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Ascoltare musica classica sul balcone alle sei di mattina (change jobs blues)

16 Giu

Venerdì, mi sveglio alle 5, dopo poco decido di alzarmi tanto so che non riuscirò da riaddormentarmi; faccio colazione, mi preparo ma rimango déshabillé perché so di avere del tempo a disposizione. Una volta partita la pollastrella, decido di stare un po’ sul balcone a godermi l’oro in bocca del mattino. Infilo le cuffiette nel cellulare, faccio partire Amazon Music, seleziono una playlist di musica classica e mi lascio cullare dall’aria sonora, dalla quiete e dai profumi della campagna che sanno di rugiada e di fresco.

Domus Saurea giugno 2019 – foto TT

 

Le playlist trasmette la Primavera di Vivaldi, dal Concerto N. in Mi maggiore R269

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Segue Sul Bel Danubio Blu ovvero An der schönen, blauen Donau – Walzer, Op. 314 di Johann Strauss II 

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Trasportato dal maestoso gioco di suoni mi metto a a ballare un valzer in maglietta, braghina corta e infradito.

Sono giorni inquieti e io vivacchio in un mood che sta tra lo scombussolato, il preoccupato e l’incazzato. Chiamo la pollastrella, le parlo delle mie inquietudini, dei mie dubbi, ma la sento sbuffare poi, con la solita concreta lucidità che la contraddistingue, mi risponde da par suo. Evito di tormentarla oltre e torno a ballare il valzer insieme ai miei blues con la speranza che le telecamere di sicurezza dei vicini non registrino il mio saggio di danza.

Rientro a vestirmi, la gattina Strichetto, sdraiata sul miei vestiti, mi guarda con gli occhi dell’amore, la playlist manda The Nutcracker Suite, Op. 71a: VIII. Waltz of the flowers di Pyotr Ilyich Tchaikovsky, così le chiedo “Stricchi, permetti questo ballo?” e , tornati in balcone, ci lanciamo in valzer suadente e un po’ bislacco con cui due mammiferi di specie diverse cercano riparo dai blues della vita.

TT – Domus Saurea giugno 2019 – autoscatto

Stricchi – Domus Saurea giugno 2019 – foto TT

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Così, mentre il sole batte sul mio viso e le stelle ancora si peritano a riempire i miei sogni mi accingo a partite per quello che sarà il mio ultimo giorno di lavoro nella azienda di cui sono legale rappresentate, amministratore e jack of all trades. Essendo un uomo di blues vivo con eccessiva intensità i piccoli sconvolgimenti di questo tipo e gli addii. So che non sarà un giornata facile. In tarda mattina faccio un salto in città a completare i documenti relativi al mio nuovo impiego. Ieri ho avuto un colloquio che evidentemente deve essere stato soddisfacente, ora le firme. Torno in ufficio, adesso un’altro compito arduo: comunicare alle ragazze che oggi sarà il mio ultimo giorno. Non sarà un fulmine a ciel sereno, la situazione è in evoluzione da (troppo) tempo, le mie colleghe hanno fiutato, ma la velocità con cui tutto accade potrebbe creare qualche scompenso.

Rimangono ad ascoltare mentre, cercando di ricacciare la commozione che ad ogni frase sale a fiotti violenti, espongo la cosa. Parliamo un po’ di cose nostre, scivoliamo sul sentimentale, l’affetto e la stima che proviamo l’uno per le altre è evidente. Si alzano in piedi, prima di uscire dalla stanza, senza parlare una di loro mi si avvicina e mi abbraccia forte. E’ un abbraccio lungo, trenta secondi che esprimono un caleidoscopio di emozioni. Scorgo tra di esse anche una sfumatura di amore materno atto a tranquillizzarmi e a rassicurarmi. Se va tenendo lo sguardo basso per non incrociare il mio. La sera mi manderà un messaggio dove tra tante altre cose carine mi scrive “sarai sempre tu (cita il nome dell’ azienda) per noi”

Un’altra mi si butta tra le braccia e si abbandona a qualche singhiozzo. So di essere per lei una figura paterna, una sorta di fratello maggiore, una boa a cui attraccare quando il mare si fa mosso. Ci sono vent’anni di differenza tra noi, potrebbe davvero essere mia figlia. La sera mi invierà anche lei un messaggio denso di pensieri bellissimi dove tra l’altro scrive che “mi mancherà non trovarti alla tua scrivania un po’ come un Dylan Dog che sta ad ascoltarmi quando sono assalita dai mostri della vita.

Poco dopo ne rientra in ufficio un’altra, l’ aggiorno e rimane con lo sguardo tra l’attonito, il sorpreso e lo spaventato e con la bocca aperta per almeno trenta secondi, un sorta di Urlo di Munch in una bellissima versione femminile. Poi ritorna in sé, mi dice che è contenta per me, che i cambiamenti sono sempre importanti e allegra se ne va.

Non è tutto così semplice, ci sono anche sensazioni meno nobili che provo, ma credo che faccia tutto parte della vita … meglio ricacciarle in fondo.

Ripongo nei cartoni tutte le mie cose personali, sbrigo le ultime faccende e me ne vado, non prima di aver dato un’ultima occhiato a quello che sino ad un minuto fa era il mio ufficio. 17 anni non si dimenticheranno in fretta, e la pena che provo in questo momento è lì a testimoniarlo. Abbasso le tapparelle. This is the end.

Stone City office blues – giugno 2019 foto TT

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Prima di salire in macchina non posso farmi mancare un ultimo blues, così do un’occhiata alle finestre chiuse.

Domus Saurea giugno 2019 – foto TT

Mentre torno verso la Domus Saurea continuo a farmi del male ascoltando canzoni d’autore italiane di un certo tipo, quelle che fanno parte di me, che descrivono bene l’approccio saturnino dell’uomo di blues … tra un sospiro e l’altro scoppio a ridere …  an s’è mai vest johnny winter ascultèr chi pèz chè… non si è mai visto Johnny Winter ascoltare questi pezzi …

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Johnny Winter

Lunedì comincerò una nuova avventura. Dicono che muoversi mantiene vivi, speriamo …

I got to move on, move on from town to town I got to move on
And I never seem to slow me down I’m movin’ on, movin’ on from town to town
I never seem to slow down Everyday of my life I’m moving on

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In bocca a lupo Tim Tirelli, che il Dark Lord Vegli su di te.

Il Dark Lord

Rain in may blues

25 Mag

Dopo aprile anche maggio si conferma piovoso, e meno male – dico io – visto l’inverno secco che abbiamo passato. Certo è che queste precipitazioni e nuvolosità sono in ritardo di un paio di mesi rendendo maggio poco confortevole. Persino io avrei voglia di un po’ di sole, di uscire finalmente dall’inverno, di stendermi ad asciugare dietro casa, tuttavia visto che il maltempo continua me lo tengo e non mi lamento.

Negli spostamenti tra e per il lavoro, viaggiando tra le campagne, sono costretto ogni tanto a fare percorsi alternativi. Già, Villa Spalletti di Saint Little Woman (San Donnino insomma) sarà il set di una nuova fiction ambientata dopo la seconda guerra mondiale…

https://www.ilrestodelcarlino.it/reggio-emilia/cosa%20fare/villa-spalletti-casalgrande-1.4513703

Quando torno alla Domus trovo il solito mondo bagnato ad aspettarmi.

Domus Saura on a rainy may – photo TT

Domus Saura on a rainy may – photo TT

Domus Saura on a rainy may – photo TT

Equilibristi alla Pietra

Domenica scorsa mi trovo a mangiare sotto alla Pietra di Bismantova, sull’appennino. Pioggia, nuvole basse, freddo e umidità … non una gran giornata per stare all’aria aperta.

Da diversi anni la Pietra è ostaggio degli arrampicatori, quasi impossibile trovare un parcheggio. Orde di giovani vestiti come alpinisti versione grunge, che parcheggiano alla dick of the dog, che percorrono sentieri e pareti e che bivaccano in tenda nel bosco. Oggi ci sono anche gli equilibristi che camminano su cavi tirati tra due estremità della Pietra.

Hanno letteralmente la testa tra le nuvole e un gran coraggio. Visto il mio vertigo blues mi viene il mal di mare solo a guardarli.

Equilibristi alla Pietra di Bismantova – maggio 2019 – foto TT

Equilibristi alla Pietra di Bismantova – maggio 2019 – foto TT

Upper middle class blues

Esce un po’ di sole da un cielo nero che da settimane ricopre tutto, il mattino è tiepido, mi reco in centro a Stonecity per qualche commissione. Entro in filiale per un bancomat. Ci sono due donne che stanno facendo un prelievo ciascuna. Si conoscono. C’è un passeggino incustodito lasciato da qualcuno che evidentemente è entrato in banca e che ingombra un po’ il passaggio. Le due donne parlano di questo e di quanto sia scandaloso e che non si può andare avanti così. La più giovane avrà 35 anni, magra come uno stecco e piccola, ed esclama “ah guarda fosse per me, meglio che sto zitta, mio marito mi dice sempre di tacere altrimenti mi mettono in galera.”

Non usa il congiuntivo e questo la dice lunga sulla sua qualità intellettuale, sulla parola marito mette un carico d’enfasi, vuol far vedere che è sposata, che è una donna adulta, che fa parte del “giro”

Tutto questo per un passeggino che, sì è vero, avrebbe potuto essere parcheggiato con più accortezza, ma che bastava spingere un metro più là per fare il proprio prelievo al bancomat con comodità.

Sono ormai diciannove anni che lavoro a Stonecity, le conosco quel tipo di donne, quel tipo di borghesia che incontro poco dopo mentre rientro. Passo per la piazza principale, quella più caratteristica e bella. C’è il mercato e ci sono anche i banchetti della L**a e di F***a Italia, proprio davanti ad uno dei bar più frequentati dalla Stonecity bene. Signore tra i 40 e i 70 anni che fanno comunella, vestite in modo classico ma con capi in linea alle attuali tendenze, che cercano di dare un tono di un certo tipo alla propria voce ma che si esprimono con un linguaggio scialbo, piatto e semplicistico. Le frasi che raccolgo sono zeppe di luoghi comuni insopportabili.

Mi viene in mente una canzone dal primo album di Vasco Rossi:

“No! non è successo niente la vostra casa è là e nessuno ve la toccherà.”

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Donne che nella vita non hanno mai lavorato e che sono semplicemente spose o sono figlie di imprenditori locali che, con coraggio e spirito d’iniziativa, decenni fa hanno fondato le aziende del distretto in cui lavoro. Donne che se la tirano in maniera improponibile.

Sono quelle che in incontro nelle drogherie a due passi dall’ufficio prima dell’ora di pranzo e che al banco della gastronomia acquistano piatti già pronti solo da scaldare elencando ad alta voce i nomi dei propri famigliari a cui verranno associate le cibarie. “Allora, 5 fette di roastbeef per Ludovico, poi mi tagli un etto di prosciutto, ma sottile sottile e senza grasso altrimenti Giulia Sofia non lo mangia. Dammi anche un po’ di quella insalata di mare sperando che a Patrizio vada bene.”. Sono quelle che impiegano 5 minuti 5 per decidere che pane prendere, mentre la gente in coda dietro di loro si mette a giocare a tressette o a dormire.

Ogni volta dentro di me, in pieno mood Rocco Schiavone, esclamo “desdòt vac da mònzer e sèe mes ed Siberia e po’ et vedrèe cla’s cambia … diciotto vacche da mungere ogni mattina e sei mesi di Siberia e vedrai che cambia …”

Piene di sicumera, restano intrappolate nel loro mondo pensando di essere chissà chi.

Ho sempre pensato che in Italia manchi una borghesia illuminata e colta e che con una classe medio alta di questo livello non si va da nessuna parte.

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Torno verso l’ufficio afflitto da questi pensieri, percorro un viale alberato … poco distante demoliscono una palazzina. Recinzioni, ruspe e umarel che guardano il cantiere. Mi vengono in mente i Firm.

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Cat tales at the Domus

Maggio difficile per Palmiro. Un lunedì mattina ci alziamo e lo troviamo sotto al letto. Non vuole uscire. Dopo parecchi tentativi riesco a farlo uscire spostandolo con una scopa. Lo mettiamo sul divano da dove non si schioderà più fino a sera. E’ sofferente, lo si capisce. Andiamo al lavoro, ma chiediamo all’Adel, la nostra vicina  del cuore, di venirlo a controllare. Palmir non si muove, nemmeno per andare a far pipì.

Usciamo prima dal lavoro e alle 17 siamo dal veterinario. Ha la febbre 40,3 ed è disidratato. La veterinaria Esmeralda, facendo leva sulla vescica, lo fa urinare direttamente sul tavolo di metallo delle visite e decide di ricoverarlo due giorni. Con qualche flebo Mr Patato si riprende un po’, ma continua a non mangiare e a non bere.

La sera dopo andiamo a trovarlo. Esmeralda ci dice che non è riuscita a fargli l’esame del sangue perché Palmiro non era dell’idea. Me ne sorprendo perché so che Palmir è un gatto disponibile e paziente, ma passare due giorni al ricovero non fa evidentemente piacere a nessuno.

Quando ci vede si ravviva, si alza sulle zampe posteriori, mi cerca, vuole uscire e tornare a casa. Lasciarlo è una pena.

Black cat fever – Palmiro feeling bad blues – may 2019 – photo TT

La sera successiva lo riportiamo alla Domus. Ogni giorno comunque andiamo dal vet per le quotidiane iniezioni di antibiotici e di antinfiammatorio … Palmir è spossato.

Black cat fever – Palmiro feeling bad blues – may 2019 – photo TT

Riesco a farlo bere un po’ e a mangiare qualche crocchetta, poi torna su di me in cerca di sicurezza.

Black cat fever – Palmiro feeling bad blues – may 2019 – photo TT

Riusciamo a fargli l’esame del sangue, tutto ok, niente di particolare, ma il diavoletto nero della Tasmania non è ancora a posto. Si dovrebbe trattare di una forma virale. La sera è ancora più sentimentale del solito …

Black cat fever – Palmiro feeling bad blues – may 2019 – photo TT

Nei rari sprazzi di sole gli facciamo fare una sgambatina,

Black cat fever – Palmiro feeling bad blues – may 2019 – photo TT

venti minuti all’aria aperta prima di tornare sul divano.

Black cat fever – Palmiro feeling bad blues – may 2019 – photo TT

Impiega più di una settimana per riprendersi, sette giorni sette di febbre. Ma l’appetito torna e con esso le forze, il debole felino di una settimana prima torna ad essere la fiera pantera nera di Borgo Massenzio.

Palmir alla Domus – maggio 2019 – photo TT

Gli altri maschi della zona tornano a stare alla larga dai suoi possedimenti … watch out cats, the killer is back!

Palmir alla Domus – maggio 2019 – photo TT

PS: malgrado tutto questo scombussolamento la Stricchi non ha accusato nessuno scompenso, ha continuato tranquillamente a farsi gli affari suoi.

Stricchi alla Domus – maggio 2019- foto TT

PS: salta fuori da chissà dove una vecchia foto del 2006, mi rivedo insieme al mio adorato Fidèl. Quanto amore che torna nel petto.

Fidel e Tim, Nonatown 2006 – autoscatto

Adidas Blues

Consueto spazio dedicato all’auto-psicoterapia.

La mia passione per l’Adidas sta diventando una faccenda infernale. Passo le pause pranzo sul sito ufficiale sfogliando pagine di capi che potrei e vorrei prendere. Ho già scritto diverse volte qui sul blog che rimasi folgorato dalle three stripes nella prima metà degli anni settanta davanti ad una vetrina di Mutina e che da allora Adidas è il mio marchio di riferimento, ma ora sto esagerando.

So di avere dei vuoti esistenziali da riempire, ma a giudicare dal mio comportamento ossessivo-compulsivo più che vuoti sono voragini. Compro qualcosa, l’Adidas mi ringrazia e quindi dopo qualche giorno mi invia una email informandomi che se scrivo una recensione otterrò un 15% di sconto sul mio prossimo acquisto. La percentuale dello sconto mi frulla nel cervello sino a quando non faccio un nuovo ordine, a cui Adidas risponde con una email ringraziandomi e informandomi di nuovo che se scrivo una recensione otterrò un sconto etc etc …e così via in una spirale consumistica senza fine. Mi sto rovinando. Oramai ho Track Jacket di ogni colore! Un tempo avevo il carrello Amazon sempre pieno di cd, oggi è stato soppiantato da quello dell’Adidas. Ho dei grossi problemi.

Track Jacket Adidas blues- maggio 2019 – foto Saura T

Tony Hadley’s Melancholy Blues

Il cantante degli Spandau Ballet si fa una settimana in Italia e la chiama il seduta per la firma di copie tour. In pratica ristampa il disco solista pubblicato l’anno scorso in Uk (Talking To the Moon, album che raggiunge la Top 40 … dunque vendite molto basse), ci aggiunge una cover e lo ristampa. Si fa un giretto in italia e lo vende in sei centri commerciali. Fa tappa anche a Reggio Emilia. Mando la pollastrella in avanscoperta. Tony canta (sopra alle basi) tre pezzi (tra cui Gold degli SB) per 200/300 persone e poi si rende disponibile per il meet and greet, foto e autografi a patto che si compri il disco solista (18 euro).

Faccio due conti, mettiamo abbia venduto una media 200 dischi a tappa, fanno 1200 copie per un totale di 21600 euro, sufficienti per coprire la (ri)stampa dei cd e il viaggetto in Italia per lui ed eventuali collaboratori. Magari gli sono rimaste anche un paio di centinaio di sterline.

I centri commerciali stanno soppiantando i concerti live; non mi sorprendo quando vedo Nek presente in quei luoghi, ma rimango un po’ basito quando i nomi iniziano ad essere quelli di Francesco Renga (in virtù del suo passato nei Timoria) e di Tony Hadley appunto, il cui gruppo – gli Spandau Ballet – ricordiamolo, fu alfiere del movimento New Romantics, arrivando a vendere un totale di 25 milioni di dischi. Certo, sempre meglio che fare il magazziniere, ma …

 

Bloggin’ Away

Il blog ha più di otto anni; ogni tanto rifletto sulla costanza che me lo fa tenere aperto e attivo, quel fuoco sacro relativo allo scrivere che sento dentro e che brucia ancora. Certo, quando leggo i libri di Jack London e di Lev Tolstoj e mi confronto con la loro magnifica prosa, poi mi interrogo sulla opportunità di tenerlo in piedi.

Succede anche in questi giorni. Oltre ad affrontare (con immenso piacere) le 1100 pagine di Anna Karenina, sto preparando un recensione/riflessione su un vecchio bootleg dei Firm del dicembre 1984 e mi dico : ” Ma guardati, passi i sabato sera con in cuffia una registrazione audience di un gruppo che nessuno conosce, ne traduci le sensazioni con l’aiuto della tastiera, lo trasponi in inglese e poi lo pubblichi, ma non ti senti un nerd, uno sfigato, un povero nessi? Stai diventando come Sheldon Cooper e i suoi amichetti, solo che hai il doppio dei loro anni. A chi vuoi che interessi leggere dei Firm e di sciocchezzuole relative ai gatti?”

Allora mi faccio un selfie e rimango a fissarlo in cerca di una risposta. Tutto quel  che vedo nei miei connotati blues è Brian, mi commuovo e smetto di chiedermi se il blog abbia un senso o meno.

TT Maggio 2019 Domus Saurea – autoscatto

Father & Son (Tim & Brian dicembre 2014)

Sì perché poi ho due aiutanti, due esserini che vengono a farmi compagnia mentre scrivo, interagire con loro mi fa sentire meglio. Palmiro vorrebbe anche aiutarmi in modo concreto, nel senso senso che io potrei dettare e lui scrivere sulla tastiera ma con quelle sue zampine da felino è pressoché impossibile. Per scrivere una delle mie solite boutade ci abbiamo impiegato mezz’ora con scarsi risultati: I F’RM soço la p,ù gr!!de bhnd di ro^^ an§ roll.

With a little help from my friend Palmir – Domus Saurea may 2019 – Photo TT

Stricchi invece vorrebbe aiutarmi allungandomi le copertine dei bootleg, ma non riesce ad aprirle, la manualità felina è quella che è, non ha il pollice opponibile …

With a little help from my friend Strichetto – Domus Saurea may 2019 – Photo TT

così si arrende …

With a little help from my friend Strichetto – Domus Saurea may 2019 – Photo TT

e poco dopo si mette a fare un pisolo.

With a little help from my friend Strichetto – Domus Saurea may 2019 – Photo TT

Ma li ringrazio ugualmente, è anche grazie a loro che questo blog miserello è ancora in corsa.

Sul piatto della Domus Saurea

Spesso costretto ad ascoltare musica per lenire i miei blues, rispolvero vecchi bootleg in vinile

Led Zep Los Angeles 22 august 1971 – photo TT

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The Firm – Kongreßhalle, Frankfurt, Germany. December 3rd 1984 – photo TT

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seguo il richiamo di grandi slide guitar

Ry Cooder Box Set – foto TT

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torno agli album della mia giovinezza …

Paul Rodgers Cut Loose – foto TT

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RP Now And Zen – photo TT

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mi verso un bicchiere di blues bianco …

Fleetwood Mac – Boston box set – foto TT

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poi volo nel black dipinto di black …

Black Sabbath sul piatto della Domus- maggio 2019 – foto TT

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faccio un salto al Fillmore East …

Gli Allman sul piatto della Domus- maggio 2019 – foto TT

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invoco il mio padre putativo …

Robert Johnson – King Of Delta Blues – foto TT

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risalgo dal basso …

Stanley Clarke live 1976-77

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per poi finire nella mia comfort zone. Let there be blues.

I Free sul piatto della Domus- maggio 2019 – foto TT

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Ascoltare The Waterfront (nella versione) di John Lee Hooker all’una di notte

18 Mag

Una delle cose positive dell’abitare in un posto in riva al mondo è che puoi ascoltare musica ogni volta che ne hai voglia; per me, che sono quello che gli inglesi chiamano un music enthusiast (dall’Urban dictionary: a person who is very driven or has a huge passion for music and the musical culture.), significa in pratica ascoltarla sempre.

A volte la gente (anche chi è appassionato come me) usa il termine malato, ma non mi ci trovo in quel vocabolo e non mi piace, io credo di essere semplicemente un music lover. Ogni tanto il silenzio è molto piacevole, ma una volta inglobata la quantità giornaliera di quiete, non posso che godere appena ne ho occasione della musica, la faccenda umana che più mi preme e appassiona.

Prendiamo sabato scorso, giornata tipo di questo maggio pazzerello: temperature fresche tendenti al freddo, piovaschi, cielo nuvoloso, voglia di stare al caldo nel tuo piccolo nido di stelle a guardare la canzone della pioggia che sgocciola sui vetri delle finestre. Sbrigate le incombenze mattutine (Palmiro è febbricitante e dunque si va dal veterinario alle 8, il frigo è vuoto e quindi si va a fare la spesa, lo stomaco reclama il krapfen e il cappuccino del sabato mattina e dunque si va a fare colazione) te ne torni a casetta sua, accendi la stufa, ti fai un caffè, metti da parte tutti i buoni propositi (le cose che avresti voluto sistemare o fare insomma), ti assicuri che la pollastrella sia impegnata nei fatti suoi e quindi ti chiudi nello studiolo.

Davanti allo scaffale di musica vai a colpo sicuro, talvolta è facile scegliere un disco da ascoltare, c’è un misterioso sentimento che ti fa strada, una luce guida cosmica che ti indirizza.

RP Now And Zen – photo TT

Non vedi l’ora di risentire l’assolo suonato sulla Telecaster con lo stringbender del Dark Lord nel pezzo d’apertura dell’album più venduto (3 milione di copie nei soli Stati Uniti) del Golden God.

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Now And Zen te lo senti tutto, e mentre lo fai la versione di te stesso modello 1988 ti scivola addosso. Terminata l’ultima canzone, scendi a cercare Palmiro che, sebbene febbricitante e non in forma, ha approfittato di un momento di distrazione e si è dileguato nelle campagne. Non lo trovi e torni sul ponte di comando. Esce un po’ di sole e per quanto tu sia consapevole di quanto bene faccia tutta questa pioggia dopo un inverno asciutto e secco, vorresti che i suoi raggi battessero sul tuo viso con decisione, la qualcosa ti rimanda alla tua isoletta preferita così, davanti allo scaffale, scegli un cd appropriato.

Il Cuore di Cuba – CD la Repubblica – foto TT

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E’ pomeriggio, hai già ascoltato un lp e un cd per intero, ma la voglia di musica pompa ancora. Torni al rock e, con la scusa che devi scrivere qualche riflessione su quel concerto per il blog, ti spari – in cuffia – un’oretta di Led Zeppelin in Texas nel 1973.

Led Zeppelin Fort Worth 19/05/1973 – foto TT

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Di nuovo a girovagare per le campagne imbevute d’acqua a cercar Palmiro; finalmente il diavoletto nero della Tasmania si fa vivo. Ti spari poi una pizza fatta in casa mentre ti riguardi per la seconda volta le ultime puntate della stagione 4 di The Bridge (Bron/Broen), la serie TV di Nordic Noir che ti ha stregato il cuore.

Ormai è sera e devi ancora sistemare i cassetti, le scatole i comodini che ti eri prefissato. Ti metti al lavoro, ti accompagna un cd di Stanley Turrentine.

Stanley Turrentine Sugar – foto TT

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Sbrighi le tue faccende, sbirci i risultati delle squadre che – come la tua – stanno lottando per conquistarsi un posto in Champions League, metti a dormire in soffitta Strichetto, la gattina problematica che vive con te, fai due chiacchiere con Polly e quasi s’improvviso ti accorgi dello scendere della notte, notte greve, scura, silenziosa. Scendi in cortile. La campagna riposa sotto un velo di di crepe nere, stelle stasera non ce n’è. Lo senti il richiamo del blues, risali, estrai un cd e lo infili nel lettore.

John Lee Hooker – The Complete Chess Folk Blues Sessions- foto TT

I Cover The Waterfront può considerarsi uno standard jazz, fu scritta nel 1933 da Johnny Green e Edward Heyman e nel corso degli anni è stata interpretata da molti artisti.

Qui Luigi Fortebraccio  la suona dal vivo a Copenhagen nel 1933 …

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questa è invece la versione che Guglielmina Vacanza fece negli anni quaranta …

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ma la trasposizione migliore a mio avviso è quella di John  Lee Hooker. Il Chess studio di Chicago in quel maggio del 1966 doveva avere una atmosfera particolare perché il bluesman in questione pare ispiratissimo. Spoglia la canzone di ogni frivolezza, la rallenta e la avvinghia a sé come raramente si è sentito fare. Hooker è indolente sulla chitarra, sembra un chitarrista alle prime armi, la accordatura è discutibile, gli accordi non sempre rispettano in pieno la metrica e la melodia, tuttavia è una versione stratosferica, nera e ferma come le profondità del cosmo.

Il testo lo vuole lì sul lungomare, sul fronte del porto, ad aspettare la sua piccola in arrivo con una nave. Quello che vede però sono altre navi che giungono al molo e da cui scendono persone che abbracciano i loro cari o i loro rispettivi amanti. Dopo un po’ le persone e le altre navi lasciano il porto e lui rimane lì solo a fissare l’oceano. Finalmente tra la nebbia scorge un ultima nave, è quella che porta la sua ragazza che poco dopo gli dirà “scusa del ritardo Johnny, ma la nave ha avuto problemi con tutta quella nebbia”. Vi è un lieto fine quindi, ma il mood del pezzo sembra snobbarlo, e ci lascia appesi all’immagine di un uomo solo al porto che fissa il nero del mare mentre aspetta un amore che chissà mai se arriverà.

John Lee Hooker

I cover the waterfront, watchin’ the ship go by
I could see, everybody’s baby, but I couldn’t see mine
I could see, the ships pullin’ in, to the harbor
I could see the people, meetin’ their loved one
Shakin’ hand, I sat there
So all alone, coverin’ the waterfront

And after a while, all the people
Left the harbor, and headed for their destination
All the ships, left the harbor
And headed for their next destination
I sat there, coverin’ the waterfront

And after a while, I looked down the ocean
As far as I could see, in the fog, I saw a ship
It headed, this way, comin’ out the foam
It must be my baby, comin’ down
And after a while, the ship pulled into the harbor
Rollin’ slow, so cripple
And my baby, stepped off board
I was still, coverin’ the waterfront

Said “Johnny, our ship had trouble, with the fog
And that’s why we’re so late, so late
Comin’ home, comin’ down’

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John Lee Hooker

E’ l’una passata, meglio andare a dormire, il blues che ti ha passato John Lee dovrebbe funzionare più delle pastiglie di melatonina. Palmiro si è già posizionato sul letto, comodo sui panni di lana che ancora siamo costretti ad usare, panni rigorosamente del tempo che fu, fatti dalla madre di tua madre, e quindi quasi vecchi come la canzone stessa.

Palmir gets the blues – may 2019 – photo TT

Stasera non si legge, le suggestioni blues sono troppo forti, spegni la luce, ti infili sotto le coperte, chiudi gli occhi e ti vedi lì al porto guardare le navi che se ne vanno …

The waterfront

 

Fatty, stay beautiful weather!

15 Mag

Diversi anni fa, in macchina, al telefono con la pollastrella.

Ero sulla mia vecchia blues mobile, un bel modello di auto ma ancora senza il bluetooth, dunque per telefonare usavo gli auricolari. Eravamo immersi in una chiacchierata dai contorni tra il serio e il faceto. Il mood in cui ero stava a metà tra Tim e Ittod, due delle tre personalità che ho; l’altra (Stefano), quella riflessiva, politicamente corretta, professionale ed educata, se ne stava in disparte.

Ad un certo punto la pollastrella, per controbattere al mio spumeggiante eloquio e ai miei concetti magari esatti ma evidentemente esposti in maniera altisonante e che la dileggiavano un poco, esclamò:

“Ciccio, stai sereno!”

A quel tempo avevamo meno confidenza di oggi ed io pensai “la bassista che chiama il suo chitarrista Ciccio e gli dice di stare sereno?”. Se Randy Jo Hobbs avesse provato a fare lo stesso con Johnny Winter, il Texas Tornado l’avrebbe steso con un manrovescio dato con la Gibson Firebird.

Johnny Winter con la Gibson Firebird

Johnny Winter e Randy Jo Hobbs 1974

“No, veh, stai sereno lo vai poi a dire a tua sorella” le dico cadenzando la cantilena modenese.

Da quella giorno, “Ciccio/a stai sereno/a”  entrò a far parte del nostro lessico di coppia, spesso nella sua – volutamente maccheronica – traduzione inglese.

Sabato scorso, solita spesa settimanale alla Coop.

Sono di nuovo in quella sorta di umore alla Rocco Schiavone, dunque è Ittod che controlla me stesso. Affronto gli scaffali, le corsie e gli altri consumatori con un certo fastidio, tra me e me sbotto a bassa voce quando noto che qualcuno pensa di essere il solo alla Coop e parcheggia il carrello di traverso nelle corsie o si mette a parlare con conoscenti bloccando una delle arterie principali del supermercato.

La pollastrella è ormai avvezza alla mia bluesuetudine incazzosa così, sorridendo, mi consiglia di mettere nel carrello un paio di confezioni di succo di frutta che potrebbero fare al caso mio.

Succo di frutta Stai Sereno – foto TT

Finita la spesa ci avviciniamo alle casse automatiche. Interagisco con una di esse, quella che preferisco e che ho ribattezzato Sigismonda (sì, come la mia attuale blues mobile). Con il lettore punto il codice a barre e passo quei due o tre secondi di terrore in attesa di sapere se me lo farà riporre o se dovrò passare alla cassa ordinaria per la rilettura di tutti i prodotti per il controllo casuale. Il segnale acustico mi dà il via libera. Completo l’operazione agendo con sicurezza sul touch screen. Pagamento con carta di credito, importo superiore ai 100 euro, occorre l’intervento degli operatori a disposizione affinché io firmi la ricevuta. Il lampeggiante della cassa automatica è rosso, mi guardo in giro ma nessuna operatrice si avvicina. Attendiamo qualche secondo poi mi accosto ad una di esse: “Scusi signora, avremmo bisogno di lei”, le dico indicando la luce rossa della cassa. “Sì, arrivo subito”. L’avverbio subito si trasforma ben presto in un “quando cazzo mi pare”. La signora sta parlando con una collega. Attendo un minuto e poi mi rifaccio sotto. Non ho nessun impegno particolare, ma ritengo di avere aspettato a sufficienza.

“Senta, mi scusi, ma stiamo ancora aspettando”.

“Arrivo, arrivo, e che sarà mai!”

La guardo in faccia, a Ittod verrebbe da dirle “ma come cazzo ti permetti? Mi fai aspettare perché devi chiacchierare con una collega? Ma vai a farti dare dove si nasano i meloni, va!”, ma entra in scena Stefano e rimango sospeso qualche secondo, la guardo di nuovo: 45 enne un po’ in carne, un tempo probabilmente carina ma oggi un po’ sfatta, faccia stanca, infastidita dalla vita. Magari oggi è una brutta giornata per lei, avrà le sue cose, avrà scoperto che il suo compagno la tradisce … o sarà rimasta senza benzina, aveva una gomma a terra e non aveva i soldi per prendere il taxi…c’era il funerale di sua madre … Le era crollata la casa … c’è stato un terremoto … una tremenda inondazione! le cavallette! … chissà, ognuno in fondo è perso per i fatti suoi, così mi limito a guardarla dritto negli occhi e a dirle: Fatty*, stay beautiful weather!

Lei ovviamente non capisce e mi guarda in modo starno, ma io me ne vado, sorridendo, (finalmente) sereno.

 

*È vero che “ciccio” il dizionario lo considera un appellativo affettuoso e lo traduce con honey o sugar, ma sul momento mi era venuto fatty e dunque …

 

Ascoltare musica di prima mattina (the Radioactive dance)

7 Mag

La prima cosa che faccio al mattino appena sveglio è andare nello studiolo, accendere l’impianto hi-fi, scegliere un disco (preferibilmente in vinile) e far sì che la musica mi accompagni, mi sistemi e mi spinga ad affrontare un nuovo giorno.

A dir la verità sino a pochi mesi  fa accendevo il mezzo con cui avviene la trasmissione di contenuti sonori fruiti in tempo reale da più utenti situati in una o più aree geografiche, e mi mettevo ad ascoltare Circo Massimo di Radio Capital, notizie e approfondimenti su come va l’Italia e il mondo. Sarà che da diverso tempo cammino all’ombra di preoccupazioni che mi attanagliano lo spirito, ma oggi non ce la faccio più. L’imbarbarimento politico e morale sempre più diffuso, le scorrettezze verbali, la bile che fasce larghissime di popolazione sputano su altri esseri umani e la tendenza del paese ad isolarsi in un nazionalismo che mi spaventa, fan sì che – per quanto possa – io stia lontano da tutto questo frastuono insopportabile.

E’ così che, non avendo più Mother Mary a tranquillizzarmi con sagge parole e non avendo un dio in cui confidare (se escludiamo il Dark Lord), mi rivolgo alla musica.

Spesso mi sveglio con già in testa cosa ascoltare; nella maruga gironzola già una melodia, un titolo, una frase del testo, la copertina di un disco, altre volte però – pur spinto dal bisogno – non ho chiaro cosa scegliere.

Stamattina ad esempio, sfoglio svogliatamente gli LP ma la ricerca non sortisce alcun effetto. È una bella e (molto) fresca giornata di primavera, mi sovviene di prendere Caravanserai di Santana, ma poi desisto. Mi sposto davanti allo scaffale dei cd in confezione digipack. Prendo Bitches Brew di Miles Davis e Infilo il cd nel lettore; dopo 10 minuti, mentre in sono in bagno che mi faccio la barba, decido che sto pretendendo troppo da me stesso. Torno di là, estraggo il cd e lo rispondo nella custodia della legacy edition.

Di nuovo davanti agli scaffali dei cd, questa volta nel reparto jewel case. Per lunghi minuti, in boxer e maglietta al freddo di un maggio davvero inusuale, resto inebetito a fissare  coste di cd. Spossato, cado su una di quelle compilation della rivista Mojo che conservo (chissà perché) con estrema cura: trattasi del cd Dream Pop.

L’aria sonora avvolge di nuovo le mura della Domus Saurea.

Giusto il tempo di vestirmi per tornare vicino allo stereo e togliere il dream pop dei miei cabasisi. Guardo l’action figure di Johnny Winter che veglia sulla stanza e chiedo scusa.

Chiedere scusa a Johnny Winter (in alto sullo scaffale) – Domus Saurea maggio 2019 – autoscatto

Johnny Winter action figure – photo Tim Tirelli

Do una occhiata ai cd che da settimane sono accatastati sul lettore. Ne scelgo uno, seleziono la canzone n.4 e lo faccio partire.

Seduto al buio della cucina faccio colazione, mentre il Dark Lord ci dà di string bender e Paul Rodgers canta sciocchezzuole riguardo il vivere insieme, il condividere la propria terra e rendere reali i propri sogni.

Finisco la colazione, inizia il brano successivo, e benché io sia nel Rocco Schiavone mood mattutino, mi metto a ballare da solo nel corridoio al ritmo di Radioactive dei Firm.

Avrò anche un rapporto di amore odio con la musica in questi ultimi tempi, ma mi chiedo dove sarei se il Dark Lord non mi avesse folgorato otto o nove lustri fa… thank you my saviour.

Me and my Saviour at the office – May 2019 – selfie

The Dark Lord

Then came the last days of april

27 Apr

Un aprile finalmente degno di questo nome: tempo instabile, ogni giorno (più o meno) un barile. Dopo un inverno asciutto e un febbraio caldo ecco un mese un po’ pazzo: cielo nuvoloso, pioggia, giornate di sole e tepore a tratti. Possiamo aggiungere anche dolce dormire, sebbene l’aggettivo dolce stia alla larga dai miei sogni, sempre tempestosi, pieni di avvenimenti e bizzarri. Ad ogni modo la primavera è alle porte: la pioggia, il sole, le api che ronzano tra i fiori degli ippocastani, l’alternarsi di buona lena e voglia di dormire … fuggite da me, custodi delle tenebre

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Domus Saurea – aprile 2019 – foto TT

Domus Saurea – aprile 2019 – foto TT

Domus Saurea – aprile 2019 – foto TT

Le cene solitarie dell’uomo di blues

Mercoledì di aprile. Arrivo a casa dopo il lavoro, lei sta salendo in macchina, mi saluta con un sorriso: “Ciao Tyrrell, io vado; ti ricordi che stasera ho un aperitivo con quelli della mia classe vero?”. “Certo che lo ricordo” (ma è una bugia). “Fatti da mangiare come si deve, non farti le solite cenette blues, mi raccomando!”Non ti preoccupare, mi preparo una bella pasta, pipette con ragù e piselli e un buon bicchiere di lambrusco Otello”. L’ intenzione sarebbe quella ma chissà se ne avrò la volontà. Sono le 19, prendo Palmiro intento a puntare una talpa ed entro in casa. La finestra dello studiolo rimanda i raggi del sole del tardo meriggio campagnolo.

Domus Saurea windows -Aprile 2019 –  foto TT

Prendo il cofanetto Give Me Strenght di Eric Clapton e faccio partire l’album There’s One In Every Crowd. La casa si riempie subito delle giuste vibrazioni; una meraviglia.

Cofanetto GIVE ME STENGHT – Eric Clapton – photo TT

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Sono mesi ormai che sto passando un periodo lavorativo di melma, non è facile trovare la voglia di prepararsi una cenetta come si deve, così ricasco nei miei vecchi difetti, mi adeguo al bluesy mood, riscaldo fette di pane sulla padella, un goccio d’olio, vi spalmo sopra formaggini Mio e aggiungo qualche acciuga, quindi pinzimonio per rapanelli (sì, va beh, ravanelli), una birra e una lattina aperta di frutta sciroppata. Più blues di così !? Eric nel frattempo ci dà di reggae.

Le cene solitarie dell’uomo di blues – Domus Saurea aprile 2019 – foto TT

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Ondeggio al tempo delle pennate in levare, finisco la birra, rimango a contemplare la vita. Palmiro viene a farmi compagnia.

Palmiro – Domus Saurea aprile 2019 – photo TT

Da settimane aspettiamo che l’idraulico venga a sostituire il tubo corroso dello scarico. Non è possibile usare la lavastoviglie. Mi rimbocco le maniche e mi metto a lavare i piatti. Clapton canta della piccola Rachele, chiede di non biasimarlo e mi informa che il cielo sta piangendo. Con tutta quella allegria non posso che mettermi a cantare il il blues anche io.

Lavapiatti blues – Domus Saurea aprile 2019 – photo TT

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Sistemo la cucina per bene, non voglio essere come gli ex compagni di certe mie amiche (d’altra parte seguo il ferreo politicamente corretto svedese), le quali raccontavano che quando lasciavano soli i loro uomini al ritorno trovavano la casa simile a un ciuso (a un porcile insomma). Contemplo di nuovo la vita guardando fuori dalla finestra, la pianura proletaria che ho davanti si veste di poesia* grazie alle prime ombre della sera, lontano – verso sud – le colline sembrano tanto distanti. Palmiro si appisola sulla tavola.

*(citazione tratta dal brano  “Ragazzo – Vacca” di Tirelli-Togni … lo scrivo per correttezza nei confronti dell’autore del testo Carlo Alberto Lonardi Togni Vien Dal Mare )

Palmiro – Domus Saurea aprile 2019 – photo TT

Strichetto, lì sotto, sembra voler capire di che blues si tratta stavolta.

Stricchi – Domus Saurea aprile 2019 – photo TT

Manolenta attacca uno dei mie pezzi preferiti.

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Mi sposto nello studiolo. Osservo il ragnetto che da qualche giorno gironzola sul muro.

Spider – Domus Saurea aprile 2019 – photo TT

Le acustiche del chitarrista parlano di occhi blu . Entra poi in scena la slide, scorre su altezze e su eremi su cui a volte vorrei andare a dissolvermi in cometa.

High upon a mountain top
Where the eagle builds his nest
I shall go wandering
Trying to put my mind at rest
And I shall never cease
Until the day I die

Ascolto tutto il disco, comprese le sette bonus track.

Mi preparo un decaffeinato. Mentre lo verso osservo l’aeroplanino disegnato sulla tazzina. Il caffè ha un sapore strano, sembra quasi che qualcuno vi abbia versato dentro dello iodio.

Iodine in my coffee – Domus Saurea aprile 2019 – photo TT

Contemplo i cd che sono sparsi sul lettore, provo a scegliere Stanley Turrentine ma non funziona, provo con qualche bootleg ma il risultato non cambia.

Bootlegs – Domus Saurea aprile 2019 – photo TT

Guardo la mia faccia blues …

Uomo di blues – Domus Saurea aprile 2019 – photo TT

… ho capito, ci vogliono due dita di Southern Comfort e i Tishamingo per risolvere la serata.

Whiskey State Of Mind – Domus Saurea aprile 2019 – photo TT

Finisco poi per mangiare un Lucky Liuk, come lo chiamo io, mentre mi guardo un documentario su Gabriel Garcia Marquez.

(Lucky) Liuk – Domus Saurea aprile 2019 – foto TT

Queste solitarie cenette blues mi mettono nella predisposizione d’animo sbagliata, quel Rocco Schiavone mood che devo evitare.

Domani sera sarà meglio andare a mangiare un bella pizza insieme alla pollastrella.

I’ll meet you any time you want in our Italian restaurant … – foto TT

Lucy’s way to break the easter egg

Pranzo pasquale dalla Lucia, madre della pollastrella. Costei è un personaggio mica da poco per questo blog; l’ho ripetuto più volte, è la rappresentazione umana dell’Emilia che fu, ovvero di quel gran pezzo di regione in cui vivo. Concreta, combattiva, a trazione socialista, mai ferma un attimo, rezdòra (reggitrice della casa insomma), magnifica cuoca, lavoratrice, sarta, madre, nonna, campionessa di nuoto categoria terza età, ballerina di liscio, schietta come il lambrusco, asciutta come una pasta fatta come si deve.

E’ il solito meraviglioso pranzo della festa emiliano: lasagne, cappelletti (per i non emiliani: una sorta di tortellini … lo dico piano nella speranza che nessun reggiano senta e per questo si offenda) arrosto di vitello, manzo, lambrusco e spumantino dolce per il dessert.

A fine pasto assomiglio a un barilotto. Un caffè, un liquore e il pigro primo pomeriggio (.maledetta ossessione per le allitterazioni, scusate) del giorno di festa che mi offusca i sensi. La pollastrella vuole aprire l’uovo di pasqua che i suoi genitori hanno vinto ad una tombola. Lo porta sul tavolo, fa per aprirlo e le dico: “Polly, non è tuo, chiedi a tua madre se puoi aprirlo”.

D’accordo” mi risponde “mamma, possiamo rompere l’uovo?

Sè, da chè” (sì, dammi qui). E improvvisamente l’armageddon: Lucy prende l’uovo ancora incartato e lo sbatte con forza più volte contro il taglio del tavolo.

Rimaniamo basiti. Polly non sa se piangere o ridere. La conosco, le piace aprire l’uovo con delicatezza, cercando di romperlo con precisione col taglio della mano, cercando di mantenere integre le due metà.

La Lucy invece, che non ha tempo da perdere nemmeno quando lo ha, va subito al sodo, al punto, senza stare a pitugnare, come diciamo qui nella Regium Lepidi county. Spettacolo sconsigliato ad un pubblico sensibile.

metodo per rompere le uova di pasqua – foto TT

Polly sconsolata apre la confezione per trovarci dentro un ammasso di rottami di cioccolato.

metodo per rompere le uova di pasqua – foto TT

Per fortuna il nostro amico Floro ce ne ha regalato uno di Valentino, così più tardi avrà modo di aprirne uno usando tutti i crismi del caso.

Floros present – foto TT

Gatti

Palmiro è specializzato nel mettersi in sintonia con il mio animo. Gli è sufficiente uno sguardo per inquadrarmi, sente che ho il blues e si adegua anche lui. Quando vado a cercarlo invece di trovarlo intento a vagabondare in mezzo alle vigne che circondano la Domus Saurea, lo trovo dietro al garage sdraiato su un asse di legno.

Palmiro – Domus Saurea aprile 2019 – foto TT

Quando torno dal lavoro lo scorgo spalmato sullo zerbino.

Palmiro – Domus Saurea aprile 2019 – foto TT

L’interazione che ho con lui mi sorprende ancora oggi,  dopo quasi sette anni di convivenza. Polly dice che è molto intelligente, io non lo so, magari tutti gli umani pensano che il loro gatto sia speciale, è indubbio però che Palmiro abbia imparato alla perfezione come si vive con degli umani, e abbia ben presente l’amore e l’amicizia che lo circonda. Ci si capisce al volo, la fiducia che ha nei nostri confronti è totale e noi crediamo di averlo cresciuto nella maniera giusta. Siamo fieri di lui. Spietato (ma senza perdere la tenerezza) con gli altri maschi che vogliono invadere i territori della Domus Palmirea, tollerante e ben disposto con i felini che riconoscono la sua posizione, il suo ruolo.

Gatti alla Domus aprile2019. Da sx: Artemio, Spaventina, Ragni, Palmir, Raissa. Foto TT.

Di gatti ne abbiamo sei, Palmiro è uno dei due che vive anche in casa. L’altra è Strichetto, lo sapete, la gattina problematica che da quasi due anni vive con noi. Ricordate? Scappata da inquilini di nostri vicini che la avevano presa come gioco per le loro figlie piccole, un bel giorno si è infilata da noi e non ci ha più abbandonati. Non ne poteva più di essere (mal)trattata come un peluche.

E’ una gattina un po’ instabile, non sai mai cosa vuole, ma non dispero di smussarne i disturbi dovuti ad una infanzia molto difficile. Io ne sono innamorato, e a suo modo, credo che anche lei lo sia di me. Quando sono a casa, spesso mi cerca, quando mi vede qui al computer a scrivere per il blog viene da me, guarda fuori dalla finestra,

si nasconde dietro al computer,

Stricchi sul frigo, Domus Saurea aprile 2019, foto TT

si mette a farsi domande di metafisica: chi sono, da dove vengo, dove sto andando …

Stricchi, Domus Saurea aprile 2019, foto TT

per poi appisolarsi di fianco a me.

Stricchi, Domus Saurea aprile 2019, foto TT

Anche con lei il rapporto si sta facendo meraviglioso. da quando è stata morsa alla zampina posteriore un anno fa, non ama uscire di giorno, lo fa al primo calare delle tenebre. Verso le 22,30 mi basta uscire dalla porta e chiamare “Stricchi, Stricchi, Stricchi” (un po’ come farebbe Sheldon Cooper) per vederla correre in casa ad una velocità che il diavolo della Tasmania se la vedesse rimarrebbe muto. Una volta in casa mi guarda, io prendo il contenitore delle crocchette, le mi segue nella soffitta (dove passerà la notte), le riempio la ciotola, le cambio l’acqua, le accarezzo il pelo, le do un bacio sulla testina e le do la buonanotte. La cosa si ripete sempre uguale ogni sera. Al mattino mentre salgo le scale vedo la sua ombra dalla fessura della porta, apro, Stricchi mi saluta, si getta a terra e mi offre la pancia da accarezzare.

Sì è vero, non si è mai visto Johnny Winter occuparsi di gatti in questo modo, ma devo dire che ogni giorno imparo qualcosa, miglioro come essere umano e l’amore che provo verso di loro mi aiuta, come la musica, ad andare avanti in questo mondo pieno di guai.

Stricchi, Domus Saurea aprile 2019, foto TT

Tim & Stricchi –  Domus Saurea aprile 2019 – autoscatto

Stricchi e Palmir- Domus Saurea – aprile 2019 – foto TT

Coincidenze

Ricevo un messaggio da Faust, amico e mio vecchio cantante . Con lui registrai nel 1999 il cd autoprodotto “All’Incrocio” della Cattiva Compagnia, il mio gruppo. La produzione artistica fu da me affidata al mio amico Mel Previte, guitar player extraordinaire, il quale è in qualche modo è il link tra noi e il gigante di Correggio.

“Vecchio, hai sentito l’ultimo del Liga!? C’è un pezzo – Vita Morte e Miracoli – che ha lo stesso riff di un tuo pezzo sul ns disco, Identica anche la tonalità e ce n’è un altro che si titola la Cattiva Compagnia.”

Mi sento il brano di Luciano ed in effetti il riff mi è molto familiare

Mi torna in mente che anche in passato avevo riscontrato assonanze ad esempio nella introduzione del suo singolo – Si Viene E Si Va – riconducibile alla nostra Dedalo.

Faust mi dice che ne devo essere orgoglioso e che è un tributo alle mie abilità di songwriting. Faust è sempre generoso. Per il resto … chiamiamole coincidenze.

Sul piatto della Domus

Benché abbia ormai un rapporto di amore-odio con la musica (mi ci sono dedicato troppo perdendo di vista altre faccende importanti per la mia sopravvivenza), ne ascolto sempre tanta. Ad inizio giornata di solito metto dischi compatibili con il mood mattutino …

Sul piatto della domus – foto TT

A volte cerco di ripartire con più slancio …

Sul piatto della domus – foto TT

ma poi ritorno al classic prog dei Genesis …

Sul piatto della domus – foto TT

Quando sono in modalità profonda viro su I Pini Di Roma di Ottorino Respighi nella versione di Leonard Bernstein, l’immensità di quella musica mi porta a fluttuare tra le galassie …

Respighi I Pini Di Roma dal box set L. Bernstein edition Concertos & Orchestral Works- photo TT

Nei momenti di difficoltà torno poi ai nomi che mi hanno salvato la vita, laggiù negli anni settanta …

Sul piatto della domus – foto TT

E hai voglia a ricercare nuove esperienze musicali, nel momento del bisogno, quando sei solo con te stesso e necessiti conforto, torni immancabilmente a quei 50/100 dischi che hanno fatto di te l’uomo che sei , “e a culo tutto il resto!” (come direbbe un mio famoso concittadino).

 

Cenni d’intesa tra uomini alla Coop

18 Apr

Sabato mattina d’aprile. Spesa settimanale alla Coop. Ho amici che si chiedono come mai c’è ancora gente che va a fare la spesa in quel tipo di supermercati, sono quelli che riescono ad andare nei negozietti di alimentari un po’ alternativi o al mercato coperto della loro città. Non dispiacerebbe nemmeno a me, ma chi ha il tempo di spezzettare la spesa in quel modo? E’ vero che in primavera e in estate amo andare da un contadino non troppo distante da me a comprare frutta e ortaggi che produce direttamente, ma per il resto mi affido alla cooperativa, anche perché mi fido dei prodotti a marchio Coop e dopo tutto ho ancora una romantica visione di quel tipo di supermercati.

Ipercoop di Regium Lepidi

Sono insieme ad una pollastrella con la cresta bionda. Colazione nel solito baretto, krapfen e cappuccino per me, cornetto alla crema e succo di frutta alla pera fuori frigo per lei. Una veloce occhiata alla rosea e via a seguire la sbilenca scia del carrello.

Ipercoop di Regium Lepidi

Preleviamo il lettore per la spesa fai da te e salpiamo. Costeggiamo le varie isole, navighiamo a velocità ridotta attraverso le corsie. Scegliamo con attenzione i prodotti, tralasciamo quelli con un packaging troppo appariscente e dunque inquinante, valutiamo i prezzi mentre a me torna in mente una gran bella canzone di Battisti …

In un grande magazzino una volta al mese

Spingere un carrello pieno sotto braccio a te

e parlar di surgelati rincarati

far la coda mentre sento che ti appoggi a me

Ipercoop di Regium Lepidi

Iniziamo l’ultima tratta, come sempre ci fermiamo nella corsia del cibo per gatti (ne abbiamo 6, la scorta settimanale è dunque impegnativa).

Son lì che medito su che scatolette e buste comprare (devo variare spesso marche e gusti altrimenti i componenti pelosi della famiglia rifiutano di cibarsi, e questo temo sia un altro segno della decadenza della società occidentale … come avremmo detto io e Brian in dialetto stretto “desdòt vac da mònzer e sèe mèes ed Siberia ed vedrèe che la s’ cambia per tot”diciotto vacche da mungere tutte le mattine – come faceva mio nonno – e sei mesi di Siberia e vedrai che la storia cambia per tutti …), quando una coppia di persone avanti in età s’ infila nella stessa corsia.

La signora sta salmodiando (in un miscuglio di italiano e dialetto) una litania di certo non nuova al marito, ne carpisco qualche brandello: “ no perché se avessi fatto quello che ti avevo detto … quante volte devo spiegarti questa cosa … possibile che ogni volta è la stessa storia … ” l’uomo mi guarda negli occhi con quell’espressione un po’ così che abbiamo noi quando guardiamo la nostra vita andare a ramengo, continua a fissarmi tra il serio e il faceto, sbuffando di nascosto alle spalle della sua signora. Gli stringo l’occhio e con la testa accenno alla mia di pollastrella, come a dire … vecchio mio, tocca anche a me, così è la vita. Compiaciuto mi rimanda un mezzo sorriso e un cenno d’intesa che vi lascio immaginare. In realtà la groupie che ho qui con me oggi non si comporta (almeno per ora) da maestrina come la signora appena passata, ma sentivo che dovevo stare al gioco per regalare al mio vecchio compare almeno un momento di cameratismo e di fratellanza.

Li seguo con lo sguardo, the teacher in prima fila e lo scolaretto duro di comprendonio dietro.

cenni d’intesa tra uomini alla Coop – foto TT

Mi soffermo a riflettere, farò la stessa fine? La pollastrella, che si era attardata davanti ad uno scaffale qualche metro più in là, si avvicina al carrello, dà una occhiata alle bustine che ho scelto ed esclama “No, queste al patato non piacciono … nemmeno queste vanno bene perché le mangia solo Artemio … riemettile al loro posto adesso ci penso io … “.

La risposta alla mia domanda mi arriva chiara e forte.

cenni d’intesa tra uomini alla Coop – foto TT