Archivio | Recensioni musicali RSS feed for this section

RILETTURE: LED ZEPPELIN “Houses Of The Holy” (Atlantic 1973) – TTTTT

24 Ago

Riletture: un’umile rubrichetta per divertirci nel fare qualche considerazione con le orecchie di oggi su album che hanno fatto la nostra storia (nonché quella del rock). Si parte con HOTH”. Lock your seat belt.

Il primo incontro con HOTH é stato poco dopo aver scoperto i LZ, ero davanti a casa di Massimo, dal balcone della sua stanza della musica usciva della musica rock che non riconoscevo così dissi “Massimo, dai metti su i Led Zeppelin!” e lui “Ma questi sono i LZ!”. Ascoltai con attenzione e riuscì a percepire del rock colorato, solare, positivo. Era Houses Of The Holy … mi par di ricordare  TSRTS e DY’ER MAK’ER.

Il secondo faccia a faccia fu durante la caccia agli album dei LZ, avevo già i primi 4 così, in un negozio un po’ fuori mano di Modena, davanti all’ottavo campale sulla via Emilia, decisi di comprarlo. Allora non avevo il senso critico che ad esempio Giancarlo e Picca usarono nell’approccio all’album in questione, era un disco dei LZ quindi doveva essere magnifico. Non trovai strambe certe cose, non trovai fosse un po’ diverso rispetto ai primi 4 o meglio sì lo era, ma non mi meravigliai per niente. Non avendoli vissuti in diretta e avendoli comprati e quindi ascoltati nel giro di pochissimi mesi, non ebbi modo di elaborare certe cose, i dischi dei LZ mi arrivarono addosso quasi contemporaneamente ed ero troppo preso a dondolare liberamente al ritmo di quel bel rock per pormi domande filosofiche (“Chi sono i LZ? Vengono dall’hard blues? Ma dove stanno andando?). Io capivo solo una cosa: il rock dei LZ era bellissimo, vario, sgargiante…e mi faceva stare benissimo.

Più o meno sette lustri dopo HOTH è il mio album preferito (al momento), quello che ascolto di più. HOTH rappresenta i LZ nel momento più positivo della loro storia: il mood è ottimo, il rapporto tra i musicisti è ancora buonissimo, il gruppo è all’apice delle capacità espressive e tecniche, il successo – già grandissimo –  di lì a breve si trasformerà in una isteria collettiva (soprattutto negli USA) catapultandoli in una dimensione tutta loro.

Registrato nella tenuta di STARGROVES di proprietà di Mick Jagger con il Rolling Stones Mobile Studio, agli Olympic Studiso di Londra e agli Electic Lady Studios di New York con l’aiuto dei tecnici del suono Keith Harwood, Andy Johns e soprattutto Eddie Kramer, HOUSES OF THE HOLY si discosta un po’ dagli archetipi hard rock blues che hanno fatto da fondamenta al primi 4 album.

(Page and Plant a Stargroves nel 1972)

HOTH arrivò al n.1 delle classifiche inglesi e americane, ad oggi ha venduto 300.000 copie in UK e 11 milioni negli Usa.

In Italia HOFT arrivò al 4° posto della classifica, risultando il 27° album più venduto del 1973.

La foto su cui è basata la cover è di Aubrey Powell, l’art direction è della famosa Hipgnosis. Due bambini che scalano il Giant’s Causeway, sulla costa settentrionale dell’Irlanda del Nord. Ne abbiamo già parlato. La ragazzina apparirà anche sulla copertina di Presence.

(Giant’s Causeway, sulla costa settentrionale dell’Irlanda del Nord)

THE SONG REMAINS THE SAME – TTTTT: esempio superbo di Rock bianco. Elaborate negli album precedenti tutte le influenze nere, i LZ riescono a scavalcare lo steccato e a costruire un blue eyed rock. Nato come pezzo strumentale (chiamato a seconda dell’umore OVERTURE o THE CAMPAIGN) TSRTS doveva fungere da introduzione a THE RAIN SONG, ma RP lo trovò troppo interessante per evitare di cantarci sopra. Il testo parla del comune denominatore che fa da sfondo all’umanità e arriva a toccare vette suggestive. Le tante chitarre sovraincise da Page si intrecciano a meraviglia, il tempo e le ritmiche di Bonham e Jones risultano – come spesso accade – irresistibili, e il RP che canta (seppur aiutato da strani effetti) è quello dell’immaginario collettivo.

Chicche:  quelle due note tirate da Page al minuto 02:12 / gli hammer on con la sinistra 04:30 / la parte finale del testo che dice: “le luci della città sono così brillanti mentre noi le attraversiamo scivolando, scivolando, scivolando…”.

Nella versione live, sulla 12 corde, diventerà uno punti più alti raggiunti dal Page chitarrista.

THE RAIN SONG  – TTTTT+: esiste quadretto musicale più grazioso? Credo di no. Dolcissimo momento (elettro) acustico in accordatura aperta e dal testo poetico, il tutto sospeso sulle atmosfere morbide e melodiose del mellotron. Nell’intermezzo elettrico gran prova di gruppo, il riff è così squisitamente Page, il finale del pezzo poi è così bello da commuovere.

Chicche:  quelle note di basso al minuto 03:26 /al 03:37 c’è una imprecisione: il primo colpo di spazzola di Bonham è in ritardo /  il testo al 04:02 “…speak to me only with your eyes…” / il testo al 06:18 “…su di noi tutti una pioggia leggera dovrà cadere…”

OVER THE HILLS AND FAR AWAY  – TTTTT: manifesto elettro-acustico giocato su una concenzione del tempo tutta di Page. Pezzo cantato ai limiti delle possibilità umane da RP nella sezione dura.

Chicche:  come Plant canta “road” al minuto 01:37 / 03:00 il link strumentale tra l’assolo e il ritorno alla strofa.

THE CRUNGE  – TTT: nata come improvvisazione di un tempo di John Bonham su cui Jonesy ha innestato una linea di basso particolare. I LZ in un momento ludico mentre rifanno il verso a James Brown. Ci voleva un certo coraggio a pubblicare un brano del genere da parte di una band vissuta inizialmente come dedita all’hard rock. A tratti la cosa è un po’ forzata, Plant non prende sempre con facilità il giusto attacco e deve improvvisare (ma in modo un po’ legato) per partire al punto giusto (vedi minuto 02:19). Al 02:45 la parola “girl” non gli è venuta benissimo ma probabilmente non ha ritenuto opportuno rifare la traccia…troppo difficile.

DANCING DAYS  – TTTT: rockaccio un po’ dissonante con il MIcantino abbassato a RE. Stranezze hard rock e voglia di non ripetersi. Curiose quelle due note solitarie al minuto 01:52. Al 02:02 manca un colpo di cassa della batteria, colpo che Bonham da subito dopo…errore, indecisione, vezzo?

D’YER MAK’ER  – TTT½: di nuovo i LZ in vena di scherzi, umore leggero e scanzonato, echi degli anni cinquanta…canzonetta quasi reggae con un Bonham indimenticabile. Da non sottovalutare il lavoro di Page sul giro di DO. Vero, l’ironia di Plant è un po’ tediosa ma è anche con questa che i LZ si discostano un poco dall’immagine del gruppo serioso tutto Hard Rock…ve li immaginate i BLACK SABBATH o i DEEP PURPLE registrare nell’estate del 1972 un reggae così sciocchino e gustoso?

NO QUARTER  – TTTTT+: passeggiate fatte fianco a fianco con la morte, cani del destino che ululano, il diavolo, impronte sulla neve, battere sentieri che nessuno prende, tutto questo è NO QUARTER pezzo pieno di mistero che  galleggia sul mare nero ed infinito del piano effettato di Jones. Registato (probabilmente in RE- e poi portato a DO#- usando il comando del pitch) all’Electric Lady Studio di New York,  come disse una volta Mixi sembra di star sopra alla batteria di Bonham mentre lo si ascolta. Assolo di chitarra particolare ed esoterico, straordinario…non complicatissimo ma..che note che sapeva tirar fuori Page. Cazzo, i Led Zeppelin!

THE OCEAN  – TTTTT: puro piombo Zeppelin. Riffone di Page per un brano dedicato all’oceano di fan che Plant vede tutte le sere in scena nelle “case sacre”. Allegra sezione boogie nel finale. Nella versione live filmata a NY nel luglio del 1973 diventa lo spezzone rock più eccitante che mi sia mai capitato di vedere in ambito rock. Oh so good.

Sono così contento di amare i LZ, e parte di questa contentezza è dovuta ad HOUSES OF THE HOLY… Singing in the sunshine, laughing in the rain, hitting on the moonshine, rocking in the grain…

( © Tim Tirelli agosto 2012)

(i LZ durante il tour di HOTH: Los Angeles Forum 3 giugno 1973)

HOTH secondo PAOLO BARONE:

Houses of the Holy e’ un mondo a colori. Non solo luci ed ombre ma tutte le sfumature cromatiche e i corrispondenti stati d’animo. Questa e’ la prima cosa che mi viene in mente pensando al quinto album dei LZ, ancora una volta, un disco fantastico. Una copertina fra le piu’ belle di sempre, elegante e barocca al tempo stesso, inquietante ed ingenua. Come la musica in essa contenuta, come la band in questa fase del percorso. Rischiano i LZ con questo disco, si spingono in territori inesplorati ed inusuali. Suoni ed atmosfere molto diverse si susseguono e si inseguono in quei solchi di vinile, canzoni gioiose, inni oceanici e le nebbie di No Quarter, uno dei loro vertici creativi. E ancora il sogno Rain Song, le chitarre di The Song Remains the Same, i cambi di tempo di Over the Hills… Tutto il disco e’ pervaso da una gioia di vivere che non ci sara’ piu’ nei capolavori a venire. Forse e’ proprio questa la sensazione che mi resta ascoltando Houses of the Holy, il filo rosso che lega queste registrazioni. (PB)

HOTH secondo STEFANO PICCAGLIANI:

Ho 15 anni, tutti i capelli in testa, zero panza, occhiaie livide causa noti motivi e mi sono comprato questo Houses Of The Holy dei Led Zeppelin, 9’900 lire Charter Line, da Mati in via Farini. Sentiamo com’è.
Facciata A: TSRTS è un bell’andare. Il Principe delle Tenebre inizia a costruire cattedrali di chitarre, pare disinteressato a flashare assoli. Poca roba ma puntuale. Percy ha un effetto Minnie Mouse sulla voce ma non infastidisce. Bonzo e Jonesy macinano boogie.
Poi arriva Rain Song, e il disco potrebbe finire qua.
Voglio dire, chi cazzo è che piazza una roba come TRS come seconda traccia di un album?
Languidissima, sofisticata, elegantissima eppure mai smorfiosa, echi di R&B imprendibile e antichissime suggestioni folk, miracolosamente luminosa eppure attraversata da una malinconia autunnale.
Un momento meraviglioso di musica prodigiosa.
Dopo di che non può che arrivare qualche riempitivo: è eticamente giusto, fa parte del balance.
OTHAFA è gradevole, ma ha un qualcosa di posticcio, di buttato lì.
The Crunge aggiunge spontaneità all’album, poco altro.
Facciata B: Dancing Days è la Misty Mountain Hop di HOTH, sghemba, azzardata, divertente.
D’yer Maker non suona come un pezzo Led Zep. Cazzo è? Plant planteggia sornione mentre gli altri reggono il moccolo, si produce in ciò che potremmo definire ‘ironia alla Plant’, cioè divertimento pari allo zero. Fatto sta che alla fine di DM il disco inizia a stancarmi.
Poi…oplà, senti qua che roba…
Oscurità, brividi e cigolii, atmosfera da film della Hamer con Vincent Price e Richard Cushing, roba anglosassone, Wilkie Collins, lo Stevenson più gothic…
No Quarter.
Plant cambia registro, esce una voce filtrata da spettro gaelico, pare Heathcliff in Cime Tempestose, il piano elettrico liquido fa paura e quando entra il grand piano è ancora peggio.
Poi Jimmy tira fuori uno dei solo più spettacolosamente fighi della sua intera carriera, una sequenza complicata eppure semplicissima, un solo davvero chic non una roba da mimare ‘air guitar’ davanti ad uno specchio qualsiasi.
The Ocean chiude l’album. Bel riff. Grande Bonzo, e Percy che ci tiene a farci sapere che d’ora in poi canterà per una ragazza di tre anni che gli ha rubato il cuor. Sono diventato grande baby, addio Riot House.
Bel disco. 4 Stelle. (The Rain Song 10 stelle). 9’900 spese bene. Preferisco i primi quattro, comunque (anche se scommetto che The Rain Song l’ascolterò almeno almeno fino al 2012!).(SP)

(i LZ durante il tour di HOTH: Lione 26 marzo 1973)

HOTH secondo BEPPE RIVA:

Dopo quattro LP dove i Led Zepp hanno dato sfogo a tutto il loro furore espressivo e alla freschezza creativa che ne ha fatto forse la più poliedrica fra le rock bands, giungendo al culmine del successo e della forma con “IV”, Page e compagni diventano adulti, elaborando i dischi della loro piena maturità, ossia “Houses Of The Holy” e poi “Physical Graffiti”. In termini di impatto e di onda sonica, questi album non hanno la primigenia energia dei precedenti, ma a mio avviso si tratta delle loro opere più mature, che mettono in massimo risalto la statura dei quattro musicisti. In “HOTH”, Page forgia alcuni riffs fra i più cesellati della sua storia (“The Ocean”, “Dancing Days”, “The Crunge”) ed il disco è altamente sofisticato, viene fuori alla grande la qualità di JP Jones come arrangiatore e tastierista, specie nei due classici più elaborati, “The Rain Song” (mellotron) e “No Quarter” (piano, organo). Certamentre “Houses” risulterà particolarmente seminale, ad esempio “The Crunge” dà il via al fenomeno futuribile del crossover hard rock-funky, e la classe esecutiva dei musicisti è generalmente fonte di apprendistato per ogni ipotesi di hard rock evoluto. Il mood impresso dalla chitarra di Page in “The Rain Song” introduce uno splendido brano d’atmosfera, e la mia favorita resta “No Quarter”, con quel clima esoterico, a tratti diabolico, ma fatto di suoni raffinati e misteriosi, non di efferata truculenza: la stregoneria dei LZ all’apice. Se vogliamo individuare qualche riserva, manca la quantità e qualità acustica-folk a cui ci avevano abituati in “III” e “IV”: il solo preludio di “Over The Hills”, pur incantevole, non basta a soddisfare le mie pretese in tal senso, e si può aggiungere che le parti vocali, sempre di primo livello, non sono però coinvolgenti come tante in passato. Infine, “D’yer Maker” aveva certamente un refrain da classifica (non sfruttato come singolo) però l’opzione reggatta de blanc non mi sembra entusiasmante per la magnitudo dei LZ. Queste osservazioni per non finire nella pura celebrazione, ma resta inteso che HOTH è un grande album da riassaporare a più riprese e in ogni stagione per coglierne la varietà di spunti eccellenti. (BR)

HOTH secondo GIANCARLO TROMBETTI:

Ricordo perfettamente l’acquisto di Houses Of The Holy. Avevo vissuto l’uscita dei precedenti quattro album come assistere al parto di un figlio ed ero riuscito a mettere da parte i soldini, credo si trattasse di 3300 lire, in tempo. Ricordo anche ne fui deluso al punto di metter via quel disco per mesi e di rifiutarmi di riprendere in mano i predecessori. Mi ero sentito tradito. Troppa produzione, poco rock e meno blues…e quella copertina: quasi un rifiuto di utilizzare il proprio nome! Nessun simbolo, nessun messaggio subliminale. Ricordo anche che nella prima edizione venne aggiunta una fascetta con il nome dell’album e del gruppo: difficile collegare quelle testine bionde al martello degli dei. E’ proprio vero che “a vent’anni si è stupidi davvero”! Per apprezzare quel disco mi ci volle la voglia e la forza di chi, avendolo pagato, non ebbe il coraggio di metterlo da parte del tutto o, peggio ancora, scambiarlo con qualcosa di più ruspante. Non ero ancora in grado di capire che Led Zep non erano il solito gruppo hard blues; ogni capitolo avrebbe comportato dedizione e amore nell’apprendere, nell’avvicinarsi. Oggi non credo che avrei più quella voglia di scandagliare e assaporare che ho avuto nella tarda primavera dei miei diciassette anni. Credo oggi che Houses sia la raggiunta maturità del gruppo, frutto di un solido lavoro di studio e di un lungo lavoro di sovra incisioni, di prove, di tentativi. Un disco che è tutto bello, dall’inizio alla fine e che non ti fa dire, come accade oggi…”si, però…”. Forse il vero album della svolta, il primo tangibile cambiamento per gli Zeppelin. Molto più di quanto avesse potuto sembrarlo “III” e “IV”. Un disco che, seguendo una mia teoria che andrò prima o poi a esporre per intero, è bello proprio per i suoi affascinanti 40 minuti. Non avrebbe potuto esserlo più a lungo. Ma questa è tutta un’altra storia. (GT)

TOM PETTY& The Heartbreakers – Live in Lucca, Piazza Napoleone 29/06/2012 – di Stefano Piccagliani

3 Lug

Il 29 giugno Picca era a Lucca per vedere Tom Petty. Gli ho chiesto di farmi un resoconto del concerto…lo trovate qui sotto…aggiungo a mo’ di intro i gustosi sms che Stefanino mi ha inviato prima del concerto:

PICCA: ” Sono a Lucca a vedere Trombetti and the Hearbreakers. Non sopporto gli uomini di mezza età con magliette di gruppi che non sono quello previsto sul palco”

TIM: (Uhm, penso a me a Lucca un paio di anni fa a vedere JEFF BECK, indossavo una maglietta di JOHNNY WINTER) ” Allora non sopporti neanche me :-)”

PICCA: “ Era per segnalare la mia sclero. Intendo commercialisti con la maglia dei SKYNYRD. Età media 54. Panza ingobbita. Gente tirata su da Paolo Carù.”

TIM: ” Posso portare il tutto sul blog?”

PICCA: “Certo. In libreria a Lucca lo Stephen Davis LZ Live 75 in lingua originale. Sto leggendo il volume di Max Stefani. Bel volume. Scritto in modo…particolare…ma è il suo bello.”

PICCA: “ Mi aggiro a caccia di Vip. Tipo Aldo Pedron. Ci sono quasi solo americani.”

PICCA: “Apre tale Jonathan Wilson. Du maròn. Gente in prima fila che filma con l’ipad. Gli americani sono già tutti stonati o ubriachi.”

————————————————————————————————————-

Primo concerto in Italia per Tom Petty, arrivato nel Belpaese per promuovere il suo trentacinquennale passato artistico visto che non era mai venuto prima…

Beh, ci fu quel delizioso mini set di 40 minuti nel lontano ’87 proprio qui a Modena prima che salisse sul palco un devastato e devastante Bob Dylan per il quale gli Heartbreakers funsero da backing band, ma non è la stessa cosa.
Lucca è organizzatissima per accogliere lo show, atmosfera rilassata, pubblico per la maggior parte di mezz’ età e panciuto infilato in magliette di Skynyrd, Black Crowes, Wilco e Springsteen, molti turisti americani, birrette a costo contenuto, ottimi negozietti di dischi del centro che sparano in vetrina vinile di Damn The Torpedoes o ristampe/box sets/rarità da baffo leccato. Invidia.
Temevo poca gente e invece la piazza è piena.
Musica diffusa dal P.A. prima dello show: mixtape con anticaglie Chess (Muddy/Wolf/Berry/SonnyBoy/Little Walter), Fab TBirds, Blasters, Lobos. A un certo punto mini-boato quando scatta For You Blue dell’ amicone George Harrison.
Alle 21’00 sale sul palco Jonathan Wilson, secondo i fin troppo entusistici Mojo e Uncut la ‘nuova speranza del sound di Laurel Canyon’, ovverosia un giovane emulo di CSN&Y, Jackson Browne, Warren Zevon…
 (Johnathan Wilson)
Look perfetto compresa la band,chitarre meravigliose (Jonathan, 1 disco all’attivo molto apprezzato ma venduto così così, ha una vera passione per le chitarre vintage. Gibsons acustiche degli anni ’30, Fender pre-CBS, Diavolettos pre-scoperta dell’elettricità, Firebirds pre-Neanderthal…ma chi cazzo le paga?! si domanda il sottoscritto).
Musica molto bassa-California, qualche psichedelicatezza, suoni naturali, voce noiosa e priva di guizzi, chitarrismo diligente.
Musica per farsi un cannone sulla veranda della casa di Venice con il golden retriever che dorme sotto la rocking chair.
Visto che io sto a Modena e non ho un cane e non mi faccio spinelli, non mi interessa.
Se questo è il nuovo sound di Laurel Canyon allora mi tengo il vecchio tutta la vita.
Alle 21’45 fine della boring new sensation, i roadies di Tom (età media 60) iniziano ad approntare il palco.
Alle 22 e qualcosina la band sale sul palco: poco sfoggio, zero sceneggiate, qualche saluto a fans speciali in prima fila che reggono o evidentemente sono andati a tediare i ragazzi in albergo per foto e autografi (già su E-Bay?).
One Two Three Four e si inizia: suono perfetto, sorrisi, rilassatezza.
Evitando di spappolare le balle dico solo che si vede lontano un miglio che Tom e la band si sono abbastanza rotti dei loro hits storici, che eseguono con precisione e diligenza, mentre si divertono come pazzi a suonare i brani bluesati dell’ultimo Mojo (che riascolterò con rinnovato interesse perché dal vivo funzionano molto bene) e soprattutto una fantastica cover di Oh Well di Peter Green, con Mike Campbell che con la Les Paul Standard assoleggia che è un piacere.

Inoltre non vedono l’ora di slabbrare all’inverosimile alcune loro canzoni lanciandosi in infinite menate chitarristiche che fanno la gioia sia dei fans più nostalgic/fricchettons sia di quelli che vogliono andare a farsi una birra.
Molto divertente e insieme toccante vedere M.Campbell e il tastierista Benmont Tench guardarsi e lanciarsi piccole provocazioni per tutto lo spettacolo, sottolineando assoli e svisate con faccette di soddisfazione o presaperilsedere manco fossero a un concertino alla High School.
20 canzoni per due ore di spettacolo.
Chitarre usate da TP per le 20 canzoni:
Fender Strato 1
Fender Strato 2
Fender Tele
Gibson Firebird
Gibson SG 1
Gibson SG 2
Rickembacker 6 corde
Rickembacker 12 corde
Gibson 335
Guild acustica
Chitarre usate da Mike Campbell
Gretsch White Falcon
Gretsch Country Gentleman (mi pare)
Coral sitar
Fender Strato
Fender Tele
Gibson Les Paul Standard (oh yeah, ndtim)
Rickembacker 6 corde
Gibson Firebird (oh yeah yeah, ndtim)
Setlist:
Listen to Her Heart
You Wreck Me
I Won’t Back Down
Here Comes My Girl
Handle with Care
Good Enough
Oh Well (Fleetwood Mac cover)
Something Big
Don’t Come Around Here No More
Free Fallin’
It’s Good To Be King
Carol
Learning to Fly
Yer So Bad
I Should Have Known It
Refugee
Runnin’ Down a Dream
Encore:
Mary Jane’s Last Dance
Two Men Talking
American Girl
Un biasimo a promoters vari e, magari, a Tom Petty stesso: debuttare in tour da headliner in Italia a 61 anni dopo 35 a fare dischi di notevole successo internazionale è una colpa che andrebbe lavata col sangue.
La band è apparsa sinceramente stupita dai vari ritornelli cantati in coro da migliaia di presenti, quasi non immaginassero di avere un minimo di popolarità in Italia.

Un po’ più di fiducia, eccheccazzo….

Stefano Piccagliani © 2012
.
PS: la white falcon di M. Campbell in realtà dovrebbe essere una Duesenberg di cui non so un cappero….

LED ZEPPELIN BOOTLEG “Purified Pb” – Vancouver 21-03-1970 (EE 2012) – TTTTT

21 Giu

TITLE: Purified Pb – Vancouver 21 marzo 1970

LABEL: no label / Eddie Edwards Productions 2012

TYPE: very good sounboard

SOUND QUALITY: TTTTT-

PERFORMANCE: TTTT1/2

BAND MOOD: TTTT1/2

“Pb” fu il primo bootleg dei LZ ad essere pubblicato più di 42 anni fa, poco dopo ristampato col nome di MUDSLIDE; tutti i collezionisti o perlomeno i fan interessati alle live recordings sono prima o poi incappati in questa ottima registrazione. Si dice da sempre che la fonte sia una trasmissione FM, ma probabilmente si tratta di un soundboard messo in circolazione in versione non completa e con diversi tagli.

Come spesso accade e come dice EDDIE EDWARDS stesso “ There’s nothing quite like an old Led Zeppelin vinyl bootleg”, si perché i primi vecchi bootleg in vinile dei LZ provenivano da i nastri originali, i master tapes insomma, quindi senza nessun ulteriore passaggio e relativa perdita di qualità. Ancora oggi il vinile di Pb è la versione migliore di questa registrazione. Non si è più stati in grado di rintracciare la cassetta originale, andata probabilmente perduta con lo scorrere del tempo.

Ecco dunque che EDDIE EDWARDS pochi giorni fa ha lavorato con la sua solita maestria sul remaster di Vancouver 1970. Adesso è questa la versione definitiva da avere. Eddie ha sapientemente tolto qualche scricchiolio dovuto al vinile, ha messo nell’ordine giusto le canzoni, ha ripulito un po’ il tutto. In verità ha aggiunto anche due pezzi (CAN’T QUIT YOU e DAZED) da una registrazione audience con solo i primi 4 pezzi del concerto apparsa qualche tempo fa, ma la versione lunga (9 pezzi) è solo per completisti, dato che la qualità dei due pezzi audience è scarsa. Meglio la versione soundboard only, sette pezzi dei LZ del periodo d’oro, nel bel mezzo della trasformazione tra l’aggressiva e primitiva carica rock del primo anno e mezzo e gli ultimi anni del periodo d’oro contraddistinti da una ricchezza musicale scintillante. In verità qui siamo ancora legati al primo periodo, questo è il tour di LZII, ancora molti gli accenti legati agli umori primordiali, ma si sente che la band si sta forgiando, che sta andando verso strade più complesse.

(Il Pacific Coliseum di Vancouver costruito nel 1968 – tiene circa 16000 posti)

La chitarra di Page è leggermente in secondo piano, soprattutto in WE’RE GONNA GROOVE, si ha così modo di ascoltare bene gli altri tre, in particolare RP. Oh, la potenza che aveva in quegli anni era davvero straordinaria. HEARTBREAKER, SIBLY, THANK YOU, WIAWSNB e COMMUNICATION B. i pezzi che si godono meglio.

AA.VV. “PROGRESSIVE ITALIA – Gli Anni ’70 VOL.4″ The Universal Music Collection” (2010 Universal) – TTTT

15 Giu

IBIS “Sun Supreme” 1974 – TTTT – Il progressive italiano in una delle sue forme più internazionali, grazie a questa costola dei New Trolls che, mischiata all’argilla, NICO DI PALO trasformò in un gruppo potente e superbo. Album spesso criticato e accusato di reggersi su presunzione, esterofilia e auto indulgenza. Magari un po’ di tutto questo c’è, ma rimane un lavoro ambizioso e coraggioso e per certi versi davvero riuscito.

JUMBO “DNA” 1972 – TT½ I Jumbo non riesco a farmeli piacere, il cantato proprio non lo reggo. Può essere un problema tutto mio, dagli amanti del progressive italiano questo è un album tenuto in alta considerazione.

MADRUGADA “Madrugada” 1974 – TT½ . I cori di CAMMINAR si rifanno ai NEW TROLLS o ai CS&N, il riferimento è preciso e intuibile sin dall’inizio, e questo ti mette in allerta. L’album viaggia su una musica italiana sognante, e solo a tratti sconfina nelle terre del progressive.

SENSATIONS’ FIX “Fragments of Light” 1974 – TTT½ . Kraut rock, spaziale e sperimentale.

MAURO PELOSI “Le Stagioni per Morire” 1972 – TT . Roba da cantautore inizio settanta un po’ peso.

LATTE E MIELE “Papillon” 1973 – TTTT . Secondo album dei LATTE E MIELE e grande passo in avanti rispetto al primo. I LEM traggono l’ispirazione dagli ELP…accenti di TARKUS, di PICTURES sono riconoscibili, ma stranamente il lavoro non ne risente e la credibilità, almeno per queste orecchie, rimane intatta. Bell’album.


SIGUR ROS “Valtari! (Emi 2012) – TTT½

13 Giu

Alcuni si chiederanno cosa ci fanno i SIGUR ROS sul TTBlog e la risposta non è semplice. Probabilmente mi si immagina imbalsamato dentro ad una bara rock costruita coi dischi di JOHN MILES, FREE e BLUE ÖYSTER CULT, non sempre è così…qui nel posto in riva al mondo abbiamo la parabola satellitare e capita a volte di captare suoni che arrivino dallo spazio profondo, suoni meno ascoltati che chissà perché si appiccicano nel nostro rock and roll heart.

Confrontandomi con Sarwooda, l’ultimo album dei SIGUR ROS – gruppo musicale islandese – è capitato a tiro e sì è incuneato tra gli ascolti di questo periodo.

VALTARI è un insieme di suoni gradevoli,…è il respiro dell’ISLANDA, è vapore sonoro che che si erge al di sopra delle nostre anime, musica che si innalza sopra al frastuono di questo mondo ormai caotico, musica che forse nasce proprio dalla difficile e rumorosa convivenza degli esseri umani di questi ultimi lustri, un faro, un suono che ci catturi e che ci guidi di nuovo verso l’essenza della nostra condizione, un piffero che ci riconduca alla ragione.

AA.VV. “PROGRESSIVE ITALIA – Gli Anni ’70 VOL.8″ The Universal Music Collection” (2010 Universal) – TT

12 Giu

Mi chiedo cosa c’entri questo cofanetto col progressive: tre album di gruppi dediti alla musica italiana più o meno melodica, 3 album di puro cantautorato fine settanta. Spacciare questi dischi come progressive mi sembra davvero  poco elegante. L’album di Maurizio Fabrizio non é male (tra l’altro mi pare che il primo pezzo si rifaccia a SOLSBURY HILL) ma non è certamente catalogabile sotto al genere citato in questa collana. No, perché allora anche il primo di VASCO “MA COSA VUOI CHE SIA UNA CANZONE (1978) possiamo condiderarlo progressive italiano visti gli arrangiamenti di GAETANO CURRERI. Mah.

GENS “Gens” 1974 – TTT

MARIO PANSIERI  “Sulla Spiaggia D’Inverno” 1978 – TT

MAURIZIO FABRIZIO  “Primo” 1979 – TTT

GIANNI BONFIGLIO  “Luci Spente A Testaccio” 1979 – TT

I NUOVI ANGELI  “Stasera Clowns” 1978 – TTT

LA STANZA DELLA MUSICA  “La Stanza Della Musica” 1978 – TT

AA.VV. “PROGRESSIVE ITALIA – Gli Anni ’70 VOL.3″ The Universal Music Collection” (2011 Universal) – TTT1/2

7 Mag

JUMBO “JUMBO” 1972 – TTT: non posso che ribadire quanto detto in occasione del cofanetto precedente: progressive di stampo pseudo cantautorale.  Un po’ Troppa rabbia nel cantato per i miei gusti. Ammetto però che nel riascoltarli dopo tanto tempo, mi stancano meno del previsto. Chiedo alla groupie : “non mi dispiacciono“. Mezza stella in più.

BILLY GRAY “FEELING GRAY” 1972 – TTT: disco del chitarrista (inglese) dei Trip. Nulla di particolare anche se poi WRITING ON THE WALL qualche brivido lo da e il disco poi alla fine si fa ascoltare.

SENSATIONS’ FIX “BOXES PARADISE” 1977 – TTTT: dal 1976 in poi la band si spostò da un kraut rock ostico a un qualcosa di più accessibile; il nuovo corso a me piace.

TRITONS “SATISFACTION” 1973 – TTT: progetto un p0′ confuso, la denominazione è Tritons ma in realtà si tratta degli IBIS, con l’aiuto di musicisti esterni tra cui Jimmy Villotti.

TONI ESPOSITO “LA BANDA DEL SOLE” 1978 – TTT½: musica mediterranea strumentale, la title track è deliziosa.

MAURO PELOSI “MAURO PELOSI” 1977 – TT½: cantautore con un po’ progressive e jazz/rock. Ha un suo senso.

AA.VV. “PROGRESSIVE ITALIA – Gli Anni ’70 VOL.2″ The Universal Music Collection” (2009 Universal) – TTTT½

2 Mag

Secondo volume a mio parere ben più godibile del primo.

LOCANDA DELLE FATE “Forse Le Lucciole Non Si Amano Più” 1977 – TTT½:  progressive italiano classico per questo gruppo piemontese. Buono.

IBIS “Ibis'” 1975 – TTTT½:  in pratica una delle versioni dei New Trolls, impossibilitati ad usarne il nome. Gran bel progressive italiano di stampo chitarristico con il grande  NICO DI PALO.

SENSATIONS’FIX “Finest Finger'” 1976 – TTT:  bizzarro kraut rock italiano, sperimentale, a tratti psichedelico.

ROBERTO CACCIAPAGLIA”Sei Note In Logica” 1979 – TTT½:  musica sperimentale, ricerca sonora. Difficile ma affascinante.

CARNASCIALIA (PASQUALE MINERI-GIORGI VIVALDI) “Carnascialia’” 1979 – TTTT½:  progetto di Minieri e Vivaldi comprendente anche Mauro Pagani, Demetri Stratos ed ex componenti del canzoniere del Lazio. Folk tradizionale italiano portato da venti progressive mediterranei. Molto bello. L’esercizio vocale di FIOCCHI DI NEVE E BRUSCOLINI mi fa scoprire ancora una volta che razza di personaggio fosse Stratos.  Secondo me è con album come questo che la musica italiana smette di inchinarsi al gigante anglo-americano, perché il concetto “progressive” noi lo abbiamo dentro, matrice del nostro DNA che se accostata alla musica pura tradizionale italica (quella povera e quella ricca) si modella in musica italiana contemporanea.

STRADAPERTA “Maida Vale'” 1979 – TT½:  se è progressive, è diet progressive. Aiutati e prodotti da Venditti, finiranno anche per suonare con lui in studio e in tour. Intendiamoci non mi dispiacciono, ma ci sono echi Vendittiani che mi lasciano perplesso.

ROLLING STONES “Hampton Coliseum (Live 1981)″ (Hampton, Coliseum 18 dicembre 1981) – (Rolling Stones Archive 2012 ) – TTTTT

1 Mag

Come ha scritto Picca nel recente post su LA FRIDAY 75, i Rolling fine settanta persero il suono rock più autentico e si fecero più vicini ai suonini di gruppi tipo Talking Heads. Sono quindi una band un po’ diversa, più scarna, meno morbida e quindi più incline a lasciar amplificare le magagne che  le mediocri qualità dei musicisti fanno trasparire. Tuttavia un concerto intero dei RS, senza edit, con lo spirito del bootleg e con la qualità di un sopraffino album ufficiale è spesso una gran cosa.  I 4 pezzi da TATTOO YOU, allora uscito da poco, rendono frizzante la scaletta. Come successo per LA FRIDAY 75 devo confessare che Ron Wood mi da meno fastidio del solito, anzi è quasi piacevole da ascoltare…e se lo dico io!

Ah, se anche altri gruppi sposassero questa politica degli Stones sarebbe fantastico (qualora fossero in possesso di registrazioni multitraccia). Concerti interi in qualità lossless stellare. Che può volere di più un amante del rock? Anche questo, per me, è imperdibile.

EUGENIO FINARDI “The Universal Music Collection” (2009 Universal) – TTTTT

29 Apr

Cofanetto dedicato ai primi cinque album di Finardi, quelli degli anni settanta usciti per la Cramps, box set importante dunque. Parecchi musicisti fondamentali per il rock italico, vi partecipano: Alberto Camerini, Walter Calloni, Lucio Fabbri, Ares Tavolazzi, patrizio Fariselli, Stefano Cerri, Paolo Tofani, Mauro Pagani…

NON GETTATE ALCUN OGGETTO DAI FINESTRINI (1975) – TT½: acerbo, disgiunto e non a fuoco. In alcune chitarre echi dei FREE.

SUGO (1976): – TTTT½gran balzo in avanti rispetto al precedente. Cantautorato rock impegnato  sorretto da una band che sconfina volentieri nell Jazz/Rock. Nei suoni e nella produzione c’è un qualcosa di morbido, di rotondo…senza togliere nulla all’energia.MUSICA RIBELLE, LA RADIO, SULLA STRADA…

 DIESEL(1977): TTT½: Cambia la produzione, suoni un po’ più acidi.L’inizio dell’album proviene dritto dritto dagli WHO. Buono.

BLITZ (1978): – TTTT½entra in scena Stefano Cerri, bassista che mi ha sempre colpito. Il basso, oltre che portante, diventa importante o meglio rimane tale perché in tutti questi dischi di Finardi lo strumento è in primo piano. E’ l’album di EXTRATERRESTRE e CUBA, che altro dire?

ROCCANDO E ROLLANDO  (1979): –  TTTT½: anche questo è un album sicuro, ben suonato, rock (nel senso ampio del termine).