Storie dalle campagne topografiche

10 Mar

A parte il fatto che uno si adegua e si sdraia sul divano della vita che gli è capitata, cosa si può fare per assaggiare le profondità siderali di cui il proprio animo è alla ricerca? Uno si ascolta SENTIERI NOTTURNI di Sergio Mancinelli su Radio Capital mentre rilegge in versione tutto colore il primo numero di ZAGOR, con  i VAN DER GRAF GENERATOR seguiti dagli EMERSON LAKE AND PALMER che aprono il programma citato alle 24 di una sera come mille altre.

Oppure uno si mette in macchina di prima mattina per andare al lavoro se è un venerdì come mille altri e infila nel lettore TALES FROM TOPOGRAPHIC OCEANS degli YES. Doppio album con solo 4 lunghi pezzi che uscì gennaio del 1974… la versione che uno possiede è naturalmente quella digipack rimasterizzata con un paio di bonus track. Sollecitata da tanta quantità di bella musica la mente inizia a lasciarsi trasportare da pensieri che in un primo momento toccano le tematiche essenziali della propria sopravvivenza (“ma chi cazzo sarà il prossimo allenatore dell’Inter?“), ma che poi decollano inabissandosi nello spazio profondo.

Dovrò fare per il resto della vita il tragitto Borgo Massenzio – Stonecity?

Cosa c’era prima del bing bang? Il nulla? E il nulla come si è creato?

E’ proprio impossibile dare una risposta a queste domande? La nostra intelligenza forse non è sviluppata abbastanza per capire queste cose e arrivare dunque alla soluzione? Dobbiamo diventare più intelligenti…come fare? Fino a che i piccoli esseri umani usciranno dal corpo degli esseri umani femminili non ci saranno tante speranze, magari un giorno quando le gravidanze si porteranno a termine fuori dal grembo materno, la testa avrà la possibilità di espandersi e con essa il cervello…forse allora faremo il salto di qualità per quanto riguarda l’intelligenza.

Ecco cosa succede ad ascoltarsi TALES FROM TOPOGRAPHIC OCEANS degli YES di prima mattina in macchina mentre attraversi le campagne.

Tra un pensiero e l’altro ti annienti nella musica, mentre il pilota automatico che hai nel cervello ti guida fino a destinazione. La musica ti solleva e ti sembra quasi di essere ROBIN DELLE STELLE che a bordo del suo veliero sonda le profondità celesti…

Al momento le tue galassie sono campagne delimitate da vie dai nomi strani  tipo “Via Della Gattalupa” e dalle storie rimandate dagli accenti del posto.

L’altra mattina assisto ad  uno scambio di battute tra due uomini, vicini di capannone; uno chiede all’altro (probabilmente lattoniere o roba simile che stava scendendo dal tetto del suo fabbricato da una lunga lunga scala) se ha poi dato una occhiata anche al tetto del suo edificio, l’altro risponde che vuol guardarci bene e che appena ha un momento farà il lavoro. Ecco la sceneggiatura, in reggiano stretto:

VAIFRO (uomo vecchio dalla età indefinita che ha passato la attività ai figli ma che ancora da una mano): “Oh Giangio, alòra, et guardè anc da me c’al lavor là?”

GIANGIO (artigiano lattoniere di quella indefinibile età tra i 50 e i 60) “No Vaifro, angl’hò mia fàta, sta tranquèl che quand ag’ho un minut ag vag”.

VAIFRO “T’è urènd, da quand te sbagliè al cinghiel te ne piò quel”.

GIANGIO “Va là, Vaifro, va a fèr un gir te e al cinghièl”

“Sei orrendo da quando hai sbagliato a sparare al cinghiale”… ma c’è ancora gente che spara ai cinghiali?

Sabato mattina, vuoi scrollarti di dosso questo freddo siderale assoluto, sulle rive dei fossi c’è ancora un po’ di brina, ma il sole splende la primavera che sta arrivando, hai bisogno di rimetterti in moto così mentre lasci il posto in riva al mondo ti fermi sul ponte di casa, dai una occhiata ai posti che  – tra qualche giorno – sono casa tua da ormai tre anni:

(Sul ponte del posto in riva al mondo – foto di TT)

Infilo nel lettore il primo BELLISSIMO disco dei LONE STAR nella recente versione rimasterizzata ed arricchita della Rock Candy:

Quello che oggi viene chiamato CLASSIC ROCK e che allora era magnifico hard rock di stampo inglese pompa nel mio corpo, vorrei spingere sull’acceleratore ma la lunga e tortuosa stradina del posto in riva al mondo non lo consente se hai davanti un trattore…

(Difficile seguire il tempo di DIXIE LEE se hai davanti un trattore nella stradina lunga e tortuosa – foto di TT)

Brian accusa i colpi di una mattina un po’ confusa, devo dirgli e spiegargli tutto, è spaventato da qualsiasi cosa il vecchio. Lo rassicuro con una pazienza e una affettuosa determinazione che a volte mi sorprendo di avere. Non vorrebbe far nulla ma “si fida di me e farà quel che dico”. Espletate le solite formalità, Brian – pulito e fresco come un bocciolo di rosa – si risolleva pronto ad affrontare il suo svago settimanale.

Ninetyland è ancora un po’ assonnata e infreddolita ma il sole batte sulla torre dell’orologio, tra poco il centro si farà più tiepido e accogliente…

(Saturday morning in Ninentyland – foto di TT)

Colazione al K2, Brian sorride contento di essere tra i suoi due vecchi amici, Mario si è scordato di mettere l’apparecchio che l’aiuta con l’udito e fatica un po’ a star dietro ad i discorsi di Brian e Peter saltella tra la lettura degli articoli della Gazza sul’Inter e le sue ormai leggendarie discussioni politiche. Fatica un po’ il vecchio democristiano che è in lui a star dentro al recinto del PD, ma se non altro non tenta di saltare lo steccato.

Un salto in farmacia per prenotare gli esami del sangue per Brian…non vorrebbe farli, scalpita un po’, morde il freno, ma poi si rassegna…povero Brian che tenerezza.

Lo porto al Minibar, solita pizzetta, solite spremute, i mille saluti che riceve dai suoi amici lo ringalluzziscono. Non ne riconosce uno ma dissimula alla grande.

Tornando, sulla Ninentyland road, sondo un po’ la sua memoria:

(Ninentyland road – foto di TT)

“Brian, come si chiamava la tua maestra delle elementari che ti bacchettava sulle dita se non rendevi il giusto onore a quella merda di Mussolini?”

E lui pronto e sul pezzo: ” La Sgarbi! C’la fasèsta!”

Nel parcheggio sotto casa gli scatto una foto, lui sta al gioco perché pensa che sia per il mio “giornale” ( Blog e internet sono un po’ ardui da comprendere per lui), magari è anche così, ma credo che forse un giorno mi farà piacere rivedere queste istantanee del mio vecchio.

(Il vecchio Brian in posa – foto di TT)

Ci accingiamo ad andare in casa, mi guarda e mi dice: “Tim, te tee un bel òm” (Tim tu sei un bell’uomo). Oggettivamente questa è una cosa non vera, ma rido e rifletto sul fatto che forse è solo perché sono più giovane di lui, o forse perché, vivappage, sono ingrassato qualche chilo e  mi vede meno emaciato. Oppure, più probabile, sono un bell’uomo perché lui è mio padre. Diavolo d’un Brian.

(Brian e Tim – autoscatto)

Rimango un po’ con lui, accendiamo la tele su Rai 1 (l’unico canale che Brian ormai guarda)…c’è Claudio Lippi che traffica ai fornelli. Mi accorgo che sono secoli ormai che non so più niente della Rai e dei canali in chiaro su quella stronzata malfunzionante che è il digitale terrestre. Malgrado la crisi abbia picchiato duro e continui a farlo sono fiero della mia determinazione nel mantenere l’abbonamento a Sky. Sono in arretrato col sonno, mi appoggio a lui scivolando un po’ sul divano. Mi mette un braccio sulla spalla. Che tenero quadretto. Sono felice, sto risolvendo il rapporto con mio padre pur senza un confronto cosciente. Verso le 12,30 lo lascio nelle mani di mia sorella. Mi guarda con un sorriso malinconicamente felice mentre lo saluto. Mi da un bacio… “Ciao Tim, grazie di tutto”. “Ciao vecchio Brian, hold on and believe”.

Ritorno nelle campagne, ritorno ai LONE STAR.

Appuntamento con la groupie alla Coop. Arrivo prima io, mi metto a leggere le note di copertine del booklet del CD….poi sento un rombo, come se Emerson Fittipaldi stesse sfrecciando col suo bolide nel parcheggio della Coop…rumore di curva presa velocemente ben controllata in controsterzo…DON’T BREAK MY HEART AGAIN degli WHITESNAKE a canna che fuoriesce dall’abitacolo…è arrivata la groupie.

(Lasàurit arriva nel parcheggio della Coop)

Breve considerazione sugli ANGEL

9 Mar

Conosco Beppe Riva più o meno da 24 anni,  durante questo lungo periodo siamo più o meno sempre stati in contatto, bontà sua. Abbiamo quindi parlato spesso di musica rock e della nostra amata squadra del cuore. Parlando di musica rock con lui si è toccato più volte l’argomento ANGEL visto che – come già detto – Beppe è un estimatore del gruppo in questione, argomento che mi sono sempre ripromesso di approfondire. Finalmente mi sono deciso. Mi ero sempre fermato ai primi due album pensando fossero i migliori o quelli essenziali; non avendo ricevuto particolari stimoli dalla loro musica finivo sempre per accantonarli ripromettendomi appunto di inoltrami meglio nel loro mondo. Sì, perché i gusti sono gusti, certo, ma mi dicevo, se Beppe ama così tanto gli ANGEL, voglio capire meglio.

Ecco che allora mi sono procurato la loro discografia degli anni settanta. I primi due dischi mi sono apparsi migliori di come me li ricordavo, ma il terzo e il quarto (WHITE HOT e SINFUL) sono stati una rivelazione.

Gran bel rock potente, arioso, su tematiche semplici e non cervellotiche. Rock godibile, fruibile nelle calde sere d’estate quando si cerca la leggerezza del rock pesante o quando ci prendono quelle voglie di pomp rock  che servono a spazzar via per un momento i nostri blues.

Tutto qui, questo non è un articolo sugli ANGEL, nemmeno una recensione, ma solo un momento per riconsiderare questa band che non avevo mai soppesato con attenzione.  Heavy Rock e Progressive di stampo americano che non mi dispiace proprio per nulla.

Non è roba per gente, come il nostro Polbi, che di solito evita il mainstream, per tutti gli altri invece  potrebbe essere una bella (ri) scoperta.

(Ripropongo la caricatura di Beppe Riva apparsi tanti anni fa su Metal Shock)

FRANCO BATTIATO “The Emi Album Collection” (EMI 2011) TTTTT

8 Mar

24,90 euro per i 5 dischi più riusciti di Franco Battiato in versione rimasterizzata. Plaudo a questa iniziativa dell’Emi. Confezione e grafica essenziale ma comunque pratica e godibile, un mini box set di tutto rispetto e ….FINALMENTE I TITOLI NET RETRO COPERTINA DEI SINGOLI CD SONO LEGGIBILI!!!

Battiato…musicista, autore, cantante, sperimentatore di una musica un po’ eterea, gradevolmente commerciale, costruita su influenze italiche, arabe, orientali , con accenti provenienti dagli Urali e con tematiche stravaganti che spesso fanno il controcanto a cose americane. Spesso le cose di Battiato contengono parti di chitarra non comuni; l’approccio è rock, ma i giri sono spesso particolari, viziosi, quelli ti innervosiscono positivamente.

L’ERA DEL CINGHIALE BIANCO (1979) – TTTT apre la fase di successo dei FB. Bellissimo il pezzo omonimo, con gli altri sei pezzi ad aprire la pista dello stile Battiato, con la batteria suonata al minimo, senza orpelli.

PATRIOTS (1979) – TTTTT anch’esso di sette pezzi (caratteristica degli album 1979/82) è forse l’album più bello: UP PATRIOTS TO ARMS, VENEZIA-ISTNBUL e la magnifica PROSPETTIVA NEVSKI. Testi intelligenti, a volte intelligentemente sciocchi, che ti toccano in modo diverso rispetto al solito. Album di buon successo. Io lo datavo 1980, ma le note di copertina dicono 1979.

LA VOCE DEL PADRONE (1981) – TTTTT contiene 4 successi (forse 5) incredibili: SUMMER ON A SOLITARY BEACH, BANDIERA BIANCA, CUCCURUCCU, CENTRO DI GRAVITA’ PERMANENTE (e forse appunto anche SENTIMENTO NUEVO). L’album ebbe un successo inimmaginabile: più di un milione di copie vendute… per un mercato come l’Italia risultato incredibile.

L’ARCA DI NOE’ (1982) TTT vede Battiato avventurarsi con più determinazione verso l’elettronica che in quegli anni raggiungeva il massimo livello (purtroppo). Certe cose sembrano provenire dritte dritte dalla new wave inglese del periodo. Come nell’album seguente, lo stile Battiato segna un po’ il passo, risulta meno spontaneo, sembra quasi che Battiato faccia Battiato. Album sempre dignitoso ma, a mio parere, inferiore ai tre precedenti.

ORIZZONTI PERDUTI (1983 ) TTT è un album per cui potrei usare gli stessi concetti espressi per L’ARCA DI NOE’. Elettronica marcata, echi che mi portano alla mente gli ULTRAVOX e canzoni meno incisive del solito. LA STAGIONE DELL’AMORE però fa sempre un certo effetto.

Se amate la musica italiana, specialmente se di qualità, questo box set non può mancare tra i vostri scaffali. Battiato era davvero originale, di spessore e molto interessante.

8 MARZO: festa della donna / woman’s day

8 Mar

Un augurio blues alle donne frequentatrici del blog, le celebriamo ogni giorno dell’anno ma ci piace rimarcare questa bella ricorrenza, quindi eccovi questa mimosina virtuale.

Nell’occasione alleghiamo immagini di tre delle tante donne che amiamo:

(Rosa Luxemburg nel 1910)

(Haydée Tamara Bunke Bider, detta “Tania la Guerrigliera”)

(Quella gran figa di Rita Levi Montalcini)

La PICCA’s GUIDE alle grandi canzoni in ordine sparso – VOODOO CHILE (slight return) – Jimi Hendrix 1968

7 Mar
Famoso presso i simple-minded  perché suonava la chitarra coi denti, ascoltando certi brani si capisce che Hendrix in realtà suonava col pene, che a sentire le plaster-caster specializzate in calchi di membri delle rock stars aveva minimo minimo le dimensioni del suo Wah Wah .
Voodoo Chile (Slight Return) è pura autoaffermazione cazzuta e virile, una costruzione mitologica di un esasperato sè erotico sull’onda delle varie Mannish Boy e Hoochie Coochie Man di Muddy Waters, della serie (per citare Il Marchese del Grillo) ‘io sò io e voi nun siete ‘n cazzo’, che soltanto la condizione da wild man from Borneo del selvaggio ‘brother’ Jimi rende accettabile al prudente e già politicamente corretto mondo pop d’allora, che tra free love sbandierato e streams of consciouness vari faceva un po’ fatica a parlare di sesso.
Ascoltandola in cuffia a volume pernicioso si entra totalmente nella musica travolti e squassati dal bombardamento emotivo in atto, a meno che non si sia fan degli A-Ha, con la chitarra panpottata da un canale all’altro a sfuggire come un’anguilla insaponata. Hendrix richiede partecipazione e dedizione assolute, non è musica da mettere come sottofondo mentre si spolvera la libreria.

Parole, ricerca fotografica e video di Stefano Piccagliani – (C) 2012

HIGH TIDE, Una Strana Creatura Venuta Dal Mare – di Beppe Riva

4 Mar

Spesso si leggono commenti denigratori sulla più popolare rivista nostrana di “cultura pop” dei 70, Ciao 2001. Bisogna però riconoscere che nonostante atteggiamenti spocchiosi nei confronti dell’hard rock (e di alcuni miei gruppi preferiti) quel settimanale ha contribuito a render leggendaria una delle più originali e misteriose formazioni underground britanniche, gli High Tide.

Considerati all’epoca il gruppo più heavy del circuito londinese, non hanno mai goduto in patria di tanta venerazione, al punto che un articolo apparso qualche tempo fa su Record Collector, chiosava senza troppa enfasi: “per qualche ragione, gli High Tide erano veramente grandi in Italia”. Affermazione ripresa su “Galactic Ramble”, un testo sacro per i conoscitori del rock inglese degli anni ’60-’70.

In realtà non sono mai stati “very big in Italy”, ma pur sempre celebrati come creatori di un suono irripetibile, intricato amalgama di psichedelia, rock metallico e progressive a tinte oscure. 

In Inghilterra, restano più quotati gruppi che li precedettero di poco, prettamente psichedelici, come gli Open Mind, Tomorrow, Kaleidoscope, Skip Bifferty, July, Blossom Toes etc., decisamente meno furiosi e più inclini verso la canzone pop. 

Affascinato dagli High Tide, di cui conservavo gelosamente dal 1970 entrambi i rari LP, non mi sembrò vero poter scrivere di loro appena approdato su Rockerilla, nel ’79. Nonostante la redazione fosse proiettata nel vortice punk e new wave, mi diede l’opportunità (grazie a Beppe Badino, superesperto di rock inglese) di riesumare un gruppo di cui ormai non compariva più traccia su carta stampata.

Nonostante i limiti evidenti di informazione, quell’articolo ancora ben rappresenta le tumultuose emozioni che mi trasmetteva quella devastante ondata sonica… Non passò inosservato e quando migrai alla volta di Metal Shock nell’87, su Rockerilla scrissero: “ora, chi si occupava di Hard’n’Heavy è altrove, ma bisogna dargli merito di aver riscoperto gli High Tide…”.

Vi invito a considerare l’epoca in cui “L’Alta Marea” (lo scritto qui allegato) è stata elaborata: allora non c’era internet che consentiva l’accesso a qualsiasi tipo di approfondimento e la discografia, senz’altro incompleta, era stilata sulla base dei dischi che effettivamente possedevo (date uno sguardo alle edizioni citate). 

Ad esempio, non è menzionata la militanza di Tony Hill nei Misunderstood, californiani trapiantati a Londra nel 1966 onde divulgare il loro credo psichedelico: per chi fosse interessato, un entusiastico articolo nell’ultimo Record Collector (febbr. 2012) è ampiamente esaustivo a riguardo. 

Inoltre, a parte la grafica da “ciclostile studentesco” (sentenza di GC Trombetti, sempre caustico verso Rockerilla) l’immagine di Frankenstein che supplisce alla cronica irreperibilità di fotografie del quartetto, è sintomatica di un equivoco ricorrente. Fin dall’album d’esordio “Sea Shanties”, incorniciato da un’impressionante copertina di Paul Whitehead (lo stesso dei classici Genesis) il nome degli High Tide era associato alla corrente dark di Black Sabbath e Black Widow, seppur in un contesto non-satanico; si vagheggiava che gli “orrori marini” fossero il fucro della peculiare, mostruosa creatività di questo Leviatano del rock.

Invece i testi, svelati solo da ristampe giapponesi del 1993, erano di tutt’altra natura. Ma sappiamo che la vera arte, e tale era la musica del quartetto inglese, può trasfigurare anche la realtà. Dunque non era azzardato associare lo Tsunami musicale degli High Tide alle sensazioni generate da spaventosi segreti di insondabili fosse oceaniche. Comunque, scrissi quel pezzo a soli 23 anni.

Concludo consigliandovi a prescindere questa straordinaria formazione underground: a tutt’oggi le migliori riedizioni CD sono della Eclectic, 2006 (poi Esoteric, 2010), ufficiali e con inedite bonus tracks; per chi subisce il fascino del vinile, la rinomata Sundazed ha in catalogo la ristampa di “Sea Shanties” (che riproduce fedelmente l’originale gatefold sleeve), mentre Akarma ha riedito il secondo, omonimo “High Tide”. 

I loro autori riuscivano a mettere in soggezione, persino a terrorizzare l’audience senza esser annunciati da rintocchi funebri di campane, erano fragorosi quanto i Blue Cheer ma suonando musica d’avanguardia; un loro minaccioso strumentale, “Death Warmed Up”, incrociava violenza espressiva e sperimentazione come non succederà più, perchè Tony Hill (chitarra) e Simon House (violino elettrico) restano fra i grandi solisti della mitologia rock, seppur tristemente sottovalutati.

Mai dimenticarli. 

BEPPE RIVA

A: cliccando sul link qui sotto si apre il pdf, dove la lettura risulta facilitata dal carattere un po’ più grande.

B: cliccando comunque sulle due immagini il tutto si ingrandisce come succede di solito.

HIGH TIDE-PAG.1+2 COLORI

Beppe Riva (C) 1979 / 2012

Svegliarsi la domenica mattina con OH I WEPT dei Free.

4 Mar

Ti svegli e la prima cosa che fai – senza riflettere – è scegliere dallo scaffale il cofanetto SONGS OF YESTERDAY dei FREE, andare davanti allo stereo, inserire il disco 2, programmare in sequenza certi brani e lasciar partire la musica…

Che emozione, che belle sensazioni ritornare sulla terra dopo un sonno ristoratore con  OH I WEPT dei Free.

And let the sun come melt my pain 
Come tomorrow I’ll be far away 
In the sunshine of another day.


Inizi la domenica mattina con il piede giusto e rimani ancora una volta incantato dal senso che aveva questa band di 19/20enni. La memoria fa ripartire una scena degli anni settanta, Biccio che arriva a casa mia con un registratore che girava più lento del normale e una cassetta appena ricevuta da un suo cugino più grande: conteneva l’album FIRE AND WATER dei FREE. Dal primo momento io e lui siamo impazziti per lo straordinario e sofferto blues rock di FRASER, KIRKE, KOSSOFF e RODGERS. MR BIG e DON’T SAY YOU LOVE si installarono all’istante nel nostre giovani anime…ritorno on the ground e preparo la colazione mentre parte REMEMBER…Tommy diventava matto per questo pezzo e andava avanti all’infinito cantando “Do you remeba’…”

Do you remember
Every morning
We would dress
And we’d be still yawning,
In the street
Where people meet
We would wander around
In the northen heat.

Oh dio sole, ringrazio il mio dna per aver fatto sì che diventassi un amante della musica rock, che potessi godere di queste commozioni, di queste impressioni, percezioni, sbalordimenti, turbamenti che la buona musica rock restituisce.

Mentre aspetto che si scaldi l’acqua per il Thè, mi rigiro nelle mani il cofanetto in questione, cofanetto ufficiale messo insieme da DAVID CLAYTON, un mio amico, colui che gestisce la fanzine FREE APRRECIATION SOCIETY, amico che non sento più da una vita ma che seguo passo passo visto che la casa discografica dei FREE argutamente si affida a lui per le consulenze e ricerche riguardanti il materiale d’archivio. Strano cofanetto questo, quando uscì non conteneva nulla di ciò che fosse già stato pubblicato. 5 CD di alternate takes, inediti e previously unreleased tracks. Una cosa da fan in senso strettissimo. Che coraggio che ebbe la ISLAND RECORDS. Giù il cappello.

Faccio colazione mentre la mia selezione personalizzata dal CD 2 continua con ON MY WAY, SUNNY DAY e LOVE YOU SO…

(Colazione alla domus saurea – foto di TT)

Alrigh baby, ho fatto il pieno di energia: fette biscottate, marmellata, spremuta, frutta e musica dei Free…sono pronto per andare da Brian…non prima di un buon caffè corretto col southern comfort e poco importa se sono solo le nove, sono un uomo di blues carico di rock… non vorrai mica farmi bere un cappuccino eh?

 (Coffe & Southern Comfort at the place on the banks of the world – foto di TT)

Il perfetto disco del sole, la nostra bella “pipouna” e il senso delle piccole cose che ci concediamo nella vita

3 Mar

Stamattina il sole è una sfera perfetta, si ha una bella sensazione nel guardarlo. Guido early in the morning attraverso i soliti posti ma non riesco a togliere lo sguardo dal sole; in un paio di occasioni mi fermo, accosto, scendo e ammiro una delle incredibili geometrie dell’universo.

(Morning sun in the Gavassae outskirts – foto di TT)

Penso a come l’origine di tutti gli dei che si sono inventati gli uomini e di tutte le religioni, sebbene con nomi diversi, parlino di questa stella medio piccola composta da idrogeno ed elio. Stamattina sei bellissimo vecchio mio e io mi inginocchio davanti a te, allungo il braccio, ti prendo e ti infilo nella bocca come fossi un’ostia.

(Morning Sun at the Magpie Mill poplar grove – foto di TT)

Col sole in corpo mi sento meglio, lo stomaco al caldo, mi sento a mio agio nella giacca blu e con la sciarpa avvolta al collo. In macchina sento NERO A META’ di Pino Daniele, uno degli album più belli della musica italiana….“a me mi piace il blues e devo cantare per tutto il giorno, perché mi brucia la fronte e in qulache modo mi devo sfogare…”

Ricordi di me 19nne mentre acquisto il disco in centro a Modena, ricordi del concerto relativo al tour di questo album tenuto alla festa dell’Unità del quartiere Crocetta a Modena…Pino Daniele nel suo momento migliore, con la sua band più grande al Festival dell’Unità della Crocetta, mah…che tempi che erano e che pezzi che c’erano in giro…

Parcheggio al Novi Sad, prima di scendere do una occhiata per caso alla macchina che ho affianco: sul cruscotto una statuina di padre pio e un rosario appeso allo specchietto…

(padre pio in the car – foto di TT)

Scendo, chiudo la macchina, tiro una madonna.

Modena al mattino è bellissima… la gente che si reca al lavoro, studenti di tutte le razze che vanno a scuola – qualcuno di questi vuol fare il fenomeno è indossa solo una maglietta di cotone a maniche corte e i pantaloni corti – gente che fa colazione nei bar, gli ambulanti che iniziano a montare le loro bancarelle, il respiro fresco e pieno di vita della città che si mette in moto…dio, come amo la mia terra.

(Downtown in Modena – foto di TT) 

Passo per l’edicola sotto la Ghirlandina per vedere se è arrivato il nuovo CLASSIC ROCK con i VAN HALEN in copertina, ancora non c’è così LA REPUBBLICA e IL MANIFESTO, please.

(La Ghirlandeina – foto di TT)

Faccio i miei giri, mi gusto la città, penso di qui e penso di là. Vedo una insegna e penso al quel mio amico che suona la chitarra da dio…

(il mio amico che suona la chitarra da dio – foto di TT)

In via Del Taglio incontro Julia, ci sediamo in un caffè, le racconto delle piccole cose che mi concedo, qualche dolcetto a fine pasto, qualche piccolo ordine di Cd su Amazon UK o su Feltrinelli.it. Quelle piccole cose che mi fanno andare avanti, che mi addolciscono lo stomaco e lo spirito…

Lei mi sorride, “concedersi queste piccole cose, consapevoli di farlo, è un segno molto positivo e di equilibrio mentale” mi dice. Julia è sempre sul pezzo. E’ una gran fortuna averla conosciuta. La saluto, sbrigo le ultime cose e mi dirigo da Brian.

(Cut street, Modena – foto di TT)

Brian mi aspetta vestito, si era confuso. Lo faccio spogliare, doccia, vestizione, barba e via verso uno dei nostri soliti sabati a Ninentyland. Le giocatine al superenalotto che ormai si scorda di controllare, le solite due colazioni al K2 e al Minibar. In macchina mentre parliamo mi dice “Gnanc stavolta a gh’era la nostra bèla pipouna…”. “Chi è che non c’era Brian?” E lui “La nostra bela pipouna”…intende la signora del bar che da due sabati non vediamo. Rido di gusto…La nostra bela pipouna”… Ah, Brian!

(Brian & Tim in Ninetyland – sullo sfondo la Abbazia di Thelema – autoscatto)

Do appuntamento a domani a Brian visto che lo porterò fuori a pranzo e riparto per Borgo Massenzio. Il sole splende, oggi la vita non fa così schifo e HELLUVA BAND degli ANGEL risuona a buon volume nella blues mobile. Quando ascolto gli ANGEL mi viene sempre in mente Beppe Riva, noto estimatore della band di Giuffria e Meadows. Lunedì pubblicherò qualcosa di suo sul blog, me ne compiaccio, mentre l’heavy rock a tinte progressive americano dell’ANGELO irrompe sulla campagna emiliana.

 Approdo nel posto in riva al mondo, la campagna appare meno smorta, la primavera sta arrivando…la aspetto, intanto è rientrata la groupie dal suo Poland Tour, meno male.

(la caricatura di Beppe Riva apparsa su Metal Shock di tanti, tanti anni fa a cui fa riferimento lo stesso Beppe in un commento qui sotto)

RICORDO DI LUCIO di Giancarlo Trombetti

1 Mar

Quando accadono queste cose, tutti iniziano a parlarne, anche quelli che non sono mai stati toccati dallo sfortunato artista in persona, così pensi…no, non scrivo nulla neanche se alcune cose mi piacevano proprio tanto seppur non possa considerarmi un fan in senso stretto. Poi ecco che uno come Giancarlo mi manda questo pezzo…cosa c’è di meglio? Un ricordo tenero, sobrio, vero.  Le poche immagini che fanno da corredo a questo articolo rappresentano il mio Lucio Dalla, Giancarlo mi scuserà.

Una mattina di poco meno di vent’anni fa ricevetti una telefonata molto seccata da Bologna:

Ciao Giancarlo, scusami se ti disturbo a quest’ora ma c’è Lucio che desidera parlarti con urgenza. Ti ha cercato anche a casa ma non ti ha trovato, puoi chiamarlo quando hai tempo?”.

Ricordo che lo feci nel giro della mattinata, che per me significava “immediatamente”, e quando ci parlai mi parve un po’ seccato. Non ne comprendevo il motivo, ero certo che a casa non mi avrebbe mai potuto cercare nessuno quindi, giusto per trovare conforto nelle mie supposizioni, tornando a casa la sera chiesi sbadatamente se qualcuno mi avesse cercato il giorno precedente, certo della risposta negativa. Fu mia sorella a dirmi:

“Ho risposto io a un imbecille di un tuo amico che ha chiamato due o tre volte facendo finta di essere Lucio Dalla, la prima volta gli ho risposto gentilmente dopo l’ho mandato affanculo ed ho tirato giù il telefono!”. Lucio non aveva mai avuto il mio numero di casa ma era fatto così: quando riteneva di avere bisogno di te o pensava di avere una buona cosa da proporti non si fermava certo davanti a un numero di telefono ignoto. Ero certo che dovesse aver fatto almeno una dozzina di telefonate per trovare qualcuno che gli passasse quello giusto. Conobbi Dalla grazie a un timido maestro della discografia italiana, Michele, che me lo spedì in cima a un monte per fare una serie di interviste e per parlare di progetti. In cima al monte, a stare ai proprietari, non sarebbe mai venuto nessuno. E invece vennero tutti e quando venivano quelli che facevano finta di comandare si crogiolavano con molti almeno per un’ora. Poi tornavano a non far niente, come sempre. A quelli cui piaceva lavorare, con Lucio c’era molto da fare: disponibile, cortese, allegro. Ma anche furbo e attento. Sapeva che suo tramite molti dei suoi sarebbero passati da lì e così fu. Riuscì a mandarci tutti i suoi pupilli tra cui almeno un paio di buon valore. Ci credeva Lucio, credeva molto nel suo lavoro e credeva sarebbe stato sempre in grado di toccare la corda giusta. Contrariamente a tanti che ho incontrato, Lucio era rimasto l’uomo cortese e pronto un po’ per tutti, alla mano e accessibile. Sapeva di avere avuto un dono ma non te lo faceva pesare, anzi, pareva quasi che quel dono, una volta utilizzato per finalizzare un progetto fosse da mettere da parte perché ci sarebbe stato da trovare una nuova magia per il passo successivo.

Me lo ricordo come un uomo curioso, sempre attento, troppo attento. Talvolta anche così avanti da imbarazzare. Un uomo perfettamente consapevole che il suo dono di poeta e di artista aveva il suo limite  in due punti fondamentali: il pubblico e la mancanza di ispirazione. Per questo aveva un enorme rispetto del pubblico ed era in perenne ricerca di nuovi stimoli, di nuove idee, di nuovi obbiettivi ed orizzonti. Nuove sfide. Quando venne per la prima volta in cima al monte, ci mettemmo a parlare appoggiati alla porta del mio ufficio; pareva una discarica ma sembrava che lì gli uffici fossero fatti così. Notò la custodia di un fucile da caccia che tenevo in ufficio da giorni e che avrei dovuto portare ad aggiustare, con poca voglia. Se lo fece prestare per l’intervista che volle fare in giro per la tenuta con un cameraman al seguito a rincorrerlo; in fondo alla chiacchierata si era preparato una risposta alla domanda che aveva chiesto fosse quella conclusiva: “Che ci fai Lucio con un fucile a tracolla?”…”Sono a caccia di cacciatori…” rispose ammiccando all’obbiettivo. Poi me la fece rivedere in studio, ridendo, ma senza polemiche, senza tragedie. Due posizioni diverse, ma accettate da entrambi.

Ricordo quando mi consegnarono il suo video per “Attenti al lupo” e mi raccontarono di come Lucio avesse convinto Ron a cedergli la canzone: “…Tu sei visto dalla gente in modo troppo serio – gli spiegò – ….io sono un pagliaccio buffo, non ti ci vedo a canticchiare Attenti al lupo, attenti al lupo… ed essere preso sul serio. Io, invece, sì”.  E se la prese. Anche se, probabilmente, non ne avrebbe mai avuto bisogno.

Ricordo che un pomeriggio, prima di un concerto che avremmo ripreso, gli dissi che mio padre era innamorato della sua “Caruso”, ma forse non troppo per la melodia o per i testi, ma perché in mezzo alla canzone lui cantava in napoletano e mio papà amava la terra di suo padre. Mi disse che gliela avrebbe dedicata… ed io, vergognandomi, lo pregai di non farlo. Cretino, idiota. Papà sarebbe stato felice di sentire quella dedica. Ho ancora perfettamente in testa quando lo chiamai per chiedergli di rendersi disponibile per registrare un concerto acustico per noi; come sempre le pecore dei suoi colleghi avrebbero voluto farlo e lo avrebbero fatto, come fecero, ma prima avrebbe dovuto scattare il famoso meccanismo del “D’accordo, se lo ha fatto lui, posso farlo anche io”…oppure ancor meglio del “Perché lo fa lui ed io no?”.  Lucio sarebbe stato perfetto per far scattare la molla. Tutti mi chiedevano mesi per preparare una scaletta decente; lui mi chiese quindici giorni. Ci mettemmo di più noi a predisporre gli studi.

Poi, finito il concerto e la registrazione, mentre il pubblico se ne stava a chiacchiera o nella speranza di vederlo passare per i corridoi, lui, preceduto da una mezza dozzina di scagnozzi, si infilò velocemente nel passaggio verso l’uscita. Mi passò quasi di corsa davanti e non volendolo disturbare accennai a un timido saluto, dalla mia terza fila, mentre una ventina di Vip gli si facevano incontro. Si girò di scatto, si fece spazio tra la gente e mi ringraziò, lui, perché “si era divertito moltissimo”. Era così, furbo o sincero,  marpione o cristallino che fosse. Ed io non seppi mai come ringraziarlo, perché da quel giorno ebbi molte richieste per avere il medesimo spazio in quella trasmissione dal vivo. Bella e fortunata, tra l’altro.

Ammetto di non aver mai amato il Dalla che tutti conoscono di più; il “mio” Lucio era più quello de “Il cielo” della “Casa in riva al mare”, quello del testo “vero” di “4 marzo 1943”. Il “mio” Dalla era quello che mi aveva parlato di Jazz che amava e quando gli avevo nominato io un paio di cose che non conosceva se le era appuntate e sono certo le avrebbe ascoltate. Era un artista libero, aperto, curioso, non mi importa davvero se paraculo, nel senso buono del termine. Poi non ci incontrammo più per anni, dopo parecchie piccole avventure come quella, splendida e su cui rido ancora, del famoso clip “nero” che fece ingoiare a un ingenuo Red Ronnie. La ricordo velocemente. Ospite al Roxy Bar e privo del clip per “Henna”, convinse Red a spegnere le luci in studio e a lasciar passare la musica per quattro, interminabili, minuti. Una follia televisiva, un delirio, un caso clinico per un qualsiasi televisivo che l’avesse messa in onda : un buco nero di quattro minuti che Red/Gabriele accettò e che Lucio volle far diventare un clip…e che lo divenne. Il primo ed unico clip nero a zero lire della storia del pop italiano. Lucio aveva fatto suicidare in diretta la televisione e molti televisivi avevano pure battuto le mani. Grande! E così fu che non ci vedemmo più, i casi della vita, per diversi anni. E quando ci incrociammo di nuovo ed io, imbarazzato, mi avvicinai per salutarlo e iniziai a ricordargli chi fossi e quel che avevamo fatto insieme….”Ma che stai a di’?  – Mi interruppe – Mi hai preso per un vecchio rincoglionito, Giancarlo?” e mi abbracciò. Era fatto così e mi piaceva. Così come mi sarebbe piaciuto portargli quella cosa che ho dentro questa scatola di latta con memoria e che sono sicuro avrebbe letto con interesse. E magari l’avrebbe anche fatta, chiedendomi una quindicina di giorni per prepararsi.

“Il Cielo. La Terra finisce e là comincia il cielo.”

Giancarlo Trombetti

IL PROBLEMA DEI CD IN MACCHINA

1 Mar

Ecco, sembra un problema da poco, invece è una di quelle faccende che ti condizionano la vita. Chi come me ancora rifiuta di avere un lettore mp3 in macchina, deve cuccarsi il problema del CD.

Le ho provate tutte:

prendere quei raccoglitori a tante tasche, duplicarti i cd originali su cdr, inserire i cdr appunto nel raccoglitore a tasche. Risultato, 7 raccoglitori pieni zeppi (uno dei quali a tasche doppie), rottura della” tasca” in plastica della portiera del guidatore a causa del peso e delle dimensioni di questi raccoglitori (preventivo per sostituirla 500 euro…quindi rimango senza “tasca” ), raccoglitori posizionati nel bagagliaio dentro ad un cartone quindi di fruizione scomodissima. Adesso i raccoglitori giacciono tristi nel sottotetto.

Portarmi i cd originali in macchina, ma le custodie così si segnano e quando prendi una di quelle curve larghe, quelle che mentre le fai ti sembra di  accompagnare il movimento dell’asse terreste, i cd partono tutti insieme verso altre galassie e vanno ad infilarsi nello spazio tra il sedile del passeggero e la portiera (e tu ogni volta tiri una madonna.). Una volta vidi Lorenz con pile di cd in macchina (tipo 50 pezzi) tutti impilati ed incastrati tra i due seggiolini anteriori e gli amplificatori Marshall che il guitar god di Littlevineyard tiene costantemente in macchina. Poco dopo mi confidò che prese ad usare il mio metodo dei cdr nei raccoglitori…da allora non ho più avuto notizie. Mi chiedo come sia adesso la sua gestione dei cd in macchina. Perché anche lui è come me, deve avere un certo numero di album. Io ad esempio non mi muovo se non ho a portata di mano tutta (e dico tutta) la discografia dei LED ZEPPELIN, ELP, FREE, BAD COMPANY e JOHN MILES (e ultimamente anche quella dei  BLUE ÖYSTER CULT).

In questi ultimi tempi -se mi scarico qualcosa- ho preso l’abitudine di non usare più le classiche custodie rigide  ma bustine di plastica, così risparmio spazio, evito il rumore angosciante di custodie che girano per la macchina rompendosi e faccio il verso alle versioni giapponesi. Se compro qualcosa, è solitamente in versione digipack o mini box set. Così in macchina mi porto quella roba, 5/10 titoli alla volta , spesso con  mini cofanetti inclusi. Certo, nelle curve a grande rotazione, tutto vola di nuovo via, ma ancora per poco: ho deciso di procurarmi una rete e di ancorare i cd al sedile.

(cd nella blues mobile – foto di TT)