Polbi è un po’ il nostro Raymond Carver, le sue storie, il mondo in cui le racconta…quei blues americani interpretati con accenti provenienti da Roma e da Scilla, quella sua visione della vita così libertaria, attenta, curiosa e soprattutto rock and roll. Polbi, ah, uno dei nostri fiori all’occhiello.
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Camminando lungo le strade della vita facciamo tanti incontri. L’INCONTRO
Le persone ci raccontano le loro storie, aprono i cassetti dei ricordi. Alle volte fa un po’ male, spesso se ne sente il bisogno. Condividiamo gioie, piccole allegrie, tristezze. Condividiamo emozioni. Ci incontriamo, ci conosciamo e ci riconosciamo negli altri. Queste sono alcune storie di incontri, così come mi sono state narrate dai diretti interessati, parole di vita vissuta.
L’INCONTRO DEL SOLDATO
Mi avevano spedito in Germania. Stavo facendo il servizio militare, allora era obbligatorio per tutti non come oggi, e mi mandarono in Europa con una nave. Impiegammo dieci giorni, di cui la metà nel mare in tempesta. I miei compagni soffrivano molto, io invece me la sono cavata bene, forse perche’ ho speso tanto tempo in barca, a pesca. Come prima destinazione fui assegnato ad una base americana vicino a Francoforte. Dopo pochi giorni mi dissero che nel tempo libero se volevo potevo frequentare un club, non ricordo bene il nome, sono passati tanti anni, insomma era il posto dove ci riunivamo la sera noi ufficiali. C’era un ristorante, un piano bar, la birra alla spina, niente di speciale ma tutto sommato piacevole. Feci anche amicizia con alcuni tedeschi che ci lavoravano. Gente molto simpatica, mi smontarono subito quando dissi che la nostra presenza in Europa serviva a proteggerli dal pericolo sovietico. Mi dissero che eravamo lì solo per difendere gli interessi economici Americani. Avevano ragione, non feci fatica ad ammetterlo. Cosi’ passarono le mie prime settimane da ufficiale di leva dell’esercito americano in Germania, piacevolmente, senza particolari incombenze. Un pomeriggio mi dissero di andare al club dopo cena che ci sarebbe stato un piccolo concerto, uno spettacolino. Ovviamente, non avendo nulla di meglio da fare, andai. Appena entrato, tempo di sedermi al tavolino con la mia birra, inizia il concerto. Si spengono le luci e sul palco sale Elvis. Si’, proprio lui, Elvis Presley. Era anche lui militare come me, come noi, anche lui di stanza in Germania. Ancora pochi giorni e sarebbe rientrato negli States, almeno così ci disse. Il concerto fu molto divertente, pur non essendo io un grande fan della sua musica. A me piaceva piu’ il country, Johnny Cash piu’ di tutti. Pero’ e’ stato bello vedere Elvis suonare di fronte a me, non eravamo piu’ di cento persone nel club quella sera. E’ stato bello incontrarlo in quel contesto umano, lontano dagli States. Un incontro che ricordo con piacere e che ti racconto oggi, che ho settantacinque anni, con un po’ di emozione e nostalgia.

L’INCONTRO DELLA RAGAZZA
In quel periodo lavoravo nel miglior topless bar di Detroit. Un posto molto in, ci facevi soldi a palate ballando per qualche ora, le altre ragazze erano molto simpatiche, i Dj’s pure. La clientela era selezionata, non abbiamo mai avuto il minimo problema. E poi c’erano questi colossi, questi addetti alla sicurezza che solo a vederli passava la voglia a chiunque di fare cazzate. Per lo piu’ venivano businnessmen, uomini d’affari, manager, imprenditori. Persone molto ricche e sole, ti davano un sacco di dollari solo per vederti ballare e stare un po’ in compagnia, in un ambiente allegro e spensierato. Alle volte piu’ che andare a lavorare mi sembrava di andare ad un party con le mie amiche. Ovviamente anche le rockstar in tour e non passavano da lì. In pochi mesi avevo visto arrivare Gene Simmons e i Black Crows al completo, con i quali abbiamo anche fatto amicizia e siamo andate insieme a loro al concerto. Il cantante se la tirava un po’, ma il resto della band erano veramente ragazzi semplici e simpatici, ci siamo divertite un mondo con loro! Poi un giorno arrivo al bar e una ragazza mi dice che al piano di sopra c’era Slash, il chitarrista dei Guns & Roses. In quel periodo i Guns erano veramente all’apice, cosi siamo andate un po’ tutte a vedere che tipo fosse. Ma che vuoi farci, non solo non mi sembrava simpatico, ma non c’era verso che cacciasse un dollaro. Pero’ le ragazze erano tutte lì intorno, completamente prese dal suo fascino di rockstar ombrosa. Dopo un po’ arriva da me il proprietario del topless bar e mi chiede chi fosse quel tipo che si atteggiava a superfico e non spendeva un soldo. Glielo dissi, il boss non aveva proprio idea di bands e cose del genere. Non solo, quel capellone proprio non gli quadrava. E allora ando’ al tavolo del chitarrista e piazzandosi a pochi centimetri dai suoi ricci gli urlo’, senti un po’ Splash o come cazzo ti chiami, questo e’ un bar onesto, io non ho idea di chi sei e da dove vieni, ma se vuoi restare qui bisogna che incominci a tirare fuori un po’ di dollari capito?! Scoppiammo tutte a ridere, ma a ridere con le lacrime, vedendo la faccia di Slash che questa proprio non se la aspettava! Il suo fascino da bello e dannato fu definitivamente spazzato via dalle nostre risate, e capita la situazione, lui e i suoi due amici uscirono dal bar con la coda in mezzo alle gambe. A distanza di anni ancora ci penso e mi viene da ridere, …Splash o come cazzo ti chiami!!!

L’INCONTRO DELL’OPERAIO
Quel giorno avevo appena finito il turno in carrozzeria, verniciatura macchine. Anche se suono in tre differenti bands, anche se andiamo in tour e produciamo dischi, i soldi non bastano per vivere, quindi appena posso vengo a lavorare da questo mio amico che ha una carrozzeria in una zona poco raccomandabile di Detroit, ma che ci vuoi fare, bisogna lavorare. Ti dicevo, finita la giornata un amico mi passa a prendere e andiamo a vedere degli amplificatori in uno dei negozi migliori che abbiamo da queste parti. Un posto grandissimo, ci trovi di tutto, dalle Fender e Gibson originali, roba da decine di migliaia di dollari, a modelli intermedi usati e non, fino alle produzioni piu’ recenti ed economiche. Stanze e stanze piene di amplificatori e chitarre. Noi arriviamo e tutti ci salutano, capirai siamo sempre lì che traffichiamo per un motivo o l’altro, sai come siamo noi musicisti…Fatto sta che arriva un commesso e mi dice, guarda che di la’ c’e’ Bob Seger che prova qualche chitarra…E io, come tu ormai ben sai, sono un rompipalle nato, un punk detroitiano che ha sempre voglia di farsi una risata…Insomma, non so da dove mi e’ venuta, ma entro nella stanza e vedo Bob Seger. Lui mi guarda e io subito gli dico, hey tu sei Bob Seger vero?! Hey! Mi piace tantissimo la cover che hai fatto di quel pezzo dei Metallica! Grande! E lui serio serio mi fissa per un secondo sibilando fuck you man, fuck you. E noi giu’ a ridere…Great guy Bob, great guy!

L’INCONTRO DEL MANAGER DI SALA
Tempo fa, durante una serata di R’N’R’ particolarmente torrida e divertente ho incontrato il mio amico JP. Dovreste vederlo JP, e’ una specie in via d’estinzione, merce rara. Uno di quei tipi che attraversano la vita con un ottimismo e un allegria contagiosi. Mai, dico mai, l’ho visto lamentarsi, essere di cattivo umore. Posso solo imparare da un tipo come lui. Di lavoro fa il manager di sala al Casino’ di Detroit. Il che vuol dire che e’ responsabile del normale svolgimento di un settore enorme del Casino’, centinaia di slot machines, poker elettronici, giochi di carte, e altri azzardi tipici di questi posti. Io pur essendo un appassionato lettore di Tommaso Landolfi, non ho mai subito il fascino del gioco, anzi, proprio mi lascia indifferente e un po’ borghesemente preoccupato. Sono andato a trovarlo al lavoro una volta e mi e’ sembrata una situazione surreale, luci, suoni, colori, gente di tutti i tipi. Giocate da cinquanta cents e da cento dollari tirate lì con la stessa indifferenza, meccanicamente. Non fa per me. Torniamo a noi, dicevo che quella sera JP era come sempre di leggero buon umore, e mentre scambiavamo quattro chiacchiere da fine serata, si alza in piedi di scatto e mi dice “Non hai idea che mi e’ capitato giorni fa al Casino’! Ero li che facevo le solite cose quando ricevo una chiamata da una assistente di sala. Un tipo ha appena vinto seimila dollari alla slot machine, e non ha affatto l’aria di una persona qualsiasi. Quando ci sono vincite un po’ consistenti, io come manager di sala, devo andare personalmente a seguire l’incasso della giocata e a verificare i documenti della persona. Normalissima routine, mi capita piu’ volte al giorno, ma la mia assistente che dice questo tipo ha un aria strana…la cosa mi incuriosisce…arrivo la’ e mi trovo davanti Lemmy! Fuckin’ Lemmy man! Soo cool man, so cool…Lui, ma proprio lui, come lo vedi nelle foto sui dischi, tutto vestito di nero, il cappello da cow boy, gli stivaloni, la cinta e tutto il resto, in compagnia di una bionda mozzafiato. Gli chiedo i documenti, chiedo i documenti a Lemmy, non ci posso credere. Sbrigo le piccole pratiche del caso e lui signorilmente e con poche parole incassa e va via. L’incontro piu’ cool, piu’ fico, che mi sia capitato in anni di lavoro al Casino’.” If you like to gamble, i tell you i’am your man, you win some, lose some, all the same to me…The only card I need the Ace of Spades!

L’INCONTRO DELLA CHITARRISTA
Era un momento perfetto in un periodo magico. La mia band apriva il concerto a New York City, poi Bo Diddley e subito dopo The Clash. Locale strapieno, super sold out. Noi eravamo emozionatissimi, un po’ per i Clash e molto per Bo Diddley, era da sempre il mio idolo e dividere il palco con lui voleva dire toccare le stelle, per me questo era un sogno che diventava realta’. Nel backstage c’era molta gente, tutti carichissimi, c’era elettricita’ nell’aria, sul palco, ovunque. In questo turbine di gente ed emozioni, incontriamo per la prima volta Bo Diddley. Lui e la sua band erano in un camerino che cucinavano qualcosa da mangiare. Da non credere, c’era il finimondo e lui era li’, impassibile, che cucinava un non so che tipo di soul food. Gentile, simpatico, un po’ sorpreso da tutto quel casino. E tu capisci che quando dico casino, sto parlando dei giorni della rivoluzione punk a New York, un terremoto, un vero e proprio terremoto. Per noi venne il momento di andare sul palco, e il nostro show fu molto potente, eravamo all’apice e suonavamo nella nostra citta’, alla nostra gente. Il concerto di Bo, devo dire che invece fu un poco meno di quanto mi aspettassi. Molto bello ovviamente, ma in quel contesto, quella sera, forse non al meglio. E poi arrivarono i Clash. E fu come un esplosione. Non dimentichero’ mai il loro show, non dimentichero’ mai Joe Strummer. Nella mia memoria ho immagini di lui che canta e suona, mentre intorno esplodono bombe di luce, come i flash delle vecchie macchine fotografiche. Ovviamente non c’era niente di simile sul palco, ma l’energia che lui e il resto della band sprigionavano era tale che per me erano piccole esplosioni di luce e fumo. Una cosa incredibile, assolutamente unica. Il giorno dopo passammo un po’ di tempo insieme, avevamo la stessa passione per il rock and roll anni cinquanta, ascoltavamo la stessa musica, cercavamo gli stessi vecchi 45 giri. Ho un ricordo dolcissimo di lui. E anche di Bo Diddley, che incontrammo ancora altre volte. Ho dei ricordi molto forti, anzi troppo, e adesso vorrei continuare a fare i piatti, a sistemare la cucina e andare a dormire, prima che quest’onda di emozioni mi travolga.

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