Riflessioni su LOU REED (dopo miliardi di commenti malinconici in rete e sui giornali) di PICCA

1 Nov

Leggo miliardi di commenti malinconici (tweet di Emanuele Filiberto?!) sulla scomparsa di Lou Reed, artista famosissimo e amatissimo in Italia da gente affranta che probabilmente ha ascoltato solo Sweet Jane da Rock n’ Roll Animal e Sunday Morning dal primo dei Velvet (spesso pensando che fosse Nico a cantarla e non Lou).  Con questo, perlamordiddio, mica bisogna conoscere tutti i dettagli della carriera di un artista per piangerlo, ci mancherebbe altro. Quando è morta Whitney Houston mi è dispiaciuto assai anche se non conosco bene la sua opera e quel poco che conosco mi fa orrore. Il fatto è che Lou è uno, come Dylan e Neil Young e Silvio, che ogni tanto aveva bisogno di dare in pasto ai suoi qualcosa di orribile per ritrovarsi, azzerare il partito e ricominciare con più stimoli. Avventurarsi nella sua corposa discografia si rivela quindi un bel impegno. ‘Mi consigli un disco di Lou Reed?’ chiede il neofita in pizzeria. E come cavolo si fa? Dobbiamo dividerlo in periodi, oppure in gruppi tematici. Mica puoi dire a un verginello di comprarsi 12 LP per farsi un’idea. R’N’R Animal? Bello ma poco rappresentativo in senso generale. The Blue Mask? Fantastico, ma lo devi accorpare a New York, a Legendary Hearts e magari anche a Sally Can’t Dance. Se hai abbastanza soldi infilaci pure Mistrial che non si sa mai. Sì, lo so che non è il massimo, però ti serve per capire gli altri…un casino, insomma.

Lou non è uno da Greatest Hits, come gli Eagles o Billy Joel  o Cat Stevens. Devi investire un sacco di tempo, ci vuole una vita per imparare a stargli vicino. Quando ero pischello ed ero ancora al casello di entrata dell’autostrada del rock, i fans di Lou Reed mi apparivano come i peggiori dell’universo. Di solito erano peromani sfattoni più grandi di me che caracollavano inebetiti alla disperata ricerca di un ‘assolutore’ artistico del loro edonismo tossicomane e avevano trovato in Lou l’icona perfetta. Me li ricordo a Bologna, tremila anni fa, allo stadio di Bulègna mentre mimavano il gesto della pera nell’avambraccio con Reed che gli concedeva un’ oretta senza bis da un pessimo P.A. Il fatto che  Reed li avrebbe probabilmente presi volentieri a manganellate non toglie nulla alla bazza, molti grandi artisti hanno pessimi fans e viceversa, bisogna farci il callo (vecchi fans probabilmente spiazzati dal fantasmagorico titolo di un articolo di oggi della Gazzetta Di Modena: ‘Addio a Lou Reed, il rocker che amava il balsamico’. Ops! Pensavamo amasse ben altro…)

Poi mi ricordo i primi ‘intellettualini’ che suonavano nei complessini della prima ‘new waveina’  provinciale tricolore, tutti vestiti di nero, spesso affetti da nanismo, con vocine stridule e Dr. Martens pagate dalla nonna, pettinati come quello dei Chiur o dei Siussi Andebanshi i quali, alla classica domanda adolescent-imbezèl ‘che genere fate?’ avevano già imparato benissimo la lezione e rispondevano ‘Ci ispiriamo ai Velvet Underground’. Bum! Imparai ben presto a chinare il capo in segno di rispetto a chiunque affermasse di ispirarsi ai Velvet Underground. Non li avevo mai sentiti, ma si capiva che era meglio inginocchiarsi (e magari è per quello che mi misi ad ascoltare vaccate tipo la Marshall Tucker Band. A volte si hanno reazioni scomposte e si combinano stupidaggini solo per differenziarsi…). Nella prima band in cui ebbi la fortuna di militare a 14 anni, il maschio-alfa leader (oggi uno stimato satanista professionista) mi costringeva ad eseguire Real Good Time Together di Lou come primo brano live, per poi passare ad una di quelle set lists scombinate da complessino che prevedeva Sweet Jane, Chicago di CSN&Y e La Musica Ribelle di Finardi.

Insomma, ho dovuto aspettare che questa allure loureediana del cappero passasse e si esaurisse (si lo so, sono un debole, ma il livello medio dei fans di un artista mi condiziona l’ascolto) per sgombrare la testa e apprezzare il vecchio L.R. L’epiphany scattò con New York, disco gigantesco, disco intellettuale, disco inesauribile, disco dal quale, volendo avventurarsi, partono mille rivoli che ti portano ad altri mille dischi, mille libri, mille film, insomma: mille e ancora mille di tutto quel cazzo che vuoi.

Adesso che Lou è morto, per noi quasi-fans bisognosi di ripasso la palla torna al centro e sarà fantastico andarsi a riscoprire o a scoprire ex novo quali piacevolezze si nascondono nella corpulenta discografia del nostro (sperando che qualcuno  rimetta a nuovo certi dischi che soffrono di edizioni criminali in cd). Lo so, sta sul cazzo a molti, aspettare che uno crepi per tesserne le lodi, ma è quasi inevitabile nel pop-rock, che si nutre di leggenda più che di contemporaneità.

Viva Lou Reed quindi, e viva tutte le gemme che non conosco ma che so che ci sono in quello che è il suo lascito artistico.

We’re gonna have a real good time together.

Stefano Piccagliani ©2013

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