimanere tale. Mentre torno a Borgo Massenzio faccio il conto di quanti cofanettini ORIGINAL ALBUM CLASSICS potevo prendermi con quei 50 euro.
Bah, meglio non pensarci. Fermo DEATH VALLEY NIGHT e riparto da capo…”Go Go Godzilla!”
TITLE: LZ Riders In AZ – Community Center, Tucson, AZ – 28 giugno 1972
LABEL: Tarantura 121-1, 2, 3 / 2012
TYPE: audience
SOUND QUALITY: TTT1/2
PERFORMANCE: TTTT1/2
BAND MOOD: TTT1/2
Versione definitiva (almeno relativamente a quanto circola fino ad oggi) di Tuscon 1972. La fonte audience non è spettacolare, ma in ogni modo la Tarantura sembra sia riuscita a rintracciare le cassette originali della fonte conosciuta come “The Piano Guy”, quindi, seppur in mono, questa versione è la migliore ad oggi in circolazione. Il concerto è tratto dal tour americano del 1972, quello del live ufficiale HOW THE WEST WAS WON, sono dunque i LZ stellari dell’immaginario collettivo, una qualunque data del periodo 1969/1973 era molto spesso un concerto indimenticabile, e questo conferma la regola. Va detto che questa è roba solo per fan dei LZ in senso stretto, di più: solo per fan dei LZ in senso stretto che siano comunque interessati ai bootleg audience anche di non eccelsa qualità sonora. Ho provato un raffronto con la versione in mia possesso (La remastered edition di CRASHINGREVERLY della EVSD fatta da quel gruppo di fan conosciuti come !A Group / Personal Project), ma non noto granché di diverso. Ad ogni modo, ne ho voluto parlare per lasciar sfogorea quel matto di LZ fan che c’è dentro di me.
Nella notte passata se ne è andato LEVON HELM, batterista, fondatore e figura imprescindibile della BAND. Aveva 71, agli ultimi dei quali passati a combattere il cancro.
A lui, oggi rivolgiamo i nostri pensieri. Ciao, grande Levon.
Sto iniziando ad affezionarmi a questi cofanetti della serie THE UNIVERSAL MUSIC COLLECTION, per circa venti euro (adesso sono in promozione a 17,61) ti porti a casa 5 cd rimasterizzati degli artisti a cui sei interessato. Questo di Branduardi contiene i primi tre album di successo dell’artista e ai due relativi album in inglese. Forse si sarebbe potuto omettere questi ultimi due e sostituirli con ANGELO BRANDUARDI (1974) e LA LUNA (1975) per avere in un unico cofanetto tutti gli album originali degli anni settanta, ma alla fin fine va bene anche così.
Cantautore, chitarrista, violinista, la sua musica si rifà a quella medioevale o comunque alla musica italiana ed europea antica. Tre album molto belli, particolari, colti, godibili. Da avere.
Il nostro Polbi ci regala una sua riflessione, volutamente non troppo pesante, su quesiti esistenziali (:-)) che ogni tanto il Michigan boy si pone. Tra tanto parlare di HARD ROCK CLASSICO, ogni tanto un refolo di vento underground/alternativo non può che farci bene.
Carissimi, ormai da tempo questo Blog e’ diventato un universita’ dell’Hard Rock. I contributi in materia di Tim, Riva e Trombetti hanno spalancato orizzonti e dato nuovi colori ad una musica ormai anziana ma viva come non mai. E cosi mi sono (ci siamo) ritrovati a riascoltare band dimenticate o a scoprire cose che mai ci saremmo andati a cercare. Personalmente mi sono sorpreso ad apprezzare cose tipo i Whitesnake o il MSG che avevo sempre snobbato e sottovalutato, divertendomi un sacco. Per non parlare dei BOC, dei quali sono diventato un fan, mentre prima conoscevo giusto un paio di cose…Insomma, ad esplorare la musica con mente ed orecchie aperte ci si guadagna sempre!
Ed e’ in questa direzione che volevo dare questa volta il mio piccolo contributo. Premettendo, a scanso di equivoci, che in campo Hard Rock non ho nemmeno un decimo della competenza della nostra citata trinita’, volevo tentare di proporre un percorso poco serio ed alternativo nelle zone meno Pop Rock del genere, quelle che tradizionalmente in questo Blog sono meno frequentate. Proviamo? Me la passate questa fesseria? Ok, andiamo…Tanto per capirci, seguiremo piu’ le sonorita’ alla Whole Lotta Love che alla Stairway… un po’ piu’ rumore e meno melodie…
Prima tappa del nostro percorso nell’Hard Rock rumoroso e underground, non puo’ che essere alla corte dei Blue Cheer. Chi siano ormai lo sanno proprio tutti, figuriamoci i lettori di questo Blog. Californiani amanti del blues, delle droghe (come tutti all’epoca) e della distorsione, hanno tirato fuori un paio di dischi assolutamente fantastici e, secondo me, fondamentali nei futuri sviluppi del genere. Datati ’67 e ’68 Vincebus Eruptum ed OutsideInside sono forse il primo vero approccio Hard nella storia della musica rock. Nessuno, che io sappia, aveva mai raggiunto questo livello di saturazione sonica partendo dal classico rock blues.La loro Summertime Blues, primo pezzo del primo album e’ il calcione d’inizio di decenni Hard & Heavy, il loro stile sara’ (ed e’ tutt’ora) fonte d’ispirazione per molti, moltissimi gruppi a venire.
(Blue Cheer)
Poco dopo le tempeste elettriche esploderanno ovunque fra America ed Europa, e in una citta’ in particolare prenderanno una piega alquanto singolare. Detroit Michigan, sara’ la culla di un tipo molto particolare di Hard Rock, spesso, a mio modesto parere, erroneamente confuso con il Punk. Le radici ancora una volta affondavano nel blues elettrico, ma cio’ che ne veniva fuori era un sound inedito, una specie di HR urbano, non ammaestrabile e selvaggio.
Amboy Dukes, Stooges e MC5 i protagonisti piu’ noti di questa razza endemica di rockers. La critica ufficiale dicevamo, li considerera’ quasi sempre come precursori del Punk, ma a me sembra un luogo comune riduttivo. Nei loro dischi suonano anche ballate, chitarre acustiche, percussioni, fiati, archi, cori, lunghi assoli e wah wah come se piovesse. Certo, i loro testi parlavano di vita vera vissuta, prendevano posizione e dicevano le cose chiare e senza compromessi, in modi molto lontani da una certa tradizione Hard fatta di imbarazzanti riciclaggi blues, elfi, streghe e folletti. Sicuramente Punk come attitudine, ma musicalmente un ala estrema dell’Hard, pur diversi fra di loro Raw Power, High Times e compagnia rimangono un esempio di liberta’ creativa ricca di colori e sfumature che lasciano il segno.
(Amboy Dukes)
E se Detroit alzava il volume a manetta, Londra non scherzava. Rispetto alle bands americane, da queste parti era spesso il lato oscuro a prendere il sopravvento: High Tide, Atomic Rooster e Leaf Hound, tanto per tirare qualche nome importante, portarono l’Hard verso un Dark Sound fatto di suggestioni esoteriche e atmosfere magiche, sviluppando ognuno uno stile originale, unico. Mentre le comuni Hippies di Hawkwind e Pink Faires si avventuravano nel cosmo inesplorato a bordo di astronavi elettriche anfetaminiche, gli UFO, prima dell’era Schenker, provavano anche loro a scandagliare le stelle con chitarre e batteria. Il risultato e’ spesso sorprendente, e forse un recupero dei primi dischi, specialmente del secondo, potrebbe valere veramente la pena se vi vien voglia di allontanarvi un po’ dallo stile classico della band.
Sempre made in England, Sensational Alex Harvey Band da’ il suo piccolo ma interessante contributo al suono Hard Rock con un paio di album degni di essere ricordati, una voce alla Bon Scott e il chitarrista con il trucco pre-Kiss! E sempre restando in zona trucco, facce dipinte e rossetti inglesila coppia Ziggy- Ronson porta le sonorita’ Hard in ambito Glam, cosi’ come l’Electric Warrior Bolan e i semi sconosciuti Hollywood Brats, band devastante truccatissima e proletaria, che aveva come fan numero uno il grande Keith Moon. Autori di un unico disco che mescola alla grande Glam, Hard & Rock and Roll in un certo modo anticipando quel bellissimo disastro americano chiamato New York Dolls, ma con meno fortuna e piu’ volume.
E visto che ci siamo, che dire delle bambole newyorchesi? Su di loro si e’ detto e scritto tutto e il contrario di tutto, a dimostrazione dell’importanza che la gang ha avuto nei futuri sviluppi del rock. Erano punk, hard o solo r’n’r’? E Johnny Thunder il guitar hero perdente? Io mi pongo queste domande, mentre mia nipote di quattro anni li elegge suo gruppo preferito, insieme alle tarantelle siciliane, senza tante seghe mentali!
Dalle parti di Londra, un attimo prima che il punk arrivi a scombinare le carte in tavola, il trio Motorhead anticipava, e in un certo senso gia’ superava, l’imminente ondata metal. Non li amate molto in questo Blog, i gusti son gusti per carita’, ma e’ innegabile l’enorme influenza che esercitarono in ambito Hard & Heavy.
Ma un altra grande forza spiegava allora le sue ali, veniva dalla lontana Australia e no, non sto parlando degli AC/DC ma dei molto meno noti, ma altrettanto fenomenali, Radio Birdman. Ancora una volta ci troviamo davanti a una band che cammina in equilibrio fra i generi, e di questo riesce a farne un punto di forza. Guidati dal micidiale Deniz Tek, tirano fuori, specie sul primo disco, un Hard di grande impatto e poca (ma essenziale) melodia. Come purtroppo spesso accade, vennero pressoche’ ignorati in vita, per essere poi un culto anni dopo.
(Radio Birdman)
Cosi come accadde ai Sonic Rendezvous Band: incisero un solo 45, praticamente si esibirono live solo in Michigan, ma oggi nutrono estimatori in tutto il mondo, grazie ad un ottima serie di bootleg relativi a show e registrazioni in studio mai pubblicate. Io fra i tanti, non riesco a credere che uno dei piu’ grandi gruppi di Hard r’n’r’ di sempre, per quanto apprezzato sia rimasto una faccenda per pochi iniziati. Ma come e’ possibile che non siano famosissimi, che non piacciano a tutti??? Mah, misteri della musica, destini strani…
Non mi viene in mente molto degli anni ’80 in ambito Hard “non convenzionale” se non l’esplosione, alla fine del triste decennio, dei Jane’s Addiction. Due album, due capolavori, una piccola rivoluzione. E in contemporanea i Living Colour, guidati da Vernon Reid sono forse l’unico gruppo black che mi venga in mente in ambito Hard, unici anche e sporattutto da un punto di vista prettamente musicale, i LC camminavano sempre attraverso i confini dei vari stili, precursori del crossover che attraversera’ tutta la musica degli anni ’90. Raffinati, intelligenti e consapevoli del mondo in cui viviamo, ebbero un breve momento di celebrita’, andando addirittura in tour con gli Stones, ma non duro’, il mercato si e’ velocemente stancato di loro. Ma loro non si sono certo stancati di fare musica, sia come Living Colour che nei tanti progetti paralleli messi in piedi negli anni.
Poi arrivarono gli anni novanta e un appassionato di musica con gusti simili ai miei poteva tirare un sospiro di sollievo. Tante cose interessanti succedevano e in tanti ambiti differenti contemporaneamente. Nel settore Hard arrivarono i venti del deserto con l’onda Stoner guidata dai Kyuss. Tante bands, alcune ancora oggi attive ed interessanti come i Nebula, altre col tempo sepolte dalla sabbia del deserto che le aveva generate. Come tutti sanno, la fiaccola fu raccolta dai Queens of the Stone Age che con Songs for the Deaf realizzarono forse l’ultimo capolavoro di Hard rock originale, ormai piu’ di dieci anni fa.
Da allora un po’ di cose son successe, specialmente in ambito esoterico/dark, che oggi si chiama Doom, Sleep ed Electric Wizard su tutti, la Scandinavia si e’ scoperta patria di un rinascimento neohard, senz’altro sincero ma non direi cosi’ originale e creativo. Dal Canada sono arrivati i Black Mountain, che pur amando certe sonorita’ anni ’70, riescono a renderle proprie e rielaborarle con gusto e inventiva. E con loro arrivo alla fine di questa piccolissima e parziale passeggiata fra alcuni dei suoni e dei gruppi che piu’ amo, e che io penso come facenti parte della famiglia Hard, magari figli (e in un paio di casi anche zii) un po’ devianti, indisciplinati e mattacchioni, ma che ci vuoi fare, alcuni nascono cosi!
(Electric Wizard)
Ma forse sono io che non ho capito niente, e queste sono cose che con l’Hard non hanno a che fare? Spesso nomino queste band con amici che ascoltano cose piu’ classiche e mi guardano strano, stessa identica cosa mi succede con quelli pu’ coinvolti nell’ underground…Mi chiedo, ma insomma che roba mi piace a me? Che musica e’, come si chiama?!?
Visto che Timmy ritarda nel segnalare l’ultimo live offerto in download (mp3 e FLAC) dalla premiata ditta Glimmer Twins, ecco che ci pensa un suo umile discepolo…
L.A. Friday è un concerto registrato nel 75 a (indovinate) Los Angeles durante il primo tour con Ronnie Wood alla chitarra.
E’ uno show (ma guarda un po’) bellissimo, con una scaletta micidiale e alcuni highlights irrinunciabili, tipo una Wild Horses debosciatissima, una Fingerprint File intrisa di umidumi funk, una Midnight Rambler in cui Keef smolla un paio di maroni da parrocchia e una Outta Space a cura di Billy Preston, tastierista ‘for hire’ della band, in cui le Pietre ci danno di blaxploitation manco fossero gli Isley Brothers.
Jagger è già nella versione ‘non vi faccio più capire ne’ un testo ne’ una melodia’: mastica sillabe, rumina parole, accellera strofe e in alcuni casi salta intere frasi in favore di urletti da animatore turistico…però come cazzo porta a casa il concerto Mick non l’ha mai portato a casa nessuno, non so se mi spiego. Il cantante più sottovalutato di tutti i tempi.
La sorpresa numero uno è Mr. Ronnie Wood: con ancora il fiato di Mick Taylor sul collo Woody suona come non ha mai più suonato in vita sua, anche il nostro caro leader Timmy sarà d’accordo.
E’ l’ultimo Stonestour con un sound legato al periodo aureo della band, quello che va da Beggar’s Banquet a Goat’s Head Soup, con suono Gibson sparato da un valvolare bello ciccioso e Charlie Watts che regge la baracca come il Cambiasso del triplete, prima che i ragazzi sentano aria di cambiamento e vadano a comprare gli ampli dei Talking Heads da Some Girls in poi.
Piacevolissima questa iniziativa di CasaRolling, concerti smollati in download gratuito che distruggono i live della discografia ufficiale. Rinuncio a qualsiasi Ya Ya’s in cambio di Brussels affair. Rinuncio a qualsiasi Still Life in cambio di Hamptom. Rinuncio a qualsiasi Love You Live in cambio di questo L.A. Friday.
Una della cose salienti di questi ultimi giorni della settimana è stata la scoperta su Youtube della alternate version di CHRISTIE, pezzo che appare nella colonna sonora del (pessimo) film di Michale Winner SCREAM FOR HELP del 1985. Colonna sonora a cura di John Paul Jones. Versione con la orchestra, mai sentita prima
E se questa è stata una delle cose salienti, la settimana deve essere stata davvero miserella. Da queste cose mi accorgo di essere davvero un fan – in senso stretto – dei Led Zeppelin. A chi altro potrebbe interessare una cosetta simile? Mah, povero Tim Tirelli.
In questi giorni ho provato a riavvicinarmi ai BLACK COUNTRY COMMUNION tramite il loro ultimo doppio album dal vivo. Niente da fare, proprio non mi piacciono. A parte il cantato di Glenn Hughes che proprio non mi va giù, pezzi mediocri e un manto di stanchezza sopra tutto. Jason Bonham poi mi sembra più legnoso del solito. Forse sarà perché mi sono guardato ultimamente qualche pezzo del bluray bootleg dei LZ a Knewborth 04-08-1978 e in certe inquadrature si vede bene il movimento del polso di John Bonham…che dinamica, che swing.
A parte il remaster di AMERICAN FOOL di John Cougar, buona parte della seconda parte della settimana è passata ascoltando il nuovo cofanettino degli UFO che recensirò a breve.
Questo in macchina, perché alla domus saurea son giorni che non si ascolta altro che gli YES. La bassista preferita sta leggendo la biografia del gruppo e le è di nuovo scoppiato il buraccione. Ci batibecchiamo un po’ perché per lei adesso c’è solo Rick Wakeman, ma si sa, nella casa dove vivo io si può venerare un solo tastierista…KEITH EMERSON, e chi altri. (Mentre ne scrivevo il nome mi sono alzato in piedi, come siamo soliti fare io, Paolino Lisoni e Picca).
Venerdì sera arrivo nel posto in riva al mondo e vedo un fuggi fuggi di lepri e di fagiani…la groupie stava ascoltandosi STARSHIP TROUPER a volume 10. Tra gli UFO a volume 21 nel mio car stereo e gli Yes a canna nell’impianto Hifi mi chiedo cosa possano pensare i vicini delle case lì intorno.
Domenica mattina mi reco dal vecchio Brian. Prima di partire mi accorgo che il computer ha dei problemi fastidiosi. Chiamo Lasàurit che inizia a guardarci. Per un’oretta ci lavora sopra, disinstalla e installa software, cerca in internet la soluzioni, la lascio che è a testa bassa sul mio PC. Preparo il pranzo per me e per Brian. Oltre alle due immancabili svizzere con insalata decido di scaldargli anche due tortelloni, quelli in versione preconfezionata. Mi accorgo di non sapere come fare. Nel forno forse? Chiamo mia sorella. Ah, già, in un tegamino 5 minuti sul fuoco. Se sono rimbambito!
Nel tardo pomeriggio riparto, sotto un acquazzone che per qualche minuto si trasforma in grandine. Phil Mogg e Paul Chapman mi sferragliano nelle orecchie.
(Pouring rain in Mutina – foto di TT)
Brian mi chiama per assicurarsi che sia arrivato e prima di salutarmi mi dice “Lo sai eh Tim che ti voglio tanto bene? Ciao piròn”. Mi fa ancora un po’ effetto tutto questo affetto, questa piega che sta prendendo il nostro rapporto. Brian si affida sempre di più a me. Entro in casa e Lasàurit è ancora sul computer, dopo circa un’ora volta il palmo della mano destra verso l’alto, piega l’indice ripetutamente per farmi intendere di andare da lei: ha risolto tutto. E’ un piccolo genio. Inizio a chiamarla Margherita Hacker.
Due chiacchiere telefoniche con Polbino a proposito del blog e del ritorno negli States che farà a fine settimana. Happy trails, Michigan boy.
Su Sky danno IL VECCHIO CHE LEGGEVA ROMANZI D’AMORE, tratto dal primo romanzo di Sepulveda, me lo guardo con piacere.
Mezzanotte passata, mi ascolto il STEVE HOWE SOLO da SYMPHONIC LIVE e vado a dormire (demone delle notti senza sonno permettendo). New York, goodnight.
E’ dal film CALENDAR GIRLS del 2003 che ho preso ad interessarmi a Helen Mirren, attrice nata a Londra 66 anni fa di origine russa (vero nome Helen Lydia Mironoff…il padre era un diplomatico russo in esilio).
Mi piace come donna, come attrice, come persona. Julia dice che io tendo ad idealizzare le donne, è vero, ma idealizzo le donne che vale la pena idealizzare (illuminate, intellettualmente pronte, con un passato, esteticamente con un loro perché…magari interiste, di sinistra e donne di blues e di rock, ma non necessariamente).
Stamattina leggevo su RCLUB di Repubblica una sua intervista…ecco qualche stralcio:
“…C’è la tendenza a credere che dopo una certa età il sesso diventi un accessorio superfluo, soprattutto per le donne. E’ una balla. Non credo nei matrimoni che si trasformano in rapporti fraterni. Il sesso è un elemento indispensabile per la coppia. A tutte le età.”
“...Esiste una sfera più complessa ed intrigante della seduzione esercitata da donne di grande carisma e personalità che vengono bollate come virago ma in realtà hanno molte più possibilità di gestire un rapporto a lungo termine con il proprio partner. Anche sessualmente. M i sono sposata dopo i cinquanta perché non ho mai creduto nel matrimonio come istituzione e perché non mi ha mai sfiorato l’idea che uomini e donne avessero un calo di desiderio nella terza età. Ci sono due cose che hanno ritardato la decisione: il fatto che non sono assolutamente religiosa e il fatto che non ho mai desiderato avere figli.”
“Non ho mai voluto essere una attrice inglese, e neanche una attrice americana. Io volevo a tutti i costi diventare una attrice italiana. Il mio idolo è Monica Vitti. Anna Magnani poi è diventata una sorta di divinità per me. E’ bella, è unica, è bravissima. E supersexy. Ecco, quello è il tipo di sensualità che volevo sprigionare nei miei film e nella vita …un fascino che non tramonta, che resiste anche quando sei una donna matura.Viviamo in una epoca in cui pubblicità e TV esaltano l’idea che solo giovani, belli e ricchi vivano storie d’amore e di sesso favolose ed esaltanti. E’ un sistema che rischia di creare una paralisi tra gli adolescenti, che alla fine finiscono sempre per voler somigliare a qualcun altro, e depressione tra gli anziani che si sentono tagliati fuori dalla sfera sentimentale e sessuale. Ma quanto era bello il bacio che Meryl Streep e suo marito si sono scambiati all’ultima notte degli Oscar? E non era certo un bacio tra fratelli.”
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