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SCRIVERE DI MUSICA di Giancarlo Trombetti

24 Gen

Considerazioni piuttosto forti queste di Giancarlo Trombetti. Noi del blog siamo molto più teneri con Ciao 2001 ad esempio, e non sposiamo la famosa tesi di Frank Zappa ““il giornalismo musicale è fatto da persone che non sanno scrivere che intervistano persone che non sanno parlare per persone che non sanno leggere”…mai stati d’accordo, ma  l’analisi viscerale di Trombetti vale la pena di essere letta. Eccola qui.

Ricordo perfettamente: sin da piccolo mi piaceva da pazzi leggere. La colpa è da attribuirsi sicuramente ai miei due genitori, entrambi profondamente legati alla scrittura e alla lettura per necessità di lavoro. Ricordo anche che a scuola – un oggetto che non ho mai imparato a stimare e di cui compresi il corretto approccio quando oramai ne ero fuori almeno da una ventina d’anni – ero un arrampicatore sugli specchi un po’ in tutte le materie tranne che in italiano. “Il ragazzo non si impegna, potrebbe fare di più – era la spiegazione standard che i miei ricevevano dai miei insegnanti – però in italiano va bene!”. La realtà è che i miei non ci cascavano mai e davano come giustificazione a quell’unico buon voto al fatto che per scrivere puttanate nei compiti in classe non c’era da sforzarsi a studiare: bastava la fantasia. E quella pareva non mancare. La verità è che loro mi avevano consapevolmente spinto a leggere tante di quelle cose che scrivere mi pareva il modo più logico per dimostrare di aver apprezzato almeno quello sforzo. Poi, ma è storia che mi sembra di aver già accennato, le mie estati insieme a due ragazzine mutarono il corso della mia vita cultural-musicale. Erano Anna, un’amica che ogni anno arrivava da Milano e che, nei suoi quattordici anni era una amante sfegatata dei primi Rolling Stones, e Barbara, mia cugina che, proveniente da Roma, nei suoi quattordici anni adorava i Beatles.

Le due erano inseparabili. Io, che da provincialotto attendevo il loro arrivo esattamente come spiegava un libro di Rolando Viani “A Viareggio aspettiamo l’estate”, vedevo in quegli arrivi estivi che a quei tempi duravano da giugno a settembre, l’occasione per….espandere la mia conoscenza. No, ero più giovane di entrambe e non c’era alcun genere di coinvolgimento sessuale; è solo che sentivo in quei due accenti del tutto diversi una ventata di freschezza, di comunicazione alternativa. A undici anni venivo strappato dal mio “Sono bugiarda” della Caselli – che per me ne era l’autrice originale, sapevo un pippa io dei Monkees e Neil Diamond! – e andavo a cadere su “Paint it Black” da una parte e “Eleanor Rigby” dall’altra. Loro ingaggiavano le loro lotte sulla prevalenza dei Beatles sugli Stones e viceversa ed io, bontà divina, mutavo i miei gusti in meglio. Se ci non ci fossero state quei lunghi pomeriggi di 45 giri infilati a ripetizione in un mangiadischi di bachelite rosa e tirati fuori da un improbabile contenitore psichedelico in bianco-nero io, probabilmente, adesso avrei l’intera collezione di album di Morandi e tutti i bootlegs dell’Equipe 84. Fu anche in quegli anni, estremamente formativi per il Giovane Trumpets, che imparai a conoscere l’esistenza di una stampa specializzata inglese che trattava esclusivamente di musica. Sempre loro tramite. Sfogliavo all’inizio quelle pagine provenienti dalle Grandi Città guardandone solo le figure e non afferrando una mazza, ma ricordo che ne rimanevo affascinato. Qualcuno scriveva di musica, di quella musica che mi piaceva tanto, dunque.

Così, con un piccolo balzo temporale in avanti, quando la musica divenne una mia fissazione, più che una passione, e mi resi conto che nei miei anni di teen ager c’era spazio solo per lo sport, i motorini, la pesca, la caccia e poco altro, decisi inconsapevolmente che se mai me ne fosse stata data l’opportunità avrei provato pure io a scarabocchiare qualcosa imbrattando un incolpevole foglio bianco. E questo accadde. Accadde dopo l’ubriacatura per le radio, nella seconda metà dei settanta, e dopo qualche timido tentativo su minuscole fanzine artigianali. La voglia irrefrenabile di scrivere, di riportare su un giornale la mia opinione su qualcosa che credevo di conoscere profondamente, prese forma verso la fine di quegli anni settanta; nel corso di tutti gli anni precedenti avevo organizzato una trama di conoscenze e amicizie che mi recuperavano decine di giornali e libri anglosassoni – nuovi, vecchi, trovati nei mercatini, comprati con gran sforzo nelle librerie o a due soldi su di una bancarella – che rappresentarono la mia fonte primaria di informazioni.

Perché anche se oggi è impossibile rendersene conto per un ragazzino, sono esistiti tempi in cui l’informazione o te la andavi a cercare tra mille difficoltà o semplicemente ne facevi a meno. Niente facilità di accesso alla stampa, niente internet, niente di niente. E comunque, nei periodi di magra, non potevi fare a meno di andarti a leggere anche quello che veniva scritto in Italia e qua da noi la stampa era sostanzialmente composta da “Ciao Amici”, “Giovani” e “Big”…poi “Ciao 2001” e “Qui giovani”, poi solo “Ciao 2001”.

Potremmo quindi dire che il capostipite dei settimanali musicali italiani, quello che ha attraversato gli anni sessanta, fino alla metà dei novanta e che dunque ha avuto la possibilità di influenzare i gusti e orientare le scelte musicali di un paio di generazioni sia stato proprio quest’ultimo. “Ciao 2001” andò in crisi quando il boom dell’editoria degli anni ottanta portò alla moltiplicazione dei prodotti in offerta, non seppe rinnovarsi e stare al passo con i tempi e quando l’editore scelse anch’esso di pubblicarne una quantità tale da sconcertare il potenziale acquirente. Ma bisogna essere onesti : la qualità media delle pubblicazioni italiane è sempre stata non solo scadente, ma troppo spesso proprio ai confini della realtà. In senso negativo. Si, ci sono state delle brillanti eccezioni di nicchia che non avrebbero mai potuto risollevare le sorti di un prodotto medio dai contenuti vergognosi. “Ciao 2001”, a dispetto della sua fan page su Facebook, a mio parere è stato un abominio di pareri sparati nel nulla da personaggi che, solo perché vedevano la propria firma in calce a un pezzo credevano di potersi permettere giudizi criminali. E se ricordo con affezione una risicata manciatina di brave persone passate di lì per poco e per caso, il resto era pura feccia. No, non sto parlando da fan incazzato, ma da crudo materialista dialettico.

Da lettore, al tempo, mi rendevo conto di qualcosa che non mi piaceva ma non ne comprendevo a fondo le ragioni; da praticante del settore poi finii con l’approfondirne le motivazioni, inorridendo. Premetto : io sono di profonda scuola Zappiana. Non solo nel senso del prodotto artistico, ma di linea di pensiero. Per me il testo di “Packard Goose” o la famosa affermazione per cui “il giornalismo musicale è fatto da persone che non sanno scrivere che intervistano persone che non sanno parlare per persone che non sanno leggere” non è solo un acuto aforisma ma un dogma. Niente di più giusto, in assoluto. No, non sto sputando nel piatto dove ho mangiato e dove desidererei continuare a farlo, ma semplicemente ammettere la realtà: per decenni gli scribacchini italiani hanno peccato di presunzione e rubato a mani basse. Rubato perché con una diffusione scarsissima e concentrata solo in determinate zone del prodotto cartaceo originale inglese mettersi a copiare e inventarsi un’intervista, una frase, un concetto, un giudizio o adattarlo al proprio, era cosa di un attimo, come rubare le caramelle a un ragazzino. Presunzione perché si è guardato a fenomeni ignoti, da lontano, come se appartenessero a un’altra galassia sconosciuta e mai frequentata ma pronti a vomitarci sopra critiche e giudizi non tanto immeritati quanto del-tutto-privi-di-fondamento se solo non se ne accettavano i contenuti nel corso della propria, personalissima, interpretazione. L’America era un altro pianeta per noi italiani ma si esprimevano giudizi su ogni nota, su ogni brano, su ogni scampolo di cultura, su ogni pezzo di storia, assegnando loro un valore, un’essenza, un significato che l’autore medesimo non avrebbe mai pensato di attribuirgli. Così si appioppavano etichette politiche mai sognate, si assoldavano ai propri scopi determinati soggetti mentre se ne confinavano altri marchiandoli con simboli del tutto gratuiti, inventati, inesistenti. Critici da casa in pantofole, calciatori in poltrona, lavoratori a letto. E si trattava di uno spacco netto, di un “o di qua o di là” che non ammetteva repliche. E tu, a casa tua, pagavi per farti raccontare che “tutto il rock era reazionario e fascista”, mentre la psichedelia, la west coast, il jazz, certa scuola di Canterbury erano progressivi e di sinistra. E rimanevi sconcertato nella tua sete di notizie, e non capivi come fosse possibile non ritrovare – quando riuscivi a confrontare – tutte quelle opinioni con la realtà delle cose. Quindi continuavi a leggere, per approfondire, e finivi con confonderti le idee. Mi ricordo di quando entrai una delle prime volte in una redazione di un giornale per cui collaborai, credo fosse il 1979 o giù di lì. Un redattore, uno che poi divenne un caro amico, mi spiegava “il decalogo del perfetto collaboratore”, roba di altri tempi, quando a un collaboratore a casa si richiedevano una serie di contributi e artifici nel mettere insieme il giornale che oggi non esistono più. E fu durante una di queste lunghe spiegazioni, che il tipo mi disse : “Quando non ce la fai a passarmi del materiale originale ti do io qualcosa e tu mi fai un trapezio”. Non volevo fare la figura del coglione, ogni redazione ha il suo gergo, il suo slang, ma “trapezio” proprio non mi diceva niente. Così chiesi. “Il trapezio – mi fu detto – è la traduzione di un pezzo, ma riadattato per farlo diventare tuo”. Un furto, dissi ! No, uno stimolo, un aiuto quando manca materiale, mi venne risposto. E così facevano tutti: nelle redazioni giravano tonnellate di giornali inglese, americani, francesi persino!, e non solo di settore…c’erano anche quotidiani inglesi come The Sun, il Mirror…da lì venivano notizie, curiosità, pettegolezzi. Ricordo che tanti anni fa, proprio Max Stefani, nel celebrare un numero tondo raggiunto dal suo Mucchio Selvaggio, sparò a zero sull’editoria musicale italiana, sui metodi e sulle guerre tra poveri ingaggiate tra gruppi editoriali. Fu lì che rividi di molto ed in positivo il mio giudizio: l’uomo era consapevole e schietto. Tanto di cappello. Altri avevano sempre glissato.

E poi una cosa su tutto mi impressionava: leggendo i giornali originali (come continuo a chiamarli io) il pezzo forte era quello in cui l’articolista parlava descriveva, raccontava, rendeva partecipe. Scriveva, in sostanza, senza per forza di cose sparare giudizi. Ti portava per mano dietro a una situazione, a un disco o a un tour, desiderando sopra ogni cosa, fartene far parte, come se anche tu avessi dovuto per forza essere lì per andare a giudicare. Certo, poi, spesso, arrivava anche il giudizio, ma in fondo, a ragion veduta, dopo aver approfondito. Toccato con mano, vissuto in prima persona, testimoniao. Qua, da noi, accadeva esattamente il contrario.

Il “giornalista musicale” concentrava tutte le sue forze quasi esclusivamente sul giudizio critico, sulla recensione, che diventava il focus principale di tutto il suo lavoro. Per decenni, sui giornali italiani, le recensioni sono state the crux of the bisquit , il nocciolo della questione…per dirla alla Zappa. Pappardelle sbrodolate piene di parole incomprensibili, buttate giù con acrimonia o con eccessiva disponibilità, che tagliavano e cucivano cappottini su note e testi e situazioni di cui poco o nulla si sapeva e che invece venivano descritti come se ci si fosse appena alzati da tavola dopo aver cenato con l’artista. Ridicolo. Recensori autoproclamatisi Imperatori che condizionavano sull’onda dell’opinione personale, opinione fondata sulla presunta conoscenza di un oggetto tanto lontano quanto fin troppo spesso ignoto. Si descrivevano viaggi sulla Route 66 senza aver mai lasciato Prato o Modena e si spiegava per filo e per segno la sequenza compositiva di un lavoro senza esser mai essere stati in grado di leggere un pentagramma o essere entrati in uno studio di registrazione. Italia popolo di recensori. Privi di fantasia nello scrivere e di affinità con la consecutio, gente che per indovinare un congiuntivo avrebbe dovuto fare una mezza dozzina di telefonate e che per parlare con uno solo dei tanti ipotetici intervistati avrebbe dovuto portarsi dietro un paio di traduttori madrelingua. Re Censori che, come ebbi a scoprire quando i giornali iniziai a vederli dall’interno, non erano in grado o semplicemente non volevano fare altro che scrivere recensioni. Con la firma in calce. In bella evidenza.

Ognuno avrebbe dovuto leggersi e rileggersi, confrontarsi, mettersi in gioco invece di guardare solo al nome e cognome ed esser pronto a saltare al telefono quando il grafico, inavvertitamente e senza malizia, “tagliava via” quella riga di troppo che era proprio la firma; ognuno avrebbe dovuto, data l’opportunità, sviluppare uno stile proprio, un taglio originale, una forma creativa, quanto più possibile unica. Esattamente come i Signori Grandi Firme estere. Ed invece no. Così presunzione e furto hanno ucciso nella culla – oddio, una culla durata un ventennio abbondante – la stampa specializzata. Donando agli scribacchini dei quotidiani il testimone e la possibilità di fregiarsi del titolo di giornalisti, quelli veri. Identici in tutto e per tutto agli altri, ma urlanti da un pulpito molto più alto. Presuntosi e gelosi, infine, dell’orticello mal coltivato, del giornale che ognuno di costoro vedeva e vede tutt’ora come il podio per le proprie esibizioni. Esattamente come se fosse utile ed intelligente essere un eccellente giocatore, l’unico, di una squadra di calcio. Quando tutti sanno che una grande squadra è composta da tanti grandi giocatori e che l’imparare ad equilibrare le proprie forze su quelle del tuo compagno significa crescita, evoluzione. Non limitazione del proprio ego. Ma da queste parti si preferisce essere il miglior giocatore del Pizzighettone, piuttosto che uno dei dieci, quindici di una grande squadra.

Ed oggi, che con il web ed una connessione, con un click si ottengono più risultati che alla Biblioteca Nazionale di Londra, sopravvivono ancora mestieranti convinti che dare tonnellate di notizie biografiche serva a qualcosa, che sparare il proprio giudizio sia ancora utile.

Nessuno che si domandi se scrivere così abbia ancora un senso e se mai si sia riusciti a farlo in assoluto. No, non chiediamoci più perché non si vendano più giornali. Perché scrivere di musica sarà anche…dancing about architecture…come diceva lo Zappa. Ed io aggiungerei : per lo meno in questo modo. Che peccato.

Giancarlo Trombetti

Springtime on your clips: BLACK MOUNTAIN “The Hair Song”

23 Gen

Il nome di questa nuova rubrichetta viene da una frase di ROBERT PLANT tratta dal testo di LIKE I’VE NEVER BEEN GONE (1982), il sapore della primavera sulle tue labbra di cui canta il biondo di Birmingham è una faccenda poetica, mentre questa invece serve solo ad introdurre e a segnalare video clip presi da youtube in cui noi del blog incappiamo. Video clip in un modo o nell’altro particolari, interessanti, con un certo senso.

Iniziamo con una segnalazione giunta da  Beppe Riva:

“mastro Tim, guardati questo…anni fa su Rockerilla recensii il debut-album; il brano inoltrato mi sembra abbastanza Zeppelinesco e Black Croweggiante da destare il tuo interesse, se già non lo conosci…Il video, specie nel finale, fa venire in mente “old hippy-country stuff”…Giudica tu.”

I BLACK MOUNTAIN me li fece conoscere Polbi. Non ho mai approfondito. Di solito i pezzi che fanno il verso ai LZ non mi piacciono molto, ma questo mi pare fighissimo.

FIERA DEL DISCO MONEY BLUES

22 Gen

Appuntamento alle 13,30 davanti alla cassa parcheggio. Uno dei pochi momenti in cui la fila alle casse è di pochissimi metri. Solo Jaypee si presenta (insieme alla sua groupie Labetty), gli altri illuminati del blues sono persi in altri blues appunto. Benché l’anno sia iniziato in modalità risparmio, oggi sono deciso a spendere almeno 100 euro. Lasàurit si eclissa nella zona fumetti (altri arretrati di Julia) e solo sporadicamente torna a verificare che io non sia steso sullo stand delle Japan Limited Edition.

(Tim on the prowl – foto di LS)

Jaypee va e viene, gira col suo fare da bassista rock riservato. Sono davanti ad uno degli stand più interessanti, quello di quel tipo di Pisa, pieno di ristampe digipack di gruppi anche particolari. Ci vediamo ogni anno. Kraut rock, progressive italiano, ristampe Repertoire, folk psichedelico inglese…tutta roba fine sessanta-inizio settanta. Son lì che con gli occhi mi mangio tutte quelle edizioni quando si avvicina un tipo. Uno di quelli che probabilmente vanno a tutte le fiere del disco del nord Italia; col tipo di Pisa c’è una rapporto tipo spacciatore cliente. Il tipo cliente è piccolo, calvo, un po’ così…da l’idea di essere uno di quei disperati da progressive inglese di seconda fascia. Quello di Pisa gli fa “Pensavo non venissi più” e lui “No, è che ho tardato a giocare a biliardo”. 

Uhm, fino a poco fa giocava a biliardo e adesso sta maneggiando dischi di ROBIN TROWER e special edition dei WISHBONE ASH. Passa per lo stand Sandro del Kata, un saluto e deve scappare da Lorry che ha uno stand nell’altra ala dedicata all’elettronica.

Jaypee torna da me quando ho già effettuato la mia scelta: AFFINITY, BLACK WIDOW e la versione 40th anniversary serie di IN THE WAKE OF POSEIDON dei KING CRIMSON. Poco più in là Labetty valuta vinili di DAVID BOWIE e Jaypee si prende una digipack edition dell’ultimo di JOE BONAMASSA.

(Jaypee & Tim alla fiera del disco – foto di LB)

Riperdo di nuovo tutti mentre entro in zona stand stranieri, quelli con un sacco di bootleg. Uno stand promette sconto del 50%, così mi piglio tre bootleg dei LED ZEPPELIN in versione digipack a prezzi accettabili. Nello stand di fronte resto mezzora. Valuto se spendere altri 200 euro circa in cofanetti bootleg e altri soundboard dei LZ, ma riesco a resistere…non sono tempi facili questi. Un giro nell’ala dedicata all’elettronica, acquisto di DVD+DL printable della Verbatim e poi io e Lasaurit usciamo.

Un salto da Brian, ancora barricato in casa. Gli facciamo il caffè e lui ci parla interrottamente per un’ora. Lo salutiamo e ci dirigiamo di nuovo verso il posto in riva al mondo…stasera c’è Inter-Lazio e verrà Dennis appena rientrato dalla Cina.

(Brian e Tim – foto di LS)

 Ripenso ai 96,50 euro spesi per sei cd.  Cinque di questi li avevo già naturalmente ma le digipack edition oramai mi sono necessarie per vivere. Gli AFFINITY sono una piacevole scoperta, tra l’altro vi partecipa anche JOHN PAUL JONES con un paio di arrangiamenti. Li sto ascoltando mentre mi infilo la felpa da partita, ormai è il momento.

(Gli acquisti di oggi – foto di TT)

Il nuovo rasoio di Brian e il freddo che lo costringe in casa

21 Gen

La dottoressa di Brian ha sconsigliato di farlo uscire, in questi giorni freddi pieni di neve di nebbia un ottantaduenne è meglio che stia in casa. Brian ha preso la cosa alla lettera, non vuole rischiare nulla e resiste in casa con ardore. Sta cercando di illudersi di avere la febbre e il raffreddore così da dar più pathos alla cosa. Osserva dalla finestra i vari episodi di neve di nebbia che si abbattono su Mutina: nel cielo tra la nebbia cerca di spuntare un sole pallido ma cristalli di nebbia e inquinamento cadono come se fosse neve. Mentre andavo da lui stamattina all’altezza di uno svincolo della tangenziale sembrava ci fosse una piccola bufera. Stranezze del tempo.

Nella borsa con me ho un nuovo rasoio. Ieri Brian mi chiama in apprensione perché il suo vecchio apparecchio non funzionava più e mi dice “Tim, a sun in dal to mani (Tim sono nelle tue mani)”. Mi reco al Grua di Stonecity. Il commesso mi spiega le varie tipologie, mi da consigli, io ascolto attentamente ma poi decido di prendere quello per cui fa la reclame Josè Mourinho. Quanto influisce sulla mia vita quell’uomo. Sigh.

Arrivo da Brian, non dovendo andare a Ninetyland possiamo fare tutto con calma. Gli faccio vedere la scatola del rasoio, subito non capisce, legge qualcosa e fa “Brian?”. Interpreta a suo modo la marca dell’oggetto…Braun.

Ho qualche pasta con me, e la caffettiera. Gli preparo la colazione. Come al solito non stringo a sufficienza e delle gocce di acqua marrone fuoriescono dalla parte centrale mentre il caffè inizia ad eruttare. Il fornello di Brian si sporca ben bene e lui mi fa “Beh, al stà ben tot colorèe (Beh, sta bene tutto colorato)”. Brian è in forma stamattina.

Lo lavo, gli asciugo i capelli, mi assicuro che usi il colluttorio, lo vesto e gli insegno ad usare il nuovo rasoio. Uno di quelli a batteria e senza filo…Brian si sorprende e mi dice  “Sei l’uomo del progresso”. Brian si fa la barba, si gasa col nuovo oggetto. Lo spegne e lo accende più volte, così, tanto per fare. Si fa la barba e poi si stima e mi dice “Ho dieci anni di meno e vai col rock”.

(Brian, sbarbato e ready to rock – foto di TT)

Lettura dei giornali. La Repubblica per Brian (che negli ultimi anni ha fortunatamente soppiantato il Resto del Carlino) e Il Manifesto per me.

Brian “Tim, ma cuma sòmmia mès con l’Inter?” (Ma come siamo messi con L’Inter)

Abbastanza bene, Brian, ci stiamo riprendendo“.

Brian “Speròm”.

Mi piace vedere Brian in forma, che ancora tira avanti contro questa porca vita. Verso mezzogiorno lo lascio, pranzerà con mia sorella. Mentre me ne vado mi commuovo un po’, nonostante i nostri alti e bassi nel corso della vita, voglio bene al mio vecchio. Lo guardo mentre sorridente chiude la porta e mi dice “Ciao Piròn bel”.

L’angolo della posta: RIFF ed Etta James

21 Gen

Scrive RIFF: “La nebbia a circondare le nostre giornate e figure rarefatte a confondere le cose a noi conosciute…le nostre case come un approdo sicuro. Accendo lo stereo…Etta James e la sua grande voce, la sua grande anima. AT LAST è la prima canzone che il mio blues cerca, il pensiero di lei ormai là coi nostri miti è troppo forte. Non posso impedire alle lacrime di scendere. Grazie Jamesetta”

Risponde l’esperto: “La deriva poetica, il naufragare verso certi sentimenti sono inevitabili quando una come Etta James se ne va. 73 anni, una vita che già parte obliqua, una vita da ragazzaccia, droghe, amori balordi e quella capacità di cantare il blues in modo così viscerale. Se la è spesa tutta la sua vita e, nel bene o nel male, questa è una gran cosa. Sì, grazie Giacometta.”

Ancora ETTA JAMES…

21 Gen

Oggi il manifesto dedica una pagina intera a ETTA JAMES, mi sembra un articolo niente male (per un quotidiano). Per chi usualmente come me e Polbi compra il giornale in questione è stata sicuramente una emozione trovarla ad occupare tutta pagina 12. Un plauso dunque a il manifesto che ha trovato giusto dedicare una delle sue sole 16 pagine a questa aritista.

Questo il link all’articolo: http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/6304/

Addio Etta James…oggi siamo noi che ci sentiamo uneasy

20 Gen

Mezzora fa la notizia dell’Ansa che ETTA JAMES se ne è andata. Ora lo diranno tutti, ma Etta era la mia cantante nera preferita. Io e Riff abbiamo una predilezione per questa dotatissima black singer e questa notizia, seppur attesa, ci scombussolerà per un bel po’. A me il R&B & il soul non fanno impazzire…se si parla di musica nera per me esiste il blues e poco altro. Etta (con Tina Turner) è una delle rare eccezioni. Inutile citare i successi, Radio Capital ha già iniziato a trasmettere AT LAST, sublime per carità, ma io preferisco ricordarla con il funk imputanito di OUT ON THE STREET AGAIN, col blues tradizionale di ST LOUIS BLUES , con la struggente e sgocciolante miele LOVIN’ ARMS e con la disperazione di FEELIN’ UNEASY. Ciao Etta, grazie di tutto quel blues. We love you.

TUNDRA BLUES

19 Gen

Fatico ad alzarmi, sono in arretrato col sonno, come quasi sempre. Alzo la tapparella e vedo la tundra. La galaverna ha decorato tutto, una manto di gelo da diversi giorni copre l’Emilia. Deve fare un freddo cane anche oggi. La groupie è già uscita, inizia a lavorare poco dopo l’alba, noi a Stonecity ce la prendiamo più comoda. Mi analizzo l’animo…uhm, temo sia in modalità tundra anch’esso. Non faccio colazione. Ripenso a REAL – BARCA di ieri sera … ancora una volta la truppa di Pep Guardiola le ha suonate agli eroici cavalieri di Mou. Mi imbacucco ed esco. Con me esce anche la gatta Ragni che si era intrufolata in casa prima e che per un’oretta si era accovacciata sul divano. La campagna lascia trasparire a fatica il colore della terra o il verde di erba ed alberi, è tutto gelato.

(Galaverna a Borgo Massenzio – foto di TT)

Metto in moto la blues mobile, faccio due passi intorno al posto in riva al mondo, non è affatto male l’effetto cristallizzato, i campi poi regalano un freddo senso poetico, hanno una sorta di fascino spoglio, un senso di vuoto di una certa eleganza.

(Frosty meadows in Borgo Massenzio – foto di TT)

Siamo qualche grado sottozero, mi viene in mente la scena in cui il Dottor Zivago si ritrova con Lara, la sua amante, in quella villa tra gli Urali nella morsa del ghiaccio.

In macchina… campagna, tangenziale, Emily Road….cerco di scaldarmi l’animo, ci provo col cd audio di ROLLING STONES SOME GIRLS LIVE IN TEXAS 1978. Come detto sono in modalità tundra, mi sembra di essere indifferente a tutto, potrebbe cadere un asteroide qui mentre svolto costeggiando la vecchia scuola di BATH (la scuola elementare che frequentò Brian) che mi limiterei ad osservare la scena. Nemmeno lo sbilenco e cazzuto chitarrismo di Keith Richards mi smuove, lo sento lì nell’altoparlante di destra, mentre in quello di sinistra mi infastidisce quello di Ron Wood. Per migliorare l’umore mi dovrei trovare adesso con Picca, Liso e gli altri illuminati del blues a far colazione con spremute d’arancia, uova sode, thé, biscotti, caffè e un mezzo dito di southern comfort, magari alla domus saurea, nella stanza dello stereo a discutere indifferentemnete di japanese paper sleeves edition o di universi paralleli mentre JJ Cale canticchia qualcosa in sottofondo.

Invece arrivo a Stonecity, apro l’ufficio, come sempre sono il primo ad arrivare, mi faccio un thé, una fetta di panettone, due mandarini e mi perdo nei miei pensieri. Sarwooda vuol provare la mia nuova macchina fotografica digitale, mi scatta un paio di foto…le guardo e mi riconosco, lì in ufficio con la mia solita faccia blues…

(Tim Tirelli in the office – foto di Sarwooda)

I termosifoni sono a manetta, ma l’ufficio è grande e freddo, il termometro segna 17,4. Penso a PIOVE STAMATTINA, un mio blues che Lorenz mi ha aiutato ad arrangiare: “nove sottozero e il mio cuore fa cric croc, stamattina io non esco so che non ce la farò”, già… stamattina era una di quelle mattine da starsene a casa.

Uno dei vantaggi di essere uno dei titolari del posto in cui lavori è quello di avere un ufficio proprio e una certa libertà, così davanti al computer, clicco sul programma VLC media player e faccio partire in modalità random la cartella di file musicali che avevo preparato e messu su chiavetta USB per la groupie. Parte HONEY CHILD della BAD COMPANY…è un segno…il caldo Hard Rock dei miei beniamini è uno schiaffo affettuoso che in qualche modo mi risveglia. Mi metto a lavorare. (Ma che fatica…).

La PICCA’s GUIDE alle grandi canzoni in ordine sparso – WITH A LITTLE HELP FROM MY FRIENDS – Joe Cocker 1969

18 Gen

Joe Cocker – With A Little Help From My Friends-1969…ovvero colui che migliorò i Beatles. Qualcuno un giorno dovrà spiegarci chi, all’epoca, ebbe l’idea di prendere una innocua marcetta scritta da Lennon/McCartney per Ringo e, cambiando il tempo in un cadenzatissimo 6/8 e sviscerando una impensabile drammaticità, trasformarla in questo urlo scatarrato e catartico grazie  alla cartavetrosa voce di questa specie di Quasimodo scomposto uscito dalla provincia color ghisa di Sheffield. Se John & Paul avessero saputo di avere tra le mani una tale esplosiva bomba atomica  invece del petardo fornito al drummer nasone e baritonale chissà quanto sarebbe mutata la fisionimia di Pepper.


Cocker si presenta come una sorta di Ray Charles freak, con le movenze spasticheggianti a sovrapporsi al pathos ondulatorio della cecità di Brother Ray. Ad accompagnarlo nel disco una pletora di illustri topi di recording studio dell’epoca, primo tra tutti Jimmy Page in pieno petting preliminare Zeppeliniano. Cocker appare in balìa del brano, invaso e invasato sull’ottovolante di soulfulness creato dagli stop-and-go dell’arrangiamento, sbatacchiato dalla tensione angosciante della canzone in controtendeza totale col significato rassicurante e solidale del testo originale, con le pedanti voci delle coriste sguaiate come provocatorie e beffarde Erinni a tentare  il posseduto Joe canzonandolo come il Diavolo nel deserto nell’intenso botta e risposta.

A Woodstock JC passò direttamente alla leggenda, senza mai più toccare simili vette, nonostante fosse quasi sconosciuto, nonostante i ridicoli coretti in falsetto dei coraggiosi membri della Grease Band che l’accompagnava e nonostante la maglietta Tie Dye psichedelica, ottenuta probabilmente rotolandosi su una pizza.
Mi sarebbe piaciuto verificare le condizioni del microfono dopo la performance del vecchio Joe.

 

(da Mad Dogs & Englishmen, con Leon Russell alla chitarra, Jim Gordon
& Jim Keltner on drums e un casino di gente pelosa in giro. A 1’57
circa appaiono nello split-screen Rita Coolidge (destra) e Claudia
Lennear (sinistra) ai cori. La prima causerà lo scioglimento
anticipato della ditta Crosby Stills & Nash flirtando prima con Steve
e poi con Graham; la seconda ispirerà Brown Sugar degli Stones, che in
origine s’ intitolava Brown Pussy. Chissà come mai.)

 

(Live at Woodstock. Presentata in inglese ‘working class’ come With a
little help from ME friends. Straordinario il momento di regia a 4’30
dall’inizio quando dietro al chitarrista Henry McCulloch appare sul
palco un uomo peloso a petto villano che, prima diffidente, va dentro
alla musica all’incalzare del ritornello. Yeah man, dig it! L’autopsia
al microfono andava fatta a 5’15 dall’inizio).

 

(L’indimenticabile imitazione di Cocker da parte di John Belushi in
qualità audio-video pessima).

Parole, ricerca fotografica e video di Stefano Piccagliani – (C) 2012

Brian on the phone

17 Gen

Al lavoro, metà pomeriggio. Mi chiama Doc per una delle solite nostre chiacchierate. Il nuovo Mac che si comprerà, gli ultimi cd acquistati, farà mai uscire un nuovo album Jimmy Page?, la telefonata che mi fece dalla Val D’ Aosta nel 1993 affinché io per telefono gli facessi ascoltare in anteprima il riffettino di SHAKE MY TREE dall’album COVERDALE-PAGE allora in uscita…insomma cose da Led Heads. Sul cellulino mi chiama Brian: “Allora stai arrivando?” “No papà, ti stai confondendo, ti avevo detto che ci saremmo sentiti nel pomeriggio, non visti. Ti chiamo dopo”. Saluto Doc e richiamo Brian.

(Brian, the one and only – foto di TT)

Ciao Brian, eccomi qui. Ti eri confuso. Sai che io lavoro e che non posso mica essere sempre lì”

“Ah, sì, hai ragione scusa”

“Senti Brian, ti saluta Doc? Ti ricordi il mio amico avvocato di Milano?”

“Mah, mi pare. Avvocato? Vacca boia. Ma el un mudnès cal lavora a Milàn?” (E’ un modenese che lavora a Milano?)

“No Brian, è un milanese.”

“Ah milanese…ma…ma come vi siete conosciuti?”

“Per i Led Zeppelin”

“(con il tono di chi ha scoperto il mistero della vita e dell’universo) Ah, la musica…la musica. Vacca, i Ledd Seppelin…l’è vera, i Ledd Seppelin. Gimme Peig, Gion Bona, si erèn fort. Ciao Piròn bèl

“Ciao Brian.”