BRUCE SPRINGSTEEN “The Collection 1973-84” (2010 Sony Legacy) – TTTTT

2 Apr

14,62 sterline per i 7 album da avere di Springsteen.Per chi ama comprare cd questo è davvero un bel momento. Box set semplice ma tutto sommato pratico. BORN TO RUN e THE RIVER è roba da cinque stelle, il resto veleggia (per un non amante del genere quale sono io) tra le tre e le quattro stelle. I primi due album un po’ naif, prodotti maluccio, con spunti interessanti, NEBRASKA un po’ troppo scarno e noiosetto, BORN IN THE USA l’album del mega successo e DARKNESS meno brillante dei momenti migliori. Tuttavia, ripeto, l’operazione in sé vale il massimo dei voti, per pochi euro ti porti a casa i sette dischi basilari dell’artista in questione, artista il cui nome giganteggia quando si parla di rock americano. Consigliato.

L’Angolo della Posta: MUSIC di John Miles risolve la giornata

2 Apr

Scrive JAYPEE: “Ciao Amicotim…pessimo lunedi oggi, problemi vari, telefono scarico e cazzi da risolvere da clienti ….per lavoro sono alla DBTechnologies, quella che fa ampli.
Dieci minuti fa hanno iniziato i crash test delle casse e stanno sparando ad un volume pazzesco MUSIC di Jonh Miles …trionfo e giornata risolta”

Risponde l’esperto: “To live without my music Would be impossible to do ‘Cuz in this world of troubles My music pulls me through…”

JOHN CALE live all’ Orion Club Roma 16/03/2012

2 Apr

L’altra sera sono andato a vedere John Cale. Lui in persona, quello che con Lou Reed, Sterling Morrison, Moe Tucker & Nico ha dato vita ai Velvet Underground.

Il concerto si teneva in un nuovo locale subito fuori il raccordo anulare, a Ciampino. Una cosa un po’ strana questa, l’ultima volta che era passato dalla capitale, Cale aveva suonato all’Auditorium. Stavolta in un piccolo locale all’estrema periferia. Mah, poco male, mi son detto, magari il posto e’ carino e il concerto sara’ piu’ diretto. Personalmente non amo i grandi spazi per la musica, mi piace poter essere vicino al palco in un atmosfera informale. E poi in genere i concerti che piacciono a me non attirano grandi folle, anzi, per cui la dimensione del club e’ anche quella a cui sono piu’ abituato. Devo dire pero’, che vista la storia di John Cale avevo paura andassero esauriti i biglietti, cosi’ che, senza nemmeno saper bene come fare, li comprai via internet in prevendita, non si sa mai. Cosi’, tutto contento con la mia email di conferma in tasca, ho guidato verso Ciampino in una serata strana per il clima di Roma, umida e con un po’ di nebbia. Il locale si trova in una di queste zone un po’ industriali, un po’ da ipermercati con i parcheggi affollati di giorno e deserti di sera. Qualche abitazione nei paraggi, il raccordo a due passi. Il pullman di Cale nel parcheggio del locale, probabilmente dal pomeriggio. Va bene che a Roma ci sara’ venuto diverse volte, pero’, come dire, uno come lui lo si poteva far suonare in un locale, un teatro, che so’, insomma in un posto piu’ centrale… Comunque sia vado all’ingresso, neanche mi danno i biglietti, mi lasciano entrare direttamente. Il locale dentro sembra una discoteca anni ’80, tutto pieno di tubi neon verdi. Non piu’ di cento persone, eta’ fra i venti e i sessantacinque, look dal post punk al pensionato vintage, passando per tutte le possibili sfumature. Tutti un po’ straniti dalla luce dei neon, tutti un po’ delusi nel ritrovarsi in cosi’ pochi. Dopo una manciata di minuti qualcosa si muove sul palco, noi ci avviciniamo ancora un po’, e John Cale arriva, a non piu’ di tre metri da me, sorridente e rilassato, come se fosse nel salone di casa sua a New York.

(J.Cale Roma marzo 2012 – foto di Polbi)

Lo guardo piu’ che ascoltarlo, quest’uomo magnetico. Questo settantenne elegante e in ottima forma. Tutto nero vestito, capelli bianchissimi, sguardo penetrante.

Lui canta e suona tastiere, chitarra elettrica e acustica. Nel gruppo ci sono un chitarrista alto e magro che sembra un finlandese, un batterista afroamericano e un bassista asiatico. Fanno il loro lavoro con passione, inventiva e precisione, divertendosi pure parecchio. Cosi’ come Cale, anche lui sembra proprio divertirsi molto con questo nuovo proggetto. I minuti passano, la musica pure, e io mi ritrovo perso nei miei pensieri. Questo signore che canta davanti a me, e’ stato forse il primo musicista ad aver portato nella musica rock l’avanguardia, la musica “colta”, non in una semplice e momentanea comparsata, ma creando un suono nuovo, tutt’ora sorprendentemente nuovo. Il suono dei Velvet Underground. Lou Reed e Sterling Morrison erano il rock and roll, John Cale era altro. Intanto non era americano ma europeo, gallese per la precisione. Mentre gli altri suonavano r’n’r’ in cantine polverose e bar malfamati, Cale frequentava la scuola di La Monte Young, il Dream Syndacate, situazioni e persone che rivoltavano la musica contemporanea occidentale come un pedalino. Unire chitarre elettriche e viola, scrivere canzoni rock rompendo con ogni tradizione, questo fecero i Velvet Underground nel lontano 1966.

(J.Cale Roma marzo 2012 – foto di Polbi)

La psichedelia peace & love stava sbocciando in mille colori fra Londra e la California, mentre loro a New York vestivano di nero anfetaminico. Raccontavano storie di tossici, alienazione metropolitana e perversioni sessuali, con tonnellate di feedback, il suono straniante degli archi, la voce teutonica di Nico, altro elemento europeo nel gruppo, e la batteria tribale di Moe Tucker.  Il tutto alla corte di Andy Warhol, la cui Factory era casa, quartier generale e sala prove dei primi Velvet. Una gang di teppisti di strada, intellettuali e artisti, proprio quello che ci voleva per farsi amare dal mercato americano, che infatti li ignoro’ completamente all’epoca e continua a farlo ancora oggi. D’altronde loro per primi lo sapevano, non si va in classifica con pezzi come Venus in Furs o Sister Ray.

Intanto il concerto prosegue con brani dell’ultimo disco. Non ne conosco nessuno, e non credo di essere il solo guardando le facce di chi mi sta intorno. Siamo tutti perplessi e contenti al tempo stesso. Lui va avanti e sembra divertirsi sempre di piu’, la band lo segue c’e’ molto feeling sul palco, e’ palpabile, i pezzi scorrono bene, il tempo passa. Mi ritrovo per meta’ del tempo a vivere il presente, specialmente in un alcuni momenti Cale ti rapisce con quella voce profonda e bellissima, cavalcando una musica ritmata e potente. Arrivano un paio di classici del primo periodo solista, non piu’ di tre canzoni in tutto. Per il resto del tempo spesso viaggio fra i miei pensieri, lo osservo e lo immagino in studio quando produceva i dischi di esordio di Stooges e Patti Smith, lasciando ancora una volta un orma indelebile nella storia del rock. Oppure negli anni con Nico, mentre nessuno riusciva a lavorare con lei, John Cale la affiancava sempre, riuscendo a stabilire un rapporto artistico e umano di rara profondita’. Marble Index, forse la loro collaborazione piu’ riuscita, un monumento sonoro alieno a qualsiasi catalogazione ed etichettatura, imparagonabile a qualsiasi altra musica.

(J.Cale Roma marzo 2012 – foto di Polbi)

Dopo quasi due ore il concerto finisce, Cale saluta e si avvia verso il camerino. Niente bis, niente pezzi dei Velvet Underground. L’aria fresca della notte ci aspetta fuori dal locale, tutti ci avviamo alle macchine con uno strano stato d’animo. Il fan in noi e’ spaesato e deluso, al tempo stesso pero’ la nostra parte piu’ razionale ci dice che e’ stato bello. Si, e’ stato bello vedere un uomo di quell’eta’ con ancora la voglia di andare in giro a suonare, facendo quello che gli va di fare, ancora una volta senza compromessi. John Cale rimane fedele a se stesso, non e’ un tipo da karaoke, non e’ la cover band di cio’ che e’ stato, prendere o lasciare. In fondo con lui e’ sempre stato cosi.

Paolo Barone – marzo 2012

Io e i Led Zeppelin in un weekend qualunque (con Brian al cinegiappo e l’Inter che torna a vincere)

1 Apr

Un altro di quei sabati qualunque in cui vado da Brian e in giro per Mutina. Nella blues mobile stavolta metto i Led Zeppelin, il secondo volume dell’audio preso dal DIVUDI ufficiale del 2003, che un membro del club esoterico di cui faccio parte ha messo su CD…

Sembra strano, ma ogni volta è quasi una riscoperta. Decenni che li ascolto e che li amo e le sensazioni sono sempre fortissime. Parte SIBLY live 1973…come direbbe Picca va bene Stairway, va bene Whole Lotta Love, va bene Kashmir (che tra l’altro trovo noiosetta) ma SIBLY live 1973 è I LED ZEPPELIN. Quel blues inglese che del blues mantiene solo l’atmosfera e un paio di accordi in minore, per poi partire verso galassie sconosciute. Il piano con tanto di pedaliera basso di Jones che cerca di tenere tutto sotto controllo, la batteria di Bonham che viaggia nel perimetro estremo degli schemi del pezzo, la voce di Plant….quella matura del 1973, quella piena di pathos sensuale, quella che è la migliore di sempre per quanto riguarda il blues bianco. Poi la chitarra di Page, del Page dell’immaginario collettivo, del chitarrista visionario e così squisitamente rock che adoriamo senza riserve. Quelle note che solo lui riesce a scovare tra le battutissime scale del blues…SIBLY 1973, di sicuro il mio pezzo di musica preferita in assoluto…

Attraversare le campagne con questo furore spirituale e musicale è una cosa che mi tocca sempre moltissimo, quando poi il sole inizia a farsi meno timido e mentre batte sul mio viso partono GOING TO CALIFORNIA e THAT’S THE WAY da Earl’s Court 1975, beh non resta tanto da dire e da fare…ti fermi accanto ad un bosco, scendi, ti sdrai sull’erba ancora umida e ti metti ad ascoltare il respiro dell’universo…

Accudire Brian, lavarlo, stirarlo, prepararlo per il nostro solito sabato mattina a Ninentyland. Il vecchio gode di questi nostri viaggetti nella mia hometown e io, negli anni futuri, spero di ricordarli con la dovuta dolcezza. Oggi mi dice “Tu dovresti diventare l’autista di un grande della terra, così andresti a letto con le principesse (intende le donne di questi ipotetici grande della terra), e faresti anche un piacere ai mariti”. Chissà cosa passa per la maruga a Brian. Poco dopo in macchina, accendo Radio Capital, subito non capisce e poi esordisce con un “La musica vuol dire vita…”. Caro vecchio Brian.

(Tim e Brian controluce a Ninentyland – Foto di Lsi)

Un paio di orette più tardi gironzolo per Mutina, anch’essa bagnata dal sole, incontro Julia, chiacchierata più lunga e più bella del solito. Finisco per parlarle anche del demone delle notti senza sonno, povera Julia…che pazienza. Mi dice la sua e chiude con un “d’altra parte sei un uomo di blues, no?”

(Mutina – foto di TT)

Ritorno verso Borgo Massenzio a velocità sostenuta, voglio tenere a distanza la dispepsia che stamattina sembra volermi attaccare, e poi con IN MY TIME OF DYING e TRAMPLED UNDERFOOT non si può mica andare piano. Dalle 15 alle 18 mi inabisso in un sonno ristoratore, sonno di cui avevo davvero bisogno.

Domenica mattina, ancora l’ombra della dispepsia su di me sin dal risveglio, temo per il prosieguo della giornata, ma si rivelerà un falso allarme. Di nuovo a Mutina per prelevare Brian, anche oggi con me. Novità: decido di portarlo ad un nuovo ristorante cine-giappo di Regium Lepidi. Forse ho esagerato, Brian sembra un po’ confuso e frastornato, ma è bravo, si mangia gli spaghetti di riso diligentemente e arriva anche a dire “Quischè ièn bòun” (questi son buoni) riferendosi al sushi. Brian che si mangia il sushi insieme a me e alla groupie in un cinegiappo. Solo un anno fa mi sarebbe parsa pura fantascienza.

(Brian al cinegiappo – foto di TT)

Alla domus saurea ci mettiamo davanti a SKY per INTER-Genoa. Brian mi chiederà almeno venti volte contro chi stiamo giocando, ma cerca di seguire la partita con una certa dedizione. Certo che 9 goal finiscono per confondere anche me. 3 rigori per il Genoa, uno per noi, due espulsi (uno per squadra). Un goal segnato da un ritrovato Maurito Zarate, tripletta di Milito. Vinciamo 5 a 4, non mi sono annoiato, la squadra è parsa più motivata, in campo anche POLI, OBI e GUARIN. Niente male, Mister Stramaccioni.

INTERVALLO – dio dorato in braghe corte

30 Mar

(Robert Plant, in braghe corte. Mah!)

Brian, i confratelli del blues e il demone delle notti senza sonno

30 Mar

Notte tra lunedì e martedì: mi metto a letto, leggo qualche pagina di APATHY FOR THE DEVIL di Nick Kent e poi lo sento arrivare, come una marea nera e profonda che avvolge tutto. Un cupo battito d’ali, un ombra tenebrosa, una luce spenta che ti si pianta nel cervello…è lui, il demone della notte senza sonno. Nelle notti pesanti che descriviamo agli amici o ai colleghi il mattino seguente, quelle che “stanotte non ho chiuso occhio” si finisce comunque per dormire almeno due/tre ore, ma questa notte no, il demone è spietato, ogni volta che sto per cedere una botta di non so cosa mi risveglia con un sussulto. Non dormire nemmeno un minuto per una notte intera è terribile. Fino alle 2 ci provi, ci speri, ti alzi, bevi, torni a letto, ti alzi, vai al computer, ti corichi di nuovo. Alle 3,30 sei preda della disperazione, alle 4 hai un senso di oppressione che ti ottenebra, il cuore batte forte, l’ansia t’incolla e ti scolla, credi di vedere figure poco simpatiche, ogni rumore diventa un’eco spaventosa…ti sembra di scorgere Baldassare in persona, ti porta la mirra, simbolo di morte. Alle 4,15 ti incazzi, smadonni, ti alzi, ti metti in cuffia e fai partire THE E STREET SHUFFLE di BRUCE SPRINGSTEEN e vaffanculo Melchiorre, Gaspare e Baldassarre.

Ore 7,45, in condizioni tutto sommato accettabili sei a Bazvèra per una visita di controllo. Mentre aspetti senti Brian, non è in bolla, avvisi in ufficio che arriverai più tardi. Un paio d’ore dal vecchio, lo rimodelli come fosse un pezzo di creta, colazione, un po’ di chiacchiere, pranzo. In ufficio annaspi ma tieni botta. Verso sera  arrivi al posto in riva al mondo. Ceni e riparti verso Mutina: stasera ti ritrovi con Mix, Jay e March a rinverdire certi anni passati, imbracciando una Les Paul…poco tight e molto loose, ma ci si diverte…AIN’T NO LOVE IN THE HEART OF THE CITY, FUOCO SULLA COLLINA e qualche “classico” courtesy of your truly. A mezzanotte sono più o meno a letto, fatico, temo il demone ma poi crollo.

Mercoledì ore 8: ricevo una telefonata e penso “Cazzo, non ho sentito la sveglia, è tardissimo”… nemmeno in tempo di finire il pensiero e svengo sul letto. Riaffioro alle 10,29. Alle 10 avevo un appuntamento in ufficio. Mi butto sotto la doccia. Sono uno straccio ma mi metto in macchina. In ufficio espleto i doveri primari. Alle 13,35 crollo sulla brandina nello sgabuzzino. Ritorno in me alle 17,45. Ringrazio il Dark Lord che mi ha fatto avere due soci comprensivi. Fino alle 20 cerco di sbrigare quanto più lavoro arretrato possibile. Esco e mi dirigo al Kata per un incontro in sordina con la Congregazione degli Illuminati del Blues. Non sono a posto, c’è qualcosa che mi opprime. In macchina mi sento una raccolta della PFM, al momento di DOLCISSIMA MARIA mi metto a piangere…

Serata strana questa con i confratelli, siamo solo in sei. Siamo stanchi, poco dinamici, abbiamo voglia di stare insieme ma portiamo a casa solo un pareggio…proprio come quello della squadra di Milano che è stata due volte in B, contro il Barcellona. Distribuisco le cosette che ho fatto per loro. Picca ad un certo punto esce e torna con un uovo di cioccolato dell’INTER. Un po’ di allegria, finalmente.

(Confratelli da sx a dx: Riff, Jay, March, Tim, Picca, Lorenz – foto del kata)

Alle 23,30 molliamo gli ormeggio e mestamente ognuno torna ai propri blues. Passo attraverso le campagne nere con HARLEQUIN.

Giovedi ore 6,30: sveglia, doccia e poi subito in macchina. Infilo nel lettore STAND IN THE FIRE  di WARREN ZEVON…rock contenutistico, rock bello, pieno, tondo, duro seppur sul confine del genere “Americana”

Ore 7,30: mi presento da Brian, passerà la mattina con me in ufficio. Ormai il vecchio me lo cucco anche nei giorni feriali.  Colazione, Repubblica (per lui), lavoro (per me).

(Brian in the office – foto di TT)

Ore 13,20 seduti da “Rock” a Stonecity a farci dei tortelloni burro e salvia. Io e Brian da “Rock” a pranzare insieme, chi lo avrebbe mai detto.

(Brian da “Rock” col suo prosecchino – foto di TT)

Accompagno il vecchio a casa, mi fermo dal commercialista e alle 16 sono di nuovo in ufficio a Stonecity. Distrutto. Cerco di tirarmi su con un bootleg dei BOC:

Verso sera ritorno, tra le campagne mentre il sole va giù  ascolto uno dei mie dischi  preferiti degli AEROSMITH: DONE WITH MIRRORS.

(le mie campagne – foto di TT)

Mi fermo 5 minuti in una strada bassa a contemplare le mie campagne, STEVEN TYLER canta la sua ode a SHEILA, lo sguardo saltella tra querce e peschi in fiore, i pensieri si fanno astratti e leggeri…vorrei tanto che il demone stasera non si facesse vivo…ma ora che guardo meglio mi accorgo che sono praticamente fermo ad un incrocio, non ho speranza…”Asked the (dark )lord above “Have mercy now save poor Tim if you please”

HEROES END: IN MEMORIA DI JOHN, MARK & RONNIE di BEPPE RIVA

28 Mar

Negli ultimi mesi sono dolorosamente mancati tre chitarristi che hanno marchiato in modo indelebile le strade lastricate di granitico rock’n’roll. Evitando un ridondante epitaffio, sono qui a ricordarli, in ordine cronologico di prematura scomparsa, convinto del patrimonio musicale e delle forti emozioni che hanno saputo offrirci.

JOHN DU CANN (1946-2011)

Altrimenti noto come John Cann, il chitarrista e vocalist è passato alla storia come membro dei classici Atomic Rooster; insieme a Vincent Crane e Paul Hammond (entrambi deceduti ancor prima di lui) ha realizzato nel fatale 1970 il secondo LP “Death Walks Behind You”: un colossale monumento dell’heavy-progressivo, scolpito dall’organo Hammond di Crane e dalla chitarra distorta vagamente Blackmoresca di Du Cann, in possesso anche di robusti e ben identificabili registri vocali.

Prima del suo trionfale ingresso nei Rooster, il musicista di Leicester mi era sconosciuto, poi son venuti alla luce i suoi notevoli trascorsi nei sixties: con The Attack, formazione mod-psych da culto, e nei lisergici Five Day Week Straw People (un fascinoso album all’attivo…); ma Du Cann è stato soprattutto il leader degli Andromeda: il loro solitario album del ’69 (RCA), una pietra miliare del cambiamento d’atmosfera fra stagione psichedelica ed il nascente progressive a tinte heavy, è quotatissimo fra i collezionisti anche per il suo valore intrinseco.

Dopo l’LP “In Hearing Of…” John ha abbandonato i Rooster insieme al batterista Hammond, per formare un power-trio con John Gustafson (fantastico bassista e voce dei Quatermass); dapprima si battezzarono Daemon, poi Bullet, infine Hard Stuff, il nome con cui hanno pubblicato due albums per la Purple Records: l’esordio “Bulletproof” (1972) è un altro classicone che contribuisce alla leggenda di John Du Cann.

Prima della sua morte, avvenuta il 21 settembre 2011 per infarto, aveva collaborato a lungo con l’etichetta Angel Air nelle ristampe della sua discografia.

L’ultimo lavoro, un CD antologico intitolato “The Many Sides Of JDC 1967-1980” (4 stellette su Record Collector) è uscito postumo e giova all’inquadramento storico del personaggio. Ancor più significativo il DVD del 2011, “The Lost Broadcasts”, che ritrae la sua carismatica e un po’ luciferina figura, in azione live con gli Atomic Rooster.

MARK REALE (1955-2012)

Una certa tipologia proto-metal U.S.A. dal suono “caldo”, che affonda le sue radici nel R&R urbano di gruppi quali Frost, Ursa Major, MC 5, Granicus, Ted Nugent e gli stessi Blue Oyster Cult, è l’humus da cui traggono origine i newyorkesi Riot, un gruppo che ha esercitato un ruolo trainante per la scena hard’n’heavy americana.

Già attivi nella seconda metà dei ’70 (il debut-album “Rock City” è del 1976) sono letteralmente esplosi nel 1981, in pieno fermento “metallico”, con il terzo, fondamentale “Fire Down Under”. Il chitarrista Mark Reale era il fondatore dei Riot e l’artefice di quelle timbriche dirompenti, tutt’altra cosa della “patinata” cornice sonica di altre formazioni a stelle e strisce. Brani di assoluto impatto come “Swords & Tequila” e “Outlaw” restano negli annali per la loro energia vitale, sprigionata anche dalla voce del sottovalutato Guy Speranza. Personalmente esprimo riconoscenza a questo gruppo perché scrissi su Rockerilla una recensione di “FDU” (giudicato album del mese), molto apprezzata dai lettori. In un mio intervento radiofonico (su Rock FM) di qualche anno fa, addirittura ricevetti un SMS che riportava una frase della medesima.

Mark ed i suoi hanno continuato ad oltranza un’onorevole carriera all’insegna dell’integrità heavy metal, ma purtroppo il chitarrista di Brooklyn ha dovuto arrendersi ad un’emorragia cerebrale provocata dal morbo di Crohn, il 25 gennaio 2012. Ne era affetto fin dalla nascita, ma ciò non gli ha impedito di contraddistinguere a pieno titolo un’epoca del rock a tutto volume.

RONNIE MONTROSE (1947-2012)

Ci sono un paio di luoghi comuni ricorrenti nell’illustrare la carriera artistica del chitarrista Ronnie Montrose: il primo è che l’album d’esordio del suo gruppo (1973) è stato il più grande debutto nella storia hard’n’heavy: considerazione oltremodo impegnativa, ma senz’altro l’omonimo “Montrose”, prodotto da Ted Templeman che anni dopo replicherà con un’altra formidabile rivelazione (Van Halen), è fra i migliori LP di sempre sotto l’egida del rock duro. Più discutibile la credenza secondo la quale Montrose avrebbero sempre vissuto di rendita con quell’eredità; infatti nei tre album successivi dei 70, si raccoglievano gemme come “I’ve Got The Fire”, poi ripresa dalle superstelle del metal Iron Maiden, oppure “Matriarch”, con un finale chitarristico interamente plagiato (ma non lo dice nessuno…) da Ace Frehley nel Kiss-klassico “Detroit Rock City”.

Inoltre Ronnie non era solo lo stratega della minacciosa, dura macchina che scaricava i riffs crepitanti di “Rock The Nation”, “Bad Motor Scooter” e “Space Station n.5”, affiancato da altri luminari, il vocalist Sammy Hagar ed il drummer Denny Carmassi (il Bonham americano!) oltre al bassista Bill Church.

Il solista originario di Denver (Colorado) era cresciuto suonando con musicisti altamente rispettabili come l’ombroso Van Morrison (“Tupelo Honey” del ’71), addirittura con gli sperimentatori elettronici Beaver & Krause (“Gandharva”, 1971) e con l’Edgar Winter Group (sigillo d’approvazione di Tim Tirelli) in “They Only Come Out At Night” del ’72. Si è pur cimentato nella fusion jazz-rock, ad esempio nel solo “Open Fire” (78).

La preziosa etichetta Rock Candy ha ristampato l’implacabile “Montrose” e recentemente “2” dei Gamma, con i quali Ronnie si presentò all’alba degli ’80. Entrambi valgono come essenziale introduzione per avvicinare un musicista d’indiscutibile talento, deceduto il 3 marzo 2012, vittima di un tumore diagnosticato cinque anni fa.

Testo e ricerca video –  BEPPE RIVA 2012

La PICCA’s GUIDE alle grandi canzoni in ordine sparso: DESPERADOS UNDER THE EAVES – Warren Zevon 1976

27 Mar

Warren Zevon (Asylum, 1976),  primo album ‘vero’ di questo rocker hard boiled che una pubblicistica sbagliata e l’asettico sound da bassa california dell’epoca avevano fatto passare per una versione ‘mannara’ di Jackson Browne, si chiude con questa ballatona epica che, come i titoli di coda di un romanzo di James Ellroy girato da Sam Peckinpah, pone la definitiva pietra tombale sul ‘sogno californiano’ con quasi un anno d’ anticipo sull’edificazione del sinistro e ben noto  Overlook Hotel  California degli Eagles.

L’inizio è quantomeno peculiare per un primo disco, un biglietto da visita che suona come una revolverata promozionale auto inflitta sulle palle:

 

Stavo seduto all’Hollywood Hawaiian Hotel

Stavo fissando la mia tazza di caffè vuota

Pensavo che la zingara non mentiva

Tutti i salati Margaritas di Los Angeles

Me li berrò uno dopo l’altro

 

Warren è il New Kid in Town che arriva a L.A. per giocare da subito al tavolo dei biscazzieri professionisti e per il suo disco l’ Asylum records mette a disposizione tutta la cricca dorata di Laurel Canyon d’allora: Don & Glenn delle Aquile, Jackson of course, Lindsey & Stevie dei Fleetwood Mac, Bonnie Raitt, J.D.Souther e quel genio purissimo di David Lindley.

 

…e se la California scivolasse nell’oceano

come i sensitivi e le statistiche dicono che farà

predico che questo motel rimarrà in piedi

finchè non pagherò il mio conto

 

(J.Browne / Waddy Watchel / WZ)

Il cinismo beffardo di Desperados è perfetto per una canzone che dovrebbe chiudere una carriera invece che inaugurarla, e questa contraddizione spiega la natura scombinata da ‘loser’ di WZ, distante anni luce dal prototipo ‘fuck me: I’m sensitive’ dei troubadours losangeleni della cosiddetta ‘mellow mafia’ dell’epoca, i Jackson Brownes, i James Taylors, gli ubiqui Aquilotti con il loro annacquato country rock autoreferenziale, tutti ossessionati dal proprio fondamentale ombelico.

Los Angeles da Terra Promessa si è trasformata in una Sodoma & Gomorra carburata dalla cocaina che David Crosby offre agli ospiti in tupperware colmi, dalle migliaia di spappolados nonché potenziali Charles Mansons che infestano il Canyon, dalle Corporations predatrici dei discografici che affollano locali come il Troubadour dove si ritrovano la sera tutti gli eroi del giro.

E’ l’american dream della California dei primi seventies, microcosmo WASP dal sapore nazi (tutti bianchi, tutti surfers, tutti intellettualini), una magnifica illusione che attecchì anche qui da noi grazie a quei meravigliosi fricchettoni abbronzati messi accuratamente in posa davanti a steccati di legno e alberi di cactus strimpellando Martins acustiche da 5000 dollari d’allora e con tenerissime e appetitose country girls come Linda Ronstadt al braccio.

Ma il new kid in town Warren da subito vede attraverso la cartapesta:

il sole non sembra incazzato tra gli alberi?

e gli alberi non sembrano ladri crocifissi? 

La scaturigine del brano pare sia stato un ‘vento’ operato da un Warren ancora in bolletta che scappò aggrappato ad una grondaia dall’Hawaiian Hotel di cui si canta per non pagare il conto, per poi ritornare qualche tempo dopo a saldare il debito (se la cavò autografando un paio di suoi dischi, pare).

(Jackson Browne/WZ/John Belushi)

Indimenticabile il coro finale che intona una tanto gloriosa quanto malinconica coda canticchiando sul ronzio emesso dal condizionatore dell’albergo, con  un mucchio selvaggio di protagonisti di quel mondo guidato da uno dei padri fondatori del california dreaming: Carl Wilson dei Beach Boys.

look away down Gower Avenue…..

 Gower Avenue, là dove inizia la Hollywood Walk of Fame.

La stella di Warren appartiene a ben altre costellazioni.

Parole, ricerca fotografica e video di Stefano Piccagliani – (C) 2012

INTER A STRAMACCIONI: finalmente qualcuno che ci fa palpitare il cuore.

26 Mar

Finalmente un “grazie e mai più a riverderci” a quell’allenatore in confusione che è stato Ranieri. Nessuno pretendeva di cavare fuori una buona annata da una stagione balorda come questa, ma lo sputtanamento degli ultimi due mesi non può che essere colpa sua. Tutte le mosse sbagliate, le solite dichiarazioni ottimiste a fine partite perse, cambi che nemmeno mia nonna avrebbe sbagliato con tale precisione. Se penso ai due fatti domenica sera, esplodo di rabbia. Giù OBI e POLI, i due che giocavano meglio, i due più giovani. Il primo tempo passato a prendere a pallonate quella squadretta irritante nel suo stadio di latta, il secondo a fare la solita figura da fessi. Vai vai, Claudio, e non tornare più. E ora STRAMACCIONI, mossa azzardata, squadra in mano ad uno della classe 1976, chissà cosa succederà? Lo bruceremo? Faremo giocare in prima squadra per qualche quarto d’ora alcuni dei giovani che sotto la sua guida hanno appena vinto la Champions delle Primavere? Bruceremo anche loro?

Non m’importa, quello che voglio è non annoiarmi e che il cuore torni a palpitare per l’Inter. Non ne potevo più della depressa rassegnazione di cui ero prigioniero negli ultimi mesi. Ritorna nei miei pensieri la folle idea di una REMUNTADA, che non avverrà mai, ma che fa tanto, tanto, tanto bene all’anima. Macchè Benitez/Malitez, Leonardo son tardo, Gasperina Gasperini, macchè CR70 …avanti con STRAMACCIONI, vivere o morire, vincere o perdere… non m’importa, ma fatemi palpitare il cuore.

Viva Moratti, Viva Stramaccioni, Viva Josè Mourinho, Viva Joel Obi, Viva il sol dll’avvenire, viva la libertà.

I N T E R  O   M U E R T E.

Amala, cazzo, pazza Inter amala!

PS: meglio tacere del bilioso, invidioso, tedioso commento di Massimo Mauro di poco fa su Sky. Guitto da baraccone al soldo della famiglia ovini e caprini. Che un asteroide gli caschi in testa prima o poi.

PS2: Josè ti amo.

Un po’ di luce su COVERDALE-PAGE (grazie ad una intervista di qualche mese fa a DC)

26 Mar

Scopro solo oggi questa intervista a DAVID COVERDALE, dove il “biondo” di Saltburn-by-the Sea si sofferma un bel po’ sull’argomento COVERDALE-PAGE.

E’ la sua versione dei fatti, certo, ma viene finalmente fatta luce su un sacco di cosette, in primis il mancato tour vero e proprio del gruppo grazie al manager assai discutibile di Page. Interessante anche capire come MTV interveniva sulla realizzazione dei video. Spero sia anche per voi una lettura interessante.

http://www.jammagazineonline.com/mf2011 … snake.aspx