Incontrare ARTHUR BROWN – di Paolo Barone

25 Mar

Ci sono delle immagini, delle sensazioni visive, che ci restano impresse per moltissimo tempo, fino a diventare una parte indelebile della nostra memoria.

Non piu che adolescente, passavo ore a sfogliare un libro “Enciclopedia Rock” edito in Italia dai Fratelli Fabbri, sognando di artisti e band che non avevo modo di ascoltare, se non creandomi una mia personale fantasia sonora. Fra le tantissime foto del libro mi colpiva particolarmente una in bianco e nero di Arthur Brown, appeso a una croce sul palco durante un concerto. Era una cosa molto forte ed e’ rimasta con me per tutto questo tempo, ben prima che scoprissi i suoi dischi.

Arthur Brown Crucified

Mi viene in mente questa cosa, mentre aspetto senza dubbio emozionato in uno studio di registrazione a Detroit di poterlo incontrare. Siamo stati chiamati da Victor Peraino, tastierista dei Kingdom Come e suo amico da tantissimi anni. Stanno terminando delle registrazioni e questa mattina hanno deciso di prendersela comoda e lasciare un po’ di spazio per una lunga chiacchierata.

“Arthur e’ nell’altra stanza che sta provando delle cose al computer, ha detto se ti va di venire a dare un occhiata…” mi dice Victor nel farmi strada verso un grande salone. Entriamo, seduto sul divano davanti al computer c’e’ Arthur Brown, con degli elettrodi attaccati alla fronte, un sorriso esplosivo e gli occhi di un ragazzo.

Arthur Brown & Victor Peraino Detroit 2014  - foto di Andrew Jukes

Arthur Brown & Victor Peraino Detroit 2014 – foto di Andrew Jukes

“ …Sto provando questa cosa, si chiama Brainbox, recepisce le onde cerebrali e le immette nel computer trasformandole in musica…ecco…questo suono che state ascoltando adesso e’ generato dai miei pensieri attuali, e’ la musica che crea la percezione del nostro incontro. E’ una macchina straordinaria, e per me e’ la realizzazione di un sogno. Dopo tutti questi anni, la vita mi ha fatto riunire con Victor, mio compagno di esplorazioni soniche elettroniche, e insieme stiamo cercando di mettere a fuoco questo strano giocattolo e le sue infinite possibilita’. Negli anni settanta avevamo immaginato di creare musica con le emozioni, senza dover necessariamente saper suonare uno strumento. Avremmo voluto avere un macchinario che connettesse noi e il pubblico in una gigantesca e bellissima jam session collettiva. A dire il vero avevamo anche pensato di invitare il Papa in questo esperimento!”

Arthur Brown & Victor Peraino Detroit 2014 foto di Andrew Jukes .

Arthur Brown & Victor Peraino Detroit 2014 foto di Andrew Jukes .

…mi racconta tutto d’un fiato, per poi esplodere con occhi e voce in una delle sue risate irresistibili, la prima di una lunga serie durante il nostro tempo trascorso insieme. Il tempo. E’ proprio un fattore relativo c’e’ poco da fare. Ci sono persone che non perdono mai l’entusiasmo, che hanno un modo tutto speciale di attraversare gli anni della vita, e Arthur e’ senza dubbio un esempio vivente di questa cosa. Avra’ affronato migliaia di interviste nella sua lunghissima carriera, eppure me lo trovo davanti impaziente di parlare, di raccontarsi, per niente stanco dopo una notte passata a registrare nuovi brani con Victor Peraino e Skid Marx (Flirt, Johnny Thunder, Circus Boy).

“ Per me la vita e’ cominciata subito in modo strano: Sotto una pioggia di bombe tedesche, durante la seconda guerra mondiale! La mia famiglia era proprietaria di un bel Hotel in riva al mare  nello Yorkshire, e un giorno e’ stato ridotto in briciole dalla Luftwaffe. Intorno a me tutto era distruzione. Ma i miei erano delle persone speciali, e un giorno mio padre venne da me e mi presento’ un uomo. Mi disse che ci avrebbe insegnato un sistema per affrontare i momenti piu difficili, come fare a fermare il ritmo dei pensieri e quietare la mente. Era la prima volta che qualcuno mi parlava, se pur in maniera rudimentale, di meditazione, una cosa che sarebbe rimasta con me per tutta la vita.

Dopo essersi laureato in filosofia, Brown venne investito dalla voglia di musica e dal bisogno irrefrenabile di esprimere se stesso. Mise in piedi in qualche modo una band che faceva le solite cover r’n’b’, e si trasferi a Parigi, nella zona di Pigalle, con un ingaggio di fianco a un locale gestito dalla mafia francese.

“ I ragazzi venivano a sentire noi, e la fila per il nostro show era sempre piu’ lunga rispetto allo strip club della porta a fianco. I mafiosi che lo gestivano non gradirono molto questa cosa, disturbava i clienti, e ci misero poco a farmi capire che era ora di levare le tende e tornarmene a Londra. Inizialmente la mia idea era quella di aprire un locale multimediale, un posto con musica, arte, danza, teatro. Mi resi conto pero’ che ci volevano troppi soldi, pensai quindi di portare questi elementi all’interno di una nuova band.”

Arthur al giorno d’oggi e’ citato da gente come Alice Cooper, Bowie e Gene Simmons, come la piu’ grande fonte di ispirazione, quello che per primo ha portato costumi, trucco, elementi oscuri e teatrali nel rock.

Arthur Brown

Arthur Brown

Gli chiedo quale sia la molla che lo abbia a sua volta ispirato in questa direzione.

Ah! Bella domanda….In realta’ e’ stato un insieme di cose. Prima di tutto gli sciamani delle danze tribali africane. Sacerdoti e maestri di cerimonie, ballavano per ore con costumi bizzarri e il viso truccato. Poi sicuramente la tradizione teatrale inglese, che basti pensare a Shakespeare, e’ da sempre piena di riferimenti gotici e spettacolari. l’idea delle fiamme in testa invece mi venne proprio a Parigi. Stavo in una pensioncina di Pigalle dove le prostitute della zona spesso davano delle feste scatenate. Un giorno mi sveglio e davanti alla mia porta trovo una corona di candele, residuo di uno di questi party. La provo e trovandola senza dubbio spettacolare ho deciso di perfezionarla nel famoso casco. Anche se bisogna sempre starci attenti, il fuoco e’ un elemento instabile… Direi anche di essere stato ispirato da Elvis, per come cantava e ballava…John Lee Hooker, Muddy Waters…ma piu’ di tutti mi colpi’ il modo di cantare di Nina Simone. La sua cover di “ I put a Spell on you “ la ascoltai ottanta volte di seguito, del tutto ipnotizzato. Tutti noi cantanti eravamo completamente catturati da Nina Simone, non sapevamo nemmeno se fosse maschio o femmina in principio, ma la voce…quella voce…incredibile…” e quindi…” Tornai a Londra e andai a stare in una specie di comune ospitata da una signora fantastica che accogliva ogni tipo di artista della nascente Swingin’ London. Un giorno sapendo che stavo cercando di mettere insieme un gruppo, mi disse che sua figlia stava uscendo con un pianista, un tastierista molto bravo, e mi suggeri’ di dargli una chance. Lo ascoltai e rimasi totalmente fulminato! E’ cosi che incontrai Vincent Crane e tutto cambio’.” 

Sono passati molti anni ormai da quando Crane ha lasciato questo pianeta. Una delle figure piu’ sottovalutate della storia del rock, ha scritto alcune delle pagine piu’ intense della musica inglese a cavallo fra sessanta e settanta, prima a fianco di Brown, e poi con gli Atomic Rooster. Il suo modo di suonare l’Hammond e il piano e’ stato personalissimo e differente dai suoi piu famosi contemporanei come Brian Auger, John Lord e Keith Emerson. Vincent Crane aveva un tocco diverso, uno stile tutto suo, per quanto potente e deciso, sempre in qualche modo velato di tristezza, di una nota drammatica. Ne parlo con Arthur e i ricordi si affacciano al presente, creando una sensazione di semplice continuita’

“ Vincent era un musicista incredibile, un talento immenso. Era anche la persona piu’ dolce del mondo, per lo meno quando stava bene…all’epoca certe cose non si sapevano, e il suo disturbo bipolare non lo si capiva per quello che era veramente. Oggi sarebbe stato trattato diversamente, queste cose si sa come affrontarle con le giuste terapie. E’ una vergona che sia morto suicida, e una vergona doppia che lo abbia fatto senza ricevere il giusto riconoscimento che oggi sicuramente avrebbe avuto la sua figura di fantastico musicista.”

Vincent Crane

Vincent Crane

Trovarono Drachen Theaker con un classico annuncio su Melody Maker, e con lui alla batteria il nostro trio di spilungoni era pronto, debutto al Marquee nell’ autunno del 1966.

Tastiere, batteria e voce. Nessuna chitarra, nessuna canzoncina pop, ma il suono cupo dell’organo e il cantante truccato con una corona di fiamme sulla testa. Il Crazy World of Arthur Brown era arrivato. E tutti se ne accorsero velocemente. Brian Jones e Mick Jagger, David Bowie, Elton John, Hendrix, tutti in fila nel backstage, e Pete Townshend si offri’ per procurare un buon contratto discografico. Rimasero amici lui e Pete, tanto che Arthur Brown fu coinvolto nella produzione di Tommy, dove interpetrava il sacerdote psichedlico della chiesa di Marylin Monroe, insieme ad Eric Clapton.

Abbiamo suonato tantissimo, in giro per tutti i locali della Londra psichedelica. Eravamo sempre noi, i Pink Floyd, Soft Machine, Fleetwood Mac, la Experience…un periodo entusiasmante…poi siamo andati in tour in America ed e’ stato un successo bellissimo. Solo che, come era di moda all’epoca, in piu’ occasioni ci siamo ritrovati che qualcuno aveva spruzzato di acido i nostri drink. La cosa puo’ sembrare divertente, ma in realta’ ebbe degli effetti collaterali non proprio piacevoli. Drachen, il batterista, in piu’ di un occasione si metteva a lanciare in giro pezzi della batteria durante i concerti! E, insomma, non e’ che fosse Keith Moon che i roadie rimettevano tutto a posto per lui in un attimo…no, alle volte dovevo intrattenere il pubblico anche per venti minuti mentre la situazione tornava in qualche modo sotto controllo. E poi l’effetto di queste involontarie esperienze psichedeliche fu veramente devastante per Vincent Crane, che ormai iniziava a manifestare segni di grave instabilita’ psichica.”

Esistono tante testimonianze in video del Crazy World, dalle esecuzioni del loro classico hit “Fire” con tanto di casco fiammeggiante, fino ad altro materiale meno noto ma sempre spettacolare. In particolare esiste una versione di “Nightmare” presa dal film The Committee del ’67, che rende particolarmente bene l’atmosfera evocata dalla band al finire degli anni sessanta.

Ormai il gruppo aveva un album alle spalle e un singolo entambi numero uno nelle classifiche Inglesi, numero due in U.S.A. e suonatissimi dalle radio Americane. I tour si succedevano con band del calibro di Airplane, Doors, Experience, Chuck Berry, Byrds. Purtroppo pero’ qualcosa non andava nel verso giusto. Crane aveva dovuto sospendere i tour e ricoverarsi in ospedale psichiatrico, mentre Theaker aveva preferito restare al sole della California e suonare la batteria nei Love. E i rapporti fra i due si erano definitivamente deteriorati, uno insofferente delle psicosi dell’altro.

“ Vincent con il suo modo di fare tutto middle class londinese mi diceva, In tutte le band del mondo, il batterista mette giu’ un ritmo, e il tastierista costruisce solo e melodie. In questa fottutissima band, io metto giu’ un ritmo, mentre quell idiota si scatena!”

Arthur decise di non forzare la mano e aspettare che Vincent fosse in grado di riprendere l’attivita’ dopo un periodo di riposo psicofisico. E in quei giorni, dopo qualche audizione, alla batteria arrivo’ un giovane inusuale talento: Carl Palmer.

“ Quando era con noi Carl, pur essendo un batterista straordinario, era ancora un ragazzo diciassettenne, molto diverso dal serio professionista che sarebbe diventato di li’ a poco. Veniva dalla band di Chris Farlowe dove si suonava un r’n’b’ molto tradizionale. Con noi inizio’ ad espandere il suo drumming in maniera decisamente piu’ libera. Si divertiva tantissimo Palmer, ricordo che alle volte vedendo una ragazza particolarmente attraente si presentava da lei tutto serio e diceva Hey! Pagherei anche solo per sentirti scorreggiare! Ah! Ah! Ah! Carl…Era solo un ragazzo, ma stava gia’ cambiando, giorno per giorno…” la band a quel punto funzionava bene, suonava in grandi festival, si prospettava un secondo album. Durante un soggiorno a New York, Arthur e Crane decisero anche di tentare un progetto diverso. Una fusione con la Experience di Hendrix, una cosa pensata alla grande, con un grosso elemento di spettacolarita’ live. Si parlava di schermi giganti, nastri pre registrati, una vera esperienza multimediale, vecchio pallino di Arthur Brown sin dai tempi di Parigi.

Ma poi non se ne fece nulla, e sia la Experience che il Crazy World giunsero alla fine dei rispettivi percorsi. Vincent Crane e Carl Palmer andarono a fondare i potentissimi Atomic Rooster, lasciando Arthur Brown senza band.

Quello che sembrava un evolversi delle cose disastroso prese invece una piega completamente diversa. Brown di fatto non si era mai sentito a suo agio nel mondo del rock mainstream, per quanto questo concetto potesse essere applicato nei primi anni settanta, e la chiusura dell’esperienza con il Crazy World apri’ le porte alla parte forse piu musicalmente interessante della sua carriera, sicuramente la piu’ avventurosa: Kingdom Come. Un ensemble mutevole, incentrato intorno alla figura di Arthur e del chitarrista Andy Dalby, ma nel quale al tempo stesso tutti i musicisti coinvolti godevano della massima liberta’ artistica. La musica lasciava le ormai rassicuranti sponde del rock classico made in England, per spostarsi con il vento del cambiamento verso un mix inedito di teatro,space rock e progressive.

Gli spettacoli dal vivo si facevano ancora piu’ imprevedibili, spesso in situazioni di assoluta anarchia, come nella loro storica esibizione al neonato festival di Glastonbury, che oggi youtube ci rende disponibile con tutto il fascino di quegli anni lontani. Arthur Brown non aveva certo remore a spingere sull’accelleratore, e se questo comportava un po’ di disagio nel pubblico…Ben venga.

Ne sanno qualcosa gli spettatori del Palermo Pop ’70.

Durante il concerto si mise a saltare sul pianoforte completamente nudo…Un po’ troppo per un povero padre di famiglia palermitano che aveva accompagnato le figlie a vedere Duke Ellington e Bobby Solo, altri ospiti del festival. E cosi arrivarono quattro genadrmi con i pennacchi e con le armi, portandosi via il povero Arthur per ben quattro (!) giorni di galera con l’accusa di oltraggio al pubblico pudore.

Ancora oggi lui non ne parla troppo volentieri di questa tragicomica esperienza.

Si, in Sicilia ho passato un guaio per quel concerto…Invece una volta in Francia e’ andata diversamente. Il manager del tour era il leggendario Giorgio Gomelsky, e durante un numero io salto sul palco e mi tolgo di colpo tutti i vestiti restando completamente nudo sotto i riflettori.  Di fianco a Giorgio una signora piuttosto anziana al vedere questa cosa ha un momento di vero smarrimento…Giorgio, da perfetto gentelman, le chiede: Madame, si sente bene?! E lei gli fa, non molto ragazzo, non molto…ma penso di potercela fare non ti preoccupare…in fondo e’ il secondo uomo nudo che vedo in vita mia, oltre mio marito! Gli anni con le varie formazioni del Kingdom Come sono stati veramente qualcosa di incredibile. Totale liberta’ creativa, sperimentazione sonora ed esistenziale. Basti pensare a come e’ nata la collaborazione con Victor Peraino. Arrivo’ con dei comuni amici nel backstage al festival di Reading. Ci siamo messi a parlare di tastiere, mellotron e sintetizzatori. Poi arriva il momento di andare in scena e il nostro tastierista non si presenta al concerto…Mi ricordo allora di quel ragazzo americano, Victor, con cui avevo parlato un ora prima nei camerini. Lo chiamo e gli dico dai, sali sul palco, questo e’ un synth VCS3, connetti i cavi e tira fuori qualcosa non ti preoccupare! Andra’ alla grande! Non solo ando’ benissimo, ma resto’ con noi per molto tempo e registrammo insieme Journey il nostro disco piu’ sperimentale. Sostenuto dal ritmo delle drum machine, fu realizzato nel ’73 quando queste cose erano veramente avanti nel tempo. Ma ogni cosa ha il suo momento, e ormai ero arrivato a un punto morto. Non mi sentivo piu’ di continuare a suonare musica con una band, avevo bisogno di fare altro. Volevo andare in India, trovare una specie di guru, approfondire il mio percorso spirituale. Trovai una comunita’ in Inghilterra che meditava e sperimentava uno stile di vita differente. Mi ricordo che arrivai li vestito come un monaco francescano, e rimasi assolutamente sorpreso quando mi presentarono il maestro spirituale, sembrava Clark Gable! Ma rimasi con loro per un lungo periodo, e in fin dei conti trovai le risposte alle domande che stavo cercando.”

Ovviamente l’allontanamento dalle scene e dal mondo della musica non fu definitivo e Arthur torno’ a piu’ riprese a cantare in un microfono e a produrre dischi. Uno dei progetti piu’ interessanti fu con Klaus Schulze. Fecero inseme una composizione per tastiere e voce chiamata Dune. “ Klaus era tanto bravo, ricco di talento, quanto fuori di testa. Ogni mattina si svegliava e faceva colazione bevendo champagne e succo di pesca. Poi passava a mangiare un piccolissimo muffin, sepolto in una montagna di panna, una cosa sproporzionata! Klaus Schulze e’ un musicista unico, avventuroso. Sono stato molto fortunato a lavorare con lui.”

Come quasi tutti i musicisti della sua generazione, Arthur Brown passo’ l’era glaciale degli anni ottanta in ibernazione artistica. Non rimase fermo a guardarsi intorno pero’: Si dedico’ ad altre cose, approfondi’ le sue ricerche spirituali, consegui’ una seconda laurea negli States, e fece una serie di lavori lontani dal mondo dello spettacolo.

Un po’ alla volta la voglia di palco ritorno’ pressante, e anche aiutato dai vecchi compari della londra underground Hawkwind, Brown riprese la sua strada. Da quel momento in poi, con diverse band e progetti, il mito del “ God of hellfire “ e’ andato crescendo, riscoperto da nuove generazioni di appassionati e soprattutto in questi ultimi anni e’ stato un continuo di tour, festival e collaborazioni.

Il tempo passa, e mi rendo conto che per lui questo e’ l’ultimo giorno di registrazioni prima di tornare in Inghilterra. In linea con la ritrovata creativita’ di questi ultimi anni,  stanno per uscire un nuovo disco e del materiale di archivio inedito, oltre al nuovo disco dei Kingdom Come con Victor Peraino. Prima di andar via vuole farci sentire qualcosa del materiale appena completato. La sua voce suona potente e carica di pathos piu’ che mai, siamo tutti visibilmente sorpresi da quello che sentiamo. Vorrei dirglielo, fargli i complimenti, ma lui e’ gia’ oltre. Mi parla della Brainbox e di come vorra’ cercare di usarla a maggio dal vivo, di altri mille progetti ancora in fase embrionale…

Ci salutiamo con un abbraccio, e mi lascia con il suono della sua risata e la luce del suo sguardo da ragazzo. E una sensazione contagiosa di grande serenita’. Quella di chi ha attraversato e attraversa la vita rimanendo se stesso, tenendo in qualche modo la rotta verso quello che veramente vuole e che veramente e’.

Abbiamo bisogno piu’ che mai di gente come lui.

Paolo Barone ©2014

7 Risposte to “Incontrare ARTHUR BROWN – di Paolo Barone”

  1. Baccio 25/03/2014 a 19:22 #

    Assolutamente bellissimo articolo; lettura godibilissima anche se non conosco per niente l’artista. Inevitabile essere trasportati in una diversa dimensione!
    Complimenti a Paolo Barone.

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  2. mikebravo 26/03/2014 a 07:45 #

    Cavolo Paolo,bel pezzo e che grande personaggio Arthur !!!!!
    In un periodo della mia vita non troppo felice, ho cercato consolazione
    cercando di non perdere neanche un concerto di quelli che passavano
    a Bologna, allora al centro dei tour al pari di Milano e Roma.
    Una sera vidi Brown ed i suoi Kingdom come ( anno 1979 0 1980 ).
    Ricordo che aveva il viso dipinto, forse dorato, ed una voce notevole.
    Mi sembra che il gruppo avesse 2 tastieristi e se la memoria non mi
    inganna, la musica volgeva all’elettronica.
    Comunque Arthur canto’ anche la mitica FIRE.
    In quella stessa serata mi pare si esibirono i CAMEL, gli SPOOKY TOOTH
    e JOHN MARTYN.
    Era un festival al palasport di Piazza Azzarita.
    ignoravo che Brown avesse collaborato con Schulze.

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  3. bodhran 26/03/2014 a 10:37 #

    Si, un grazie a Paolo Barone per un altro bell’articolo e un altro grazie a Tim, che apre il blog e lo rende sempre bello da leggere. non sono quindi la sola vittima dell’Enciclopedia del Rock, che quindi a qualcosa pare sia servita!
    Mi ricordo che Fire lo ascoltai proprio per sentire qualcosa di questo Arthur Brown visto su quel libro. Lo sfogliavo d’estate a casa di un amico, e per dei ragazzini di 11-12 anni leggere quei nomi su un’Enciclopedia era un imperativo per cercare quella musica, ascoltarla, e farsela piacere (capiamoci, era in un’Enciclopedia, qualcosa di bello ci doveva essere per forza). E quindi, chiedendo ai “grandi” si recuperavano vinili e cassette, facendo questo gran mischione di rock, punk, prog, folk, psichedelia… ma ci siamo avvicinati a tanta musica.
    Arthur Brown l’ho lasciato lì dove l’avevo scoperto, ma scopro che la carriera è stata davvero interessante, quella “BRAINBOX” poi stuzzica davvero la mia curiosità (eh Tim, ti tocca continuare a sopportare il mio lato meno rock)

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  4. Elisa 26/03/2014 a 21:23 #

    Grazie Paolo per questo articolo. Arthur Brown è creatività irrefrenabile allo stato puro! Per me, finora, uno sconosciuto…ma che bello scoprire persone e artisti così. Vorace nella sua continua ricerca; come dici tu verso ciò che veramente vuole ed è. La serenità di cui parli, dopo aver letto questa storia, mi arriva proprio :-)

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  5. Danilo63 26/03/2014 a 21:50 #

    Caro Paolo, grazie ancora una volta per il tuo splendido articolo su un personaggio non facile come Arthur Brown.

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  6. BRRR! 26/03/2014 a 22:12 #

    Oltre che di Tim, sono un fan di Paolo Barone che quando vuole ci delizia con articoli estremamente caratteristici ed efficaci, stavolta su un eccezionale personaggio da culto come Arthur Brown…Non pago, colora l’intervista con spunti illuminanti su personaggi quali Victor Peraino e l’allora nascente superstar del ritmo Carl Palmer. Ma soprattutto, rievoca la leggendaria figura di quell’immane assalitore dell’organo Hammond che fu Vincent Crane, ormai un pò troppo scivolato nell’oblio, affinchè certe grandi memorie non vadano perdute…Thank you.

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  7. Paolo Barone 27/03/2014 a 15:51 #

    Grazie a tutti per i vostri commenti!
    Arthur Brown e’ un pezzo di storia del rock che ancora ha qualcosa da dire, se avete voglia fate un salto su youtube e lo vedrete eseguire i nuovi brani con un energia e un feeling invidiabili. Sarebbe bello riuscire ad affrontare la vita così.
    Ringrazio BR per aver portato l’attenzione su Vincent Crane, un musicista straordinario con una vita difficile e un finale tragico. Il suono del suo Hammond ha reso eterna la musica del Crazy World e degli Atomic Rooster, in un periodo di recuperi e rivalutazioni di certe sonorità la sua figura non va assolutamente dimenticata. Ci tengo molto a questa cosa.

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