Sleep, Fillmore Detroit, MI 31/3/2018 – di Paolo Barone

3 Apr

Il nostro Polbi ogni tanto ci racconta i quadretti visibili dalla finestra che dà sul midwest americano. Oggi lo fa con fare più verace del solito, evidentemente a furia di stare nella motorcity lo spirito di Lester Bangs deve averlo definitivamente irretito. Ad ogni modo ecco le sue riflessioni a proposito del concerto degli Sleep avvenuto allo State Theater/Fillmore di Detroit pochissimi giorni fa.

E’ la notte prima di Pasqua, attraversata da un vento gelido respingente e affascinante al tempo stesso quando vengo a sapere che fra poche ore gli Sleep suoneranno allo State Theater qui a Detroit. Per una serie di piccole circostanze non avevo capito prima di questo concerto. Mi dicono che si doveva tenere originariamente al Sant Andrews Hall, uno spazio di medie dimensioni, ma che poi la richiesta dei biglietti e’ stata superiore alle aspettative e hanno deciso un paio di settimane fa di cambiare il posto. Si e’ creato quindi un piccolo vuoto di promozione, e forse per questo mi era sfuggito. Ci tengo molto a vederli, sono una delle pochissime band in circolazione che veramente vorrei vedere suonare, ogni anno sono di meno nella mia lista, e non dovrei lasciarmi piu’ sfuggire nessuna occasione. Decido cosi di unirmi a degli amici, e nonostante la forte richiesta, forse anche grazie al cambio di venue non ben comunicato, trovo senza difficolta’ un biglietto per parterre, valido anche per la balconata superiore. 35 dollari, nessun affanno, si vede che era destino che li vedessi stasera…

La fila per entrare, alle otto e mezza apertura delle porte, e’ impressionante. Fa il giro di tutto l’isolato, ordinata, calma, gelata. Non ci pensiamo nemmeno, e aspettiamo qualche minuto che scorra, nel tepore del bar del teatro. Ora non si chiama piu’ con il suo vero nome. E’stato rilevato e ristrutturato da quella che oggi e’ la catena Fillmore. Ce ne sono diversi in giro per gli States, ma qui tutti storcono il naso e continuano imperterriti a chiamarlo State Theater.

State Theater / Fillmore Detroit

C’e’ sempre stata una certa rivalita’ nemmeno troppo celata fra le due citta’. Mondi e modi opposti di essere parte dell’america rock. Il Fillmore e il sole della west coast da una parte, la Grande Ballroom e le catene di montaggio dall’altra. Mi viene sempre in mente la storia di Danny Fields della Elektra Records, che quando venne a mettere sotto contratto MC5 e Stooges, gli aprirono la porta di una casa occupata due tipi con i fucili in mano e le bandoliere di proiettili a tracolla. Veri. Non proprio il peace and love dei Dead nelle belle case colorate di Haight Ashbury. D’altronde in piena Summer of Love californiana, qui nella Motorcity l’esercito sparava contro la rivolta che incendiava i quartieri neri e poveri. E’ uscito un bel film di Katerine Bigelow proprio qualche mese fa a dare memoria di quel periodo. Un grande rimosso collettivo americano, che si cerca inutilmente di dissolvere nel calderone innocuo degli anni sessanta delle buone vibrazioni. Buone vibrazioni un cazzo, o perlomeno non come le intendeva chi gia’ allora cercava di farci un mucchio di dollari sui movimenti controculturali e antagonisti. Sarebbe stato interessante vedere una contaminazione positiva di queste differenti realta’, chissa’ come sarebbe stato e cosa avrebbe seminato. Gli MC5 sul palco di Woodstock con il loro programma delle White Panther, e John Lee Hooker che canta Motorcity is Burning dopo la Freedom ecumenica di Havens. Ma non e’ andata cosi, e forse non proprio per caso. Certi messaggi poco pacificati e ammaestrabili non hanno avuto vita facile in questo paese, e  per una sorta di destino incrociato ineludibile, sia la band di Fred Sonic Smith che gli Stooges dei fratelli Asheton sono naufragati in Inghilterra per emettere i loro ultimi, potentissimi quanto disperati ruggiti. Eppure queste due americhe, queste due anime non omologate fra l’epopea Kennedyana e il rutto Trump, continuano ad annusarsi. Sono in tantissimi per i californiani Sleep stasera, e ogni volta che una band di qui va da quelle parti trova sempre un misto di attrazione e diffidenza molto particolare e palpabile. Anche nel mondo globale social, la contaminazione fra questi due rami della famiglia e’ ancora una faccenda fisica in divenire.

Ma torniamo al concerto, agli Sleep e a quello che volevo dire di questa serata. Forse divago perche’ non e’ facile da descrivere. Uno show fatto di suono e presenza, non di canzoni e rock and roll. Ma proviamo ad andare per ordine. Intanto il palco. E’ un teatro antico, un Art Deco primi del novecento, molto ricco ma ancora privo dei deliri che vedi in altre strutture simili. Lampadari di cristallo, una bella cupola di vetri colorati, un senso di altezza non fastidioso. Il palco si vede bene da ogni prospettiva, e anche la balconata con i sedili di velluto non e’ male. Batteria al centro, un muro di Ampeg per il basso Rickenbaker di Al Cisneros, parata di Orange per la Les Paul di Pike, un microfono per il bassista e qualche pedale. La roba della opening band in prima linea. E’ strapieno, metallari veri e propri pochi, eta’ varia, atmosfera di attesa. Dietro i mixer ci sono due file rialzate di tavolini con servizio bar incluso per chi vuole spendere di piu’, sedie al parterre assenti, i fan veri sotto il palco. Ma c’e’ un certo spazio, ci si puo’ muovere tranquillamente e cambiare posizione anche durante il concerto. Un bar molto attrezzato qui, e due piccoli per ogni balconata. Il banco del merchandise e’ ricco di offerte, magliette di ogni tipo, poster, e quant’altro. Lo gestisce una ragazza da sola, e ha una fila ininterrota di acquirenti prima, durante e dopo lo show, che fa pensare al volume di dollari che puo’ produrre. Credo che la band andra’ via con un 30/40.000 dollari da questa data, e non e’ poi male considerando la proposta musicale non proprio per tutti. Apre la serata una terribile band di Metal occulto locale con tanto di violinista, per me oltre il limite di sopportazione. Il pubblico li accoglie bene, e anche i miei amici che come me li stanno schifando non sottraggono qualche applauso. Forse e’ proprio vero che Detroit sta cambiando… Finita la tortura la roba della band viene smontata rapidamente, e il palco resta per gli Sleep. Tre roadie sistemano le ultime cose, e parte dalle casse il nastro di una conversazione fra piloti di aerei…o qualcosa del genere, a volume alto, per una quindicina di ipnotici minuti. E’ un effetto molto particolare, straniante, perfettamente riuscito. Poi finalmente si spengono del tutto le luci in sala, e arrivano i nostri.

Sono tre presenze molto forti,  Al Cisneros al basso con la barba lunghissima perfetto nel rappresentare il lato spirituale di questo suono, Matt Pike come sempre imponente, a torso nudo ricoperto di tatuaggi, che con la Les Paul a tracolla impersona la materia pesante. Al centro Jason Roeder, molto teatrale e solenne nel modo di suonare la batteria.

Sleep

Hanno creato un suono negli anni novanta underground, e poi dopo tre album sono andati via. Cisneros con i suoi Om a seguire percorsi mistici e psichedelici, Pike nei vortici oscuri degli High on Fire. Ma quel suono, l’idea Sabbath rallentata in fiumi di oppio e bong di erba, e’ andato avanti in altre incarnazioni, gettando le basi del Doom Metal odierno e di altre derive piu’ sperimentali. Nuove generazioni hanno guardato indietro e si sono innamorate di quei dischi cosi particolari, Holy Mountain e Dopesmoker sono stati ristampati da altre label, della band si e’ sempre continuato a parlare, finche’ addirittura il New York Times ha dedicato un lungo articolo all’esperienza di ascolto di Dopesmoker. Era possibile ma non scontato che gli Sleep tornassero in pista, e quando e’ avvenuto qualche anno fa e’ stato un vero trionfo, sold out a raffica ovunque. Il concerto di stasera non presenta nulla di inatteso, ed e’ una benedizione per tutti i presenti. Volevamo questo, un ora e passa di totale stordimento ipnotico nei loro riff ossessivi. Un esperienza quasi mistica, resa ancora piu’ potente dal volume del live e dal fatto di condividerla in tanti…ogni tanto prendevamo respiro fra un brano e un altro, ci guardavamo felici dicendoci “che bello…” e poi via di nuovo nei vortici cosmici, a seguire le carovane del deserto di guerre stellari, a scalare infinite montagne sacre Lovecraftiane. Una vera goduria per gli appassionati, probabilmente un rompimento di coglioni micidiale per chi era venuto senza essere preparato, magari al seguito di qualche amico. Ne ho visti diversi andarsene al bar perplessi, o accasciati sulle poltrone, mentre quello seduto accanto ondeggiava la testa rapito ad occhi chiusi.

Ma non credo che nessuno con gli Sleep stasera possa rimanere nel mezzo. O ti piacciono, e allora quando finisce ne vorresti ancora per ore, oppure dopo il primo pezzo era meglio che te ne andavi a casa, che di spostamenti nel sound della band ce ne sono zero o nulla.

Io faccio parte del primo gruppo, ho salutato a mani congiunte Cisneros dopo che aveva lasciato il basso in feedback per ritirarsi dietro le quinte, che gli Sleep bis non ne fanno.

Fuori c’era sempre il fumo dai tombini, il vento gelido, Detroit, Trump, il sassofonista che chiedeva gli spicci, e questo Midwest di merda che ti fa venire ancora piu’ voglia di unirti agli Sleep e cantare la nenia ossessiva “ Drop Out of Life with Bong in Hand…” e vaffanculo a tutto.

©Paolo Barone 2018

 

6 Risposte to “Sleep, Fillmore Detroit, MI 31/3/2018 – di Paolo Barone”

  1. Enri1968 03/04/2018 a 19:48 #

    Bel post. Fortunati ad esserci.

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  2. bodhran 04/04/2018 a 11:17 #

    Grazie Paolo per il post (e grazie Tim per ospitarlo), sia perchè non conoscevo gli Sleep e andrò a cercarli (per i miei gusti poi dipenderà quanto l’ago della bilancia pende più verso lo stoner o verso il metal, ma sono fatti miei) e sia perchè ci regali sempre una descrizione d’insieme che vale tanto quanto la descrizione del concerto. Fortunati ad avere un blog dove non le recensioni non sono solo sfoghi dei gusti personali di chi scrive!
    Hats off to Tim & Polbi

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  3. Paolo Barone 05/04/2018 a 02:56 #

    Wow! Grazie Enri1968 e bodhran! Grazie anche a chi mi ha scritto in privato…
    Bodhran credo che ti piaceranno, sono senza dubbio parte dello Stoner dei primi anni 90 più che del Metal. Dai un ascolto anche alla band del bassista Al Cisneros, Om.

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    • bodhran 07/04/2018 a 18:08 #

      In effetti non sono male affatto! E dov’ero all’epoca che certa roba la bazzicavo? thanks again

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  4. mikebravo 08/04/2018 a 20:19 #

    Questo bel resoconto americano mi ha invogliato a comprare un bel libro
    dal titolo GUIDA RAGIONEVOLE AL FRASTUONO PIU’ ATROCE a
    firma di LESTER BANGS.
    In fondo era lester bangs che scriveva che il paradiso era detroit nel
    michigan.
    Quello che mi ha stupito leggendo di lester bangs é che il libro inizia
    in modo fantastico per uno come me e nello stesso tempo offensivo
    sempre per uno come me.
    Ma forse lester bangs non era uno che amava i gruppi di grande successo.
    Nella lettera autografa pubblicata ad inizio del libro, lester scrive
    STA ARRIVANDO UN ARMENTO DI ANZIANI APPRENDISTI
    CHE SUONANO STAIRWAY TO HEAVEN DEGLI ZEP NATURALMENTE.
    IN STA’ CITTA’ DEL CAZZO E’L’INNO NAZIONALE..
    Ma nelle primissime righe del libro , lester scrive
    GLI YARDBIRDS ERANO INCREDIBILI.
    ERANO ARRIVATI A PASSO DI CARICA E AVEVANO FATTO PIAZZA
    PULITA…….etc…. ERANO COSI’ BRAVI CHE LA GENTE
    CONTINUAVA AD IMITARLI PERSINO DIECI ANNI DOPO…..
    E CI SI ARRICCHIVA PER BENE….PERCHE’ IL GRUPPO ORIGINALE
    DI GENI NON E’ DURATO TANTO A LUNGO…….

    poi parla dei led zeppelin in modo pessimo………

    e riprende MA GLI YARDBIRDS RIVOLTARONO LA MUSICA COME
    UN CALZINO…..NON RIMASERO INSIEME PER MOLTE LUNE
    E QUANDO RAGGIUNSERO IL SUCCESSO CON I’M A MAN
    OVUNQUE GRUPPI DI RAGAZZINI SI AFFRETTARONO A REGISTRARE
    VERSIONI CARICATE A MOLLA DI I’M A MAN…….etc……

    Il primo capitolo verte su PSYCHOTIC REACTION un famoso brano
    dei COUNT FIVE ispirato agli yardbirds.

    Insomma sono rimasto stupefatto di quello che lester scrive su un gruppo
    che amo da oltre 40 anni alla stessa misura dei led zeppelin.

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  5. Paolo Barone 13/04/2018 a 13:07 #

    Un libro straordinario, un libro di letteratura americana, che va preso per quello che e’. Il racconto delirante della passione sfrenata per il rock and roll di Lester Bangs. Che scriveva in un modo tutto suo, che ogni volta che viene imitato produce risultati ridicoli, ma fatto da lui era grandioso, veramente grandioso. Viveva una vita sfrenata, era una persona piena di problemi, passioni e disastri, che trovavano uno sfogo, una ragione esistenziale, nella musica. Abbiamo parlato di lui più volte in questo Blog, anche con testimonianze inedite di chi lo ha conosciuto davvero. Guida Ragionevole al Frastuono Più Atroce e’ un grandissimo libro di passione. Poi, Tim lo ha sottolineato più volte e io in parte concordo, Bangs spesso aveva dei gusti musicali di merda. Non era proprio in grado di cogliere certe cose, di seguire certe traiettorie. Ma non e’ affatto importante, lo hanno fatto altri mille prima e dopo di lui e anche benissimo, se voglio leggere di Zeppelin, Stones e Crimson so dove andare, ma nessuno come lui ha raccontato se stesso, il rock e l’America, come Lester Bangs con i suoi Lou Reed, Stooges, Yardbirds e frastuoni atroci di varia provenienza. Non e’ un libro di critica rock, e’ un diario esistenziale.

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