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La PICCA’s GUIDE alle grandi canzoni in ordine sparso: KASHMIR – Led Zeppelin 1975

26 Mar

(LZ Knebwort 11-8-79 durante Kashmir)

Vabbè Stairway. Vabbè Whole Lotta Love. Vabbè Since I’ve Been Loving You. Ma Kashmir è pura enfasi, pura potenza applicata al rock, in qualche modo è la Nona dei Led Zep. Su un giro di chitarra in accordatura DADGAD, che già aveva pavimentato il sentiero tra il folk anglo-scoto-irlandese e l’esotismo medio orientale con le musiche dell’ Incredible String Band, di Bert Jansch e Davy Graham, Planty, Pagey, Jonesy & Bonzo costruiscono una cattedrale rocciosa ed eccitante, un trance circolare mastodontico, immane e cadenzato come un brontosauro in marcia. E’ la colonna sonora della discesa degli Dei dell’Olimpo sulla terra, l’ incombente fanfara che annuncia gli eroi del Walhalla, il solenne seppur controllato omaggio in musica ad archetipi antichissimi e fascinosamente spaventosi, un Martello Degli Dei sinfonico al cui confronto Wagner sembra Sergio Endrigo.

(JP live 1977 durante Kashmir)

Il rock scopre suggestioni etniche inedite e l’india pop-misticheggiante e radical chic del Beatles a Risikesh lascerà per sempre il posto alla  possanza titanica per nulla consolatoria di questa musica fuori dal tempo. Dopo la conquista della vetta di Kashmir, per i LZ rimane possibile solo la discesa, che arrivò puntuale. Miracoloso e sottovalutato l’apporto di John Paul Jones alle tastiere: ascoltato attentamente in cuffia rimpiazza i Berliner e Von Karajan da solo.

(led Zep live 1975)

Parole e ricerca video di Stefano Piccagliani – (C) 2012

La PICCA’s GUIDE alle grandi canzoni in ordine sparso – VOODOO CHILE (slight return) – Jimi Hendrix 1968

7 Mar
Famoso presso i simple-minded  perché suonava la chitarra coi denti, ascoltando certi brani si capisce che Hendrix in realtà suonava col pene, che a sentire le plaster-caster specializzate in calchi di membri delle rock stars aveva minimo minimo le dimensioni del suo Wah Wah .
Voodoo Chile (Slight Return) è pura autoaffermazione cazzuta e virile, una costruzione mitologica di un esasperato sè erotico sull’onda delle varie Mannish Boy e Hoochie Coochie Man di Muddy Waters, della serie (per citare Il Marchese del Grillo) ‘io sò io e voi nun siete ‘n cazzo’, che soltanto la condizione da wild man from Borneo del selvaggio ‘brother’ Jimi rende accettabile al prudente e già politicamente corretto mondo pop d’allora, che tra free love sbandierato e streams of consciouness vari faceva un po’ fatica a parlare di sesso.
Ascoltandola in cuffia a volume pernicioso si entra totalmente nella musica travolti e squassati dal bombardamento emotivo in atto, a meno che non si sia fan degli A-Ha, con la chitarra panpottata da un canale all’altro a sfuggire come un’anguilla insaponata. Hendrix richiede partecipazione e dedizione assolute, non è musica da mettere come sottofondo mentre si spolvera la libreria.

Parole, ricerca fotografica e video di Stefano Piccagliani – (C) 2012

HIGH TIDE, Una Strana Creatura Venuta Dal Mare – di Beppe Riva

4 Mar

Spesso si leggono commenti denigratori sulla più popolare rivista nostrana di “cultura pop” dei 70, Ciao 2001. Bisogna però riconoscere che nonostante atteggiamenti spocchiosi nei confronti dell’hard rock (e di alcuni miei gruppi preferiti) quel settimanale ha contribuito a render leggendaria una delle più originali e misteriose formazioni underground britanniche, gli High Tide.

Considerati all’epoca il gruppo più heavy del circuito londinese, non hanno mai goduto in patria di tanta venerazione, al punto che un articolo apparso qualche tempo fa su Record Collector, chiosava senza troppa enfasi: “per qualche ragione, gli High Tide erano veramente grandi in Italia”. Affermazione ripresa su “Galactic Ramble”, un testo sacro per i conoscitori del rock inglese degli anni ’60-’70.

In realtà non sono mai stati “very big in Italy”, ma pur sempre celebrati come creatori di un suono irripetibile, intricato amalgama di psichedelia, rock metallico e progressive a tinte oscure. 

In Inghilterra, restano più quotati gruppi che li precedettero di poco, prettamente psichedelici, come gli Open Mind, Tomorrow, Kaleidoscope, Skip Bifferty, July, Blossom Toes etc., decisamente meno furiosi e più inclini verso la canzone pop. 

Affascinato dagli High Tide, di cui conservavo gelosamente dal 1970 entrambi i rari LP, non mi sembrò vero poter scrivere di loro appena approdato su Rockerilla, nel ’79. Nonostante la redazione fosse proiettata nel vortice punk e new wave, mi diede l’opportunità (grazie a Beppe Badino, superesperto di rock inglese) di riesumare un gruppo di cui ormai non compariva più traccia su carta stampata.

Nonostante i limiti evidenti di informazione, quell’articolo ancora ben rappresenta le tumultuose emozioni che mi trasmetteva quella devastante ondata sonica… Non passò inosservato e quando migrai alla volta di Metal Shock nell’87, su Rockerilla scrissero: “ora, chi si occupava di Hard’n’Heavy è altrove, ma bisogna dargli merito di aver riscoperto gli High Tide…”.

Vi invito a considerare l’epoca in cui “L’Alta Marea” (lo scritto qui allegato) è stata elaborata: allora non c’era internet che consentiva l’accesso a qualsiasi tipo di approfondimento e la discografia, senz’altro incompleta, era stilata sulla base dei dischi che effettivamente possedevo (date uno sguardo alle edizioni citate). 

Ad esempio, non è menzionata la militanza di Tony Hill nei Misunderstood, californiani trapiantati a Londra nel 1966 onde divulgare il loro credo psichedelico: per chi fosse interessato, un entusiastico articolo nell’ultimo Record Collector (febbr. 2012) è ampiamente esaustivo a riguardo. 

Inoltre, a parte la grafica da “ciclostile studentesco” (sentenza di GC Trombetti, sempre caustico verso Rockerilla) l’immagine di Frankenstein che supplisce alla cronica irreperibilità di fotografie del quartetto, è sintomatica di un equivoco ricorrente. Fin dall’album d’esordio “Sea Shanties”, incorniciato da un’impressionante copertina di Paul Whitehead (lo stesso dei classici Genesis) il nome degli High Tide era associato alla corrente dark di Black Sabbath e Black Widow, seppur in un contesto non-satanico; si vagheggiava che gli “orrori marini” fossero il fucro della peculiare, mostruosa creatività di questo Leviatano del rock.

Invece i testi, svelati solo da ristampe giapponesi del 1993, erano di tutt’altra natura. Ma sappiamo che la vera arte, e tale era la musica del quartetto inglese, può trasfigurare anche la realtà. Dunque non era azzardato associare lo Tsunami musicale degli High Tide alle sensazioni generate da spaventosi segreti di insondabili fosse oceaniche. Comunque, scrissi quel pezzo a soli 23 anni.

Concludo consigliandovi a prescindere questa straordinaria formazione underground: a tutt’oggi le migliori riedizioni CD sono della Eclectic, 2006 (poi Esoteric, 2010), ufficiali e con inedite bonus tracks; per chi subisce il fascino del vinile, la rinomata Sundazed ha in catalogo la ristampa di “Sea Shanties” (che riproduce fedelmente l’originale gatefold sleeve), mentre Akarma ha riedito il secondo, omonimo “High Tide”. 

I loro autori riuscivano a mettere in soggezione, persino a terrorizzare l’audience senza esser annunciati da rintocchi funebri di campane, erano fragorosi quanto i Blue Cheer ma suonando musica d’avanguardia; un loro minaccioso strumentale, “Death Warmed Up”, incrociava violenza espressiva e sperimentazione come non succederà più, perchè Tony Hill (chitarra) e Simon House (violino elettrico) restano fra i grandi solisti della mitologia rock, seppur tristemente sottovalutati.

Mai dimenticarli. 

BEPPE RIVA

A: cliccando sul link qui sotto si apre il pdf, dove la lettura risulta facilitata dal carattere un po’ più grande.

B: cliccando comunque sulle due immagini il tutto si ingrandisce come succede di solito.

HIGH TIDE-PAG.1+2 COLORI

Beppe Riva (C) 1979 / 2012

RICORDO DI LUCIO di Giancarlo Trombetti

1 Mar

Quando accadono queste cose, tutti iniziano a parlarne, anche quelli che non sono mai stati toccati dallo sfortunato artista in persona, così pensi…no, non scrivo nulla neanche se alcune cose mi piacevano proprio tanto seppur non possa considerarmi un fan in senso stretto. Poi ecco che uno come Giancarlo mi manda questo pezzo…cosa c’è di meglio? Un ricordo tenero, sobrio, vero.  Le poche immagini che fanno da corredo a questo articolo rappresentano il mio Lucio Dalla, Giancarlo mi scuserà.

Una mattina di poco meno di vent’anni fa ricevetti una telefonata molto seccata da Bologna:

Ciao Giancarlo, scusami se ti disturbo a quest’ora ma c’è Lucio che desidera parlarti con urgenza. Ti ha cercato anche a casa ma non ti ha trovato, puoi chiamarlo quando hai tempo?”.

Ricordo che lo feci nel giro della mattinata, che per me significava “immediatamente”, e quando ci parlai mi parve un po’ seccato. Non ne comprendevo il motivo, ero certo che a casa non mi avrebbe mai potuto cercare nessuno quindi, giusto per trovare conforto nelle mie supposizioni, tornando a casa la sera chiesi sbadatamente se qualcuno mi avesse cercato il giorno precedente, certo della risposta negativa. Fu mia sorella a dirmi:

“Ho risposto io a un imbecille di un tuo amico che ha chiamato due o tre volte facendo finta di essere Lucio Dalla, la prima volta gli ho risposto gentilmente dopo l’ho mandato affanculo ed ho tirato giù il telefono!”. Lucio non aveva mai avuto il mio numero di casa ma era fatto così: quando riteneva di avere bisogno di te o pensava di avere una buona cosa da proporti non si fermava certo davanti a un numero di telefono ignoto. Ero certo che dovesse aver fatto almeno una dozzina di telefonate per trovare qualcuno che gli passasse quello giusto. Conobbi Dalla grazie a un timido maestro della discografia italiana, Michele, che me lo spedì in cima a un monte per fare una serie di interviste e per parlare di progetti. In cima al monte, a stare ai proprietari, non sarebbe mai venuto nessuno. E invece vennero tutti e quando venivano quelli che facevano finta di comandare si crogiolavano con molti almeno per un’ora. Poi tornavano a non far niente, come sempre. A quelli cui piaceva lavorare, con Lucio c’era molto da fare: disponibile, cortese, allegro. Ma anche furbo e attento. Sapeva che suo tramite molti dei suoi sarebbero passati da lì e così fu. Riuscì a mandarci tutti i suoi pupilli tra cui almeno un paio di buon valore. Ci credeva Lucio, credeva molto nel suo lavoro e credeva sarebbe stato sempre in grado di toccare la corda giusta. Contrariamente a tanti che ho incontrato, Lucio era rimasto l’uomo cortese e pronto un po’ per tutti, alla mano e accessibile. Sapeva di avere avuto un dono ma non te lo faceva pesare, anzi, pareva quasi che quel dono, una volta utilizzato per finalizzare un progetto fosse da mettere da parte perché ci sarebbe stato da trovare una nuova magia per il passo successivo.

Me lo ricordo come un uomo curioso, sempre attento, troppo attento. Talvolta anche così avanti da imbarazzare. Un uomo perfettamente consapevole che il suo dono di poeta e di artista aveva il suo limite  in due punti fondamentali: il pubblico e la mancanza di ispirazione. Per questo aveva un enorme rispetto del pubblico ed era in perenne ricerca di nuovi stimoli, di nuove idee, di nuovi obbiettivi ed orizzonti. Nuove sfide. Quando venne per la prima volta in cima al monte, ci mettemmo a parlare appoggiati alla porta del mio ufficio; pareva una discarica ma sembrava che lì gli uffici fossero fatti così. Notò la custodia di un fucile da caccia che tenevo in ufficio da giorni e che avrei dovuto portare ad aggiustare, con poca voglia. Se lo fece prestare per l’intervista che volle fare in giro per la tenuta con un cameraman al seguito a rincorrerlo; in fondo alla chiacchierata si era preparato una risposta alla domanda che aveva chiesto fosse quella conclusiva: “Che ci fai Lucio con un fucile a tracolla?”…”Sono a caccia di cacciatori…” rispose ammiccando all’obbiettivo. Poi me la fece rivedere in studio, ridendo, ma senza polemiche, senza tragedie. Due posizioni diverse, ma accettate da entrambi.

Ricordo quando mi consegnarono il suo video per “Attenti al lupo” e mi raccontarono di come Lucio avesse convinto Ron a cedergli la canzone: “…Tu sei visto dalla gente in modo troppo serio – gli spiegò – ….io sono un pagliaccio buffo, non ti ci vedo a canticchiare Attenti al lupo, attenti al lupo… ed essere preso sul serio. Io, invece, sì”.  E se la prese. Anche se, probabilmente, non ne avrebbe mai avuto bisogno.

Ricordo che un pomeriggio, prima di un concerto che avremmo ripreso, gli dissi che mio padre era innamorato della sua “Caruso”, ma forse non troppo per la melodia o per i testi, ma perché in mezzo alla canzone lui cantava in napoletano e mio papà amava la terra di suo padre. Mi disse che gliela avrebbe dedicata… ed io, vergognandomi, lo pregai di non farlo. Cretino, idiota. Papà sarebbe stato felice di sentire quella dedica. Ho ancora perfettamente in testa quando lo chiamai per chiedergli di rendersi disponibile per registrare un concerto acustico per noi; come sempre le pecore dei suoi colleghi avrebbero voluto farlo e lo avrebbero fatto, come fecero, ma prima avrebbe dovuto scattare il famoso meccanismo del “D’accordo, se lo ha fatto lui, posso farlo anche io”…oppure ancor meglio del “Perché lo fa lui ed io no?”.  Lucio sarebbe stato perfetto per far scattare la molla. Tutti mi chiedevano mesi per preparare una scaletta decente; lui mi chiese quindici giorni. Ci mettemmo di più noi a predisporre gli studi.

Poi, finito il concerto e la registrazione, mentre il pubblico se ne stava a chiacchiera o nella speranza di vederlo passare per i corridoi, lui, preceduto da una mezza dozzina di scagnozzi, si infilò velocemente nel passaggio verso l’uscita. Mi passò quasi di corsa davanti e non volendolo disturbare accennai a un timido saluto, dalla mia terza fila, mentre una ventina di Vip gli si facevano incontro. Si girò di scatto, si fece spazio tra la gente e mi ringraziò, lui, perché “si era divertito moltissimo”. Era così, furbo o sincero,  marpione o cristallino che fosse. Ed io non seppi mai come ringraziarlo, perché da quel giorno ebbi molte richieste per avere il medesimo spazio in quella trasmissione dal vivo. Bella e fortunata, tra l’altro.

Ammetto di non aver mai amato il Dalla che tutti conoscono di più; il “mio” Lucio era più quello de “Il cielo” della “Casa in riva al mare”, quello del testo “vero” di “4 marzo 1943”. Il “mio” Dalla era quello che mi aveva parlato di Jazz che amava e quando gli avevo nominato io un paio di cose che non conosceva se le era appuntate e sono certo le avrebbe ascoltate. Era un artista libero, aperto, curioso, non mi importa davvero se paraculo, nel senso buono del termine. Poi non ci incontrammo più per anni, dopo parecchie piccole avventure come quella, splendida e su cui rido ancora, del famoso clip “nero” che fece ingoiare a un ingenuo Red Ronnie. La ricordo velocemente. Ospite al Roxy Bar e privo del clip per “Henna”, convinse Red a spegnere le luci in studio e a lasciar passare la musica per quattro, interminabili, minuti. Una follia televisiva, un delirio, un caso clinico per un qualsiasi televisivo che l’avesse messa in onda : un buco nero di quattro minuti che Red/Gabriele accettò e che Lucio volle far diventare un clip…e che lo divenne. Il primo ed unico clip nero a zero lire della storia del pop italiano. Lucio aveva fatto suicidare in diretta la televisione e molti televisivi avevano pure battuto le mani. Grande! E così fu che non ci vedemmo più, i casi della vita, per diversi anni. E quando ci incrociammo di nuovo ed io, imbarazzato, mi avvicinai per salutarlo e iniziai a ricordargli chi fossi e quel che avevamo fatto insieme….”Ma che stai a di’?  – Mi interruppe – Mi hai preso per un vecchio rincoglionito, Giancarlo?” e mi abbracciò. Era fatto così e mi piaceva. Così come mi sarebbe piaciuto portargli quella cosa che ho dentro questa scatola di latta con memoria e che sono sicuro avrebbe letto con interesse. E magari l’avrebbe anche fatta, chiedendomi una quindicina di giorni per prepararsi.

“Il Cielo. La Terra finisce e là comincia il cielo.”

Giancarlo Trombetti

INTERSTELLAR PINK FLOYD di Paolo Barone

27 Feb


A Parigi e’ bello muoversi a piedi, le distanze non sono mai eccessive e la metro’ ti accompagna ovunque. Nonostante abbia passato parecchio tempo in questa citta’, non ho mai sentito la necessita’ di avere una macchina a disposizione. E quando l’ho avuta e’ stata un impiccio in piu’ e nessun vantaggio.

Una passeggiata particolarmente bella e poco battuta da invasivi turisti, e’ lungo il canale St. Martin. Seguendolo nel suo dolce percorso verso la periferia, si arriva nella zona della Villette. Uno spazio culturale con mostre, cinema imax, auditorium e musei interattivi. Insomma, una di quelle cose che i francesi sanno fare, e ancora meglio funzionare. Anni fa, arrivato di fronte all’ingresso della Cite’ de la musique, ho visto due grandi manichini e un gigantesco maiale gonfiabile.

Era la mostra Interstellar PinkFloyd.

Avevo gia’ avuto modo di visitare l’esposizione dedicata a Hendrix, realizzata un anno prima, e la cosa mi era piaciuta molto. Adesso toccava ai Pink Floyd. L’allestimento era stato curato personalmente da Storm Thorgerson, responsabile della Hipgnosys, agenzia grafica che aveva realizzato tutte le copertine degli album della band ( e di molti altri ). Storm non era solo il grafico di riferimento, ma anche un amico personale del gruppo sin dai primissimi tempi, quando ancora vagavano alla ricerca di un nome e di un sound. Proprio alla vigilia dell’inaugurazione della mostra, era stato colpito da un grave malore, il che in qualche modo dava al tutto un impronta drammatica ed emotiva.

Come se la storia di questa band non ne avesse gia’ abbastanza.

Era un pomeriggio di ottobre, praticamente nessun visitatore nei lunghi corridoi e nei grandi spazi della citta’ della musica. Un atmosfera sospesa, indimenticabile.

La mostra era strutturata come un lungo tunnel temporale, dal ’67 al presente. Il viaggio iniziava con il filmato 14 Hours technicolor Dream, happening psichedelico ripreso in bianco e nero. Che strana questa cosa dei filmati non professionali degli anni sessanta. Ci restituiscono un periodo di sfavillanti colori e caleidoscopiche visioni, in una visione bianco e nero un po’ inquietante, un po’ misteriosa, che amplifica la distanza temporale. Nel filmato apparivano un po’ tutti, dai giovanissimi Floyd a Lennon e Donovan mischiati tranquillamente al resto del pubblico.

La prima sezione della mostra era dedicata ovviamente al periodo del pifferaio alle porte dell’ aurora, the Piper at the Gates of Down, così come al bizzarro Arnold Layne e alla stralunata Emily. Le creature del genio Syd Barrett prima dell’implosione. Foto, locandine, memorabilia varia, vestiti sgargianti e uno schermo gigante con il video di Arnold Layne, ancora una volta in bianco e nero. Al tempo della mostra (2003) non era arrivato youtube nelle nostre vite, e vedere video dei primi Pink Floyd faceva un certo effetto.

Cosi come vedere esposto un libro di favole appartenuto a Barrett con le sue note scritte a bordo pagina. A dire il vero mi colpiva qualsiasi prova tangibile della reale esistenza di Syd, il cappellaio matto. Uno dei grandi misteri del rock, un bellissimo ragazzo dagli occhi fiammeggianti che in pochi mesi aveva creato i Pink Floyd, rivoluzionato la musica inglese, impresso una direzione alla band per gli anni a venire e poi…era andato a casa. Per sempre. Certo, era anche riemerso giusto il tempo di registrare due strani album e di fare una visita agli studi di Abbey Road, ma per il resto della sua vita, Barrett si era ritirato in privato. Quest’uomo che aveva suonato la chitarra  elettrica come nessuno prima di lui… La sacra trinita’ inglese, Hendrix, persino Morrison e Reed nei Velvet, tutti portavano chiara e lampante la loro matrice blues/r’n’r’. Lui no. Syd era andato a prendere quei suoni direttamente nel dominio astronomico. E mentre io guardavo la mostra, se ne stava probabilmente da solo a casa a dipingere quadri ed ascoltare musica classica. O a prendersi cura del giardino.

Fra stazioni d’ascolto e meraviglie ottiche, si arrivava alla Saucerful of Secrets per poi passare ad immagini di More, la Mucca atomica e i giochi di specchi di Ummagumma. La seconda fase della storia della band si fermava davanti alla batteria di Mason, quella usata nel live a Pompei. Faceva effetto ritrovarsela davanti, proprio lei, che avevo visto tante volte nel film e nelle fotografie dell’epoca. Che periodo avventuroso per la musica dei Pink Floyd quello che dal primo album arriva nei meandri di Meddle. Un viaggio alla scoperta di mondi sonori inesplorati, mai mappati dai naviganti del rock. Peccato che questa nuova recente ondata di ristampe non ci abbia regalato niente di quella fase storica, ma abbia preferito gli incassi sicuri degli arcinoti Dark Side & Wish You. Che ci vuoi fare, il mercato in questi tempi oscuri e’ tutto.

Il percorso della mostra continuava fra foto inedite, Fender, Farfisa, sintetizzatori e gong, attraversando il lato oscuro della luna, e la famosissima grafica della piramide. Da questo momento in poi la musica dei Pink Floyd diventava patrimonio dell’umanita’, usciva definitivamente dai confini dell’underground per entrare negli sterei di mezzo mondo. E, cosa alquanto rara, restando molto, ma molto, bella. La stanza succesiva riguardava Wish You Were Here, il disco dell’assenza. Assenza di creativita’, ancora presente in quelle registrazioni, ma in via di esaurimento. Assenza di relazioni, la band si andava sfaldando, cosi come il rapporto con i fans. Assenza di Barrett, quasi definitivamente finito lo sfruttamento del suo filone creativo da parte degli ex compagni, la sua mancanza si sentiva piu’ pesante che mai. Aggravata dai sensi di colpa mai sopiti, e dalla visita di Syd agli studi di Abbey Road durante i lavori di Wish.

(Wright e Gilmour in studio per WYWH)

La mostra rendeva la cosa molto evidente, tutta la sezione era sovrastata da una foto di Barrett appesa al soffitto. Un effetto molto potente, ascoltavi Shine, Have a cigar, guardavi la grafica originale dell’album e quant’altro, e Syd ti osservava dall’alto, enorme e silenzioso, in una splendida foto di Mick Rock.

E pensare che la band aveva personalmente visionato ed approvato l’allestimento di Thorgerson. Ancora una volta, dopo tutti questi anni, Syd Barrett era la rockstar del gruppo. Roba da finire in analisi per il resto dei tuoi giorni. O scrivere un disco come The Wall, summa delle paranoie di Waters. Poprock di classe, questo si, e grande spettacolo dal vivo, ma dai Pink Floyd ci si aspettava e ci si aspetta di piu. Costumi di scena, mixer colossali, pupazzi, maschere, questa la sezione dedicata al muro. Il resto, per me, era privo di interesse. Ricordo dei letti, due grandi volti stilizzati, uomini lampadina, insomma i Floyd del dopo Waters. Un bel contenitore, cosi bello che si puo’ anche mettere a Venezia in mondovisione, ma terribilmente innocuo e vuoto.

Finiva cosi’, con una velata sensazione di tristezza, la mostra a Parigi sui Pink Floyd.

All’epoca Syd e Wright erano ancora vivi, Mason non aveva scritto le sue memorie e la riunione con Waters sul palco del live 8 era inimmaginabile.

Ma come mi e’ venuta fuori quest’ondata di ricordi, cosa mi ha spinto a scrivere queste piccole riflessioni dopo tanti anni. E’ che io, ciclicamente, vengo preso dal vortice Barrett/Pink Floyd. E così, per giorni, e’ tutto un via vai monotematico di vinili e cd. Basta un niente, qualcosa detta da un amico, una vecchia rivista che salta fuori dalla libreria, un ascolto casuale, qualsiasi cosa puo’ diventare la scintilla per la mia ennesima momentanea fissazione.

Mi sono cosi ritrovato fra le mani Echoes, la raccolta in cd uscita anni fa. La comprai a Parigi subito dopo la mostra perche’ era tanta la voglia di ascoltarli e non avevo nulla con me. Uno dei pochissimi cd che ho dei Pink Floyd. Non so bene perche’, ma loro piu’ di ogni altro mi piace ascoltarli in vinile originale, scricchiolii compresi, alla faccia delle super rimasterizzazioni iperdigitali. Fatto sta che mi rigiravo Echoes tra le mani e notavo, dopo anni che non lo guardavo nemmeno, la scaletta dei brani. Si apre con Astronomy Domine e si finisce con Bike.

Prima ed ultima canzone del primo LP. Ci metto la mano sul fuoco, non una decisione della casa discografica, sicuramente una scelta di Gilmour e compagni. E allora mi viene una riflessione. In un certo senso e’ come se avessero inciso sempre lo stesso disco, un lungo lavoro sullo stesso tema. Piu’ ci penso, piu’ la cosa mi convince. The Piper At The Gates Of Down e’ un esplosione assoluta di creativita’, genio e sregolatezza, fantasia al potere e bellezza. L’idea di Barrett era di esplorare, sperimentare suoni, musiche e stili di vita. Senza dimenticare pero’ la forma canzone, senza perdersi nelle infinite nebulose sonore fine a se stesse. Ci riuscì, ci riuscirono i Pink Floyd con lui? Secondo me sì, anche se il risultato era grezza materia incandescente, un sogno bellissimo che stava stretto nella realta’ del risveglio. Roba di difficile diffusione, musica non addomesticabile, nonostante gli sforzi profusi da Norman Smith, bravo produttore della EMI.

Allora, forse, una volta perso il genio di Syd, il resto della band si rimbocco’ le maniche e cerco’ di venire a capo di tutto. Album dopo album, pezzo dopo pezzo, Waters & Co. cercarono di ripetere l’esperimento. E fra Saucerful, More, Ummagumma e Atom provando e riprovando, tirarono fuori delle cose indimenticabili. Ma ancora non erano quella cosa lì, troppo sperimentali, la forma canzone si era persa o la si relegava ai momenti acustici.  Riprovarono con Meddle…Fuochino. Dark Side…Centro.

L’idea originale di Barrett aveva trovato la forma perfetta. Sperimentazione, canzoni, suoni e luci, il tutto in un formato finalmente accessibile a tutti. La quadratura del cerchio, un vero trionfo. O quasi. Perche’ non tutto era andato liscio, in questo momento di grande successo. Qualcosa era fuori posto nel gruppo.

Strada facendo si era persa la freschezza, l’entusiasmo,la gioia. Tanto risultano cupi e introspettivi i testi dei Floyd da Dark Side in poi, quanto erano ingenui, esplosivi e fatati quelli di Piper. Un cambio di atmosfera totale, irrecuperabile.

Che tornera’ via via piu’ pesante negli anni successivi. Esaurita la spinta creativa del primo periodo, David, Roger, Rick e Nick dovranno convivere con i sensi di colpa legati all’allontanamento del fondatore del gruppo, e non dimetichiamolo, amico dai tempi dell’infanzia. Nonche’ con i destabilizzanti ricordi del suo veloce disfacimento psichico. Un fardello difficile da portarsi appresso,che fara‘ sgretolare  i Pink Floyd, sino alle estreme conseguenze di The Wall. La band finita a suonare dietro un muro, davanti a migliaia di persone. Quando relativamente pochi anni prima, ai tempi di Syd, fra pubblico e artisti regnava la totale interscambiabilita’ dei ruoli, in una felice anarchia creativa.

Roger Waters piu’ di tutti risentira’ di queste dinamiche malate e la band, di fatto, finira’ il suo cammino proprio fra i mattoni dei faraonici allestimenti del tour The Wall.

Ma poi, dopo anni di tristissime guerre legali, solo per una volta, si ritrovarono sul palco.

La reunion del 2005. Per la prima volta in tutti quegli anni, finalmente Waters prese il coraggio a due mani e ringrazio’ Syd Barrett, in mondovisione. Fu un momento toccante, l’emozione era palpabile mentre suonavano i classici live. Milioni di persone in ascolto con le lacrime agli occhi. Erano in tanti ad aspettare questo evento.

Ma non lui, non Syd. Almeno non apparentemente, perche’ le nostre categorie mentali non funzionano e non hanno mai funzionato con il cappellaio matto di Cambridge.

La sorella racconta in un intervista di averlo informato della riunione e del collegamento televisivo. Ma lui non aveva mostrato alcun interesse, si era limitato a sorridere e a ricordarle che non possedeva la TV da anni ormai. Era tornato come se niente fosse alle sue faccende quotidiane, pero’, andando a comprare qualcosa nel negozio di quartiere, disse hai presenti, o almeno cosi’ hanno riferito: “ Hey, la mia band suona in televisione oggi pomeriggio…” Secondo me avevi proprio ragione a ritenerla ancora e per sempre la tua band, Crazy Diamond.

Oggi Barrett se n’e’ andato, dopo un esistenza schiva e misteriosa dedicata in gran parte alla pittura. Wright purtroppo anche, e spero con ritrovata serenita’. Nick, Roger e Dave sembra siano in buoni rapporti, hanno anche suonato ancora insieme, ma ovviamente ogni proggetto di reunion e’ stato sospeso. A noi resta un patrimonio culturale ed artistico fra i piu’ ricchi del nostro tempo.  Si parte con Astronomy Domine, si viaggia nei mondi sonori di tanti fantastici album, e si finisce con Bike.

Paolo Barone (C) 2012

La PICCA’s GUIDE alle grandi canzoni in ordine sparso – MY LOVE – Wings 1973

9 Feb

Durante una puntata del Rischiatutto, sarà stato il ’73 o il ’74, Mike smolla una domanda con filmato riguardante Paul McCartney. Il sottoscrittino bimbo novenne, seduto davanti alla tele con mamy e papy, è ipnotizzato dalle immagini di Macca (allora nessuno lo chiamava Macca, io invece ero già Picca) che sfagiola una versione ancora caldissima di My Love tratta da uno special TV intitolato James Paul McCartney Tv Special (che fantasia). Il qui presente di allora, il quale  non ha piena coscienza di chi e cosa sono stati i Beatles, ascolta la canzone con interesse: da tempo si sta appassionando a brani musicali che non trattino di Toreri Camomilli o Peppine che fanno il caffè. Improvvisamente, durante l’assolo (bellissimo) di chitarra di Henry McCullogh, la mamma salta su e  dice ‘Che bella canzone! Peccato che Paul (lo chiama Paul, come se lo conoscesse) sia diventato così vecchio. Ti ricordi com’era bellino coi Beatles?’. Mio padre annuisce.

McCartney nel ’73 ha 31 anni.

Mia madre 32.

Il commento si conficca, chissà perché, nella mia cabèza, apre una piccola falla attraverso la quale, da quel momento in poi, comincerà ad entrare musica in modo ossessivo.

Nel giro di un paio di settimane sarà totale beatlemania, l’inizio un viaggio a ritroso alle sorgenti di quella nuova passione totalizzante e bellissima.

Mi chiedo se ci sia, nell’ambito della letteratura scientifica ramo psichiatria, qualcuno che abbia teorizzato una sorta di ‘complesso freudiano’ che colpì coloro i quali cominciarono a sviluppare una ‘coscienza pop rock’ subito dopo lo scioglimento dei Beatles. Una specie di ‘shock inconscio da abbandono’ seguito da eterna, invincibile malinconia e reiterati tentativi di ritorno spazio-temporale a quell’età dell’oro.

 

Parole, ricerca fotografica e video di Stefano Piccagliani – (C) 2012

IL MORTO RICONOSCENTE: i Grateful Dead secondo Giancarlo Trombetti

6 Feb

Ricordo perfettamente che una delle frasi ricorrenti che mi venivano urlate da ragazzo quando mi beccavano con lo stereo troppo alto era: “Vedrai che quando maturerai un gusto più raffinato, certe cose le lascerai da parte!”. Solitamente non rispondevo neppure ed alzavo ancor di più il volume del mio impianto. Ascoltavo di tutto, ma non posso evitare oggi di ammettere che tutto quel che avesse un basso ed una batteria ben presente e si accoppiasse con un almeno un assolo di chitarra stesse rigorosamente in vetta alle mie preferenze.

Compravo alternativamente – e meno male! – west coast music e rock anglosassone, blues, progressivo e heavy rock, Krautrock ed elettronica ma molte cose, pur apprezzandole, proprio non riuscivo a farle salire nella classifica delle preferenze assolute. I primi cedimenti alle mie rocciose certezze arrivarono con la scoperta delle Mothers of Invention e con l’accettazione attiva che in un solo brano potessero convivere più strumenti oltre a basso/chitarra/batteria e più di un tempo piuttosto che il medesimo dall’inizio alla fine del pezzo.

(Mothers of Invention)

Ricordo che iniziai ad apprezzare i fiati ed a gustare persino il violino, strumento inizialmente guardato con sospetto. Mi resi conto che un mondo intero esisteva oltre ad un assolo di chitarra e compresi, finalmente, che George Martin era stato un genio tanto quanto Lennon e McCartney. Mi ricordo che nel corso di questa nuova, progressiva, apertura mentale iniziai ad apprezzare veramente molte cose che in precedenza sentivo ma non ascoltavo con la dovuta attenzione. E l’andare a riprendere dischi profumatamente pagati e ascoltati pochissimo divenne come scoprire nuove gemme nei filoni di sezioni di una miniera raramente frequentata.

Ricordo anche che la maggior parte dei gruppi californiani, di San Francisco, mi stava molto a cuore ma ho ben in mente che preferivo di gran lunga i Quicksilver di “Happy Trails” o il secondo disco di “Four Way Street” al primo, gli Hot Tuna ai Jefferson Airplane e tutti loro alle tiritere acustiche di tanti gruppi che avevo giudicato troppo forniti di chitarre prive di spinotti di collegamento agli amplificatori. Molte cose mi parevano piacevoli passatempi per giovani tranquilli più che musica rock e non comprendevo allora quanto il mio giudizio fosse superficiale. Diciamo che amavo, ma non riuscivo a godermi fino in fondo certi manicaretti che tenevo inconsciamente nelle mie teche. Poi mi accadde di incontrare un chitarrista californiano, nel bel mezzo della sbornia di “nuovo heavy metal” inglese. Gli Iron Maiden erano di là da venire ed io me ne stavo a Londra e zompavo da un club all’altro a veder nascere i gruppi che molti metallari vivono oggi come io avevo vissuto i Led Zeppelin quando mi fu proposto di parlare con Bob Weir.

(Bob Weir dei Grateful Dead)

In fondo Bob rappresentava una fetta di storia ed era un’occasione unica parlargli, sicuramente da non perdere. Mi aspettavo uno zombie mezzo cotto dagli acidi, uno che mi avrebbe parlato sbavando le parole ed ero pronto a strappargliele di bocca; in tasca una trentina di domande. Ero preparatissimo. Poi, quando mi ritrovai davanti un gentiluomo vestito casual, un cortese signore lucidissimo, con molto da raccontare e tanto da voler spiegare a un ragazzino presuntuoso, ne rimasi colpito ed affascinato. Bob non si spese più di tanto per promuovere il suo disco solista, ma – capito che io sapessi del movimento dentro il quale era cresciuto poco meno che di ingegneria nucleare – si mise serenamente a descrivermi la nascita, la crescita ed il mutamento di quel movimento che io avevo incautamente definito “hippy”. E così me ne stetti lì, tranquillo, ad ascoltare la lezione del Professor Weir che mi raccontava come e perché non era mai esistita competizione tra i gruppi di San Francisco, l’immensa differenza con tutti quelli che venivano da Los Angeles, la ricerca delle radici musicali, i mille esempi, la nascita e la crescita della grafica, le infiltrazioni psichedeliche, Bill Graham e i suoi teatri, l’uso delle droghe, la realtà delle comuni, la violenza, Manson e la strage di Bel Air, la forza immensa che aveva avuto nella società statunitense l’arrivo del rock dall’Inghilterra e la lezione che lì se ne era tratta, la scomparsa del razzismo, l’amore, l’importanza di Dylan…..ricordo che per quasi due ore nessuno ebbe il coraggio di dire al chitarrista dei Grateful Dead che c’erano altre persone che volevano parlare con lui. Ma ricordo che alcuni personaggi che individuai come soggetti della Arista, la sua casa discografica, si misero a sedere nelle poltrone bianche che c’erano tra noi e iniziarono ad ascoltare affascinati. Alla fine, mi fu consegnato un pass senza scadenza perché così aveva voluto lui, con la richiesta di essere presente “ovunque e in qualsiasi momento” ai suoi concerti. E mentre mi accompagnavano verso una saletta di “decongestione” dove mangiare e bere qualcosa, venni più volte ringraziato “…per essere stato meraviglioso!”. Nessuno aveva mai sentito Bob raccontare tutte quelle storie del passato, tutte insieme e in quel modo. Ed io non avevo fatto altro che far trapelare che fino a quel giorno non ne avevo capito un beneamato cazzo. Che mi ero fidato delle stronzate che avevo letto fino a quel momento sui giornaletti che tanti ricordano ancora con nostalgia. Così me ne tornai fremente a casa dove nel mio minuscolo impianto londinese infilavo cassette di ogni genere ed avevo collegato un piatto di recupero per ascoltare i dischi che dovevo almeno aver sentito una volta prima di far finta di conoscerli bene.

(Grateful Dead al Rockpalast nel 1981)

Ma non avevo proprio niente di suo da riascoltare, di quei Grateful Dead che adesso mi bruciavano dentro. Così mi accontentai di attendere la fine di settembre, quando me ne sarei tornato a casa, quella vera. Non avrei mai immaginato che avrei visto i Dead calare eccezionalmente in Europa e sconvolgere il Rockpalast nel freddo di una fine di marzo. Tornato nella mia caverna toscana, svolsi i compitini a casa: sbobinai un bel po’ di interviste, le consegnai quasi in tempo a chi le aspettava e girai al Mucchio quella di Bob anche se con molto ritardo. In fondo, il suo disco non sarebbe uscito che quasi un anno dopo! Poi tirai fuori dalla libreria l’intera collezione dei dischi del Morto Riconoscente, non potendo fare a meno di ricordare che, persino nella traduzione del nome, il mitico Ciao 2001 l’aveva fatta fuori dal vaso: il Morto pieno di grazia, l’avevano chiamato…e mi ricordo che dai quei giorni di immersione totale ne venni fuori mutato, in meglio.

Non so se anche voi avete i vostri momenti di “in-questo-periodo-ascolto-solo-quello”. A me succede spesso. Sì, certamente non con i Dogs D’Amour o con gli Incubus, ma ci sono momenti della mia vita in cui mi sembra che solo quel gruppo e quel suono siano adatti a circondarmi in auto, in casa, mentre lavoro al computer o leggo. A proteggermi dalla vita. E quei periodi possono durare una settimana come un mese e quando ne esco fuori è come se avessi filtrato, decodificato e assunto dosi massicce di una medicina che ha cambiato, temporaneamente, il mio Dna uditivo. Quando mi accade con Zappa, ogni cosa diventa banale, scontata, già sentita, puerile, tanto incredibili sono le sue composizioni. Quando è Jimi ogni chitarra mi pare che tenti inutilmente di farne rivivere le sonorità, che tenti di scarnificare il blues come solo lui sapeva fare…ogni musicista produce un diverso effetto sul mio organismo. Da una trentacinquina d’anni, le mie immersioni periodiche con il mio Morto Riconoscente – a proposito: ma non vi pare un nome meraviglioso? Delirante e affascinante al tempo stesso? – mi riconciliano con decine di generi musicali diversi ed ogni volta ne emergo felice di aver imparato ad apprezzare qualcosa di nuovo che mi era sfuggito.

Per molti i Grateful Dead sono il gruppo di fricchettoni tossici che fanno pezzi da quaranta minuti, spesso così contorti da diventare inudibili. Niente di più lontano dalla realtà. I Dead sono una fantastica macchina che viaggia nel tempo attraverso i generi riuscendo a smontarne e rimontarne gli ingredienti essenziali donando loro un aspetto, dunque un suono, assolutamente unico e personale. Nello zoo musicale della San Francisco della seconda metà dei sessanta, in quell’immenso calderone di culture e di tendenze dove qualsiasi cosa poteva accadere in qualsiasi momento, dove qualsiasi minimo battere d’ali di farfalla portava a grandiosi mutamenti, dove creatività, sperimentazione e libertà assoluta dagli schemi erano le parole d’ordine, i Grateful Dead seppero individuare un inesauribile filone tutto e solamente loro. In primo luogo sgombriamo il campo dai dubbi di traduzione: la leggenda popolare del Morto Riconoscente è abbastanza diffusa nella tradizione anglosassone. In estrema sintesi la storia narra che un viandante incontrasse, a seconda delle situazioni, un cadavere non sepolto; provveduto alla sua inumazione per pietà, veniva in seguito ripagato dall’anima del morto che gli si rivelava sotto forma di sortilegio o di animali che ne salvavanola vita. Il gruppo di Jerry Garcia parve non aver scelto a caso il nome da questo racconto popolare, dato che il rispetto per il blues, le radici country e per tutte le melodie tradizionali che vennero fisicamente tradotte e tramandate dalla madrepatria Inghilterra dai primi coloni della Terra Promessa ripagarono, in qualche modo, i musicisti, preservando loro una nicchia artistica assolutamente unica.

I Dead nascono come un gruppo di blues non convenzionale filtrato dagli esperimenti rock abbondantemente bagnati dai test a base di droghe psicoattive promossi da Ken Kesey. Se la definizione di “rock psichedelico” debba avere per forza un punto di partenza questo non potrà che avere origine da loro. L’intera scena era un unico calderone di musica sperimentale, di libertà di approccio e di assoluta mancanza di schemi logici ma con i Dead l’incredibile riusciva a prendere forma e materializzarsi davanti agli occhi: una banda di giovani non-fuorilegge (quel genere di droghe, all’epoca erano assolutamente ed incredibilmente lecite in America) condizionati dalle esibizioni tenute in uno stato di semi-intorpidimento del pensiero erano in grado di seguire con assoluta lucidità le lezioni di bluesmen minori e di cantilene tradizionali restituendone una miscela mai udita. Al loro esordio, le canzoni di Jesse Fuller, un ignoto one man band che vagava per le strade di Frisco, di Walter Jacobs, di Noah Lewis, di Willie Dixon, Tim Rose o Sonny Boy Williamson si mescolavano con i primi grezzi vagiti dei loro prodotti.

Lo splendore di quel periodo, così come lo ricordo narrato da Weir, era che ognuno aveva la possibilità di fare la sua musica, di interpretare chiunque, comunque lo desiderasse e in qualsiasi luogo; i concerti erano per gran parte gratuiti ed eseguiti nel bel mezzo delle strade di un quartiere divenuto l’altare del nuovo rock californiano, all’incrocio trala Haight Street e l’Ashbury. La meraviglia stava nel fatto che decine di direttori artistici delle più famose case discografiche passavano le loro giornate ad ascoltare nei garage, nelle strade e nelle prime nascenti sale da concerto centinaia di gruppi emergenti, mettendole sotto contratto e diventando pazzi nella vana speranza che lo spirito di San Francisco, quello della collaborazione totale, permettesse loro di mantenerne il filo conduttore dei diritti d’autore. Ovviamente cosa impossibile da ottenere. I Grateful Dead erano permanentemente ospiti in studio e sul palco di altri gruppi come  Jefferson Airplane , Quicksilver Messenger Service,  Moby Grape, C.S.N & Y, Santana, It’s a Beautiful Day, Country Joe & The Fish, Big Brother, Steve Miller…e mille altri. Andare oggi a leggere le note di copertina di ognuno di quei dischi dell’era d’oro del rock significa ritrovarli tutti; provate a immaginare cosa avrebbe potuto significare essere lì, presenti, a quegli happening. Chiunque ne sarebbe stato inevitabilmente coinvolto. Provate a chiederlo ai fratelli Allman…

(Haight & Ashbury: il centro della controcultura nella San Francisco degli anni sessanta)

Già dal secondo disco il materiale originale era così straboccante da non vedere neppure una sola cover presente, anche se parlare di cover, nell’intera carriera di Garcia e soci sarebbe riduttivo: come già detto la conoscenza di alcune matrici era già di per sé stupefacente ma il trattamento riservatogli del tutto inatteso. Nel 1968 i Dead avevano non solo già gettato le basi ma ampiamente esplorato il terreno che avrebbe dato luogo alle jam bands a venire; nel concetto di jam era necessario dare per scontato che i brani si sarebbero dilatati, le improvvisazioni avrebbero debordato, i fili logici, apparentemente, perso consistenza. Ma era solo apparenza: tutto, nonostante tutto, era in pieno controllo. Le due batterie prendevano diversi tempi, seguendo il basso libero e prominente di Phil Lesh, jazzato in pieno “stile Charlie Mingus”, le due chitarre stendevano un tappeto sonoro continuo, armonico e conduttore, sostenuto dalle tastiere; le due voci di Garcia e Weir sceglievano con cura i brani a loro più adatti.

Con “AoxomoxoA”, un nome palindromo creato da Rick Griffin uno dei più famosi e talentuosi artisti psichedelici e fumettista dell’epoca, la vetta del rock acido era raggiunta; i Dead su quel disco proponevano eccezionale musica aiutati dai testi di Robert Hunter, visionario e poeta.  La vetta più alta del rock psichedelico proveniente da San Francisco. Ma se “quei” Dead, quel suono, non risultasse “la vostra tazza di tè”, nessun problema. Come solo tutti i grandi gruppi hanno saputo fare nelle loro vicende artistiche, il rinnovamento ed il cambiamento erano alle porte, e nel caso dei Garcia e soci, i ritmi del cambiamento furono sostanzialmente dettati dal fato che gli strappò via, uno ad uno, tutti i tastieristi segnando con la differente mano il differente colore delle loro composizioni. Fu difatti con la malattia, prima e la morte in seguito di Ron McKernan che l’elemento country e bluegrass ebbe il sopravvento sui suoni acidi a favore di accenti più marcatamente acustici; Ron era fortemente dipendente da qualsiasi tipo di droghe e il suo apporto al gruppo divenne eccessivamente altalenante. Talvolta era l’armonicista Tom Constanten a prenderne il posto, talvolta si faceva a meno delle tastiere, le due chitarre coprivano a sufficienza le necessità. Ma fu con quei due album melodiosi e infinitamente belli  che la sterzata fu visibile a tutti.

I Grateful Dead erano sinonimo di esibizione dal vivo ed i dischi di studio erano poco più di necessità professionali; ma i dischi dal vivo non avrebbero comunque mai potuto rendere né l’atmosfera di avvenimento né avrebbero neppure mai avvicinare i tempi di esibizione del gruppo che, nei momenti di miglior salute poteva anche suonare per quattro o cinque ore consecutive con una sola pausa per bere, mangiare e sostituire gli strumenti. Ma fu il primo live, “Live/Dead”, a segnare il punto di svolta di quel cambiamento. E la sequenza dei due “Workingman’s dead” e “American Beauty” che lo seguirono a marcare un terreno allora solo parzialmente visitato. I due dischi, da considerarsi come un tutto unico potrebbero essere considerati “il Led Zeppelin III” di Garcia e Weir, con composizioni immortali, bellissime, liriche e melodiose, probabilmente dovute al rinnovato rapporto di amicizia con Crosby Stills e Nash che li spinse verso un suono più intimo, meno elettrico, con David Crosby a giocare con droghe e voce e a indurli a capire che anche cantato e cori potevano essere considerati uno strumento. “Da morto vorrei essere ricordato come il più grande cantante di armonie del mondo…dei miei gruppi non me ne frega niente!”  mi disse Crosby un paio di vite fa e dovette essere grosso modo questa la sua lezione consegnata agli amici. Il risultato furono pezzi immortali come “Uncle John’s band”, “Dire Wolf”, “Cumberland Blues”, “Casey Jones”, “Friend of the devil”, “Sugar magnolia”, “Candyman” “Ripple”…io ritengo in cuor mio, sinceramente, che un amante dell’acustico, della melodia e del blues non possa considerarsi completo senza portarsi dentro quelle linee musicali, senza conoscere quelle canzoni.

Oramai il gruppo era solo poco meno di un contenitore di emozioni, un luogo di sperimentazione progressiva, dove musicisti e autori di ogni genere venivano citati e intervenivano a portare le proprie esperienze intorno agli elementi essenziali. Tutti ruotavano intorno al tutto. Una sorta di approccio del tutto opposto a quello scelto da Zappa non lontano da quelle strade della California ma che basava l’utilizzo di musicisti selezionatissimi ma ai soli fini sperimentali del leader. I Grateful Dead erano una palestra dove Merl Saunders (un successivo amico e sodale di Garcia) veniva e indirizzava con le sue tastiere verso nuovi sentieri, dove David Grisman prendeva per mano Garcia e lo portava alle radici del bluegrass, dove Keith Godchaux e sua moglie Donna Jean facevano per le prime volte capolino prima del grande salto al di qua dell’oceano.

Quando nel 1972 i Grateful Dead approdavano in Europa per il primo, vero e lungo tour, il Trumpets era troppo giovane per permettersi di riuscire a convincere pur un padre permissivo come il suo. E ricordo che il tentativo del sedicenne avvenne comunque. Portai il mio babbo in camera mia e misi sul piatto Workingman’s Dead; poi gli chiesi se gli fosse piaciuto e al suo assenso – mio padre aveva un eccellente orecchio! – domandai se avrei mai potuto ottenere di andarmene in treno a Parigi all’Olympia a vedere quel gruppo. Ricordo perfettamente che l’ambigua risposta fu: “Vedremo”. Ma ricordo con assoluta certezza che io, quella sala da concerto, non la vidi mai. Peccato, perché mi persi il primo vero tour dei due Godchaux e l’ultimo di McKernan, con alcune delle esecuzioni più memorabili in assoluto dei Dead.  Un diciassettenne, tal Declan MacManus, invece, c’era e descrisse l’esibizione di Garcia, Weir, Kreutzmann, Lesh, Hart, Godchaux e McKernan come “una rivelazione”; una rivelazione che si stampò nella mente del ragazzo al punto che decise di chiamarsi Elvis Costello e iniziare a cantare, folgorato dal Morto Riconoscente.

(il tour europeo del 1972 dei GD)

Tutt’oggi sono convinto che chi non si commuova ascoltando la versione di quel tour di “Morning Dew” non possieda realmente un cuore ma un pezzo di legno non in grado di amare le due chitarre tese a snocciolare accordi delicatissimi e la voce di Garcia a duettare con le armonie di Weir e Donna Jean: nessun confronto con qualsiasi altra versione precedente! Ma quello che ha reso immortali nelle mie preferenze i deliri dei californiani è stata quell’attitudine imprevedibile a svoltare improvvisamente nel corso della linearità delle proprie esibizioni, imboccando ambienti musicali privi di mura o strutture vincolanti; luoghi dove l’unico scopo era esplorare quel nuovo territorio appena incontrato, incrociando senza regole predeterminate il jazz, la psichedelia, il folk, il blues. Un’avventura che si rinnovava ogni sera, priva di direzioni prestabilite e dove l’intero gruppo si avventurava, insieme o singolarmente. Tutti protesi verso l’inatteso, dove la forma originaria della canzone veniva abbandonata e mai ripresa per due volte nel medesimo modo. E deve essere questo che ha fatto nascere e proliferare una generazione di seguaci fermamente determinati a seguire ogni viaggio del gruppo, ogni concerto: i Dead Heads, quelli che registravano, incoraggiati, ogni spettacolo con il permesso della band e che hanno condotto alla moltiplicazione sistematica di tutti i concerti ufficialmente registrati che riempiono le discografie mai del tutto complete della band. Una consuetudine ripresa e rinnovata dalle jam bands che si incamminarono su quella strada, dagli Allman Brothers ai Government Mule, dai Cream ai Little Feat, fino ai Phish passando per cento altri.

Impossibile, però, non citare e ammirare il coraggio ed il lavoro di personaggi come Bill Graham che in quella musica e in quei gruppi credette fin dal primo momento basando il suo lavoro di promoter non solo sulla gestione delle sue sale da concerto, ma anche sulla selezione e scelta dei musicisti; senza personaggi carismatici, preparati e creativi come Graham molto non sarebbe mai nato, molto mai giunto ai nostri giorni.

(Bill Graham)

Ma il nostro Morto non si fermò in Europa e lasciando sviluppare le personalità individuali e smussando angoli vivi divenne un’immensa band dalla sconfinata professionalità e non a caso criticata da coloro che l’avrebbero sempre voluta vedere un insieme di tossici privi di controllo, legati a vita a quell’immagine di freaks perpetrata nei secoli. Le scorribande sonore nell’acustico si equilibrarono perfettamente con quelle imprevedibili nel rock elettrico e nel jazz con spettacoli che prevedevano un paio di ore delle due differenti anime del gruppo, nettamente separate seppur equamente importanti. All’abbandono dei due Godchaux seguì l’ingresso di Brent Midland alle tastiere, mentre la maledizione colpiva Keith a due soli mesi dall’uscita del nuovo disco con il sostituto, che moriva in un incidente stradale. Brent che sarebbe morto di overdose a sua volta, dieci anni dopo, sostituito da Vince Welnick proveniente dai Tubes e morto suicida in seguito a crisi depressiva nel 2006. Ma il cerchio si era già chiuso per sempre il 9 agosto del 1995 con l’inevitabile morte di Jerry Garcia, dovuta ufficialmente ad un attacco di cuore ma certamente indotta da una vita di eccessi e usi smodati di farmaci e droghe. Con la morte di Garcia, leader-non leader, comandante timido, personaggio troppo fiducioso nell’eterna robustezza del corpo umano, entrato e riuscito troppe volte da centri di riabilitazione per riuscire a vincere la sfida con se stesso, moriva anche l’essenza del gruppo. Ma i Dead degli anni ottanta e novanta hanno lasciato una traccia indelebile, nella musica americana. Se dovessi suggerire a chi non li ha mai avuti per le mani un punto guida da cui partire – centinaia sono oramai i dischi attribuibili al gruppo – direi di iniziare proprio dai due album semiacustici dei settanta e di centellinarsi i due spettacolari doppi  “Reckoning” e “Live Set” del 1981: messi insieme rappresentano quanto di più prossimo esista nel ricostruire un’esperienza dal vivo completa. Album imperdibili per un appassionato. Album ottimi per partire verso il proprio personale viaggio.

(Jerry Garcia)

Garcia, da solista, pubblicò una quantità immensa di album: da solo, con la band acustica, con quella elettrica. Con i New Riders of The Purple Sage, con band di Merl Saunders, con gli Old & in the Way una sorta di supergruppo bluegrass insieme a Grisman, Clements, Rowan, con il solo Grisman, con i Dead a fare da gruppo spalla di Bob Dylan. Bob Weir una dozzina di dischi: da solo, con i Kingfish, con Bobby and the Midnites, con i RatDog. Bill Kreutzmann ha suonato a lungo da solo ed è ospite in centinaia di album di prima fila. Mickey Hart, il batterista etnico del gruppo, ha seguito le orme del compare Bill. Robert Hunter ha potuto contare sugli amici per pubblicare una dozzina di album, niente male per uno scrittore e autore di testi! Phil Lesh è stato ed è ovunque, ma in seguito al trapianto completo di fegato è dal 1998 in prima fila per testimoniare la donazione di organi.  E se stasera vi venisse in mente di trascorrerla al buio, con il vostro cuore, il country, bluegrass, old-time music e un po’ di tradizionali gighe irlandesi, andate a scaricarvi “Shady Grove” di Garcia/Grisman. Con il disco vi scaricherete anche un virus psicologico difficilmente cancellabile. Il resto lo comprerete con calma.

Giancarlo “grazie della pazienza” Trombetti

Le Storie di Blues di Polbi:EDDIE KIRKLAND

30 Gen

Questa e’ una storia incredibile, di quelle che se le vedi nei film pensi che siano un po’ esagerate. Una storia lunga, fatta di strade secondarie e palcoscenici, di luci ombre e chilometri. Una storia di emozioni e passione, di illusioni e cadute.

Questa è una storia vera, una delle tante storie del Blues.

L’anno scorso, in una mattina di febbraio, mentre noi eravamo occupati a vivere le nostre vite, una Ford station wagon veniva investita da un pullman greyhound in Florida. Il conducente dell’auto stava tentando una rischiosa inversione di marcia, il bus non ha potuto fare altro che investire la macchina e trascinarla per molti metri in un caos di fumo e fischi di freni. Tutti illesi i passeggeri del bus, purtroppo gravemente ferito l’automobilista. Morira’ in ospedale a Tampa poche ore dopo.

E’ un anziano signore afroamericano, ha 88 anni, è sposato con nove figli. In macchina aveva pochi indumenti, una chitarra elettrica e un amplificatore. Il suo nome è Eddie Kirkland, ed era in tour negli States.

La notizia della sua morte arriva come una mazzata sul popolo del blues. Kirkland era uno degli ultimi bluesman originali, quelli che questa musica l’avevano praticamente inventata nel secolo scorso. Era, a modo suo, una leggenda.

Che fine che ha fatto Kirkland, che morte romantica. Sembra una sceneggiatura di un film, il vecchio bluesman in macchina da solo che attraversa gli Stati Uniti in tour. Ma questa non una fiction, questa e’ realta’, la straordinaria realta’ di quest’uomo, che per una vita intera ha trascorso dieci mesi all’anno in giro per il mondo a suonare blues.

Una vita straordinaria partita subito con il piede sull’accelleratore.

La madre di Eddie aveva solo 12 anni quando lo metteva al mondo in Jamaica. E ditemi voi quanti bluesman ci sono, nati in Jamaica. Ma ecco che la giostra della vita si mette in moto velocemente per il nostro, e madre e figlio (nessuna notizia del padre a quanto pare) si trasferiscono nel sud degli states a trovare lavoro. Che trovano, ovviamente, nelle piantagioni del Mississippi.

La ragazzina madre lavorava e per non lasciare il bambino da solo lo portava con se, lasciandolo all’ombra degli alberi alla fine dei filari. Qui Eddie Kirkland ascolta la sua prima musica, il canto dei lavoranti sara’ la sua ninna-nanna.

Non deve essere stato semplice vivere da piccolo in quelle circostanze, e un bluesman locale di nome Blind Blake lo prese in simpatia, trasmettendogli i rudimenti per suonare chitarra e armonica. Gli insegno’ anche, per come poteva, a cantare. A tirare fuori da gola e polmoni tutto quello che nell’anima non ci voleva piu’ stare.

Poi un giorno, quando aveva piu’ o meno 11 anni, arrivo’ un Medicine Show.

Noi queste cose le abbiamo viste nei film western, ma esistevano davvero. Giravano il paese con carri e tende, una specie di piccolo circo, vendendo intattenimento e improbabili medicinali, cose tipo olio di serpente e simili. Sugar Girls Medicine Show si chiamava, e il piccolo Eddie decise di nascondersi nel carro e partire con loro. Ci rimase un anno, cantando nel coro con Miss Diamond Tooth Mary. E qui non posso proprio fare a meno di pensare alle differenze abissali che ci sono fra il nostro mondo e quello di questa storia. Se un bambino scappa di casa, da noi, giustamente, si allarma mezzo mondo. Chiunque lo vede lo riporta in dietro immediatamente, non si discute. Lui invece rimane a cantare con il Medicine Show delle ragazze dolci per un anno. Roba da matti. Ma un bel gioco, spesso, dura poco, e la compagnia si scioglie lasciando Eddie in Indiana. Le cose in questa fase della sua vita si fanno un po’ fumose, non si capisce bene come o con chi, ma il ragazzo va a scuola e, ormai cresciuto, si arruola e parte per la seconda guerra mondiale. In qualche intervista nel corso della sua rocambolesca vita, Kirkland disse che le discriminazioni razziali trovate nell’esercito per lui furono veramente troppo, una cosa proprio inaccettabile. Fatto sta che prese a calci in culo un superiore e la sua vita militare fini’ senza gloria. Gira anche voce che in guerra si sia trovato a dover far fuori tre persone per salvarsi la pelle, e che si sia buscato un colpo di pistola di striscio alla testa. Qualcun altro fa risalire quest’episodio ad un periodo differente, ambientando tutta la cosa negli states mentre il nostro era in tour. Fatto sta che prima o poi questa avventura sembra proprio che sia veramente successa. Ma torniamo alla nostra storia.

A questo punto, lasciato l’esercito, Eddie si riunisce alla madre e vanno insieme a vivere a Detroit. Un lavoro alla Ford, catena di montaggio, di giorno e blues di notte nei locali di Hasting Street. Un destino comune a molti in quegli anni.

Vivere al sud voleva dire disoccupazione e fortissima discrimainazione razziale. Negli anni ’60 mentre noi eravamo gia’ tutti nati, non secoli fa, negli stati del sud vigeva un rigido regime razzista. I neri non potevano condividere autobus, locali pubblici e quant’altro con i bianchi. Erano trattati da animali, formalmente liberi ma praticamente schiavi. Andarsene a nord voleva dire emanciparsi da tutto questo. Ovvio che le anime piu’ inquiete, uomini di blues ed avventura furono i primi a levare le tende. Chicago e Detroit fra le mete piu’ ambite, divennero la culla del nuovo blues elettrico metropolitano.

Ed e’ in questo ambiente fatto di bar e locali notturni, poche luci e tante ombre, che Kirkland incontra John Lee Hooker. I due diventano amici e suonano insieme per un bel po’. Sembra che il giovane Eddie, pur non essendo un chitarrista di grande tecnica (o forse proprio per questo), fosse uno dei pochi se non l’unico in grado di supportare lo stile imprevedibile ed innovativo di Hooker. Si trovavano bene insieme, i due bluesmen. Possiamo solo immaginarli, a dormire in piedi alla Ford di giorno e ad infuocare le gelide notti di Detroit, sempre in ritardo, sempre un po’ scassati, mai perfetti ma al tempo stesso magici. Le registrazioni di quel periodo sono fra le cose piu’ emozionanti. Suoni rozzi, registrazioni spesso fatte in luoghi improvvisati, con mezzi limitatissimi. Ma quando le ascolti, a distanza di tanti anni, sono ancora cosi’ intense da far paura. Il blues, ancora non addomesticato dai bianchi, ti arriva dritto nell’anima. Senza filtro, duro e puro.

Registra cose anche per conto suo Kirkland, singoli, cover, materiali che piu’ o meno si raccoglieranno nel primo album “ It’s the blues man!”. Fra i vari pezzi un Democrat Blues, tanto per chiarire da che parte sta il nostro. Ma ogni registrazione e’ differente, cambiano i musicisti, le etichette, gli stili. Tutta roba amata oggi come allora dai veri seguaci del blues, ma mai baciata dal successo commerciale. Tanto che dopo aver suonato per tutti e con tutti nei suoi anni a Detroit, Eddie si trasforma in tour manager rimanendo in giro ininterrottamente per due anni con J.L. Hooker. Il quale, ormai famoso, lo lascia a Macon, Georgia, per andarsene in tour in Europa.

Un bel posto Macon Georgia in quegli anni. Un bel posto anche per Eddie Kirkland che trova subito pane per i suoi denti. Entrato in contatto con la vivacissima scena locale, diventa chitarrista e leader dellla band di Otis Redding. Registra, va in tour, compone, per i primi anni l’attivita’ musicale di Kirkland a Macon e’ frenetica. Pubblica anche dei singoli per conto proprio con il nome abbreviato in Eddie Kirk. Ma il successo vero, per lui, non arriva. I suoi amici sono diventati famosi, star mondiali, ma lui no. Ha dei figli, le spese aumentano, le prospettive non sono luminose. E alla fine, stanco di correre, molla. Getta la musica in un angolo, chiude a doppia mandata i suoi blues nel profondo dell’anima e si mette a fare il meccanico in un officina. In fondo, gli anni passati alla Ford serviranno pur a qualcosa.

Ma non dura. Qualcuno gli offre la possibilita’ di fare un altro disco, magari le cose stavolta possono andare meglio, chissa’. Lui accetta, l’album uscira’ con il titolo emblematico “ The Devil and other blues demons”. Le cose non cambiano, la sua musica non diventa famosa e i soldi veri non arrivano, ma Kirkland adesso sa che senza andare in giro a suonare lui proprio non ci sa stare.

Da meta’ anni settanta in poi collabora con molti proggetti, in particolar modo con i Fogath, band britannica trapiantata a NYC. E’ sul palco che Kirkland da’ il meglio di se’, alternando momenti di puro show, invasato in mille spettacolari acrobazie, ad altri invece piu’ intimi e toccanti. E ancora: si riunisce con Hooker, va in tour praticamente senza sosta, incide altri album, e’ ospite in dischi altrui, suona in grandi arene, festival, teatri, club e piccoli bar malandati. Canta e suonala chitarra Eddie Kirkland, che il dio del tuono e del rock and roll lo abbia in gloria, sempre e comunque, senza pretese, ovunque ci sia qualcuno che voglia condividere i suoi blues per una sera. E cosi’ passano gli anni, le notti e i chilometri. Alle volte si mette in testa un turbante, oppure una parrucca. Si presenta come “ Lo Swami del Blues” o anche “ Warrior of the Road”, “Blues Gypsie”, tanti nomi ma e’ sempre lui, in un vortice di anni e concerti. Da solo, autista, roadie e tour manager di se stesso. Sessanta, settanta, ottanta anni, non si ferma Eddie Kirkland. Non posso non pensare alle band che si fanno intervistare in alberghi cinquanta stelle e dicono “…i primi due anni andavamo in tour tutti e cinque nello stesso furgone, e’ stata dura man…”

Ci penso a queste cose, penso a Kirkland la sera tardi quando porto il mio cane in giro per le strade di Roma. Penso al suo coraggio, a quanto ce ne vuole a volte per essere coerenti con se stessi nella vita e al prezzo da pagare. Penso a come si sia sentito da solo on the road, come abbia fatto a trovare quest’equilibrio. E come spesso succede, guardiamo le vite degli altri e finiamo a riflettere sulle nostre, con tutto quello che ne consegue. Penso a tutte queste cose in queste notti umide di gennaio, mentre io e il vecchio Cook camminiamo lentamente verso casa, in questo inverno italiano di navi affondate e governi tecnici. Vorrei fare qualcosa di piu’, vorrei indagare piu’ a fondo, trovare qualche testimonianza di prima mano. Mando email, faccio telefonate negli States a notte fonda, tento fra amici e conoscenti. Finalmente arriva qualcosa. Un mio amico, Dan Kroha, mi racconta di quando Eddie Kirkland suono’ come supporto alla sua band, poco prima di morire. Mi dice che il vecchio bluesman arrivo’ da solo e ando’ direttamente sul palco. Niente backstage, niente convenevoli, niente drinks. Per lui esisteva solo il palco e la sua musica. Era come se suonasse solo per se stesso. Molto gentile, rimase sul palco da solo a suonare la sua chitarra in attesa del pubblico. Dan si avvicino’ e gli chiese in che accordatura stesse suonando, Eddie rispose che non aveva idea, era un qualcosa che aveva appena provato, ma era felice di condividerla con lui per come poteva, magari in una futura visita a Detroit. Poi fece il suo concerto, saluto’, sali’ in auto e parti’ per qualche altra data chissa’ dove. Il mio amico mi racconta che la macchina, Ford Bronco, era molto malandata, lo sportello del guidatore si teneva con l’elastico, e Kirkland ci dormiva dentro quando era on the road. Pensando al fatto che avesse ormai ben piu’ di ottanta anni, Dan non rimase sorpreso dalla notizia dell’incidente mortale. Decise pero’ di andare ad un memoriale, dove era presente gran parte della numerosissima famiglia del vecchio bluesman. Contente della sua presenza, le figlie gli dissero che Eddie passava tutto il tempo a suonare la sua chitarra, anche quando era in casa. E che coinvolgeva i nipoti in sgangherate session con chitarre, armonica e batteria.

Born to loose, live to win, recita il famoso detto rock and roll. Eddie Kirkland ha vissuto la vita a modo suo, sbattendosene di fama, soldi e onori. Ha preso il diavolo e tutti i demoni e li ha sconfitti. Non si e’ lasciato andare alla rassegnazione di una vita comoda e falsa. Non si e’ affogato in una bottiglia o in un mare di eroina, lui, a differenza di tanti altri. Non si e’ lasciato buttare giu’ dalla vita. Ha bruciato il libro delle regole, ha sovvertito i luoghi comuni. Con dignita’, con coerenza. E ora che la sua vita su questo pianeta e’ finita, possiamo dirlo: Eddie Kirkland ha vinto.

Parole e selezione video: Paolo Barone 2012

(Visual fotografico: Tim Tirelli)

SCRIVERE DI MUSICA di Giancarlo Trombetti

24 Gen

Considerazioni piuttosto forti queste di Giancarlo Trombetti. Noi del blog siamo molto più teneri con Ciao 2001 ad esempio, e non sposiamo la famosa tesi di Frank Zappa ““il giornalismo musicale è fatto da persone che non sanno scrivere che intervistano persone che non sanno parlare per persone che non sanno leggere”…mai stati d’accordo, ma  l’analisi viscerale di Trombetti vale la pena di essere letta. Eccola qui.

Ricordo perfettamente: sin da piccolo mi piaceva da pazzi leggere. La colpa è da attribuirsi sicuramente ai miei due genitori, entrambi profondamente legati alla scrittura e alla lettura per necessità di lavoro. Ricordo anche che a scuola – un oggetto che non ho mai imparato a stimare e di cui compresi il corretto approccio quando oramai ne ero fuori almeno da una ventina d’anni – ero un arrampicatore sugli specchi un po’ in tutte le materie tranne che in italiano. “Il ragazzo non si impegna, potrebbe fare di più – era la spiegazione standard che i miei ricevevano dai miei insegnanti – però in italiano va bene!”. La realtà è che i miei non ci cascavano mai e davano come giustificazione a quell’unico buon voto al fatto che per scrivere puttanate nei compiti in classe non c’era da sforzarsi a studiare: bastava la fantasia. E quella pareva non mancare. La verità è che loro mi avevano consapevolmente spinto a leggere tante di quelle cose che scrivere mi pareva il modo più logico per dimostrare di aver apprezzato almeno quello sforzo. Poi, ma è storia che mi sembra di aver già accennato, le mie estati insieme a due ragazzine mutarono il corso della mia vita cultural-musicale. Erano Anna, un’amica che ogni anno arrivava da Milano e che, nei suoi quattordici anni era una amante sfegatata dei primi Rolling Stones, e Barbara, mia cugina che, proveniente da Roma, nei suoi quattordici anni adorava i Beatles.

Le due erano inseparabili. Io, che da provincialotto attendevo il loro arrivo esattamente come spiegava un libro di Rolando Viani “A Viareggio aspettiamo l’estate”, vedevo in quegli arrivi estivi che a quei tempi duravano da giugno a settembre, l’occasione per….espandere la mia conoscenza. No, ero più giovane di entrambe e non c’era alcun genere di coinvolgimento sessuale; è solo che sentivo in quei due accenti del tutto diversi una ventata di freschezza, di comunicazione alternativa. A undici anni venivo strappato dal mio “Sono bugiarda” della Caselli – che per me ne era l’autrice originale, sapevo un pippa io dei Monkees e Neil Diamond! – e andavo a cadere su “Paint it Black” da una parte e “Eleanor Rigby” dall’altra. Loro ingaggiavano le loro lotte sulla prevalenza dei Beatles sugli Stones e viceversa ed io, bontà divina, mutavo i miei gusti in meglio. Se ci non ci fossero state quei lunghi pomeriggi di 45 giri infilati a ripetizione in un mangiadischi di bachelite rosa e tirati fuori da un improbabile contenitore psichedelico in bianco-nero io, probabilmente, adesso avrei l’intera collezione di album di Morandi e tutti i bootlegs dell’Equipe 84. Fu anche in quegli anni, estremamente formativi per il Giovane Trumpets, che imparai a conoscere l’esistenza di una stampa specializzata inglese che trattava esclusivamente di musica. Sempre loro tramite. Sfogliavo all’inizio quelle pagine provenienti dalle Grandi Città guardandone solo le figure e non afferrando una mazza, ma ricordo che ne rimanevo affascinato. Qualcuno scriveva di musica, di quella musica che mi piaceva tanto, dunque.

Così, con un piccolo balzo temporale in avanti, quando la musica divenne una mia fissazione, più che una passione, e mi resi conto che nei miei anni di teen ager c’era spazio solo per lo sport, i motorini, la pesca, la caccia e poco altro, decisi inconsapevolmente che se mai me ne fosse stata data l’opportunità avrei provato pure io a scarabocchiare qualcosa imbrattando un incolpevole foglio bianco. E questo accadde. Accadde dopo l’ubriacatura per le radio, nella seconda metà dei settanta, e dopo qualche timido tentativo su minuscole fanzine artigianali. La voglia irrefrenabile di scrivere, di riportare su un giornale la mia opinione su qualcosa che credevo di conoscere profondamente, prese forma verso la fine di quegli anni settanta; nel corso di tutti gli anni precedenti avevo organizzato una trama di conoscenze e amicizie che mi recuperavano decine di giornali e libri anglosassoni – nuovi, vecchi, trovati nei mercatini, comprati con gran sforzo nelle librerie o a due soldi su di una bancarella – che rappresentarono la mia fonte primaria di informazioni.

Perché anche se oggi è impossibile rendersene conto per un ragazzino, sono esistiti tempi in cui l’informazione o te la andavi a cercare tra mille difficoltà o semplicemente ne facevi a meno. Niente facilità di accesso alla stampa, niente internet, niente di niente. E comunque, nei periodi di magra, non potevi fare a meno di andarti a leggere anche quello che veniva scritto in Italia e qua da noi la stampa era sostanzialmente composta da “Ciao Amici”, “Giovani” e “Big”…poi “Ciao 2001” e “Qui giovani”, poi solo “Ciao 2001”.

Potremmo quindi dire che il capostipite dei settimanali musicali italiani, quello che ha attraversato gli anni sessanta, fino alla metà dei novanta e che dunque ha avuto la possibilità di influenzare i gusti e orientare le scelte musicali di un paio di generazioni sia stato proprio quest’ultimo. “Ciao 2001” andò in crisi quando il boom dell’editoria degli anni ottanta portò alla moltiplicazione dei prodotti in offerta, non seppe rinnovarsi e stare al passo con i tempi e quando l’editore scelse anch’esso di pubblicarne una quantità tale da sconcertare il potenziale acquirente. Ma bisogna essere onesti : la qualità media delle pubblicazioni italiane è sempre stata non solo scadente, ma troppo spesso proprio ai confini della realtà. In senso negativo. Si, ci sono state delle brillanti eccezioni di nicchia che non avrebbero mai potuto risollevare le sorti di un prodotto medio dai contenuti vergognosi. “Ciao 2001”, a dispetto della sua fan page su Facebook, a mio parere è stato un abominio di pareri sparati nel nulla da personaggi che, solo perché vedevano la propria firma in calce a un pezzo credevano di potersi permettere giudizi criminali. E se ricordo con affezione una risicata manciatina di brave persone passate di lì per poco e per caso, il resto era pura feccia. No, non sto parlando da fan incazzato, ma da crudo materialista dialettico.

Da lettore, al tempo, mi rendevo conto di qualcosa che non mi piaceva ma non ne comprendevo a fondo le ragioni; da praticante del settore poi finii con l’approfondirne le motivazioni, inorridendo. Premetto : io sono di profonda scuola Zappiana. Non solo nel senso del prodotto artistico, ma di linea di pensiero. Per me il testo di “Packard Goose” o la famosa affermazione per cui “il giornalismo musicale è fatto da persone che non sanno scrivere che intervistano persone che non sanno parlare per persone che non sanno leggere” non è solo un acuto aforisma ma un dogma. Niente di più giusto, in assoluto. No, non sto sputando nel piatto dove ho mangiato e dove desidererei continuare a farlo, ma semplicemente ammettere la realtà: per decenni gli scribacchini italiani hanno peccato di presunzione e rubato a mani basse. Rubato perché con una diffusione scarsissima e concentrata solo in determinate zone del prodotto cartaceo originale inglese mettersi a copiare e inventarsi un’intervista, una frase, un concetto, un giudizio o adattarlo al proprio, era cosa di un attimo, come rubare le caramelle a un ragazzino. Presunzione perché si è guardato a fenomeni ignoti, da lontano, come se appartenessero a un’altra galassia sconosciuta e mai frequentata ma pronti a vomitarci sopra critiche e giudizi non tanto immeritati quanto del-tutto-privi-di-fondamento se solo non se ne accettavano i contenuti nel corso della propria, personalissima, interpretazione. L’America era un altro pianeta per noi italiani ma si esprimevano giudizi su ogni nota, su ogni brano, su ogni scampolo di cultura, su ogni pezzo di storia, assegnando loro un valore, un’essenza, un significato che l’autore medesimo non avrebbe mai pensato di attribuirgli. Così si appioppavano etichette politiche mai sognate, si assoldavano ai propri scopi determinati soggetti mentre se ne confinavano altri marchiandoli con simboli del tutto gratuiti, inventati, inesistenti. Critici da casa in pantofole, calciatori in poltrona, lavoratori a letto. E si trattava di uno spacco netto, di un “o di qua o di là” che non ammetteva repliche. E tu, a casa tua, pagavi per farti raccontare che “tutto il rock era reazionario e fascista”, mentre la psichedelia, la west coast, il jazz, certa scuola di Canterbury erano progressivi e di sinistra. E rimanevi sconcertato nella tua sete di notizie, e non capivi come fosse possibile non ritrovare – quando riuscivi a confrontare – tutte quelle opinioni con la realtà delle cose. Quindi continuavi a leggere, per approfondire, e finivi con confonderti le idee. Mi ricordo di quando entrai una delle prime volte in una redazione di un giornale per cui collaborai, credo fosse il 1979 o giù di lì. Un redattore, uno che poi divenne un caro amico, mi spiegava “il decalogo del perfetto collaboratore”, roba di altri tempi, quando a un collaboratore a casa si richiedevano una serie di contributi e artifici nel mettere insieme il giornale che oggi non esistono più. E fu durante una di queste lunghe spiegazioni, che il tipo mi disse : “Quando non ce la fai a passarmi del materiale originale ti do io qualcosa e tu mi fai un trapezio”. Non volevo fare la figura del coglione, ogni redazione ha il suo gergo, il suo slang, ma “trapezio” proprio non mi diceva niente. Così chiesi. “Il trapezio – mi fu detto – è la traduzione di un pezzo, ma riadattato per farlo diventare tuo”. Un furto, dissi ! No, uno stimolo, un aiuto quando manca materiale, mi venne risposto. E così facevano tutti: nelle redazioni giravano tonnellate di giornali inglese, americani, francesi persino!, e non solo di settore…c’erano anche quotidiani inglesi come The Sun, il Mirror…da lì venivano notizie, curiosità, pettegolezzi. Ricordo che tanti anni fa, proprio Max Stefani, nel celebrare un numero tondo raggiunto dal suo Mucchio Selvaggio, sparò a zero sull’editoria musicale italiana, sui metodi e sulle guerre tra poveri ingaggiate tra gruppi editoriali. Fu lì che rividi di molto ed in positivo il mio giudizio: l’uomo era consapevole e schietto. Tanto di cappello. Altri avevano sempre glissato.

E poi una cosa su tutto mi impressionava: leggendo i giornali originali (come continuo a chiamarli io) il pezzo forte era quello in cui l’articolista parlava descriveva, raccontava, rendeva partecipe. Scriveva, in sostanza, senza per forza di cose sparare giudizi. Ti portava per mano dietro a una situazione, a un disco o a un tour, desiderando sopra ogni cosa, fartene far parte, come se anche tu avessi dovuto per forza essere lì per andare a giudicare. Certo, poi, spesso, arrivava anche il giudizio, ma in fondo, a ragion veduta, dopo aver approfondito. Toccato con mano, vissuto in prima persona, testimoniao. Qua, da noi, accadeva esattamente il contrario.

Il “giornalista musicale” concentrava tutte le sue forze quasi esclusivamente sul giudizio critico, sulla recensione, che diventava il focus principale di tutto il suo lavoro. Per decenni, sui giornali italiani, le recensioni sono state the crux of the bisquit , il nocciolo della questione…per dirla alla Zappa. Pappardelle sbrodolate piene di parole incomprensibili, buttate giù con acrimonia o con eccessiva disponibilità, che tagliavano e cucivano cappottini su note e testi e situazioni di cui poco o nulla si sapeva e che invece venivano descritti come se ci si fosse appena alzati da tavola dopo aver cenato con l’artista. Ridicolo. Recensori autoproclamatisi Imperatori che condizionavano sull’onda dell’opinione personale, opinione fondata sulla presunta conoscenza di un oggetto tanto lontano quanto fin troppo spesso ignoto. Si descrivevano viaggi sulla Route 66 senza aver mai lasciato Prato o Modena e si spiegava per filo e per segno la sequenza compositiva di un lavoro senza esser mai essere stati in grado di leggere un pentagramma o essere entrati in uno studio di registrazione. Italia popolo di recensori. Privi di fantasia nello scrivere e di affinità con la consecutio, gente che per indovinare un congiuntivo avrebbe dovuto fare una mezza dozzina di telefonate e che per parlare con uno solo dei tanti ipotetici intervistati avrebbe dovuto portarsi dietro un paio di traduttori madrelingua. Re Censori che, come ebbi a scoprire quando i giornali iniziai a vederli dall’interno, non erano in grado o semplicemente non volevano fare altro che scrivere recensioni. Con la firma in calce. In bella evidenza.

Ognuno avrebbe dovuto leggersi e rileggersi, confrontarsi, mettersi in gioco invece di guardare solo al nome e cognome ed esser pronto a saltare al telefono quando il grafico, inavvertitamente e senza malizia, “tagliava via” quella riga di troppo che era proprio la firma; ognuno avrebbe dovuto, data l’opportunità, sviluppare uno stile proprio, un taglio originale, una forma creativa, quanto più possibile unica. Esattamente come i Signori Grandi Firme estere. Ed invece no. Così presunzione e furto hanno ucciso nella culla – oddio, una culla durata un ventennio abbondante – la stampa specializzata. Donando agli scribacchini dei quotidiani il testimone e la possibilità di fregiarsi del titolo di giornalisti, quelli veri. Identici in tutto e per tutto agli altri, ma urlanti da un pulpito molto più alto. Presuntosi e gelosi, infine, dell’orticello mal coltivato, del giornale che ognuno di costoro vedeva e vede tutt’ora come il podio per le proprie esibizioni. Esattamente come se fosse utile ed intelligente essere un eccellente giocatore, l’unico, di una squadra di calcio. Quando tutti sanno che una grande squadra è composta da tanti grandi giocatori e che l’imparare ad equilibrare le proprie forze su quelle del tuo compagno significa crescita, evoluzione. Non limitazione del proprio ego. Ma da queste parti si preferisce essere il miglior giocatore del Pizzighettone, piuttosto che uno dei dieci, quindici di una grande squadra.

Ed oggi, che con il web ed una connessione, con un click si ottengono più risultati che alla Biblioteca Nazionale di Londra, sopravvivono ancora mestieranti convinti che dare tonnellate di notizie biografiche serva a qualcosa, che sparare il proprio giudizio sia ancora utile.

Nessuno che si domandi se scrivere così abbia ancora un senso e se mai si sia riusciti a farlo in assoluto. No, non chiediamoci più perché non si vendano più giornali. Perché scrivere di musica sarà anche…dancing about architecture…come diceva lo Zappa. Ed io aggiungerei : per lo meno in questo modo. Che peccato.

Giancarlo Trombetti

La PICCA’s GUIDE alle grandi canzoni in ordine sparso – WITH A LITTLE HELP FROM MY FRIENDS – Joe Cocker 1969

18 Gen

Joe Cocker – With A Little Help From My Friends-1969…ovvero colui che migliorò i Beatles. Qualcuno un giorno dovrà spiegarci chi, all’epoca, ebbe l’idea di prendere una innocua marcetta scritta da Lennon/McCartney per Ringo e, cambiando il tempo in un cadenzatissimo 6/8 e sviscerando una impensabile drammaticità, trasformarla in questo urlo scatarrato e catartico grazie  alla cartavetrosa voce di questa specie di Quasimodo scomposto uscito dalla provincia color ghisa di Sheffield. Se John & Paul avessero saputo di avere tra le mani una tale esplosiva bomba atomica  invece del petardo fornito al drummer nasone e baritonale chissà quanto sarebbe mutata la fisionimia di Pepper.


Cocker si presenta come una sorta di Ray Charles freak, con le movenze spasticheggianti a sovrapporsi al pathos ondulatorio della cecità di Brother Ray. Ad accompagnarlo nel disco una pletora di illustri topi di recording studio dell’epoca, primo tra tutti Jimmy Page in pieno petting preliminare Zeppeliniano. Cocker appare in balìa del brano, invaso e invasato sull’ottovolante di soulfulness creato dagli stop-and-go dell’arrangiamento, sbatacchiato dalla tensione angosciante della canzone in controtendeza totale col significato rassicurante e solidale del testo originale, con le pedanti voci delle coriste sguaiate come provocatorie e beffarde Erinni a tentare  il posseduto Joe canzonandolo come il Diavolo nel deserto nell’intenso botta e risposta.

A Woodstock JC passò direttamente alla leggenda, senza mai più toccare simili vette, nonostante fosse quasi sconosciuto, nonostante i ridicoli coretti in falsetto dei coraggiosi membri della Grease Band che l’accompagnava e nonostante la maglietta Tie Dye psichedelica, ottenuta probabilmente rotolandosi su una pizza.
Mi sarebbe piaciuto verificare le condizioni del microfono dopo la performance del vecchio Joe.

 

(da Mad Dogs & Englishmen, con Leon Russell alla chitarra, Jim Gordon
& Jim Keltner on drums e un casino di gente pelosa in giro. A 1’57
circa appaiono nello split-screen Rita Coolidge (destra) e Claudia
Lennear (sinistra) ai cori. La prima causerà lo scioglimento
anticipato della ditta Crosby Stills & Nash flirtando prima con Steve
e poi con Graham; la seconda ispirerà Brown Sugar degli Stones, che in
origine s’ intitolava Brown Pussy. Chissà come mai.)

 

(Live at Woodstock. Presentata in inglese ‘working class’ come With a
little help from ME friends. Straordinario il momento di regia a 4’30
dall’inizio quando dietro al chitarrista Henry McCulloch appare sul
palco un uomo peloso a petto villano che, prima diffidente, va dentro
alla musica all’incalzare del ritornello. Yeah man, dig it! L’autopsia
al microfono andava fatta a 5’15 dall’inizio).

 

(L’indimenticabile imitazione di Cocker da parte di John Belushi in
qualità audio-video pessima).

Parole, ricerca fotografica e video di Stefano Piccagliani – (C) 2012