Pioggia fredda sulla pianura in questo sabato mattina: siamo di poco sopra lo zero. La pioggia è di media intensità, ma è dura e, giustamente, sembra non importarsene delle seccature degli esseri umani.
Entro in macchina, fa freddo. Cerco riparo in Live in Tokyo (2014) di Jeff Beck; dopo un breve accenno a Goodbye Pork Pie Hat parte Brush With The Blues.
La Blues Mobile rolla placida tra la campagna mentre cade la pioggia.
Pioggia fredda a Borgo Massenzio – gennaio 2026 – foto Saura T
L’abitacolo ora diventa una zona di comfort: la condizione psicologica in cui ci si sente sicuri, a proprio agio e senza ansia, grazie alla familiarità di situazioni e comportamenti conosciuti, dove il livello di rischio percepito è basso e le prestazioni sono stabili.
Si dice che, sebbene offra sicurezza e controllo, uscirne gradualmente sia fondamentale per la crescita personale, l’apprendimento di nuove competenze e la scoperta di nuove possibilità, espandendo i propri limiti senza forzarsi troppo. Mi pare di non correre questo pericolo: perciò, questa mattina, Jeff Beck me lo godo senza patemi.
Ecco Danny Boy…
È una meraviglia sentire un chitarrista suonare così. Mi chiedo se davvero Beck sia stato il miglior chitarrista del pianeta; la risposta che mi do è affermativa. Uno con un dominio completo dello strumento come il suo, unito a una tecnica così immacolata da incutere quasi terrore e a una capacità espressiva nella solista che credo di aver sentito altrove solo molto, molto raramente.
Quel misto di blues, rock, hard rock, jazz-rock, musica sperimentale e melodie universali è davvero qualcosa di unico. Certo, come ho scritto più volte, ha una discografia non facile: un paio di album stupendi, poi dischi impegnativi, altri non del tutto riusciti, qualcuno persino bruttino. Ma da un punto di vista chitarristico Jeff va di diritto nel livello più alto dell’empireo dei beati (o, meglio, dei dannati).
Corpus Christi e A Day In The Life mi trasportano in altre galassie…
Jeff Beck lo abbiamo perso tre anni fa. Elaborare di nuovo questa assenza è come ricevere una lancia nel costato. Per gli uomini e le donne di Blues che siamo, queste perdite rendono meno riconoscibili le coordinate che usiamo per orientarci nel mondo. Certo, abbiamo ancora Keith Richards, Jimmy Page e qualcun altro… ma per quanto ancora? Meglio non pensarci.
Jeff Beck vive.
PS: mi basta vedere il lunghissimo jack (collegato alla chitarra) che usa per stimarlo una volta di più.
BRUTTURE DEL MONDO
Questo argomento sta diventando troppo frequente qui sul blog, lo so. Ma come si fa a far finta di niente? Dalla tremenda situazione internazionale alle tragedie che capitano — spesso per grave colpa di qualche umano — fino alle piccolezze, che sembreranno anche futili ma descrivono fin troppo bene il mondo in cui siamo finiti.
La nuova Gestapo al servizio dello sceriffo, la spinta imperialista senza freni di quest’ultimo, chi vorrebbe dargli il Nobel per la pace, la valanga di melma che l’estrema destra al governo – e a capo di alcuni quotidiani – riversa su chi dissente o semplicemente esprime opinioni diverse (Alexander Barber, anyone?), lo Zar, Volodymyr, Benjamin e compagnia. Ma si può, nel 2026, vivere in un mondo come questo?
Si è tornati alla violenza verbale totale, all’aggressione fisica. Si gonfia sempre di più un capitalismo senza regole, sostenuto da una tecnocrazia fascistoide; si calpesta e si riduce a uno straccio la democrazia, o quel che ne restava. Chi non concorda con il triste mantra dio, patria e famiglia (tutto rigorosamente in minuscolo) o con la Costituzione antifascista viene fermato dalla polizia. Ma dove caxxo siamo finiti?
Una larga parte della popolazione non si indigna nemmeno più: assuefatta — o forse contenta — della situazione, dell’animale forte al comando.
L’incapacità di accettare il fatto che è la natura ad imporre l’urbanistica delle città e degli insediamenti dove viviamo.
Il DDL stupri ricucito all’ultimo momento da una visione maschilista e patriarcale. La cultura (?) statunitense come unico modello da seguire — o da imporre. L’italiano, la nostra bellissima lingua romanza, costretto a sottomettersi a quell’idioma gutturale originato dal ceppo germanico che è l’inglese.
Ma l’avete sentita la giornalista Sky dire oggi, durante un servizio: «questa cosa garantisce l’effetto wow»? Sentite le colleghe che durante le call aziendali non riescono a usare il termine illustrazione e finiscono per dire: «non posso correggere il testo perché questa è una picture»?
E poi gli skills, la location, il sentiment, l’argument, il dissing.
«Ti forwardo il file così lo puoi sharare».
«Dobbiamo pushare questa thing ASAP».
Vogliamo poi parlare poi dei musicisti?
«quel tizioha un sound molto deep e clean», «questo ampli è super warm».
E il castamasso della Cesira, no?
Ma andate a farvi dare dove si nasano i meloni, come diciamo qui nell’Emilia centrale.
PLAYLIST
Pinotto del 1977 … quando una tazzina di caffè non è sufficiente.
Syd dal primo abum.
Il figlio di … nel 1997.
Le sorelle Wilson nel pantano dell’Hard Rock commerciale
Gregg’s blues
PICCOLO FINALE
Per tirarmi su il morale, in pausa pranzo faccio un salto, una volta di più, in Vicolo Squallore, una delle parti di Mutina che in passato costituivano il ghetto ebraico. Lo percorro cercando di immaginare cosa abbia significato vivere rinchiusi in uno spicchio di città sempre più ristretto due, tre, quattro secoli fa. Medito sulla pazzia delle società umane, sul destino che ci tocca a seconda di dove nasciamo e del contesto in cui cresciamo. Dovremmo essere gli animali più intelligenti, quelli coscienti di sé stessi: dovremmo capire come vivere insieme e in pace, come progredire come specie, e invece guardateci qui…
Vicolo Squallore – Mutina – Gennaio 2026 – foto Tim Tirelli
Vicolo Squallore – Mutina – Gennaio 2026 – foto Tim Tirelli
Lavori di sventramento per creare piazza Mazzini nella zona del ghetto.
“Gli ebrei modenesi dal 1638 fino al 1860 sono rinchiusi nel ghetto istituito nella zona tra la via Emilia, il vicolo Squallore, via Cortellini e via Taglio. Significativo è il ‘disallineamento’ delle finestre degli edifici che si affacciano su Vicolo Squallore: il particolare indica la duplicazione di spazi abitativi – attraverso la realizzazione di soffitti, pavimenti e relative finestre – determinati dall’aumento demografico della comunità costretta in uno spazio urbano chiuso e sempre più insufficiente.”
La prima sera che si stende nel cielo mi porta frammenti poetici, proprio mentre mi perdo tra i miei scritti d’inverno.
Non ho nessuna scadenza: è un’attività che svolgo per me stesso, per piacere — o meglio, per un’esigenza che non riesco a trattenere. Eppure sento una certa tensione, una discreta pressione, simile a quella che accompagna la scrittura di una canzone, quando ci si lascia trasportare dal flusso di emozioni, pensieri e sensazioni. Cerco di descriverlo senza scadere nella retorica o nelle iperboli insopportabili che tanti “creativi” evocano quando parlano di creatività.
Ebbene, sono nello studiolo, digito sulla tastiera, mentre dalle casse esce la musica di IV dei Mahogany Rush, album del 1976. Seguo Frank Marino dal 1979, da quando me lo fece scoprire il caro amico e chitarrista blues straordinario Adriano Vettore. (https://timtirelli.com/2013/08/08/addio-ad-adriano-vettore/ ).
Nato in Canada, ma di chiara discendenza italiana (vero nome Francesco Antonio Marino), Frank è uno dei chitarristi che amo di più. E’ sempre sembrato troppo concentrato su Jimi Hendrix, tuttavia dal 1976 riesce finalmente a trovare una sua strada, pur con l’influenza hendrixiana ancora evidente. Il periodo 1976-1979 è il mio preferito: tre dischi da studio di gran valore e un live stratosferico.
Recentemente, grazie allo spunto di Stephen Van Der Pike — Picca, insomma — ne ho parlato nella chat WhatsApp che condivido con i miei “Blues Brothers”. Da allora, è da giorni che non ascolto altro: dalle casse arrivano i pezzi dell’album, tra cui le celebri The Answer e Dragonfly.
Musica potente, profonda e più articolata di quanto possa sembrare: la chiamerei, appunto, musica trionfale, capace di rapirmi in toto. Nel bel mezzo della sublime It’s Begun To Rain, mi chiamano al telefono. È una chiamata importante, ma non riesco a staccarmi dalla musica che sto ascoltando. Ci provo, ma è inutile: uno di quei momenti in cui la Musica dispone di me come vuole e io non ho difese. Il telefono squilla, e io sono travolto dall’aria sonora che, in quel preciso istante, è tutta la mia vita.
Non è naturalmente una prerogativa di Frank Marino: momenti simili mi sono capitati più volte nel corso della vita. Ricordo, per esempio, una domenica sera negli anni Settanta, da ragazzino, quando ero in un circolo culturale. Con gli amici ci eravamo raccolti intorno allo stereo e ascoltavamo la cassetta di un altro IV album. Giunse il momento di andarsene, ma io non riuscivo a separarmi dalle note virginali dell’arpeggio di Stairway To Heaven.
E poi ci sono le sere in cui, da ragazzo, restavo a letto prima di addormentarmi per ascoltare Mondo Radio di Scandiano, la leggendaria radio Rock dell’Emilia centrale, poi trasformata in K Rock Radio Station. Combattevo contro il sonno pur di rimanere immerso nella Musica che mi teneva in vita e finivo per lasciare la radio accesa, così da potermi risvegliare al mattino al suono che ormai faceva parte del mio DNA.
Julia — una protagonista dei primi anni di questo blog — diceva che mi invidiava per il modo in cui “sentivo” la musica (sentire in senso ampio, ovvero avvertire qualsiasi stato di coscienza indotto in me dal mondo esterno, e in questo caso dalla Musica, attraverso i sensi, o un qualsiasi stato affettivo che insorge nell’animo).
Dopo tutti questi anni, questi decenni, conservo ancora un fortissimo appetito musicale, una sorta di bisogno fisiologico di Musica: quell’arte, insomma, che usa suoni e silenzi nel tempo per esprimere emozioni, idee e atmosfere, e che ti porta con sé nelle profondità cosmiche.
Questo mio approccio mi sorprende ancora oggi. Immagino sia merito dei geni che mi ha passato Mother Mary. Insomma, la Musica è tutto quel che ho.
Tim Tirelli, ordinary bluesman, alle prese con la musica (foto di repertorio) – Centro Musica – Mutina
GOLDEN AGE OF ROCK AND ROLL
_Led Zeppelin, Sibly Rehearsals 1980.
Una nuova pubblicazione bootleg della Tarantura, intitolata Soundboard Scaps, contiene una versione inedita di Since I’ve Been Loving You eseguita dai Led Zeppelin, probabilmente durante le prove al Victoria Theatre di Londra il 2 giugno 1980.
Si tratta di un’esecuzione molto bella, con un lavoro di chitarra sorprendente, soprattutto considerando che il periodo storico non rappresentava l’apice del Dark Lord.
Per i fan dei LZ, questo teaser è una vera sorpresa.
PLAYLIST
FM & MR 1976 – musica trionfale
El Becko “canta” Jimi.
Chris Rea 1982
Lynne, Bev & the boys 1977.
Latter days Byrds …
CHIUSA FINALE
La Musica come salvezza, dunque: un lasciapassare, una Underground Railroad che conduce verso la terra promessa. Una terra che non esiste, un po’ come il nido di stelle, ma che noi umani dipingiamo nella nostra coscienza per renderla reale e convincerci che una via di fuga esista davvero.
Tra la matassa confusa dei nostri pensieri e dei nostri ricordi, la Musica — quella che intendiamo noi — detta le coordinate per uscirne più o meno indenni: dagli impicci quotidiani, dalla pazzia del mondo di oggi, dalla bruttezza. E allora, per salvarci, dobbiamo salire sul treno che sta arrivando…
People get ready, there’s a train a-coming You don’t need no baggage, you just get on board All you need is faith to hear the diesels humming Don’t need no ticket, you just thank the (Dark) Lord
La neve arriva e cade abbondante sull’est dell’Aemilia et Romania; si ferma a Mutina, a un tiro di schioppo da Regium Lepidi, dove per mezz’oretta flusca, ovvero scende qualche fiocco (o qualcosa di simile), probabilmente immaginario. Mi ritrovo spesso nei paraggi della finestra nella speranza di vederla scendere copiosa, ma non accade nulla del genere.
Sì, soffro della sindrome del nevofilo.
I sintomi di questa patologia, tutt’altro che rara, sono numerosi e colpiscono soprattutto gli abitanti delle pianure. Il più celebre tra tutti è senza dubbio il lampionismo:
«Una malattia più diffusa di quanto si possa immaginare tra gli appassionati di meteorologia, che si manifesta fin dalla tenera età. Consiste nell’osservazione continua, e spesso del tutto immotivata, del lampione di fronte a casa durante le ore notturne. Dopo lunghe ore di contemplazione in assenza di precipitazioni, il soggetto affetto da lampionismo inizia a delirare, arrivando ad avvistare fiocchi di neve del tutto inesistenti…»
A questo si aggiunge la spasmodica ricerca di carte meteo, modelli previsionali o notizie capaci di confermare l’arrivo imminente della tanto attesa nevicata. C’è chi, appena sveglio, tende l’orecchio per cogliere segnali inequivocabili: il rumore di uno spazzaneve, il raschiare di una pala, quel silenzio ovattato tipico della neve. E poi c’è chi diventa irrimediabilmente meteopatico di fronte alle smentite dell’ultimo minuto.
Ecco, questo sono io.
Quando scende la neve mi sento meglio, ma che ci posso fare se non arriva? Accetto (più o meno) quello che viene. Di certo mi infastidisce l’avversione della gente per questo meraviglioso fenomeno naturale e mi trovo sulle stesse posizioni di Luca Lombroso, meteorologo extraordinaire, che ogni tanto incrocio per le vie di Mutina, il quale a tal proposito dice:
“Una società globale interconnessa, costruita su ritmi forsennati e sull’illusione del tempo sempre perfetto. La neve cade, rallenta, cambia le regole del gioco. Pretendere che tutto funzioni come se fosse sempre giugno è una scelta nostra, non della natura.”
Non mi resta che godermi questi giorni di freddo intenso. Intendiamoci: nulla di sconvolgente — qui in Val Padana dovrebbe essere la regola — tuttavia l’altra mattina, mentre andavo in stazione, il termometro toccava i –7. Niente male.
La Domus Saurea ridiventa tundra e lo spettacolo mi irretisce ogni volta:
Tundra alla Domus – Domus Saurea gennaio 2026 – Foto Tim Tirelli
Tundra alla Domus – Domus Saurea gennaio 2026 – Foto Tim Tirelli
Tundra alla Domus – Domus Saurea gennaio 2026 – Foto Tim Tirelli
Già, la stazione. La sera, quando riprendo il treno, ripenso alle vacanze natalizie ormai passate, al nuovo anno appena iniziato, a che ne sarà di me…
Train Station Blues – gennaio 2026 – foto di Tim Tirelli
SERIE TV
_Absentia ( USA 2017-2020) – TTT¾
Con Stana Katic. Una serie TV girata come fosse un lungo film, che affronta il terrore dell’incognito, la perdita di controllo, ma anche la rinascita. Tre stagioni di alto livello, sebbene nella seconda e nella terza emergano esigenze rivolte a un certo tipo di pubblico, pur mantenendo la tensione fino alla fine.
_La sua verità (His & Hers) – USA 2026) – TTT¾
Altro thriller degno di nota, sorretto da una scrittura solida e da una regia efficace. Avvincente, con un finale tutt’altro che scontato. Ottime le interpretazioni di Tessa Thompson e Jon Bernthal. Da segnalare, nella colonna sonora, “Ain’t No Love in the Heart of the City” di Bobby Bland.
TDL 82
Il Dark Lord arriva a quota 82. Auguri.
TDL 82 anni – Foto Scarlet Page
USA Album chart 20 november 1976 (courtesy of Dave Lewis)
GATTI ALLA DOMUS
Due passi nei dintorni della Domus. Fa freddo, ci stringiamo nelle nostre giacche a vento; mentre torniamo notiamo un gatto messo piuttosto male, accucciato, con lo sguardo perso nel vuoto. Cerchiamo di avvicinarlo per sincerarci delle sue condizioni, ma ovviamente fugge; tuttavia deve aver capito che potevamo dargli aiuto, perché dopo un po’ ce lo ritroviamo sulle scale. Una ciotola di cibo fa il resto.
Nei giorni successivi lo vediamo fermo sotto la pioggia: sembra stremato, ma ogni volta che gli mostriamo la ciotola si avvicina quel tanto che basta per riuscire a sfamarlo. Una sera lo ritroviamo sul terrazzo. Gli mostriamo la ciotola, entra in casa.
È diffidente, pelle e ossa, sporco, senza speranza, ma sembra capire che possiamo dargli una mano. Per un paio di giorni rimane in casa; gli altri gatti non gradiscono e cerchiamo di tenerli separati. La tutor dei gatti con cui vivo riesce a prenderlo in braccio, lo pulisce, lo coccola: attività, quest’ultima, che sembra stupirlo.
Inutile aggiungere che lo portiamo dal veterinario: flebo, esami, antibiotico e antinfiammatorio. Era quasi in ipotermia. Tre giorni in day hospital parziale e poi a casa, al riparo, nella sua stanzetta.
Mangia, beve, fa i suoi bisogni e contempla il suo mondo attuale, cercando di capire le intenzioni dei due umani con cui interagisce. Pare aver instaurato un rapporto speciale con l’umana femmina, la quale lo ha ribattezzato Gelsomino.
Gelsomino e l’umana che lo sta salvando – gennaio 2026 – foto Tim Tirelli
Che ne sarà di noi e del gatto Gelsomino ancora non è chiaro. Gli esami hanno diagnosticato che Gelso è affetto da FIV (Feline Immunodeficiency Virus), un retrovirus appartenente alla famiglia dei lentivirus che causa una sindrome da immunodeficienza acquisita nei gatti, simile all’AIDS umano, ma specifica per i felini e non trasmissibile agli esseri umani né ad altre specie animali.
Per il resto è tutto nella norma, benché lo stato di debolezza sia estremo. Recuperarlo non sarà facile. Potrebbe essere il gatto di qualcuno che abita nei paraggi e che evidentemente non se ne cura, oppure potrebbe essere un randagio…
Il gatto Gelsomino e la sua Tutor – Domus Saurea gennaio 2025
Noi abbiamo tre gatti nostri — due dei quali randagi accasatisi qui anni addietro — più due randagi ormai stanziali (uno dorme addirittura in casa in questa stagione fredda). Saremmo più che a posto così, ma come si fa a non aiutare un animaletto bisognoso?
PLAYLIST
Ronnie Lane & the Boys – 1972
Il grande Dick Wagner nel 1978
Ultravox nel 1981
I Clash nel 1978
Il Texas Tornado dal vivo nel 1970
CODA
Cerco di concentrarmi, dunque, sulle mie sciocchezze e sugli stratagemmi per continuare a restare su questi sentieri pieni di sassi…
Vado a pranzo a Castrum Guelfum con Siuviu e la Dinny, poi torno a vedere il mio amico Lorenz con i suoi Black Hearts al Morrison Hotel Pub di Arceto. Non mi perdo la fredda serata di Alex Britti a Parma, approfittandone per dare un’occhiata alla città e ai luoghi dove, decenni fa, ho fatto parte del militare.
Parmae – 31-12-2025 foto Tim Tirelli
Parmae – 31-12-2025 foto Tim Tirelli
Mi ritempro con i soliti krapfen e cappuccino al Bar dell’Antille, prima di fare la spesa settimanale alla Coop di Regium Lepidi.
Uomo di Blues alla Coop – Regium Lepidi 10-01-2026 – foto Saura T
E finisco per osservare il mondo attraverso il carrello della spesa, soppesando scampoli di vita degli avventori…
La vita attraverso il carrello della spesa – gennaio 2026 – foto Tim Tirelli
Tutto questo per cercare di dimenticare, per un momento, le brutture del mondo che non riconosco più: sceriffi scellerati, maghe magò, eserciti pronti a marciare, odi atavici alimentati, l’indifferenza…
Is this the world we created? We made it on our own Is this the world we devastated Right to the bone?
Quattordicesima School of Rock quella del solstizio d’inverno del 2025 e dunque – qui faccio il solito copia incolla – ritrovo modello “dopolavoro” nei locali della azienda per cui lavoro. Sospinto dalla volontà del nostro dirigente GLB eccomi di nuovo davanti al gruppo dei fedelissimi e affezionati colleghi che con dedizione e passione si assiepano – dopo l’orario di lavoro appunto – nella (mia amatissima) Sala Blues (where the dreams come blue), la grande sala informale dell’azienda dotata di un vero e proprio impianto hi-fi. Stasera si parla dei Rolling Stones, gruppo che non ha certo bisogno di presentazioni, le cui figure principali — Mick Jagger e, soprattutto, Keith Richards — rappresentano luci guida per tutti gli appassionati di vera musica rock. Mi soffermo in particolare sui brani meno conosciuti, perché, al di là di Satisfaction, Jumpin’ Jack Flash, Brown Sugar, Miss You e compagnia, esistono perle di rara, rarissima bellezza, imprescindibili per ogni donna e uomo di blues in questo dicembre 2025.
Mi prendo una mezz’oretta prima dell’inizio per raccogliere i pensieri, immergermi nella silenziosa sala vuota e preparare ellepì e cd.
Sala Blues – 2025 foto Tim Tirelli
Tim Tirelli’s School Of Rock Rolling Stones dicembre 2025
Apro la serata con una delle mie solite introduzioni spiegando ai miei amati colleghi che a volte volte mi chiedo se valga la pena tenere ancora queste lezioncine, questi incontri e confronti musicali Rock, quando puntualmente mi arriva qualche segnale che mi dà la spinta necessaria.
Qualcuno degli adepti mi invia via email un messaggino: La School Of Rock: una delle ragioni per essere rimasti, voglio un posto riservato :) Sei un grande. Tuo Tom
Un altro via whatsapp mi scrive: My dear friend, so che oramai la musica si ascolta su supporti digitali con lo schermo nero, e non in quei magnifici dischi che spesso ci mostri, ed é un peccato. Però così va il mondo, e il vero uomo di blues ne é consapevole. Oggi Spotify ha fatto come ogni anno il wrap up sulla musica ascoltata durante l’anno. Questo il risultato …YOUR LISTENING AGE: 75 – YOU WERE INTO MUSIC OF THE LATE 60s, YOU’RE AN OLD SOUL. Things to be proud of. An old blues soul. Ci vediamo presto my friend. Tuo SimoSca.
Entrambi hanno poco più di trent’anni, e questo dice tutto sulla importanza che la vera Musica Rock ha sulle vite di certe persone. Con determinazione spiego ai colleghi-amici il motivo per cui ci troviamo di nuovo riuniti nella sala Blues, l’una accanto all’altro, tutti insieme a celebrare una delle attività umane – la musica – che più ci suggestiona, lo stratagemma forse più bello che noi umani abbiamo creato per non farci tramortire dal pensiero di essere scimmie evolute che gironzolano su una roccia persa nel buco del culo dell’universo. Sì, perché la School Of Rock la facciamo insieme – io e loro – per sentirci vivi e non solo utili o produttivi, per essere noi stessi e non solo soldatini che fanno la fila per tre, rispondono sempre di sì e si comportano da persone civili! Ringrazio dunque il gruppo di volenterosi e volenterose, di impavidi eroi ed eroine che ho davanti. Stasera mi soffermerò meno sulla storia del gruppo per poter dare maggior spazio alle canzoni e parto raccontando un po’ di fatti dell’epoca.
I dischi di blues che arrivano nei porti britannici iniziano ad irretire i giovani del Regno Unito, dopo che il Rock And Roll li aveva spinti verso una vibrazione primordiale. Capiscono che il Rock And Roll non era nient’altro che blues veloce cantato (anche) dai bianchi, mentre il Blues rimaneva una musica genuina e schietta nata dalle popolazioni nere del sud est degli Stati Uniti. Il Blues colpisce perché non è mainstream, perché puro, grezzo, passionale, vitale.
Inizio la narrazione vera e propria sui Rolling Stones: Prima che diventassero la più grande rock’n’roll band del mondo, Mick Jagger e Keith Richards erano solo due ragazzini del Kent, compagni di scuola nel 1950, che ancora non potevano immaginare quanto la loro amicizia avrebbe cambiato la storia della musica. Anni dopo, nel 1961, sarebbe bastato un incontro casuale sul binario due della stazione di Dartford e qualche disco di Chuck Berry e Muddy Waters sotto il braccio per far scattare la connessione definitiva: il blues come lingua comune, la musica come destino. A metà degli anni ’50 Jagger aveva già provato a sporcarsi le mani con il rhythm and blues grazie a una garage band messa su con Dick Taylor, suonando i giganti afroamericani che presto avrebbero plasmato l’identità dei futuri Rolling Stones. Richards, incuriosito da quegli stessi dischi che Jagger portava sempre con sé, capì subito di aver trovato un complice musicale.
Il primo seme della band prese forma sotto il nome Blues Boys, un quintetto composto da Jagger, Richards, Taylor, Alan Etherington e Bob Beckwith. Erano giovani, affamati, e il loro mondo ruotava attorno al blues più autentico. La svolta arrivò nel marzo 1962, quando scoprirono l’Ealing Jazz Club sulle pagine di Jazz News. Il club era la casa degli Alexis Korner’s Blues Incorporated, una sorta di università non ufficiale del rhythm and blues inglese. Fu lì che i Blues Boys incontrarono Brian Jones, Ian Stewart e Charlie Watts — tre musicisti che avrebbero segnato la storia del gruppo e dell’intero rock britannico. Korner rimase colpito dal loro materiale e invitò Jagger e Richards a suonare con la sua band: un passaggio fondamentale che affinò il loro stile e li introdusse nella scena musicale londinese.
Nel maggio 1962 Brian Jones decise di creare il suo gruppo e pubblicò un annuncio su Jazz News. Stewart fu tra i primi ad aderire, seguito da Jagger, Richards e Taylor, pronti a lasciare i Blues Incorporated per seguire la nuova visione di Jones. Il nome Rolling Stones nacque quasi per caso, durante una telefonata con un giornalista. Alla domanda “Come si chiama la band?”, Jones guardò un LP di Muddy Waters sul pavimento. Una traccia spiccava: Rollin’ Stone. Bastò quello. Una scelta istintiva, destinata a entrare nella mitologia del Rock. Prima che Jagger e Richards diventassero il cuore compositivo del gruppo, Brian Jones era il leader indiscusso. Fu lui a definire l’identità musicale iniziale della band, a radunare i membri, a scegliere il nome e a guidare le prime scelte artistiche. Il suo talento visionario e il suo amore profondo per il blues furono fondamentali per trasformare un gruppo di giovani musicisti in una forza creativa irresistibile.
Cerco di stringere i tempi, raccontare e far ascoltare i RS in poco più di un ora è impresa pressoché impossibile
Nel 1966 i Rolling Stones avevano già alle spalle più di un album e molti singoli di successo ma con l’uscita di Aftermath spostarono definitivamente l’asticella: fu il loro primo LP composto da brani originali di Mick Jagger e Keith Richards, segnando l’inizio di un’era di creatività e sperimentazione. Da lì in avanti, la band attraversò una fase cruciale: il passaggio dal rock/blues-rock degli inizi a sonorità più complesse, psichedeliche, roots e – negli anni ’70 – a un rock maturo, spesso con sfumature blues, country e soul. Questo periodo è comunemente considerato l’apogeo artistico e commerciale degli Stones.
Aggiungo, finendo il discorso generale, che secondo stime aggiornate, i Rolling Stones hanno venduto oltre 200 milioni di dischi su scala mondiale — un dato enorme che li colloca tra gli artisti più venduti di sempre. Solo negli USA le vendite superano i 59 milioni di album.
Tim Tirelli’s School Of Rock Rolling Stones dicembre 2025 foto di Marcya P
La fase 1968 –1972 è probabilmente quella più significativa per la reputazione artistica dei Rolling Stones. Con Beggars Banquet, Let It Bleed, Sticky Fingers ed Exile on Main St. la band consolidò il proprio suono: dal rock/blues originario a un mix ricco di influenze — roots, country, gospel, soul, rock. Molti considerano questi come i loro “anni d’oro”. Tuttavia anche dal 1973 e sino al 1981 i loro dischi sono bellissimi benché a volte paiano album da fase di transizione: la produzione infatti è influenzata da cambiamenti interni (line-up, abitudini, stili di vita), ma anche da un contesto musicale in evoluzione — nuovi generi, nuove mode. Nonostante ciò, la loro capacità di reinventarsi — senza perdere l’identità rock/blues-rock — li mantiene rilevanti e popolari anche nel decennio seguente. La longevità, in questo caso, è accompagnata da coerenza.
Concludendo, dal 1966 al 1981 i Rolling Stones attraversano la fase più intensa, creativa, e turbolenta della loro carriera. Passano da una band giovane che cerca di emanciparsi dal modello dei primi anni a un monumento del rock mondiale, capace di reinventarsi, contaminarsi di stili e restare rilevante per decenni.
Due note tecniche sugli album e (da Let it Bleed in poi) finalmente un po’ di canzoni da ascoltare:
1966 – Aftermath Aspetti salienti: Primo album composto interamente da Jagger/Richards. Segna l’inizio della maturità artistica della band. Classifiche: UK: #1 (8 settimane) USA: #2 Italia: n/d (non esisteva classifica album) Vendite / certificazioni: USA: Platinum (RIAA) UK: Silver (BPI, certificato retroattivo) Italia: n/d Tracklist UK Mother’s Little Helper • Stupid Girl • Lady Jane • Under My Thumb • Doncha Bother Me • Goin’ Home • Flight 505 • High and Dry • Out of Time • It’s Not Easy • I Am Waiting • Take It or Leave It • Think • What to Do
1967 – Between the Buttons Album pop barocco/psichedelico, ponte verso un suono più sofisticato. Classifiche: UK: #3 USA: #2 Italia: n/d Vendite / certificazioni: USA: Gold UK: nessuna certificazione ufficiale (pre-BPI) Italia: n/d Tracklist UK Yesterday’s Papers • My Obsession • Back Street Girl • Connection • She Smiled Sweetly • Cool, Calm & Collected • All Sold Out • Please Go Home • Who’s Been Sleeping Here? • Complicated • Miss Amanda Jones • Something Happened to Me Yesterday Tracklist USA (differente) Let’s Spend the Night Together • Ruby Tuesday + 10 brani UK (senza Back Street Girl, Please Go Home)
1967 – Their Satanic Majesties Request Album psichedelico, esperimento unico nel catalogo Stones. Classifiche: UK: #3 USA: #2 Italia: n/d Vendite / certificazioni: USA: Gold UK: n/d Italia: n/d Tracklist Sing This All Together • Citadel • In Another Land • 2000 Man • Sing This All Together (See What Happens) • She’s a Rainbow • The Lantern • Gomper • 2000 Light Years from Home • On with the Show
1968 – Beggars Banquet Considerato uno dei capolavori: ritorno al roots-rock e blues. Classifiche: UK: #3 USA: #5 Italia: n/d Vendite / certificazioni: USA: Platinum
UK: Platinum (certificazione retroattiva) Italia: n/d Tracklist Sympathy for the Devil • No Expectations • Dear Doctor • Parachute Woman • Jigsaw Puzzle • Street Fighting Man • Prodigal Son • Stray Cat Blues • Factory Girl • Salt of the Earth
1969 – Let It Bleed Album ponte tra fine era Brian Jones e ingresso definitivo di Mick Taylor. Classifiche: UK: #1 USA: #3 Italia: n/d Vendite / certificazioni: USA: 2×Platinum UK: Platinum Italia: n/d Tracklist Gimme Shelter • Love in Vain • Country Honk • Live with Me • Let It Bleed • Midnight Rambler • You Got the Silver • Monkey Man • You Can’t Always Get What You Want
1971 – Sticky Fingers Primo album su Rolling Stones Records. Capolavoro assoluto del periodo Taylor. Classifiche: UK: #1 USA: #1 Italia: n/d Vendite / certificazioni: USA: 3×Platinum UK: Platinum Italia: n/d (stima: forte successo ma senza dati ufficiali) Tracklist Brown Sugar • Sway • Wild Horses • Can’t You Hear Me Knocking • You Gotta Move • Bitch • I Got the Blues • Sister Morphine • Dead Flowers • Moonlight Mile
1972 – Exile on Main St. (doppio) Considerato uno dei migliori album degli Stones e uno dei migliori del rock. Classifiche: UK: #1 USA: #1 Italia: n/d Vendite / certificazioni: USA: 2×Platinum UK: Platinum Italia: n/d Tracklist Lato 1: Rocks Off • Rip This Joint • Shake Your Hips • Casino Boogie • Tumbling Dice Lato 2: Sweet Virginia • Torn and Frayed • Sweet Black Angel • Loving Cup Lato 3: Happy • Turd on the Run • Ventilator Blues • I Just Want to See His Face • Let It Loose Lato 4: All Down the Line • Stop Breaking Down • Shine a Light • Soul Survivor
Tim Tirelli’s School Of Rock – Rolling Stones dicembre 2025 – foto Marcya P
1973 – Goats Head Soup Sonorità morbide e soul-blues unite al solido Rock sound del gruppo. Classifiche: UK: #1 USA: #1 Italia: n/d Vendite / certificazioni: USA: Platinum UK: Gold Italia: n/d Tracklist Dancing with Mr. D • 100 Years Ago • Coming Down Again • Doo Doo Doo Doo Doo • Angie • Silver Train • Hide Your Love • Winter • Can You Hear the Music • Star Star
Il tempo fugge via, devo saltare l’album del 1974 e passare a Black and Blue e purtroppo terminare l’incontro.
1974 – It’s Only Rock ’n Roll Transizione verso un suono più moderno anni ’70. Classifiche: UK: #2 USA: #1 Italia: n/d Vendite / certificazioni: USA: Platinum UK: Gold Italia: n/d Tracklist If You Can't Rock Me • Ain’t Too Proud to Beg • It’s Only Rock ’n Roll • Till the Next Goodbye • Time Waits for No One • Luxury • Dance Little Sister • If You Really Want to Be My Friend • Short and Curlies • Fingerprint File
1976 – Black and Blue Album di ricerca sonora (funk, reggae, soul), album di transizione, album obliquo, album per me bellissimo. Classifiche: UK: #2 USA: #1 Italia: n/d Vendite / certificazioni: USA: Platinum UK: Gold Italia: n/d Tracklist Hot Stuff • Hand of Fate • Cherry Oh Baby • Memory Motel • Hey Negrita • Melody • Fool to Cry • Crazy
Prima di far ascoltare Memory Motel leggo la traduzione del testo, per far arrivare agli amici il senso di questo pezzo meraviglioso:
Memory Motel — Traduzione in Italiano
Hannah, tesoro, era una ragazza tutta pesca e miele Gli occhi color nocciola E il naso un po’ storto Abbiamo passato una notte solitaria al Memory Motel È sull’oceano, immagino che tu lo conosca bene
Ci volle una notte piena di stelle per togliermi il fiato Giù sul lungomare I suoi capelli tutti bagnati dagli spruzzi Hannah, piccola, era davvero una dolce ragazza Gli occhi color nocciola E i denti un po’ storti Prese la mia chitarra e iniziò a suonare Mi cantò una canzone Che mi è rimasta piantata in testa
Sei solo un ricordo d’un amore Che era stato Sei solo un ricordo d’un amore Che un tempo significava così tanto per me
Lei ha una testa tutta sua E la sa usare, oh sì È una ragazza unica Con una testa tutta sua E la sa usare maledettamente bene
Guidava un pick-up Dipinto di verde e blu Le gomme erano lisce S’era fatta un bel po’ di miglia Quando le chiesi dove stava andando
“Torno su a Boston, canto in un bar” Io invece devo volare oggi giù a Baton Rouge I nervi sono già a pezzi E la strada non è poi così comoda Là in Texas c’è la rosa di San Antone E io continuo a sentire quel morso nelle ossa
Sei solo un ricordo d’un amore Che voleva dire così tanto per me Sei solo un ricordo, ragazza Sei solo un dolce ricordo E un tempo contava così tanto per me Sha la la la la… Sei solo un ricordo d’un amore Che voleva dire così tanto per me
Lei ha una testa tutta sua E la sa usare, oh sì Maledettamente bene Perché è una ragazza unica Una testa tutta sua E la sa usare bene
Il settimo giorno avevo gli occhi tutti velati Abbiamo percorso diecimila miglia Attraversato quindici stati Ogni donna sembrava svanire dalla mia mente Mi sono buttato sulla bottiglia, sul letto, e ho pianto Cos’è tutto questo ridere al ventiduesimo piano? Sono solo un paio di amici
Stanno buttando giù la porta È stata un’altra notte solitaria al Memory Motel
Sei solo un ricordo, ragazza, solo un ricordo E un tempo voleva dire così tanto per me Sei solo un ricordo, ragazza, solo un ricordo E un tempo voleva dire così tanto per me Sei solo un ricordo, ragazza, un vecchio dolce ricordo E un tempo voleva dire così tanto per me Sei solo un ricordo d’un amore Che un tempo voleva dire così tanto per me Lei ha una testa tutta sua E la sa usare, oh sì Perché è una ragazza unica
Anche per Fool To Cry vado sul profondo, traduco alla bene meglio la strofa che più sento mia…
FOOL TO CRY – traduzione in Italiano. Sai, io ho una donna
(“Papà, sei uno sciocco…”) E vive in una parte povera della città E a volte vado a trovarla E facciamo l’amore, così dolcemente Appoggio la testa sulla sua spalla Lei dice: “Raccontami tutti i tuoi problemi.” Sai cosa mi ha detto? Mi ha detto: “Papà, sei uno sciocco a piangere Sei uno sciocco a piangere E questo mi fa chiedere perché.”
Tim Tirelli’s School Of Rock – Rolling Stones dicembre 2025 – foto Marcy Tin
Siamo già oltre l’orario stabilito, devo fermarmi qui, al 1976, ringrazio tutti e sul finire ci scateniamo sul ritmo dei Rolling Stone…
Thank you Sant’Orsola it’s been great. New York, goodnight! W i Rolling Stones, W l’amore, W … (qualcos’altro)
Riguardando quei pochi spezzoni video che qualche anima gentile ha filmato mi rendo conto che la serata è stata condotta da ITTOD, uno dei tre uomini che sono, quello guidato dal furore iconoclasta e che pertanto sono andato parecchio sopra le righe, un po’ mi imbarazzo, ma probabilmente è l’atteggiamento congruo per affrontare e raccontare la Musica Rock, perché in definitiva non mi importa nulla di insegnare qualcosa a qualcuno, una volta di più faccio mia la frase che disse quella che un tempo era la mia luce guida musicale: “ma che tecnica e tecnica, io mi occupo di emozioni!”
Le cinque del mattino della vigilia: l’alba è un futuro prossimo. La campagna nera è tutto ciò che la finestra riesce a filtrare, sento l’oscurità premermi sulla pelle.
La Charlie’s Angel con cui vivo è di là, dorme il sonno dei giusti, e io, uomo di blues, sono qui a ricamarmi l’animo in questa fredda e buia mattina di dicembre.
Per non scivolare nell’abisso del blues chiedo compagnia a Gary Burton.
La decade dell’anno che preferisco è ormai passata: quei dieci, undici giorni che arrivano fino al 23 dicembre e che tanto mi riempiono di letizia e di malinconica felicità. Tuttavia è mia ferma intenzione tenermi lontano, non farmi inghiottire dal gorgo quotidiano di pensieri e affanni.
Cerco di lasciar sfumare le brutture del mondo: personaggi nostalgici di dittature feroci in Sud America eletti presidenti; le democrazie sempre più deboli; il desiderio autodistruttivo dei popoli di farsi gregge e quindi di volere l’animale forte al comando; la cultura sotto scacco; l’intrattenimento nazional-popolare assurto a valido esempio di attività artistica; la gente che pensa di essere avulsa dal mondo, di essere speciale; l’individualismo – magari inconsapevole – come unico metro per porsi nella società; la (estrema) destra al potere che cerca in tutti i modi di far evaporare quel poco di umanesimo che eravamo riusciti a portare a galla, ribaltando il modo di stare gli uni con gli altri; l’arroganza, la violenza verbale (e non solo), la prevaricazione e le ingiustizie che diventano norma; gli USA come modello di riferimento per riplasmare una società dove cultura, bon ton e solidarietà vengono messi all’angolo; il profitto a ogni costo, l’indottrinamento, l’ossessione di dividere il mondo in ricchi e poveri…
Insomma, come definita nell’ultimo rapporto Censis, questa “età selvaggia del ferro e del fuoco”.
Mi riprometto inoltre di non lasciarmi trasportare, in questi giorni, dalle mie beffarde precisazioni illuministiche; di non erigermi a paladino della giustizia sociale e umana; di non immergermi in discussioni che non portano da nessuna parte. Una manciata di giorni da spendere con lo spirito rivolto al signore (oscuro),
Il Signore Oscuro con i Led Zeppelin performing in Landover, Maryland on May 28, 1977 (Bill “Wheelz” Wheeler)
…e magari essere contento di essere una semplice scimmia evoluta, a spasso su questa benedetta roccia persa nel buco del culo dell’universo.
Giorni da dedicare alla musica rock, quella vera; all’opera omnia di Franz Kafka, che ho iniziato a rileggere in queste notti; al festeggiamento del Sol Invictus, che da tre giorni è rinato.
E poi, e poi, girare per la città e trovarla trasformata dall’inverno e da questa pioggia che fino a qualche anno fa sarebbe stata certamente neve; osservare la gente ostinata nel cercare a ogni costo un ultimo regalo; ascoltare Battisti che fuoriesce dalle vetrine di un negozietto all’angolo,
…e mentre cala la sera, mettersi le cuffiette e lasciarsi trasportare dal jazz seducente di Charles Mingus
E ripensare ai piccoli gesti che riaggiustano l’animo e l’umore: la telefonata di uno degli AD (va beh, CEO) che ho avuto, tanto per non perdere l’abitudine di confrontarsi su come sta andando il mondo, sulla musica rock e sul football; il collega metallaro che mi vede passare, interrompe la call in cui è intrappolato e mi viene ad abbracciare; la bella collega che, prima di ributtarsi nell’ennesima call sul filo del Natale, mi stringe forte a sé, mi tiene le mani, mi dice «Buon Natale, Tim» e mi confida che, nell’ultima School of Rock appena tenuta, mentre parlavo dei Rolling Stones, ho aperto una magnifica parentesi sul blues e su ciò che significava per gli interpreti originali, laggiù negli anni Venti e Trenta del secolo scorso; il giovane manager on a roll che mi incontra nel lungo corridoio, mi fa il gesto dell’heavy rock — quello che, nell’ambito dell’heavy metal e in generale della musica hard rock, è un segno di approvazione e complicità tra fan. Un gesto che ha però una doppia forma e origine: nella versione con tre dita (pollice, indice e mignolo alzati) affonda le radici nella cultura hippie, derivando dalla lingua dei segni americana, dove esprime amore (le dita, infatti, simboleggiano le lettere ILY di I love you) — e mi dice: «Forza Inter».
E allora, di nuovo sul treno che mi porta nell’altra mia città, quella di tutta la mia stirpe, quella che non sento del tutto ma a cui appartengo; e poi, finalmente, la stradina lunga e tortuosa che mi conduce fino alla Domus Saurea, la casetta in cui vivo.
Domus Saura dicembre 2025 – foto Tim Tirelli
Un’occhiata, in silenzio, alle lucine del pozzo.
Domus Saurea dicembre 2025 foto Tim Tirelli
ed eccomi al tepore che la stufa diffonde, mentre il gatto Honecker, dopo una giornata passata a scapicollarsi nelle campagne vicine, si gode il riposo del guerriero.
Honecker – Domus Saura dicembre 2025 – foto Tim Tirelli
Siamo di nuovo qua, donne e uomini di blues, ad augurarci ogni bene per il nuovo anno e a festeggiare il ritorno del Sol Invictus, mentre l’inverno prende ufficialmente forma.
Evgeny Lushpin – Crepuscolo (datato 2000, olio su tela 70 x 90 cm Collezione privata)
Che le stelle tornino a riempire i nostri sogni, che il Blues possa farci sentire a posto e che la Zeta Cometa brilli forte lassù.
Ricordiamoci sempre, come cantava il nostro indimenticato Greg Lake, che sia esso «inferno o paradiso, il Natale che abbiamo è il Natale che ci meritiamo».
Auguri a tutti dal vostro Tim Lowell Leroy Jeremiah Ebenezer Tirelli.
◊ ◊ ◊
I Believe in Father Christmas
Greg Lake 1975
They said there’ll be snow at Christmas They said there’ll be peace on Earth But instead it just kept on raining A veil of tears for the Virgin birth I remember one Christmas morning A winter’s light and a distant choir And the peal of a bell and that Christmas tree smell And their eyes full of tinsel and fire
They sold me a dream of Christmas They sold me a Silent Night And they told me a fairy story Till I believed in the Israelite And I believed in Father Christmas And I looked to the sky with excited eyes Then I woke with a yawn in the first light of dawn And I saw him and through his disguise
I wish you a hopeful Christmas I wish you a brave New Year All anguish, pain and sadness Leave your heart and let your road be clear They said there’d be snow at Christmas They said there’d be peace on Earth Hallelujah, Noël, be it Heaven or Hell The Christmas we get, we deserve
Il demone delle notti senza sonno ritorna. Mi ghermisce, mi scaravolta sul letto, mi costringe ad alzarmi una, cento, mille volte. Blues quotidiani, universali e tenebrosi si mescolano nei miei pensieri. Cerco di aggrapparmi a Capo d’Africa, quel lungo blues di FDG che mi offre un appiglio in questa notte bianca che nessuno la può dormire, mentre bramo una terra promessa laggiù, sull’orizzonte, che forse non si materializzerà mai.
Stanotte notte bianca Che nessuno la può dormire C’è qualcosa che ci manca Che non sappiamo definire
…
Una spiaggia tranquilla Una terra promessa L’inferno e il Paradiso Dove un giorno potremmo sbarcare A cavallo di un nuovo sorriso E fumare a mezzogiorno Con il cuore che batte leggero E guardare la vita che è intorno Dove la vita è bella davvero
La sveglia suona alle 6:30, ma che importa: sono sveglio da sempre. È il momento di prepararmi a fare la fila per tre, rispondere sempre di sì, comportarmi da persona civile. E intanto ritorno dentro al mio mondo sbiadito.
Come un povero (anti)cristo mi reco in stazione alle prime luci dell’alba. Salgo sul treno, attraverso un pezzetto dell’Emilia centrale e arrivo a destinazione. Mi concentro sul lavoro, poi vado da solo in mensa, pensando alla Ghirlandina di Mutina come a un faro che, nonostante tutto, mi tiene ancora sulle giuste coordinate.
Mutina, tardo novembre 2025 – foto TT
Torno al lavoro. Invece di fare la pausa caffè, cedo all’impellente bisogno di scrivere il testo di Fool to Cry sulla lavagna bianca del mio ufficio. Da giorni quella canzone mi si è piantata nella testa, ostinata come un pensiero che non vuole slacciarsi. La storia che Mick Jagger racconta — quella donna che vive nella parte povera della città, quel sentimento sfilacciato che attraversa tutta la canzone — continua a suggestionarmi. Ogni volta riemerge, come se trovasse un varco preciso nel mio umore e vi si incastrasse senza chiedere permesso.
Quando lei vive nella parte povera della città – Uomo di Blues, tardo novembre 2025 foto LM
La sera, mentre sul treno riprendo il mio ruolo di pendolare verso casa, penso al vecchio Brian. Oggi avrebbe compiuto gli anni, e questo mi predispone a riflettere sulle eredità che ci lasciano i nostri padri, i nostri nonni, i nostri familiari. Lascio da parte l’eredità materiale — aspetto che, ahimè, non mi riguarda — perché un’eredità non è soltanto ciò che si riceve, ma anche ciò che ci vincola, ci schiaccia, ci definisce. E dalla quale, forse, ci si può deviare o liberare, ma solo con un’enorme fatica. Quando ciò che resta non è più eredità, ma detrito.
Scuoto la testa, provo a ripulire i pensieri. Entro in casa: la mia bassista preferita è alle prese con l’ennesima passione. Questa volta è il momento dei book nook. Mi sorprende sempre il suo bisogno di creare, di dare forma alle cose, di — come dice lei — “mettere ordine al caos”.
Book Nok Blues – La Bassista Preferita, Domus Saurea nov 2025 – Foto TT
La porto a mangiare una pizza nel nostro posto di riferimento, in via Gramsci, a Regium Lepidi. La pizzeria è già addobbata: le festività natalizie hanno ammantato questi ultimi giorni di novembre di una luce più morbida, quasi sospesa.
La Hermione Granger dei poveri posa il cellulare sul tavolo. Mi basta una rapida occhiata allo schermo perché gli occhi mi si inumidiscano. Un pensiero improvviso, il ricordo di Palmiro — il gatto Palmiro insomma — che ancora mi fa male. Un’assenza che, dopo quasi due anni, faccio ancora fatica a gestire. Un legame così profondo tra un umano e un felino speciale… una fine che non riesco ancora del tutto a elaborare.
Shadow of a Black Cat – Pizzikotto di Via Gramsci Regium Lepidi – tardo novembre 2025 – foto TT
E allora faccio di nuovo ricorso a piccoli escamotage per risollevare l’umore. Esco a cena con Mar e Siuvio in un grazioso ristorantino nel centro storico di Nonatown, il mio paese natale, proprio sotto la Torre dell’Orologio.
Back where I belong – Nonatown tardo novembre 2025 – foto Marcya Like
Oppure vado a vedere Lorenz in concerto, uno dei pochi con cui posso parlare di musica Rock — quella vera. Guardare il mio amico imbracciare la Les Paul (o la Stratocaster, come spesso fa nella band in cui suona oggi) e vivere il Rock e il Blues come pochi sanno fare mi fa sentire meno solo.
Lorenz e i Cuore Nero Blues Band – 28-11-2025 Red Pub Scandiano foto W. Lucchi)
SERIE TV:
_The Beast In Me (USA 2025) – TTTT
Con Claire Danes ( Homeland) e Matthew Rhys (The Americans)
FILM:
_Train Dreams (USA 2025) – TTT¾
Un’intima riflessione su amore, perdita, memoria, e su quanto spesso la vita “ordinaria” contenga bellezza e dolore allo stesso tempo; un racconto silenzioso e profondo su un uomo comune, che vive — e resiste — in un mondo che cambia troppo in fretta. Idaho fine ottocento e inizio novecento. Film da guardare.
PLAYLIST:
The good old blues boys 1969 single
Donovan at his best – 1968
Lisetta La Magra (o anche Lisetta di Latta) del 1974 rimessa nuovo nel 2024
Lei che vive nella parte povera della città, io che piango e mi chiedo il perché. I Rolling del 1976.
Larry Williams 1957 (with thanks from Johnny Winter.)
CODA
Malgrado tutto il blues del sentirsi una scimmia evoluta su una roccia sospesa nell’universo, la vita batte ancora forte nel mio petto. Mi emoziono per piccole grandi cose: il modo dorico greco, i CD che ho ripreso ad acquistare (dopo che due anni fa ho iniziato a vendere su una di quelle piattaforme in cui privati comprano e vendono la mia collezione Rock e non solo), i Far Away Eyes di certe donne, le virili e solide amicizie che ancora riesco a coltivare, i venti freddi che soffiano da nord, i dischi di Johnny Winter del periodo 1970-1975, la super deluxe edition di Black and Blue dei Rolling Stones e i graffiti spirituali che, con una certa soddisfazione, porto addosso.
E allora, d’accordo… va bene. Cercherò di essere a casa per Natale.
Tredicesima School of Rock quella dell’equinozio d’autunno del 2025 e dunque – qui faccio il solito copia incolla – nuovo ritrovo modello “Dopolavoro” nei locali della azienda per cui lavoro. Sospinto dalla volontà del nostro dirigente GLB eccomi di nuovo davanti al gruppo dei fedelissimi e affezionati colleghi che con dedizione e passione si assiepano – dopo l’orario di lavoro – nella (mia amatissima) Sala Blues (where the dreams come blue), la grande sala informale dell’azienda dotata di un vero e proprio impianto hi-fi. Avendo saltato la puntata estiva per motivi logistici, staserà c’è il sold out, anzi siamo in sovra prenotazione (vabbeh, over booking), non tanto per i Van Halen in sé, quanto per la voglia di stare di nuovo insieme ad ascoltare un po’ di buona musica.
Mi prendo una mezz’oretta prima dell’inizio per raccogliere i pensieri, immergermi nella silenziosa sala vuota e preparare ellepì e cd.
Sala Blues – settembre 2025 foto Tim Tirelli
Sala Blues VH – settembre 2025 foto Tim Tirelli
Sala Blues VH – settembre 2025 foto Tim Tirelli
Verso le 18 arrivano i primi colleghi, alcune groupie voglio farsi una foto, accontentiamole …
Groupies – Sala Blues – settembre 2025 foto Siuvio do Brazil
spiego ai colleghi che questa puntata della School Of Rock ha preso corpo dopo che qualcuno di loro mi ha inviato un messaggio, di cui riporto solo un paio di frasi (la prima e l’ultima), molto lusinghiero per la School Of Rock tutta:
“Ho riletto alcuni articoli del tuo blog in questi giorni, tra cui quelli delle prime School of Rock e ho sentito un senso di malinconia, anche se non le ho vissute … Ho scoperto che la potenza di un istante puro può cambiare profondamente l’identità di qualcuno.”
Parto quindi con la School Of Rock vera è propria introducendo la puntata di questa sera:
“Io rompo sempre le scatole con la musica, con il Rock “contenutistico”, quello che deve dire qualcosa di profondo. Eppure, se parliamo dei Van Halen, bisogna riconoscere che la loro è una musica da intrattenimento puro: il sole della California, le belle ragazze, il Rock duro ma pieno di melodie accattivanti, testi frizzanti e mai banali, anche se semplici e votati principalmente al divertimento.
E allora, perché parlare dei Van Halen, potrebbe chiedersi qualcuno di voi … Beh, perché Eddie Van Halen (EVH) è stato uno dei chitarristi Rock più influenti e importanti della musica che tanto amo. Prima di lui, i quattro cavalieri dell’apocalisse della chitarra erano Eric Clapton, Jeff Beck, Jimi Hendrix e Jimmy Page. Quando arrivò lui, i quattro appena citati entrarono di colpo nella categoria della “vecchia scuola” (anche se, per Jeff Beck, qualche distinzione andrebbe fatta).
EVH ha modernizzato la chitarra Rock, portandola a un livello superiore con il suo stile, fatto di hammer-on e tapping. Come raccontava lui stesso, durante un concerto dei Led Zeppelin al Los Angeles Forum, (direi nel marzo 1975 o più probabilmente nel giugno del 1977), vide Page eseguire l’assolo di Heartbreaker tenendo la mano destra sollevata. Van Halen si chiese: “E se, mentre faccio quello, aggiungessi le dita della mano destra sulla tastiera?”
Quella tecnica esisteva già — ci sono perfino video di chitarristi italiani che nel 1965 la usavano su chitarre classiche — ma è stato Eddie Van Halen a portarla a un livello cosmico.
Sfortunatamente, il suo genio ha anche aperto la strada a una marea di segaioli: migliaia di chitarristi tecnicamente impressionanti ma che, troppo spesso, sono diventati giocolieri della sei corde. Straordinari nelle dita, sì, ma poveri nella musica vera, quella che arriva al cuore.“
Tim Tirelli’s School Of Rock VH sett 2025 – foto Marcella Tin
Racconto in breve la storia del padre di due fratelli Alex e Edward, ovvero Jan Van Halen: il musicista che mise le basi per una leggenda del rock.
Prima ancora dei Van Halen che hanno fatto la storia del rock, c’era infatti Jan Van Halen, il padre di Alex ed Eddie, un uomo la cui vita fu segnata dalla musica, dal sacrificio e da un’instancabile passione.
Dalle radici olandesi al jazz europeo
Nato ad Amsterdam nel 1920, Jan mostrò fin da giovane un grande talento musicale. Suonava clarinetto, sassofono e pianoforte, esibendosi in orchestre jazz e swing in tutta Europa, fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.
La guerra e il destino in Indonesia
Nel 1939 si arruolò nella Forza Aerea Olandese, ma il suo talento musicale lo tenne lontano dal fronte: fu infatti destinato a esibirsi nelle bande militari anche durante l’occupazione tedesca. Dopo il conflitto si trasferì in Indonesia, allora colonia olandese, dove conobbe Eugenia van Beers. I due si sposarono nel 1950 a Giacarta, prima di rientrare nei Paesi Bassi.
Una nuova vita in America
Dal loro matrimonio nacquero Alex (1953) ed Eddie (1955). Nel 1962 la famiglia decise di emigrare negli Stati Uniti, stabilendosi a Pasadena, California. Jan continuò a suonare in piccoli locali come il Continental Club e il La Miranda Country Club, ma per mantenere la famiglia dovette svolgere lavori umili: faceva il lavapiatti, addetto alle pulizie e guardiano notturno. Nonostante le difficoltà, trasmise ai figli un profondo rispetto per la disciplina e la musica. Eddie ricordava spesso:
“Sapevo cosa significava la musica fin dal mio primo ricordo di mio padre che teneva una nota sul clarinetto più a lungo possibile.”
Dalla tragedia alla nascita di una band
Nel 1972, un grave incidente gli costò un dito, ponendo fine alla sua carriera musicale. Ma proprio in quell’anno, Alex ed Eddie formarono la loro prima band, i Mammoth, che poco dopo sarebbe diventata Van Halen.
L’ultimo riconoscimento
Nel 1982, Jan ebbe la sua rivincita personale: partecipò come ospite all’incisione del brano “Big Bad Bill (Is Sweet William Now)”, contenuto nell’album Diver Down dei Van Halen.
Gli ultimi anni
Jan Van Halen morì nel 1986, a 66 anni, in California. È sepolto al Forest Lawn Memorial Park di Glendale. La sua influenza — tra talento, rigore e anche momenti difficili legati all’alcol — lasciò un segno profondo nella vita e nella musica dei suoi figli, che ne raccolsero l’eredità trasformandola in leggenda.
Tim Tirelli’s School Of Rock VH sett 2025 – foto Marcella Tin 2
Proseguo entrando nel merito. Tutto comincia negli anni ’60, quando Alex ed Eddie Van Halen iniziano a suonare insieme da ragazzini. Curiosamente, all’inizio i ruoli erano invertiti: Eddie era alla batteria e Alex alla chitarra — finché, per puro istinto, decisero di scambiarsi gli strumenti, trovando così la combinazione perfetta. Eddie, oltre a chitarrista, era anche un eccellente pianista, talento che lo accompagnerà per tutta la carriera.
La loro prima band, i Broken Combs, nacque nel 1964, seguita da diversi progetti fino ai Genesis (1972) e poi ai Mammoth. Fu solo con l’arrivo del carismatico David Lee Roth che arrivò anche l’idea del nome definitivo:
“Dovremmo chiamarci Van Halen!”
Da lì cominciò la scalata. Suonando instancabilmente nei locali di Pasadena e dell’area di Los Angeles — come il mitico Gazzarri’s — il gruppo si costruì una solida reputazione. Un demo prodotto da Gene Simmons dei Kiss attirò l’attenzione di addetti ai lavori come Doug Messenger, chitarrista di Van Morrison, che segnalò la band al produttore Ted Templeman della Warner Records.
Nel 1978 uscì il primo, leggendario album: “Van Halen”. Il disco ha venduto oltre 10 milioni di copie solo negli Stati Uniti e conteneva brani entrati nella storia del rock come “Runnin’ with the Devil”, “Ain’t Talkin’ ’bout Love”, “Jamie’s Cryin’”, la cover dei Kinks “You Really Got Me”, e soprattutto “Eruption” — l’assolo strumentale di Eddie Van Halen che rivoluzionò la chitarra elettrica e rese celebre la tecnica del tapping a due mani.
Da quel momento, la band non fu più solo un gruppo locale: i Van Halen divennero un simbolo del rock moderno, aprendo una nuova era di virtuosismo, energia e spettacolo.
School of Rock VH settembre 2025 e – foto Siuviu
Accelero, il tempo stringe e rendo partecipi i cari colleghi che dopo l’esordio travolgente del 1978, i Van Halen non si fermarono più. Iniziò difatti un periodo di attività frenetica, fatto di pubblicazioni a ritmo serrato e lunghissimi tour che li consacrarono come una delle band più potenti del rock americano.
Nel 1979 uscì “Van Halen II”, il secondo album in studio, pubblicato dalla Warner Bros Records. Il disco raggiunse il sesto posto nella classifica Billboard e conteneva brani di successo come “Dance the Night Away” e “Beautiful Girls”… quasi sei milioni di copie solo negli Stati Uniti. La critica lo accolse positivamente: la Rolling Stone Album Guide ne lodò “l’atmosfera piacevole e festaiola”, perfettamente in linea con lo spirito della band.
Negli anni successivi, i Van Halen mantennero un ritmo impressionante:
“Women and Children First” (1980) – oltre 3 milioni di copie vendute in USA
“Fair Warning” (1981) – circa 2 milioni di copie
“Diver Down” (1982) – più di 4 milioni di copie
Ma fu con “1984”, pubblicato proprio in quell’anno, che la band toccò l’apice del successo: oltre 10 milioni di copie vendute, trainate da hit come “Jump”, “Panama” e “Hot for Teacher”.
Quella fase storica, caratterizzata dal carisma di David Lee Roth alla voce e dal genio di Eddie Van Halen alla chitarra, si concluse nel 1985, chiudendo il primo capitolo leggendario della band.
School of Rock VH settembre 2025 f- foto Siuviu
Ovviamente faccio ascoltare al gentile pubblico i momenti più significativi degli album del gruppo, compresi i primi due con Sammy Hagar, difatti annuncio che dopo il trionfale tour del 1984, i Van Halen attraversarono un momento di svolta: David Lee Roth lasciò la band per dedicarsi alla carriera solista, mentre Eddie Van Halen cercava un nuovo equilibrio musicale.
Roth, nel frattempo, stava vivendo un grande successo con il suo EP “Crazy from the Heat”, trainato da cover come “California Girls” e “Just a Gigolo”. Ma le divergenze artistiche e il desiderio di maggiore controllo creativo portarono inevitabilmente alla separazione.
Dopo vari tentativi di trovare un nuovo cantante — tra i nomi contattati anche Patty Smyth e Daryl Hall — Eddie conobbe Sammy Hagar, ex voce dei Montrose e autore del successo “I Can’t Drive 55”. La chimica fu immediata.
Nel 1986 nacque così l’album “5150”, registrato nei nuovi 5150 Studios di Eddie a Los Angeles. Il disco segnò l’inizio della “fase Hagar” e un nuovo stile più melodico e radiofonico, senza perdere la potenza del rock Van Halen. Trainato dal singolo “Why Can’t This Be Love”, 5150 raggiunse il numero 1 della Billboard 200 e vendette oltre 6 milioni di copie solo negli Stati Uniti.
Due anni dopo, nel 1988, uscì “OU812” (da leggere “Oh You Ate One Too”), secondo capitolo con Hagar alla voce. L’album replicò il successo del precedente, debuttando anch’esso al primo posto in classifica e vendendo più di 4 milioni di copie. Brani come “When It’s Love”, “Finish What Ya Started” e “Black and Blue” consolidarono la nuova identità della band: un rock più maturo e raffinato, ma sempre energico e trascinante.
Con 5150 e OU812, i Van Halen dimostrarono di poter rinascere anche dopo un cambiamento radicale, inaugurando una nuova era di successi che li avrebbe portati a dominare le classifiche per tutto il decennio.
Il tempo stringe, ma vale la pena accennare agli ultimi capitoli della storia dei Van Halen con Sammy Hagar alla voce. Dopo il successo di 5150 (1986, oltre 6 milioni di copie vendute in USA) e OU812 (1988, più di 4 milioni), la band pubblicò nel 1991“For Unlawful Carnal Knowledge”, spinto dal singolo “Right Now” e vincitore di un Grammy Award come miglior album hard rock. Anche questo lavoro raggiunse il numero 1 della Billboard 200 e vendette oltre 3 milioni di copie negli Stati Uniti.
Nel 1995 arrivò “Balance”, l’ultimo album con Hagar alla voce: un disco più cupo e introspettivo, ma comunque di grande successo, capace di toccare ancora una volta la prima posizione in classifica e di vendere circa 3 milioni di copie negli USA.
Dopo un periodo di tensioni interne, David Lee Roth fece temporaneamente ritorno nel 1996, aprendo la strada a una lunga fase di cambiamenti e reunion intermittenti. La band tornò stabilmente con lui nel 2012, pubblicando “A Different Kind of Truth”, ultimo album in studio, accolto positivamente dai fan storici.
Purtroppo, la storia dei Van Halen si è chiusa con una nota dolorosa: il 6 ottobre 2020, Eddie Van Halen è scomparso dopo una lunga battaglia contro il cancro. Con lui se ne è andato non solo un chitarrista rivoluzionario, ma uno dei più grandi innovatori della musica rock e per quel che può valere, uno dei miei musicisti Rock preferiti.
Il tempo è scaduto, ringrazio di cuore tutti gli amici intervenuti e chi ha condiviso per la 13esima volta questa passione per la School of Rock di Tim Tirelli.
Chiudo come sempre, con la mia solita frase di congedo:
Le foglie di ippocastano arrivano fino alle caviglie, albeggia, la mattina si annuncia caliginosa, un passero pigola fuori dalla finestra e io sono qui davanti all’ennesima bozza di articolo a chiedermi se valga ancora la pena continuare con questo spazio, tra pochi mesi saranno 15 anni di blog, roba da non credere.
Autumn leaves at the Domus … ottobre 2025 – Foto Tim Tirelli
Autumn leaves at the Domus … ottobre 2025 – Foto Tim Tirelli
Nel 2011 i blog erano quasi una novità, l’impatto che ebbe questo – nel suo piccolo – fu notevole o comunque inaspettato: in breve una comunità di donne e uomini di blues si raccolse intorno ai miei scritti; oggi, nell’era smodata di internet, dei social, dell’apparire ad ogni costo, i blog sembrano stare appena a galla, io non posso certo lamentarmi, la congregazione che segue questo diario digitale è sempre solida, affezionata ed appassionata, tuttavia mi pongo con frequenza la domanda di cui sopra.
Ogni volta che mi assalgono questi dubbi però capita qualche piccolo segnale che mi fa dire “però, Tim Tirelli, niente male”.
Dopo aver pubblicato questo articolo diverse decadi fa (alcune decine di giorni or sono insomma … lo scrivo in caso qualcuno si confondesse con la maledettissima lingua inglese)
l’amico LIZN mi invia questo messaggio: “qui hai vinto!! Ti sei superato…complimenti veramente, vorrei leggere le tue parole in un qualsiasi quotidiano … pelle d’oca”. Ora, al di là della generosità eccessiva nei miei confronti, lui fa parte di quella piccola cerchia di amici strettissimi con i quali schiettezza, sincerità e onestà intellettuale sono un valore fondante e dunque prendo per buono ciò che mi scrive.
Lo stesso giorno un altro caro amico e firma prestigiosa (molto prestigiosa) del giornalismo musicale italiano aggiunge: “Il tuo sì che è un blog in costante evoluzione, ferma restando l’eccellenza del critico musicale dimostrata nella recensione di Balance dei Van Hagar!”
Ora, magari è autoreferenzialità (concetto che detesto in verità), ma questi messaggi hanno contribuito a farmi dire “ma sì, andiamo avanti, almeno per un altro po’” e fanno parte dei segnali che noi umani, sempre abili ad autosuggestionarci, pensiamo siano connessioni tra le nostre vite e l’universo.
◊ ◊ ◊
PS: per curiosità chiedo all’intelligenza artificiale che ne pensa di questo articolo e dunque di questo blog, questa la risposta:
Impressione generale
Stile: maturo, colloquiale ma curato; la voce narrante trasmette calore, autoironia e affetto verso i lettori.
Tono: malinconico ma grato; si percepisce il peso del tempo e l’amore per la scrittura e la comunità.
Struttura: scorrevole, con un incipit evocativo (ottimo ritmo e immagini), un corpo riflessivo e una chiusura che lascia una nota di speranza.
Beh, se anch’essa esprime un giudizio lusinghiero non mi resta che continuare il viaggio, tuttavia qualche blues a tal proposito rimane: ci fidiamo davvero di questa tecnologia in grado di simulare l’intelligenza umana?
IL LOOK FIGO E DECADENTE DI CERTE ROCKSTAR NEGLI ANNI SETTANTA
Scambio di sensazioni col nostro Paolo Barone (Polbi insomma).
Invio questa foto al mio amico, aggiungendo “uguale al Page di quegli anni”
Lo Scilla boy mi risponde prontamente:
“Sì, i veri toxic twins del rock and roll, altro che Tallarico e Perry. Keith ha sempre rivendicato la sua estraneità alla società borghese, facendo di ogni eccesso una bandiera pirata, anche furbescamente e nel tempo capitalizzando questo suo atteggiamento pure come scelta di marketing…al tempo stesso mi sento di dire con una sincerità di fondo indiscutibile. Jimmy al contrario ha sempre cercato di mitigare e negare le sue derive, anche quando erano palesi. Ha sempre rifiutato un etichetta di ribelle rock, ma anche il resto dei LZ non ha mai fatto diversamente. Gli Stones hanno esibito la loro decadenza da nobiltà pirata, forse anche come eredità dell’immagine costruita da Oldham. Gli anti Beatles, quelli pericolosi, che vanno in giro con la crema del jet-set e pisciano sui muri di una stazione di servizio. Paul Getty e gli spacciatori marsigliesi che entrano insieme dalla porta principale di Villa Nellcôte. Tutt’altra aria nel giro Zep. Forse chissà, a loro volta influenzati dalla linea di Peter Grant, proletario del dopoguerra che non gradiva per la sua band un marchio crime-chic alla Andrew Oldham, ma gli eccessi e le sostanze che giravano nell’entourage Zeppelin, sappiamo che erano maggiori e con un livello di pericolosità complessiva ineguagliabile nel circuito rock del tempo. Keith ci ha dato Life, uno dei libri più belli che raccontano il mondo del rock dagli anni sessanta a oggi, senza troppi filtri e non nascondendo affatto le walks on the wild side fra tossicodipendenze, litigi, e una vita spesso fuori dalla legge. Perché oggi, dopo decenni e decenni, Page, Plant e Jones non vogliano fare altrettanto per me non è facile da capire. Un racconto in prima persona dei dieci anni o giù di lì in cui i Led Zeppelin erano quello che erano, sarebbe un contributo fondamentale. Lo vedremo mai? Ho molti dubbi…se ci pensi tutto il fronte Zeppelin è molto autocensurato. Non si capisce bene perché ormai. Stones, Keith e Wyman hanno raccontato di tutto. Altre rockstar idem. Il fascino del rock è anche questo essere stato un mondo senza regole, non come oggi che si portano le mamme anziane backstage. Ma oggi è tutto diverso purtroppo.
GATTI ALLA DOMUS
Qui alla Domus l’amore per i gatti (e per gli animali tutti) è ormai noto, e io amo osservarli alle prese con i cambi di stagione e con le variazioni della loro età.
Ragnatela — la Ragni, insomma — che ha diciassette anni e mezzo (ottantasei anni umani), tende ormai a non allontanarsi più di tanto: sonnecchia, riposa, riflette sul tempo che cambia e sul perché non sia più la meravigliosa reginetta tutto pepe dei lustri andati.
Ragnatela – autunno 2025 Domus Saurea – foto Tim Tirelli
Honecker (Polbi una volta mi ha detto che l’aver dato un nome del genere è stata una scelta molto punk…) ha poco più di due anni (ventiquattro anni umani) ed è un giovanotto pieno di energia ed esuberanza. Esce alle sette del mattino e torna verso le otto di sera, quando il buio, qui in campagna, ci avvolge in un velo di crepe nere — come fa talvolta il blues.
A ogni minuto di ritardo la preoccupazione sale, e ci ritroviamo a percorrere chilometri tra le vigne e i campi bagnati d’erba, con la speranza che il fascio di luce delle torce ci faccia scovare il luogo in cui il nostro giovane felino si trova. Il più delle volte torniamo esausti, infreddoliti e sconfitti… fino a quando il nostro tabby (va beh, soriano) preferito non si presenta come se nulla fosse davanti alla porta di casa, proprio quando la notte inizia a scendere fitta.
Ci fa penare, ma come si fa a non amarlo?
Honecker the beautiful one – nov 2025 – foto Tim Tirelli
SERIE TV
_Nessuno Ci Ha Visto Partire (MEX 2025) – TTT¾
_L’Infiltrata / Legenden – (DK 2025) TTT½
_Due Tombe – (ES 2025) TTT¼
FILM
_A House Of Dynamite (USA 2025) – TTTT
Solitamente questo genere di film statunitensi sono tutti uguali, noiosi e imbevuti della solita retorica USA, questo invece colpisce nel segno (doppio senso non intenzionale) e inoltre ha infastidito la Casa Bianca.
PLAYLIST
Heavy Metal (Take a Ride) (Soundtrack Version) 1981 · Don Felder
John Cale 1975
John Cale 2024
Leslie 1976
JC 1973
CODA
Dopo aironi, fagiani, cicogne, gufi, civette e corvi, i dintorni della Domus Saurea si arricchiscono di un’altra specie di volatile: l’Ibis Sacro. Rimango sempre piacevolmente sorpreso quando anche animali meno comuni riescono a sopravvivere in un ambiente ormai così profondamente modificato dall’uomo.
Ibis Sacro alla Domus – novembre 2025 – foto Tim Tirelli
Mi è bastato fare due passi di notte nei dintorni della House of Blues in cui vivo per scorgere, oltre la coltre di foschia, i quartieri industriali che si stendono al di là della campagna: fabbriche, industrie, strade, cemento… profitti insensati. (Vogliamo parlare del bonus che avrà quest’anno EM da Tes*a?)
Poco rispetto per l’ambiente, tecno-fas**smo, iperliberismo, crescita vertiginosa del numero degli umani su questa terra — otto miliardi! — non possiamo farcela. Pagheremo un conto salatissimo, ma nessuno, al momento, sembra preoccuparsene.
A tratti, qui, ci si sente al fronte. Non si perde la speranza, certo, tuttavia nemmeno sotto ai frassini e alla grande luna di queste notti trovo quiete per la mia coscienza. Meglio canticchiare qualcosa…
Autumn night at the Domus Saurea – novembre 2025 – Foto Tim Tirelli
“Extraterrestre, portami via
Voglio una stella che sia tutta mia
Extraterrestre, vienimi a pigliare
Voglio un pianeta su cui ricominciare”
Ogni settimana che passa, rimango basito da come stia andando il mondo. Ogni volta si raggiungono livelli per me inimmaginabili e inconcepibili.
Senza arrivare a toccare l’argomento più drammatico di tutti — quello relativo a quell’esercito che combatte annientando civili inermi, in una guerra come non se n’erano mai viste su questa terra — rimango colpito ogni settimana di più dalla violenza contenuta nelle parole, negli atti, nei provvedimenti presi da presidenti, governi, Stati.
La spinta, ormai fuori controllo, verso governi con posizioni estreme; la democrazia continuamente presa a schiaffi; la voglia di autarchia, ovvero quella melma di concetti fondativi dell’etica cinica e stoica, orientata verso l’ideale del «bastare a sé stessi», dipendendo il meno possibile dalle cose del mondo per avvicinarsi allo stato di perfetta adiaforia e atarassia.
I popoli si fanno greggi, e vogliono al comando l’animale forte — e così, al comando, ci finiscono guitti (e guitte), capaci solo di parlare alla pancia della gente, spingendo le società verso l’integralismo religioso, il conservatorismo più bieco, il fascismo. Tutte cose contro natura.
Per un boomer come me, questo mondo è inconciliabile. Invece di darci agli altri, di portare avanti l’umanesimo, di costruire società dei diritti e della fratellanza tra gli uomini, ripiombiamo in un’epoca dove a guidarci sono sciocche superstizioni, visioni ottuse, violenza.
L’anno scorso, in una splendida giornata primaverile, fatta di sole e cieli blu, su una terrazza romana, ero a pranzo con una famiglia di cui mi sento parte — quella dell’amico, carne della mia carne. Parlavo con Mino, uno dei miei attuali adulti di riferimento, nonché padre dell’amico suddetto, e gli confidavo le mie impressioni, le mie paure, le mie angosce circa il mondo d’oggi.
Mino, forte della sua esperienza, della sua età, della sua capacità di pensare, mi rassicurava.
Vorrei avere la sua forza e la sua visione positiva, perché, ad oggi, l’istinto sarebbe quello di cercarmi un posto in riva al mondo e isolarmi da tutto questo chiasso, da questo clangore di spade, da questa follia.
Il guado – Alessandro Tofanelli – circa 2020 (Olio su tela)
ADDIO A ROBERT REDFORD
Qualche giorno fa se ne è andato a 89 anni il grande, grandissimo, Robert Redford, figura indispensabile per il sottoscritto e per questo blog. Polbi mi manda un messaggio: “Piangiamo insieme la scomparsa del più fico di tutti” e mi allega questo link aggiungendo “uno dei finali più Rock And Roll della storia del cinema:
Già, senza pensare al mio film preferito in assoluto, “Jeremiah Johnson”, un western anti western memorabile, drammatico, poetico, blues, liberamente basato sulla vita del mountain man John Johnston (alias John Johnson alias William Garrison).
_La classifica dei migliori album tratta da Classic Rock Uk n.46 novembre 2002
Classic Rock Uk n.46 novembre 2002
Classic Rock Uk n.46 novembre 2002
_Physical Graffiti dei Led Zeppelin
Per il 50 esimo anniversario (si fa per dire, l’album uscì in febbraio) i Led Zeppelin fanno uscire un risibile LP con 4 pezzi dell’album in versione live (tratte dal DVD uscito nel 2023). Physical Graffiti, il secondo disco dei Led più venduto (solo negli USA 16.000.000 di copie), avrebbe certamente meritato qualcosa di meglio.
Led Zep ad 1975 PG ad from Daily News ’75
Physical Graffiti advert 1975
GATTI ALLA DOMUS
Gli studi più aggiornati confermano che, anche per quanto riguarda i gatti, gli umani creano un legame unico alimentato dalla chimica del cervello. Non che per me sia una novità, ma che anche la scienza confermi questo è importante. Sono sentimenti profondamente radicati nel cervello e non solo nella routine quotidiana, come si legge in un recente articolo su La Repubblica dove la neuroscienziata Laura Elin Pigott della London Sounth Bank University espone il tutto. Legami dello stesso tipo di quelli che si hanno con figli, famigliari, amici, innamorati, etc etc. La neurochimica è davvero una meraviglia.
Sono decenni che lo vedo, dapprima col mio gatto Fidèl,
Fidel e Tim, Nonatown 2006 – autoscatto
poi con Palmiro – l’indimenticato coprotagonista di questo Blog,
Palmiro – primavera 2013 – foto TT
e oggi con Honecker e la Minnie,
Il Gattino Honecker – ott/nov 2023 – foto TT
Minnie, nuovo arrivo alla Domus settembre 2019 – foto TT
ma potrei dire lo stesso per la dozzina di gatti con cui ho interagito profondamente in tutti questi anni.
Lo sguardo di Honecker quando la sera lo porto su in casa è davvero eloquente; dopo una giornata passata a controllare i suoi territori, non appena mi vede mi viene incontro, si struscia sulle mie gambe, si fa prendere in braccio e si fa portare in casa. Mentre salgo le scale gira la testa e mi guarda, ed è uno sguardo che dice tutto, una cosa del tipo: “sì, sei proprio tu Tyrrell, il mio umano, e sì, ti voglio bene”. Fatto questo, naturalmente continua con la sua vita da gatto: svuota la ciotola con la sua cena e quindi si va a buttare sul divano per una bella dormita.
Honecker se la dorme – settembre 2025 – foto Tim Tirelli
Il riposo di Gianburrasca – settembre 2025 foto Tim Tirelli
I gatti, gli animali … sono meravigliosi.
FILM
_Il club dei delitti del giovedì (The Thursday Murder Club) – (ENG 2025) – TTT¼
Diretto da Chris Columbus il è l’adattamento dell’omonimo primo romanzo della serie scritta dall’autore britannico Richard Osman. E’ una commedia, genere che raramente frequento, ma essendoci Helen Mirren, una delle mie attrici preferite, non potevo esimermi. Gradevole.
_La Isla Minima (SPAGNA 2014) – TTTT
Gran bel giallo con Raúl Arévalo, nel ruolo di Pedro Suarez … degno uomo di blues. Profondo sud della Spagna, tra le paludi dell’Andalusia; inquadrature del paesaggio, anche dall’alto, davvero suggestive. la trama si snoda in maniera fluida e porta a galla con chiarezza la coscienza politica e sociale, il passaggio per un Paese dalla dittatura alla libertà non è mai semplice ed è sempre ruvido e aspro. Su Prime video.
Nel 1980, mentre è ancora in atto la transizione dal franchismo a una democrazia compiuta, due ragazze scompaiono in un piccolo villaggio andaluso delle paludi del Guadalquivir. Per cercare di risolvere il caso, vengono inviati da Madrid due ispettori della omicidi. Diversi per metodo e stile e animati da una diversa sensibilità, si troveranno ad affrontare ostacoli e situazioni a cui non sono preparati. Le indagini riveleranno una complessa rete di silenzi e insabbiamenti.
_Police (Francia 2020) – TTT¾
Abbandonarsi a film d’autore non USA risistema l’umore e nutre il cervello.
_L’ultima Vendetta (In the Land of Saints and Sinners) – (Irlanda, Stati Uniti d’America, Svizzera, Regno Unito, Francia 2023) – TTT¾
Vedi sopra (anche se lo zampino Usa comunque c’è). Con i grandi Liam Neeson, Ciarán Hinds e Colm Meaney. Irlanda 1974, un assassino in pensione viene coinvolto in uno scontro messo in piedi da un trio di terroristi IRA assetati di vendetta.
SERIE TV
_Detective Cormoran Strike – stagione 6 (UK 2025) – TTTT+
Nuova stagione per il Detective Cormorano Colpo, serie tratta dai romanzi di Robert Galbraith, pseudonimo di Joanne Rowling ovvero l’autrice di Harry Potter. Un cuore nero inchiostro è una miniserie (la sesta) in quattro episodi. Anche stavolta Strike (Tom Burke) e Robin Ellacott (Holliday Grainger sono spettacolari. Serie per le donne e gli uomini di blues.
PLAYLIST
Il blues che torna di Count Basie e della sua orchestra – 1953
I Nazareth del 1973
Kate Bush l’acchiappanuvole (1985)
Una delle più belle del terzo album dei Van Halen (1980)
Sciocchezzuola di fine estate …
Sunshine, sunshine reggae, don’t worry, don’t hurry, take it easy!
Sunshine, sunshine reggae, let the good vibes get a lot stronger!
FINALE
Ultimi spicchi d’estate qui alla domus, domani arriva l’autunno e il giorno dopo il relativo equinozio,
Ultimi bagni di fine estate alla Domus – Settembre inoltrato 2025 – foto Tim Tirelli
mi preparo al cambio di stagione, mi tengo stretto, resto unito, non mollo e cerco di non passare troppo tempo nel “mio museo delle lamentazioni moderne” come diceva Philip Roth, d’altra parte Ever Onward, predicava il Dark Lord.
Un’amica mi recapita un messaggio, dove mi segnala una considerazione sulla musica letta nel libro sull’estetica che sta leggendo:
Mi piace molto questo intruglio tra poetica e la ripetizione del ritmo e dello stesso tema per suscitare incantesimo e trance.
La mia amica, finita anche lei chissà come nell’orbita del Blues” che sembro aver creato, finisce il messaggio salutandomi con un: “e come dice un mio saggio amico, un uomo di Blues, “Let the good times roll”! A presto!”.
Un “saggio amico” (uomo blues va da sé) … è così che mi vedono le mie giovani amiche? Dopo una serata qui sotto al bersò della Domus Saurea con alcune amiche dell’umana con cui vivo, quest’ultima riceve complimenti e ringraziamenti via messaggio tra cui un “E poi Tim … un uomo dolce e sensibile che tutte noi donne vorremmo avere al fianco ma che invece hai tu”. Ovviamente sono lusingato, meglio apparire così che un testa di caxxo qualunque, però, mi chiedo …”un uomo dolce e sensibile che tutte noi donne vorremmo avere al fianco ma che invece hai tu” … Un “saggio amico” … sono davvero io? No perché io mi sento tuttora un ventitreenne inesperto, pieno di dubbi e di domande e alla ricerca del proprio equilibrio o comunque un uomo (di Blues, ovvio) che fa sue certe domande che si poneva Alexander Portnoy nel libro che parla del suo “Lamento” scritto da Philip Roth (tutti in ginocchio!):
“Che ne è stato di quello che sentivo a nove, dieci, undici anni? Come sono potuto diventare un nemico implacabile di me stesso? E perché sono così solo? Esisto solo io. Sono sprangato dentro di me. Che fine hanno fatti i miei buoni propositi, tutti traguardi onesti e condivisibili. Casa? Non ce l’ho. Famiglia? Come sopra. Potrei, basterebbe schioccare le dita … ma allora perché non le schiocco, e vado avanti? Perché invece di mettere a letto i bambini e coricarmi accanto ad una moglie fedele (e ricambiata), a letto ci ho portato una puttana italiana piccoletta e in carne, e una modella americana e squinternata?”
Sono le sei del mattino di questo grigio e fresco sabato di fine estate, è da poco passata l’alba, vi sembra sia questo il momento per rimettersi a ricamare i pensieri e i soliti, soliti, soliti blues? Ieri sera una salto nei deserto dei tartari della nuova Festa Dell’Unità di Regium Lepidi, cenetta al ristorante (ah no, aspetta, allo stand gastronomico) Gente di Mare, una capatina a verificare la situazione nella arena del liscio e in quella dello “spazio giovani”, per poi rintanarci nella libreria … e stamattina di buon ora già a qui a rimestare i blues dell’essere umano, mentre la pollastrella dorme il sonno dei giusti. Ora piantala Tim Tirelli, Aramis Reinhardt, Lowell Leroy Ebenezer Stephen Tyrrell o come diavolo ti chiami, rilassati e pensa a qualcosa che ti calma … ci sono: i Pini Marittimi, quelli che ti piacciono tanto … ah senti, che bella sensazione, che pace, che tranquillità … no fermo, non incominciare di nuovo, lascia la maruga in stand by … oh no, ci risiamo.
No, non devo chiamarli Pini Marittimi, perché non lo sono, a volte mi capita di incappare in questo errore che fanno quasi tutti, ma devo riuscire a correggerlo. Luca Lombroso, meteorologo extraordinarie e mio conterraneo, li chiama giustamente pini domestici, trattasi insomma di Pinus Pinea, conifera sempreverde, albero maestoso e iconico per il suo portamento ad ombrello, ideale per climi mediterranei e costieri. Di questo Pino meraviglioso ne ho già parlato qui sul blog, perché da sempre mi affascina e mi irretisce; quando mi reco in Romagna, a Roma, o in qualche altra località vicino alla costa, non faccio altro che rimirarli, che riempirmi gli occhi delle loro fronde e delle suggestioni che propagano verso le mie pupille.
E’ un vero peccato che insensati luoghi comuni portino le amministrazioni comunali e i proprietari di case e villette dei paesi marittimi ad ostacolarli e a disdegnarli. Questi due brevi post di facebook, creati da chi ha titolo per parlare di alberi, chiariscono la cosa in maniera esemplare.
Sì, un vero peccato, perché sono alberi magnifici, resistenti, con una adattabilità sorprendente per quanto riguarda climi e terreni e un’alta tollerabilità ai venti marini. E poi … e poi, quando si rimira il mare ed essi frusciano mossi da una brezza intermittente … beh, non ce n’è per nessuno.
Vele Bianche – Greendale – Romagna – foto Tim Tirelli
FRANCESCO DE GREGORI, 28 AGOSTO 2025, TEATRO AL CASTELLO, ROCCELLA JONICA (RC) – di Paolo Barone
Il nostro Polbi l’altra sera è andato a vedere De Gregori (artista che entrambi amiamo moltissimo), mi manda il resoconto, e io non posso che pubblicarlo qui sul Blog. Polbi, oltre ad essere mio soul brother, Scuba Diver extraordinaire, Led Head reverendissimo, Rock Music lover supreme è financo penna sopraffina.
Molto molto bello il concerto di De Gregori a Roccella Jonica ieri sera.
Scenario incantevole, pubblico casuale che a noi fessacchiotti nobili del rock dà sempre un po’ fastidio.
Si è capito subito, dalle prime note, che il nostro avrebbe fatto un gran concerto. Band compatta, suono rock americano da radio, e lui che ora ha deciso di seguire il suo faro guida Dylan diventando un frontman. Quanta differenza dall’elegante timidezza di una volta, ma l’eleganza De Gregori ce l’ha nel DNA, qualsiasi maschera dylaniana decida di indossare. Stavolta gli arrangiamenti non hanno stravolto le canzoni e la voce era al centro della scena. La sua voce, inconfondibile, quella che ci portiamo dentro da decenni, anzi forse da sempre. Con un repertorio come il suo potrebbe fare una scaletta diversa ogni sera, e non sbagliare mai. Essendo il tour di Rimmel credevo aprisse i concerti con quel disco fatto per intero, ma De Gregori è un fuoriclasse ed è imprevedibile, quindi tutta la prima parte è una meraviglia che ti scava direttamente un tunnel nell’anima.
Roccella Jonica teatro De Gregori 28 agosto 25 – Filmato di Paolo Barone
Cercando Un Altro Egitto, Caldo e Scuro, Atlantide (!), Bufalo Bill, Caterina arrivano una dopo l’altra. Poi Desolation della povertà un po’ innocua senza alcun riferimento alla realtà, o forse sono io che non l’ho colto. Ecco forse è mancato un po’ questo. Non è un momento qualsiasi per questo paese e per il mondo, Palestinesi in testa. Un suo ex amico diceva, voi avevate voci potenti, e la sua ieri poteva battere un po’ il tamburo. Glielo avrebbe perdonato anche il PD, ma va benissimo anche così. E’ un poeta, una preziosa creatura, e basta anche solo aver fatto una Storie Di Ieri da brividi per aver detto tutto.
Roccella Jonica teatro De Gregori 28 agosto 25 – foto Paolo Barone
I brani di Rimmel fatti magnificamente, qualche altro pezzo splendido, un inevitabile pezzo karaoke e poi una chiusura con Buonanotte Fiorellino più Dylan che mai.
Quasi due ore di emozioni fortissime per me, per noi, e probabilmente anche per lui che ha 74 anni portati favolosamente. Mi sono emozionato più volte, i suoi brani hanno una forza evocativa incredibile.
Avevo una persona con me e il cuore che volava sopra tutto quello che ho vissuto dal 1979 a oggi. Mi sono scese le lacrime con Atlantide e Bufalo Bill.
Il tour di Banana Republic fu il mio primo concerto, un giorno di fine estate in Calabria. Avevamo 12 anni io, e 28 lui. Una vita vecchio mio. Una vita.
Quando riguardo queste classifiche vengo avvolto da un brivido e mi sento fortunato ad essere stato ragazzino quando certi album arrivavano in alto, anche nelle classifiche italiane. Battisti, Bob Dylan e i Genesis ai primi tre posti, poco sotto De Gregori e Wish You Where Here. A seguire, tra gli altri, Station to Station di Bowie. Negli Stati Uniti tra i primi dieci ci sono Eagles, Wings, Queen, Bad Company e Bob Dylan. Sarò anche un boomer nostalgico, ma … me cojoni! (come direbbe il Vicequestore Schiavone).
Classifiche Ciao 2001 n. 18 del 9 maggio 1976
Classifiche Ciao 2001 n. 18 del 9 maggio 1976
PLAYLIST
_La Vanoni del 1970.
Canzone scritta da Roberto Carlos e Erasmo Carlos (titolo originale in portoghese: Sentado à beira do caminho), con testo italiano di Bruno Lauzi. Una vera meraviglia.
_ Le stelle della tosta Nina Simone – Montreux 1976
_La Rosetta del 1944
_Mississippi John Hurt e la valle solitaria …
_Steven & Jimmy (Crespo) 1982
FINALE
Scampoli di fine estate, giornate ancora calde, grossi temporali, tempo e umori mutevoli, d’altra parte come canta De Gregori
“Pioggia e sole cambiano la faccia alle persone fanno il diavolo a quattro nel cuore e passano e tornano e non la smettono mai”
e allora mi avviluppo in un circolo vizioso che sembra senza fine, entro in campagne intrise di caldo umido e schiacciate da nuvoloni neri e gonfi di pioggia ed esco su fette di pianura assolate dove un leggero zefiro ribelle accompagna l’estate verso l’orizzonte.
Non mi resta altro che restare in equilibrio grazie alle coordinate insegnatemi dagli Dei (e dal Blues).
Hey everybody
Let’s have some fun
You only live but once
And when you’re dead, you’re done
So let the good times roll
Let the good times roll
Don’t care if you’re young or old
Get together, let the good times roll
Don’t sit there mumblin’
And talkin’ trash
If you wanna have a ball
You gotta go out and spend some cash
And let the good times roll
Let the good times roll
Don’t care if you’re young or old
Get together and let the good times roll
Hey Mr. Landlord
Lock up all the doors
When the police comes around
Tell ‘em the joint is closed
Let the good times roll
Let the good times roll
Don’t care if you’re young or old
Go out and let the good times roll
Hey y’all, tell everybody
Mr. Jordan’s in town
I got a dollar and a quarter
And I’m just rarin’ to clown
But don’t let nobody
Play me cheap
I got fifty cents more
That I’m gonna keep
So let the good times roll
Let the good times roll
Don’t care if you’re young or old
Get together and let the good times roll
No matter whether it’s rainy weather
Birds of a feather gotta stick together
So get yourself under control
Go out and get together and let the good times roll
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