TT BLOG: TERREMOTO MAGGIO 2012 – “Viva L’Emilia, L’Emilia che resiste…”

30 Mag

Venivo al lavoro stamattina, con l’anima in pena e ancora piena di sonno, e mi sono messo a piangere, da solo, in macchina, pensando alla mia terra così ferita. Sono predisposto al melodramma, sono un italiano dopo tutto, ma le mie erano lacrime sobrie, vere, sincere, scevre da qualsiasi suggestione retorica. Ho sempre saputo di essere legatissimo alla mia terra, quel lembo di piatta pianura che va da Bologna a Reggio Emilia (la provincia della mia stirpe), passando per Modena, la mia città. Sono sempre stato orgogliossissimo di essere emiliano-romagnolo, delle mie origini, dei vigneti di ancellotta che dal 1400 uniscono il territorio (e guarda un po’, il vitigno più significativo è chiamato “ancellotta di Massenzatico”…vedi un po’ dove sono andato a finire…nel cuore dell’essenza reggiana a due passi da dove i miei bis e trisnonni hanno dato origine a tutto il mio mondo), delle case del popolo, della laboriosità della mia gente legata e non contrapposta alla voglia di godersi la vita-

(Mazzenzatico – vigna – foto di TT)

Nonostante questa consapevolezza questo pianto puro, istintivo, di pancia, doloroso mi ha colpito. Io sono uno dei fortunati, per qualche manciata di chilometri il terremoto non ha influito materialmente sulla mia esistenza e su quella delle persone a me vicine, ma vivo con molta partecipazione le sventure, i drammi, i lutti delle genti dei posti colpiti a morte.

Per noi i disagi sono sciocchezze: Brian e mia sorella che dormono in macchina, Lasìmo e sua madre che fanno lo stesso, io che dormo un sonno leggerissimo e agitato, la groupie che malgrado il carattere da amazzone e virago si commuove e si smarrisce un momento, il concerto a Ravarino della Cattiva Compagnia annullato, sensazione di instabilità, giramenti di testa…ma per quelli più sfortunati è una vera catastrofe.

(provincia di Modena)

Conto sulla solidarietà emiliana (ed italiana), che in questi frangenti sembra passare sopra alle differenze che ci separano dagli altri, differenze amplificate in questi ultimi anni da una classe politica dissennata che ha prodotto un (ex) presidente del consiglio che nessun altro paese al mondo avrebbe messo a capo del governo, un guitto da baraccone che ha spaccato il paese in due alimentando odio e inciviltà. Ora è il momento di riscoprire la nostra vera innata essenza, di stringerci a corte, di tornare ad essere quel pezzetto di umanità straordinaria che siamo sempre stati.

Riporto qui sotto (e spero che LA REPUBBLICA non si incazzi se mai lo scoprisse) l’articolo apparso oggi sul quotidiano a noi caro scritto dal grande, grandissimo MICHELE SERRA. Luca Bottura ne ha anticipato qualche passo stamattina su Radio Capital, trovo che sia un articolo bellissimo, sobrio e struggente al tempo stesso. Un omaggio alla nostra Emilia, che amiamo così tanto.

I contadini e gli operai della mia terra ferita
MICHELE SERRA

La sola cosa buona dei terremoti è che ci costringono, sia pure brutalmente, a rivivere il vincolo profondo che abbiamo con il nostro paese, i suoi posti, la sua geografia, la sua storia, le
sue persone. Appena avvertita la scossa, se non si è tra gli sventurati che se la sono vista sbocciare proprio sotto i piedi, e capiamo di essere solo ai bordi di uno squasso tremendo e lontano, subito si cerca di sapere dov’è quel lontano.

E quanto è lontano, e chi sono, di quel lontano, gli abitanti sbalzati dalle loro vite. Si misurano mentalmente le pianure o le montagne che ci separano dal sisma. Prima ancora che computer e tivù comincino a sciorinare, in pochi minuti, le prime immagini, le macerie, i dettagli, i volti spaventati, la nostra memoria comincia a tracciare una mappa sfocata, eppure palpitante, di persone, di piazze, di strade, di case.

Una mappa che è al tempo stesso personale (ognuno ha la sua) e oggettiva, perché è dall’intreccio fitto delle relazioni, dei viaggi, delle piccole socialità che nasce l’immagine di un posto, di un popolo, di una società. Leggo sul video Cavezzo e subito rivedo un casolare illuminato in mezzo ai campi in una notte piena di lucciole, ci abitava e forse ci abita ancora un mio amico autotrasportatore, Maurizio, non lo sento da una vita, cerco il suo numero sul web, lo trovo, lo faccio ma un disco risponde che il numero è sconnesso.

A Finale Emilia viveva, e forse vive ancora, la Elia, la magnifica badante che accompagnò mia nonna alla sua fine. Era nata in montagna, nell’Appennino modenese, faceva la pastora e governava le pecore, scendere nella pianura ricca a fare l’infermiera era stato per lei, come per tanti italiani nella seconda metà del Novecento, l’addio alla povertà, l’approdo alla sicurezza: ma ancora raccontava con gli occhi lucidi di felicità di quando da ragazzina cavalcava a pelo, galoppando sui pascoli alti.

Molti degli odierni italiani di pianura hanno radici in montagna. L’Appennino ha scaricato a valle, lungo tutta l’Emilia, un popolo intero di operai e di impiegati. La sua popolazione, dal dopoguerra a oggi, è decimata: dove vivevano in cento oggi vivono in dieci, come nelle Alpi di Nuto Revelli. Andai a trovarla a Finale, tanti anni fa, per il funerale di suo figlio, era estate e l’afa stordiva. Le donne camminavano davanti e gli uomini dietro, si sa che i maschi hanno meno dimestichezza con la morte. Non c’erano ancora i navigatori e arrivai in ritardo, in quei posti è molto facile perdersi, le strade sono un reticolo che inganna, è un pezzo di pianura padana aperto, arioso, disseminato di paesi e cittadine, ma non ci sono città grandi a fare a punto di riferimento (anche questo, penso, ha contributo a limitare il numero delle vittime).

Se sei un forestiero e l’aria non è limpida, e non vedi l’Appennino che segna il Sud e — più lontano — le Alpi che indicano il Nord, ti disorienti, non sai più dove stai andando. Forse da nessun’altra parte la Pianura Padana appare altrettanto vasta e composita, non si è lontani da Modena, da Bologna, da Mantova, da Ferrara, ma neppure si è vicini. Anche per questo ogni paese ha forte identità: non è periferia di niente e di nessuno. Uno di Finale Emilia è proprio di Finale Emilia, uno di Crevalcore proprio di Crevalcore.

Crevalcore è bellissima, è uno di quei posti italiani dei quali non si parla mai, una delle tante pietre preziose che ignoriamo di possedere. Lastruttura è del tredicesimo secolo pianta quadrata, città fortificata. Ci andai molto tempo fa per un dibattito, cose di comunisti emiliani, ex braccianti e operai che ora facevano il deputato o il sindaco e discutevano di piani regolatori ma anche del raccolto di fagiolini, facce comunque contadine con la cravatta allentata, seguì vino rosso con grassa cucina modenese perché Crevalcore è ancora in provincia di Bologna, l’ultimo lembo a nord-ovest, ma è a un passo da Modena, e dunque tigelle con lardo e aglio.

(Crevalcore in questi giorni)

Non riesco a ritrovare, di quei posti, un solo ricordo che non sia amichevole, socievole, conviviale. Non è vero che è la natura contadina, ci sono anche contadini diffidenti e depressi. È piuttosto l’equilibrio fortunato, e raro, tra benessere individuale e vincoli sociali, sono paesi di volontari di ambulanza e di guidatori di fuoriserie, di bagordi in discoteca e di assistenza agli anziani. La parola “lavoro”, da quelle parti, è diventata una specie di unità di misura generale: li avrete sentiti anche voi, gli anziani, dire ai microfoni dei tigì “mai visto un lavoro del genere”, il lavoro cattivo del terremoto. Come fosse animato da uno scientifico malanimo c ontro il luogo, ha colpito soprattutto i capannoni industriali, le chiese e i municipi. E quei portici, quei fantastici luoghi di mezzo tra aperto e chiuso, con le botteghe e i caffé, che sfregio vederli offesi, ingombri di macerie e sporchi di polvere. Sono stati colpiti, come in un bombardamento scellerato, tutti i luoghi dell’identità e della socialità. La fabbrica e la piazza, che nell’Emilia rossa sono quanto resta (molto) di un modello economico che ha prodotto meno danni che altrove. Vorticoso come in tutto il Nord, con qualche offesa all’ambiente come in tutto il Nord, con qualche malessere (le droghe, lo smarrimento, la noia) come in tutto il Nord, ma con un  sua solidità, un suo equilibrio, una ripartizione intelligente tra industria e agricoltura, tra acciaio e campi.

A proposito, chissà se ha subito danni lo splendido museo Maserati che uno dei fratelli Panini ha eretto a Modena all’interno della sua azienda agricola. Lamiere lucenti in mezzo alle forme di parmigiano biologico (come quelle che la televisione mostra collassate, e sono un muro portante anche loro) e l’odore del letame che lega tutto, fa nascere tutto. I muggiti delle mucche, in mancanza di meglio, per simulare il rombo del motore.

Per quanto il terremoto abbia fatto “un lavoro mai visto”, il lavoro di quei padani di buon umore (quelli di cattivo umore, si è poi visto, sono stati una novità perdente) rimetterà le cose a posto, prima o poi. Quando tutto sarà finito, i morti sepolti, i muri riparati, e i visitatori non saranno più di intralcio ai soccorsi, andate a Crevalcore, e ditemi se non è bella.

(Michele Serra – LA REPUBBLICA di oggi 30 maggio 2012)

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