IL MORTO RICONOSCENTE: i Grateful Dead secondo Giancarlo Trombetti

6 Feb

Ricordo perfettamente che una delle frasi ricorrenti che mi venivano urlate da ragazzo quando mi beccavano con lo stereo troppo alto era: “Vedrai che quando maturerai un gusto più raffinato, certe cose le lascerai da parte!”. Solitamente non rispondevo neppure ed alzavo ancor di più il volume del mio impianto. Ascoltavo di tutto, ma non posso evitare oggi di ammettere che tutto quel che avesse un basso ed una batteria ben presente e si accoppiasse con un almeno un assolo di chitarra stesse rigorosamente in vetta alle mie preferenze.

Compravo alternativamente – e meno male! – west coast music e rock anglosassone, blues, progressivo e heavy rock, Krautrock ed elettronica ma molte cose, pur apprezzandole, proprio non riuscivo a farle salire nella classifica delle preferenze assolute. I primi cedimenti alle mie rocciose certezze arrivarono con la scoperta delle Mothers of Invention e con l’accettazione attiva che in un solo brano potessero convivere più strumenti oltre a basso/chitarra/batteria e più di un tempo piuttosto che il medesimo dall’inizio alla fine del pezzo.

(Mothers of Invention)

Ricordo che iniziai ad apprezzare i fiati ed a gustare persino il violino, strumento inizialmente guardato con sospetto. Mi resi conto che un mondo intero esisteva oltre ad un assolo di chitarra e compresi, finalmente, che George Martin era stato un genio tanto quanto Lennon e McCartney. Mi ricordo che nel corso di questa nuova, progressiva, apertura mentale iniziai ad apprezzare veramente molte cose che in precedenza sentivo ma non ascoltavo con la dovuta attenzione. E l’andare a riprendere dischi profumatamente pagati e ascoltati pochissimo divenne come scoprire nuove gemme nei filoni di sezioni di una miniera raramente frequentata.

Ricordo anche che la maggior parte dei gruppi californiani, di San Francisco, mi stava molto a cuore ma ho ben in mente che preferivo di gran lunga i Quicksilver di “Happy Trails” o il secondo disco di “Four Way Street” al primo, gli Hot Tuna ai Jefferson Airplane e tutti loro alle tiritere acustiche di tanti gruppi che avevo giudicato troppo forniti di chitarre prive di spinotti di collegamento agli amplificatori. Molte cose mi parevano piacevoli passatempi per giovani tranquilli più che musica rock e non comprendevo allora quanto il mio giudizio fosse superficiale. Diciamo che amavo, ma non riuscivo a godermi fino in fondo certi manicaretti che tenevo inconsciamente nelle mie teche. Poi mi accadde di incontrare un chitarrista californiano, nel bel mezzo della sbornia di “nuovo heavy metal” inglese. Gli Iron Maiden erano di là da venire ed io me ne stavo a Londra e zompavo da un club all’altro a veder nascere i gruppi che molti metallari vivono oggi come io avevo vissuto i Led Zeppelin quando mi fu proposto di parlare con Bob Weir.

(Bob Weir dei Grateful Dead)

In fondo Bob rappresentava una fetta di storia ed era un’occasione unica parlargli, sicuramente da non perdere. Mi aspettavo uno zombie mezzo cotto dagli acidi, uno che mi avrebbe parlato sbavando le parole ed ero pronto a strappargliele di bocca; in tasca una trentina di domande. Ero preparatissimo. Poi, quando mi ritrovai davanti un gentiluomo vestito casual, un cortese signore lucidissimo, con molto da raccontare e tanto da voler spiegare a un ragazzino presuntuoso, ne rimasi colpito ed affascinato. Bob non si spese più di tanto per promuovere il suo disco solista, ma – capito che io sapessi del movimento dentro il quale era cresciuto poco meno che di ingegneria nucleare – si mise serenamente a descrivermi la nascita, la crescita ed il mutamento di quel movimento che io avevo incautamente definito “hippy”. E così me ne stetti lì, tranquillo, ad ascoltare la lezione del Professor Weir che mi raccontava come e perché non era mai esistita competizione tra i gruppi di San Francisco, l’immensa differenza con tutti quelli che venivano da Los Angeles, la ricerca delle radici musicali, i mille esempi, la nascita e la crescita della grafica, le infiltrazioni psichedeliche, Bill Graham e i suoi teatri, l’uso delle droghe, la realtà delle comuni, la violenza, Manson e la strage di Bel Air, la forza immensa che aveva avuto nella società statunitense l’arrivo del rock dall’Inghilterra e la lezione che lì se ne era tratta, la scomparsa del razzismo, l’amore, l’importanza di Dylan…..ricordo che per quasi due ore nessuno ebbe il coraggio di dire al chitarrista dei Grateful Dead che c’erano altre persone che volevano parlare con lui. Ma ricordo che alcuni personaggi che individuai come soggetti della Arista, la sua casa discografica, si misero a sedere nelle poltrone bianche che c’erano tra noi e iniziarono ad ascoltare affascinati. Alla fine, mi fu consegnato un pass senza scadenza perché così aveva voluto lui, con la richiesta di essere presente “ovunque e in qualsiasi momento” ai suoi concerti. E mentre mi accompagnavano verso una saletta di “decongestione” dove mangiare e bere qualcosa, venni più volte ringraziato “…per essere stato meraviglioso!”. Nessuno aveva mai sentito Bob raccontare tutte quelle storie del passato, tutte insieme e in quel modo. Ed io non avevo fatto altro che far trapelare che fino a quel giorno non ne avevo capito un beneamato cazzo. Che mi ero fidato delle stronzate che avevo letto fino a quel momento sui giornaletti che tanti ricordano ancora con nostalgia. Così me ne tornai fremente a casa dove nel mio minuscolo impianto londinese infilavo cassette di ogni genere ed avevo collegato un piatto di recupero per ascoltare i dischi che dovevo almeno aver sentito una volta prima di far finta di conoscerli bene.

(Grateful Dead al Rockpalast nel 1981)

Ma non avevo proprio niente di suo da riascoltare, di quei Grateful Dead che adesso mi bruciavano dentro. Così mi accontentai di attendere la fine di settembre, quando me ne sarei tornato a casa, quella vera. Non avrei mai immaginato che avrei visto i Dead calare eccezionalmente in Europa e sconvolgere il Rockpalast nel freddo di una fine di marzo. Tornato nella mia caverna toscana, svolsi i compitini a casa: sbobinai un bel po’ di interviste, le consegnai quasi in tempo a chi le aspettava e girai al Mucchio quella di Bob anche se con molto ritardo. In fondo, il suo disco non sarebbe uscito che quasi un anno dopo! Poi tirai fuori dalla libreria l’intera collezione dei dischi del Morto Riconoscente, non potendo fare a meno di ricordare che, persino nella traduzione del nome, il mitico Ciao 2001 l’aveva fatta fuori dal vaso: il Morto pieno di grazia, l’avevano chiamato…e mi ricordo che dai quei giorni di immersione totale ne venni fuori mutato, in meglio.

Non so se anche voi avete i vostri momenti di “in-questo-periodo-ascolto-solo-quello”. A me succede spesso. Sì, certamente non con i Dogs D’Amour o con gli Incubus, ma ci sono momenti della mia vita in cui mi sembra che solo quel gruppo e quel suono siano adatti a circondarmi in auto, in casa, mentre lavoro al computer o leggo. A proteggermi dalla vita. E quei periodi possono durare una settimana come un mese e quando ne esco fuori è come se avessi filtrato, decodificato e assunto dosi massicce di una medicina che ha cambiato, temporaneamente, il mio Dna uditivo. Quando mi accade con Zappa, ogni cosa diventa banale, scontata, già sentita, puerile, tanto incredibili sono le sue composizioni. Quando è Jimi ogni chitarra mi pare che tenti inutilmente di farne rivivere le sonorità, che tenti di scarnificare il blues come solo lui sapeva fare…ogni musicista produce un diverso effetto sul mio organismo. Da una trentacinquina d’anni, le mie immersioni periodiche con il mio Morto Riconoscente – a proposito: ma non vi pare un nome meraviglioso? Delirante e affascinante al tempo stesso? – mi riconciliano con decine di generi musicali diversi ed ogni volta ne emergo felice di aver imparato ad apprezzare qualcosa di nuovo che mi era sfuggito.

Per molti i Grateful Dead sono il gruppo di fricchettoni tossici che fanno pezzi da quaranta minuti, spesso così contorti da diventare inudibili. Niente di più lontano dalla realtà. I Dead sono una fantastica macchina che viaggia nel tempo attraverso i generi riuscendo a smontarne e rimontarne gli ingredienti essenziali donando loro un aspetto, dunque un suono, assolutamente unico e personale. Nello zoo musicale della San Francisco della seconda metà dei sessanta, in quell’immenso calderone di culture e di tendenze dove qualsiasi cosa poteva accadere in qualsiasi momento, dove qualsiasi minimo battere d’ali di farfalla portava a grandiosi mutamenti, dove creatività, sperimentazione e libertà assoluta dagli schemi erano le parole d’ordine, i Grateful Dead seppero individuare un inesauribile filone tutto e solamente loro. In primo luogo sgombriamo il campo dai dubbi di traduzione: la leggenda popolare del Morto Riconoscente è abbastanza diffusa nella tradizione anglosassone. In estrema sintesi la storia narra che un viandante incontrasse, a seconda delle situazioni, un cadavere non sepolto; provveduto alla sua inumazione per pietà, veniva in seguito ripagato dall’anima del morto che gli si rivelava sotto forma di sortilegio o di animali che ne salvavanola vita. Il gruppo di Jerry Garcia parve non aver scelto a caso il nome da questo racconto popolare, dato che il rispetto per il blues, le radici country e per tutte le melodie tradizionali che vennero fisicamente tradotte e tramandate dalla madrepatria Inghilterra dai primi coloni della Terra Promessa ripagarono, in qualche modo, i musicisti, preservando loro una nicchia artistica assolutamente unica.

I Dead nascono come un gruppo di blues non convenzionale filtrato dagli esperimenti rock abbondantemente bagnati dai test a base di droghe psicoattive promossi da Ken Kesey. Se la definizione di “rock psichedelico” debba avere per forza un punto di partenza questo non potrà che avere origine da loro. L’intera scena era un unico calderone di musica sperimentale, di libertà di approccio e di assoluta mancanza di schemi logici ma con i Dead l’incredibile riusciva a prendere forma e materializzarsi davanti agli occhi: una banda di giovani non-fuorilegge (quel genere di droghe, all’epoca erano assolutamente ed incredibilmente lecite in America) condizionati dalle esibizioni tenute in uno stato di semi-intorpidimento del pensiero erano in grado di seguire con assoluta lucidità le lezioni di bluesmen minori e di cantilene tradizionali restituendone una miscela mai udita. Al loro esordio, le canzoni di Jesse Fuller, un ignoto one man band che vagava per le strade di Frisco, di Walter Jacobs, di Noah Lewis, di Willie Dixon, Tim Rose o Sonny Boy Williamson si mescolavano con i primi grezzi vagiti dei loro prodotti.

Lo splendore di quel periodo, così come lo ricordo narrato da Weir, era che ognuno aveva la possibilità di fare la sua musica, di interpretare chiunque, comunque lo desiderasse e in qualsiasi luogo; i concerti erano per gran parte gratuiti ed eseguiti nel bel mezzo delle strade di un quartiere divenuto l’altare del nuovo rock californiano, all’incrocio trala Haight Street e l’Ashbury. La meraviglia stava nel fatto che decine di direttori artistici delle più famose case discografiche passavano le loro giornate ad ascoltare nei garage, nelle strade e nelle prime nascenti sale da concerto centinaia di gruppi emergenti, mettendole sotto contratto e diventando pazzi nella vana speranza che lo spirito di San Francisco, quello della collaborazione totale, permettesse loro di mantenerne il filo conduttore dei diritti d’autore. Ovviamente cosa impossibile da ottenere. I Grateful Dead erano permanentemente ospiti in studio e sul palco di altri gruppi come  Jefferson Airplane , Quicksilver Messenger Service,  Moby Grape, C.S.N & Y, Santana, It’s a Beautiful Day, Country Joe & The Fish, Big Brother, Steve Miller…e mille altri. Andare oggi a leggere le note di copertina di ognuno di quei dischi dell’era d’oro del rock significa ritrovarli tutti; provate a immaginare cosa avrebbe potuto significare essere lì, presenti, a quegli happening. Chiunque ne sarebbe stato inevitabilmente coinvolto. Provate a chiederlo ai fratelli Allman…

(Haight & Ashbury: il centro della controcultura nella San Francisco degli anni sessanta)

Già dal secondo disco il materiale originale era così straboccante da non vedere neppure una sola cover presente, anche se parlare di cover, nell’intera carriera di Garcia e soci sarebbe riduttivo: come già detto la conoscenza di alcune matrici era già di per sé stupefacente ma il trattamento riservatogli del tutto inatteso. Nel 1968 i Dead avevano non solo già gettato le basi ma ampiamente esplorato il terreno che avrebbe dato luogo alle jam bands a venire; nel concetto di jam era necessario dare per scontato che i brani si sarebbero dilatati, le improvvisazioni avrebbero debordato, i fili logici, apparentemente, perso consistenza. Ma era solo apparenza: tutto, nonostante tutto, era in pieno controllo. Le due batterie prendevano diversi tempi, seguendo il basso libero e prominente di Phil Lesh, jazzato in pieno “stile Charlie Mingus”, le due chitarre stendevano un tappeto sonoro continuo, armonico e conduttore, sostenuto dalle tastiere; le due voci di Garcia e Weir sceglievano con cura i brani a loro più adatti.

Con “AoxomoxoA”, un nome palindromo creato da Rick Griffin uno dei più famosi e talentuosi artisti psichedelici e fumettista dell’epoca, la vetta del rock acido era raggiunta; i Dead su quel disco proponevano eccezionale musica aiutati dai testi di Robert Hunter, visionario e poeta.  La vetta più alta del rock psichedelico proveniente da San Francisco. Ma se “quei” Dead, quel suono, non risultasse “la vostra tazza di tè”, nessun problema. Come solo tutti i grandi gruppi hanno saputo fare nelle loro vicende artistiche, il rinnovamento ed il cambiamento erano alle porte, e nel caso dei Garcia e soci, i ritmi del cambiamento furono sostanzialmente dettati dal fato che gli strappò via, uno ad uno, tutti i tastieristi segnando con la differente mano il differente colore delle loro composizioni. Fu difatti con la malattia, prima e la morte in seguito di Ron McKernan che l’elemento country e bluegrass ebbe il sopravvento sui suoni acidi a favore di accenti più marcatamente acustici; Ron era fortemente dipendente da qualsiasi tipo di droghe e il suo apporto al gruppo divenne eccessivamente altalenante. Talvolta era l’armonicista Tom Constanten a prenderne il posto, talvolta si faceva a meno delle tastiere, le due chitarre coprivano a sufficienza le necessità. Ma fu con quei due album melodiosi e infinitamente belli  che la sterzata fu visibile a tutti.

I Grateful Dead erano sinonimo di esibizione dal vivo ed i dischi di studio erano poco più di necessità professionali; ma i dischi dal vivo non avrebbero comunque mai potuto rendere né l’atmosfera di avvenimento né avrebbero neppure mai avvicinare i tempi di esibizione del gruppo che, nei momenti di miglior salute poteva anche suonare per quattro o cinque ore consecutive con una sola pausa per bere, mangiare e sostituire gli strumenti. Ma fu il primo live, “Live/Dead”, a segnare il punto di svolta di quel cambiamento. E la sequenza dei due “Workingman’s dead” e “American Beauty” che lo seguirono a marcare un terreno allora solo parzialmente visitato. I due dischi, da considerarsi come un tutto unico potrebbero essere considerati “il Led Zeppelin III” di Garcia e Weir, con composizioni immortali, bellissime, liriche e melodiose, probabilmente dovute al rinnovato rapporto di amicizia con Crosby Stills e Nash che li spinse verso un suono più intimo, meno elettrico, con David Crosby a giocare con droghe e voce e a indurli a capire che anche cantato e cori potevano essere considerati uno strumento. “Da morto vorrei essere ricordato come il più grande cantante di armonie del mondo…dei miei gruppi non me ne frega niente!”  mi disse Crosby un paio di vite fa e dovette essere grosso modo questa la sua lezione consegnata agli amici. Il risultato furono pezzi immortali come “Uncle John’s band”, “Dire Wolf”, “Cumberland Blues”, “Casey Jones”, “Friend of the devil”, “Sugar magnolia”, “Candyman” “Ripple”…io ritengo in cuor mio, sinceramente, che un amante dell’acustico, della melodia e del blues non possa considerarsi completo senza portarsi dentro quelle linee musicali, senza conoscere quelle canzoni.

Oramai il gruppo era solo poco meno di un contenitore di emozioni, un luogo di sperimentazione progressiva, dove musicisti e autori di ogni genere venivano citati e intervenivano a portare le proprie esperienze intorno agli elementi essenziali. Tutti ruotavano intorno al tutto. Una sorta di approccio del tutto opposto a quello scelto da Zappa non lontano da quelle strade della California ma che basava l’utilizzo di musicisti selezionatissimi ma ai soli fini sperimentali del leader. I Grateful Dead erano una palestra dove Merl Saunders (un successivo amico e sodale di Garcia) veniva e indirizzava con le sue tastiere verso nuovi sentieri, dove David Grisman prendeva per mano Garcia e lo portava alle radici del bluegrass, dove Keith Godchaux e sua moglie Donna Jean facevano per le prime volte capolino prima del grande salto al di qua dell’oceano.

Quando nel 1972 i Grateful Dead approdavano in Europa per il primo, vero e lungo tour, il Trumpets era troppo giovane per permettersi di riuscire a convincere pur un padre permissivo come il suo. E ricordo che il tentativo del sedicenne avvenne comunque. Portai il mio babbo in camera mia e misi sul piatto Workingman’s Dead; poi gli chiesi se gli fosse piaciuto e al suo assenso – mio padre aveva un eccellente orecchio! – domandai se avrei mai potuto ottenere di andarmene in treno a Parigi all’Olympia a vedere quel gruppo. Ricordo perfettamente che l’ambigua risposta fu: “Vedremo”. Ma ricordo con assoluta certezza che io, quella sala da concerto, non la vidi mai. Peccato, perché mi persi il primo vero tour dei due Godchaux e l’ultimo di McKernan, con alcune delle esecuzioni più memorabili in assoluto dei Dead.  Un diciassettenne, tal Declan MacManus, invece, c’era e descrisse l’esibizione di Garcia, Weir, Kreutzmann, Lesh, Hart, Godchaux e McKernan come “una rivelazione”; una rivelazione che si stampò nella mente del ragazzo al punto che decise di chiamarsi Elvis Costello e iniziare a cantare, folgorato dal Morto Riconoscente.

(il tour europeo del 1972 dei GD)

Tutt’oggi sono convinto che chi non si commuova ascoltando la versione di quel tour di “Morning Dew” non possieda realmente un cuore ma un pezzo di legno non in grado di amare le due chitarre tese a snocciolare accordi delicatissimi e la voce di Garcia a duettare con le armonie di Weir e Donna Jean: nessun confronto con qualsiasi altra versione precedente! Ma quello che ha reso immortali nelle mie preferenze i deliri dei californiani è stata quell’attitudine imprevedibile a svoltare improvvisamente nel corso della linearità delle proprie esibizioni, imboccando ambienti musicali privi di mura o strutture vincolanti; luoghi dove l’unico scopo era esplorare quel nuovo territorio appena incontrato, incrociando senza regole predeterminate il jazz, la psichedelia, il folk, il blues. Un’avventura che si rinnovava ogni sera, priva di direzioni prestabilite e dove l’intero gruppo si avventurava, insieme o singolarmente. Tutti protesi verso l’inatteso, dove la forma originaria della canzone veniva abbandonata e mai ripresa per due volte nel medesimo modo. E deve essere questo che ha fatto nascere e proliferare una generazione di seguaci fermamente determinati a seguire ogni viaggio del gruppo, ogni concerto: i Dead Heads, quelli che registravano, incoraggiati, ogni spettacolo con il permesso della band e che hanno condotto alla moltiplicazione sistematica di tutti i concerti ufficialmente registrati che riempiono le discografie mai del tutto complete della band. Una consuetudine ripresa e rinnovata dalle jam bands che si incamminarono su quella strada, dagli Allman Brothers ai Government Mule, dai Cream ai Little Feat, fino ai Phish passando per cento altri.

Impossibile, però, non citare e ammirare il coraggio ed il lavoro di personaggi come Bill Graham che in quella musica e in quei gruppi credette fin dal primo momento basando il suo lavoro di promoter non solo sulla gestione delle sue sale da concerto, ma anche sulla selezione e scelta dei musicisti; senza personaggi carismatici, preparati e creativi come Graham molto non sarebbe mai nato, molto mai giunto ai nostri giorni.

(Bill Graham)

Ma il nostro Morto non si fermò in Europa e lasciando sviluppare le personalità individuali e smussando angoli vivi divenne un’immensa band dalla sconfinata professionalità e non a caso criticata da coloro che l’avrebbero sempre voluta vedere un insieme di tossici privi di controllo, legati a vita a quell’immagine di freaks perpetrata nei secoli. Le scorribande sonore nell’acustico si equilibrarono perfettamente con quelle imprevedibili nel rock elettrico e nel jazz con spettacoli che prevedevano un paio di ore delle due differenti anime del gruppo, nettamente separate seppur equamente importanti. All’abbandono dei due Godchaux seguì l’ingresso di Brent Midland alle tastiere, mentre la maledizione colpiva Keith a due soli mesi dall’uscita del nuovo disco con il sostituto, che moriva in un incidente stradale. Brent che sarebbe morto di overdose a sua volta, dieci anni dopo, sostituito da Vince Welnick proveniente dai Tubes e morto suicida in seguito a crisi depressiva nel 2006. Ma il cerchio si era già chiuso per sempre il 9 agosto del 1995 con l’inevitabile morte di Jerry Garcia, dovuta ufficialmente ad un attacco di cuore ma certamente indotta da una vita di eccessi e usi smodati di farmaci e droghe. Con la morte di Garcia, leader-non leader, comandante timido, personaggio troppo fiducioso nell’eterna robustezza del corpo umano, entrato e riuscito troppe volte da centri di riabilitazione per riuscire a vincere la sfida con se stesso, moriva anche l’essenza del gruppo. Ma i Dead degli anni ottanta e novanta hanno lasciato una traccia indelebile, nella musica americana. Se dovessi suggerire a chi non li ha mai avuti per le mani un punto guida da cui partire – centinaia sono oramai i dischi attribuibili al gruppo – direi di iniziare proprio dai due album semiacustici dei settanta e di centellinarsi i due spettacolari doppi  “Reckoning” e “Live Set” del 1981: messi insieme rappresentano quanto di più prossimo esista nel ricostruire un’esperienza dal vivo completa. Album imperdibili per un appassionato. Album ottimi per partire verso il proprio personale viaggio.

(Jerry Garcia)

Garcia, da solista, pubblicò una quantità immensa di album: da solo, con la band acustica, con quella elettrica. Con i New Riders of The Purple Sage, con band di Merl Saunders, con gli Old & in the Way una sorta di supergruppo bluegrass insieme a Grisman, Clements, Rowan, con il solo Grisman, con i Dead a fare da gruppo spalla di Bob Dylan. Bob Weir una dozzina di dischi: da solo, con i Kingfish, con Bobby and the Midnites, con i RatDog. Bill Kreutzmann ha suonato a lungo da solo ed è ospite in centinaia di album di prima fila. Mickey Hart, il batterista etnico del gruppo, ha seguito le orme del compare Bill. Robert Hunter ha potuto contare sugli amici per pubblicare una dozzina di album, niente male per uno scrittore e autore di testi! Phil Lesh è stato ed è ovunque, ma in seguito al trapianto completo di fegato è dal 1998 in prima fila per testimoniare la donazione di organi.  E se stasera vi venisse in mente di trascorrerla al buio, con il vostro cuore, il country, bluegrass, old-time music e un po’ di tradizionali gighe irlandesi, andate a scaricarvi “Shady Grove” di Garcia/Grisman. Con il disco vi scaricherete anche un virus psicologico difficilmente cancellabile. Il resto lo comprerete con calma.

Giancarlo “grazie della pazienza” Trombetti

12 Risposte a “IL MORTO RICONOSCENTE: i Grateful Dead secondo Giancarlo Trombetti”

  1. picca 06/02/2012 a 11:03 #

    Bel pezzo sui Dead. Dopo la lettura ho sparato una Playing in The Band al Lyceum di Londra nel ’72, tanto per celebrare. Fondamentale l’accenno alle radici nobili: troppo spesso liquidati come fricchettoni pallosi, in realtà i GD hanno costruito negli anni una personale ‘library of congress’ folk radicata nella ‘old weird america’ dei minstrel shows, nelle jug bands, nei gospel preachers tanto cari a Dylan e a Greil Marcus che ne ha scritto il peana in ‘Repubblica Invisibile’ (libro che cito in continuazione e che prima o poi smetterò di citare). Per anni mi sono chiesto cosa ci fosse di così interessante nella loro musica, e poi ho trovato la risposta: i Dead sono, se non l’unica, una delle poche bands ad essere riuscite a mantenere nella loro musica una qualità sottostimata: la spontaneità. Musicisti che hanno impegnato tutta una carriera ad evitare di diventare ‘competenti’ (qualcuno direbbe ‘professionali’ ma i Dead non erano certo dei dilettanti). Un altro aspetto spesso sottovalutato è la bellezza purissima dei loro testi, principalmente quelli di Robert Hunter e soprattutto a partire da Workingman’s Dead, che ho imparato ad apprezzare colpevolmente tardi. Ricordo un’ intervista a Weir sul Mucchio che avrò letto compulsivamente 50 volte. Magari era quella.

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  2. mauro bortolini 06/02/2012 a 12:13 #

    Aoxomoxoa è un grandissimo disco.
    Il tuo trattato sui Dead con derivati e connessi é profondo.
    Molto bello il ricordo del sedicenne che vuole andare ed il
    babbo che dice vedremo.
    Io tutti i concerti che ho perso all’estero, li ho persi per
    pura coglioneria giovanile.
    Scrivi molto bene, ma soprattutto con passione.

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  3. alexdoc 06/02/2012 a 16:00 #

    Ho amato molto i Dead psichedelici dei primi 3 fino a Live/Dead. Ora amo di più quelli da “Old America” dei due dischi del ’70 e dei live “Skull and roses” e Europe ’72. Due band completamente diverse, ma due delle migliori band di tutta la storia del Rock.

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  4. Sara Crewe 06/02/2012 a 21:49 #

    Grazie grazie grazie per questo pezzo magnifico. Sono una loro fan storica… li amo da sempre. E li ascolto, non passa mese senza che tiri fuori uno dei loro album… Quando seppi della morte di Jerry Garcia ero a Copenhagen con degli amici, disegnavamo per strada e facemmo un ritratto psichedelico di Jerry su un pezzo di tela che poi stendemmo per terra… e sai qual è la seconda targa della mia mountain bike? GR8FL… :-)
    Grazie ancora!!!
    :-)

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  5. Paolo Barone 07/02/2012 a 11:16 #

    Grazie Giancarlo per questo pezzo.
    Grande band i Dead, famosissimi ma in fin dei conti ancora underground.
    Odiati dagli amanti del Rock and Roll, per cui ogni canzone che supera i due minuti e mezzo e’ in pericolo, e mal sopportati dal popolo del mainstream, che loro non hanno mai frequentato. Anche in America, sentire un loro pezzo per radio non e’ cosa semplice…
    Grandi per la musica e per il movimento controculturale che hanno generato e continuano a supportare/rappresentare.
    Non si può’ aggiungere nulla ad un pezzo così ben fatto e documentato, magari solo una piccola esperienza personale, per quello che conta.
    Una notte in riva al mare, sullo Stretto di Messina, io, Jarno lo sciamano, Flavio il cuoco di Amsterdam e una modica quantità’, ci siamo ascoltati tutta, dico tutta, Dark Star live ’72 guardando le nuvole che volavano nel maestrale. Fosse solo per questo sarei riconoscente per i secoli dei secoli amen.
    Per chiudere, mi permetto di suggerire a chi si appassiona alla materia, un bel libro ” Il simposio psichedelico ” edito in Italia dalla Tarab.

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  6. Baron Rojo 07/02/2012 a 13:19 #

    Talvolta anche i grandi musicisti si rendono conto quando hanno a che fare con dei giganti della comunicazione, cosi Bob Weir ha capito che si trovava al cospetto di uno Zidane del giornalismo rock della sua era, ossia l’inimitabile Giancarlo Trombetti.
    Gloria in Excelsis Deo!

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    • Giancarlo T. 08/02/2012 a 11:15 #

      Da juventino apprezzo molto il paragone decisamente eccessivo anche se, chissà perché, mi sento un po’ preso per il sedere.. :) . Stavolta grazie della pazienza sul serio…più di 20mila battute…

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      • pbergdh 09/09/2016 a 12:18 #

        Bel pezzo non c’è che dire. Solo un paio di precisazioni. Ron Mckernan, per noi PIGPEN, non era assolutamente dedito alle droghe bensì all’alcool: vino, superalcolici. Suonava organo e armonica, agli albori era il front man della band. Si narra che solo una volta sia stato fruitore di lsd contenuto in una bevanda durante un acid test mi pare e si incazzò tantissimo… Tom Costanten suonava il pianoforte e altre tastiere e non l’armonica. Faceva parte di scentology, collaborò con i Dead pochi anni… Lo so sono pignolo, ho i Dead ormai nel mio dna da almeno quaranta anni e non posso fare a meno di essere puntiglioso, non vogliatemene 🍻

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      • timtirelli 09/09/2016 a 12:26 #

        pbergdh ti ringrazio per le precisazioni. In questo blog i dettaglisono importanti e basilari, quindi non devi giustificarti. Personalmente apprezzo molto questo genere di cose. Ancora grazie. Spero di ritrovarti qui sul blog. Tim

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      • pbergdh 09/09/2016 a 15:42 #

        😄👍👍👍🍻blog scoperto in questi giorni, senz’altro continuerò a seguirlo. 😏👋👋

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  7. Giovanni Trebeschi 17/01/2017 a 21:39 #

    Scusate se commento questo articolo con ben 5 anni di ritardo ma non potevo astenermi dal farlo e d’altro canto, 5 anni fa, non conoscevo ancora i Dead. L’ho scovato per caso girovagando alla ricerca di materiale sull’amata band, in una pausa presa da un tema fin troppo lungo (ho 16 anni); e che dire, l’ho letto davvero di buon gusto! (mentre ascoltavo “Two from the vault”). Condivido appieno tutte le emozioni che si provano mentre si ascoltano i Dead, stupenda la definizione “Una banda di giovani non-fuorilegge condizionati dalle esibizioni tenute in uno stato di semi-intorpidimento del pensiero erano in grado di seguire con assoluta lucidità le lezioni di bluesmen minori e di cantilene tradizionali restituendone una miscela mai udita.” Ne ho usata una molto simile per descrivere la loro abilità musicale ad un mio amico. Bellissimo anche il paragone fra “Workingman’s dead” e “American Beauty” con “Led Zeppelin III”. Un ringraziamento mi pare d’obbligo, per avermi fatto trascorrere una piacevolissima pausa dai libri!!

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    • mikebravo 18/01/2017 a 14:54 #

      Nel 1969 i led zeppelin incontrarono i grateful dead nello studio del
      fotografo HERB GREEN a san francisco.
      I grateful dead avevano un componente nuovo e chiesero una session
      di foto.
      Arrivati allo studio di herb green, PIGPEN tiro’ fuori un revolver ed
      esplose qualche colpo per fare un po’ di baccano.
      I led zeppelin, che stavano gia’ li’, non presero bene la cosa, e senza
      dare dare troppo nell’occhio, sparirono ed il fotografo herb green non
      fu mai pagato dal gruppo inglese.

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