Nuovo dischetto dell’ormai vecchio e messo maluccio Johnny Winter. Solito album senile denso di ospiti e duetti. Mah. Johnny è il mio secondo chitarrista preferito, dal 1970 al 1976, quindi da AND a TOGETHER, è stato alfiere incredibile del miglior Hard Rock Blues americano che si sia mai sentito su questa terra. Malgrado il suo aspetto alieno, anche lui si è dimostrato umano, rifilandoci – dopo quel magico periodo – una serie di album certo non memorabili. Questo qui del 2011 conferma che i vecchi leoni hanno ormai smesso di ruggire, o se lo fanno è per scacciare le mosche.
I primi quattro pezzi portano alla sonnolenza, ennesima rilettura di brani ormai insopportabili come FURTHER ON UP THE ROAD; performance discrete, piuttosto precisine e noiosette. Una cosa però: Johnny suona meglio di ciò che potevamo aspettarci. La slide di Warren Haynes nel terzo pezzo è così scontata che mi vien voglia di vomitare. Tutti a dire che è un chitarrista incredibile, a me ha sempre annoiato a morte. Gli ALLMAN meritavano di meglio.
Il primo sussulto si ha in LAST NIGHT grazie all’armonica di John Popper, era un bel po’ che non rimanevo colpito così da un armonicista. L’assolo che fa è stupendo, finalmente una armonica blues non imprigionata nei soliti tre licks. Ad un certo punto magari esagera, ma la tecnica è sopraffina e mi sembra sia davvero qualcosa di fresco.
MAYBELLINE di Chuck Berry è graziosa e se non altro spezza un po’ l’incedere tipico del blues.
BRIGHT LIGHTS, BIG CITY con Susan Tedeschi si trascina ma Johnny canta mica male e dà la paga alla Tedeschi che non riesce a tenere il suo passo.
HONKY TONK ha fratello Edgar al sax e si sente. Strumentale piacevole e fluido. Bell’assolo di Edgar, come suona il sax lui…
Altra caduta di tono con DUST MY BROOM. Ma come si fa a riproporla? E’ come se una rock band facesse una cover di Smoke On The Water. Oh, Johnny, an sin pol piò. Qui c’è Derek Trucks come ospite.
Gli ultimi due pezzi non lasciano il segno.
Da una parte quindi c’è un Johnny Winter che suona e canta bene e con un gran suonaccio alla porco dio, dall’altra – tranne due / tre eccezioni – pezzi piuttosto inutili. Di questi tempi sei fai un discodel genere o che fai un disco di blues spaventosi (come ad esempio quello che ha fatto Robert Palmer prima di morire) o è meglio lasciar stare… è già stato detto tutto, ad annoiarci ci pensa già abbastanza Eric Clapton da 28 anni.
Bah, vado ad ascoltarmi l’album (del 1971) di MCDONALD AND GILES…
Polbi, il nostro Michigan Boy, che passa la vita tra Roma, Scilla e Detroit, nelle vesti di novello Raymond Carver ci racconta l’America, quella bella e quella brutta, quella vera, quella malinconica e triste e quella piena di vita e di rock and roll, quella insomma a cui noi uomini di blues siamo legatissimi.
Eccomi qui, ancora una volta a passare buona parte dell’autunno in Michigan, nell’area metropolitana di Detroit, città unica al mondo, affascinante e dalle mille strane storie.
Costituita dai francesi su terreni in origine abitati dagli indiani, Detroit si trova affacciata sull’acqua in una penisola circondata dai grandi laghi. Il suo nome viene proprio da questa posizione sulla riva del fiume, in un punto stretto con il Canada vicinissimo dall’altra parte, che sembra quasi impossibile che si tratti di un altra nazione. E mi viene da pensare a quanto strano sia che passo buona parte della mia vita fra due stretti, quello di Messina e questo di Detroit.
Un freddo indescrivibile d’inverno, caldo umido l’estate, mezze stagioni imprevedibili, una pianura sconfinata, laghi bellissimi, macchine e strade. E casette monofamiliari con giardino e garage, a milioni, tutte diverse e uguali al tempo stesso. A volte architetture di gran pregio, spesso semplici ma sempre dignitose. E poi i grattacieli downtown fatti per gli uffici. Edifici costruiti più di un secolo fa, con gusto, con una certa solenne eleganza. Oggi in gran parte vuoti, abbandonati e spettrali. Perche’ a Detroit sono successe tante cose negli ultimi decenni…
Come tutti sanno, in questa città il signor Ford iniziò la sua rivoluzione industriale. Macchine, automobili, non più concepite per pochi ricchi che potevano permettersele, ma autovetture piccole ed economiche, da vendere a tutti. Anche all’operaio che le produceva, per poi ricomprarsele con i soldi del proprio salario. A questo punto fu l’avvio di una rivoluzione non più solo industriale, ma culturale profondissima, nella quale siamo tutti in qualche modo nati e cresciuti. Arrivarono a Detroit da ogni parte del mondo a cercare lavoro nell’ industria dell’auto. E Detroit diede lavoro a tutti. Altri e altri ancora arrivarono, italiani, polacchi, russi, irlandesi, tedeschi, messicani, e afroamericani, tanti, dal sud povero e razzista degli states. Milioni di esseri umani, ognuno con la propria cultura, le proprie speranze e delusioni. Cibi, dialetti, religioni e musiche. Tante musiche.
Poi un giorno, alla fine degli anni sessanta, il grande sogno americano di integrazione razziale e sociale sotto la stella del capitalismo dal volto umano, all’ improvviso, crollo’ e si trasormo’ velocemente in un incubo. I posti di lavoro iniziarono a mancare, la disoccupazione a crescere senza alcun ammortizzatore sociale, creando povertaàe disperazione in chi inseguendo quel sogno aveva mollato tutto e pagato un prezzo umano altissimo. La rivolta esplose, e come spesso avviene da queste parti, fu una guerra razziale. Ma guerra nel vero senso della parola, con la guardia nazionale a presidiare le strade, i morti a decine, incendi, saccheggi e distruzione. Ad un certo punto fini’, ma le ferite non si guarirono più. Ormai le grandi aziende automobilistiche avevano trasferito buona parte delle produzioni altrove, la disoccupazione nel settore auto fu inarrestabile, chi poteva si trasferì fuori citta’, creando la grande area metropolitana dove viviamo oggi, e la città venne in gran parte abbandonata al suo destino. La prima fabbrica di Ford è ancora li’, con la sua architettura semplice ed elegante al tempo stesso. Vuota da anni ormai, le finestre rotte, il portone sfondato. La guardi e i muri sembra vogliano raccontartela questa storia americana.
E’ una strana sensazione quella che ti prende quando giri per Detroit. Tutto sembra durissimo e irreale al tempo stesso. Come in una zona di guerra, nello stesso isolato case bruciate, abbandonate, negozi chiusi o distrutti, poche persone che camminano come zombie senza meta, pieni di alcool,crack e miseria.
Ma poi, poco piu’ in la’, i bambini escono da scuola, qualcuno si avvia a casa con le buste della spesa, come meglio puo’, come se niente fosse. Passi di notte in queste vie deserte spazzate dal vento, tutte le case buie disabitate, e poi una o due con le luci accese e gli addobbi di natale che risplendono luci rosse intermittenti, che interrompono il buio, che si aggrappano ad una impossibile normalita’. Oppure giu’ all’angolo, downtown, fra le torri nere dei grattacieli vuoti, trovi ancora aperto, a notte tarda, il Coney Island, la tavola calda degli hot dog. Che resiste, sempre aperta e sempre li’, da piu’ di sessant’anni. Ti verrebbe voglia di abbracciarla tutta questa gente, queste anime, questi superstiti del grande naufragio americano. Vorresti abbracciarli e mentire con dolcezza dicendogli che va bene, e’ tutto ok, e’ solo un momento ma poi passera’, anzi, no, e’ gia’ passato, il peggio e’ alle spalle ormai…Questo vorresti dire mentre gli passi vicino e gli sorridi in silenzio. Detroit per gente come noi, per chi guarda un po’ oltre l’apparenza delle cose, è un sovraccarico, un cortocircuito di emozioni. Ti lascia a bocca aperta senza parole. Ti chiedi come sia potuto succedere tutto questo, e come sia possibile che non si trovi una via d’uscita. Giri e rigiri nella tua mente europea, abituata ad un altro mondo, dove il capitalismo non è arrivato ancora a questo livello di barbarie sociale. Dove ancora puoi andare in un ospedale gratis e se non paghi una rata del mutuo non hai perso la casa. Dove ancora un po’ di diritti sindacali e sociali esistono ad arginare queste frane. Li porterei tutti qui i liberisti di casa nostra, venissero tutti a vedere cosa può succedere quando si lascia il mercato senza vincoli, libero di prendere il posto di comando in assoluta autonomia, senza la politica a porre freni e regole. Venite a vederla la… non so come dire, la profondità della povertà dei poveri in america.
Il Blues, quello vero, qui lo trovi e lo senti ovunque. Ad ogni semaforo con i veterani di vietnam e Iran costretti a chiedre l’elemosina in sedie a rotelle. Negli incroci con i tombini fumanti in mezzo alla strada. Nei bar, nel vecchio mercato all’aperto, alla grande stazione ferroviaria abbandonata. Nella citta’ di John Lee Hooker il blues scende giu’ pesante, senza virtuosismi a renderlo meno amaro.
Pero’ esiste anche un altra Detroit per chi la vuole cercare. Una Detroit underground, fatta di ragazzi e ragazze, di vecchi rockers, di artisti e anime salve. La puoi trovare di notte, ogni notte, nei tanti bar r’n’r’ che ci sono in citta’. Posti non proprio eleganti, a volte al limite del praticabile, ma pieni zeppi di musica, gente, energia. Centinaia di bands, migliaia di amplificatori e chitarre vintage, infuocano serate che sembrano set cinematografici, invece no, ancora una volta, pure questa è realta’. Praticamente bandite le cover bands, ognuno suona la sua musica, produce i suoi dischi, organizza serate, si batte e si sbatte, creando una scena underground con pochi uguali negli states, riconosciuta e rispettata in tutto il mondo da chi si occupa di queste faccende. E così passi la serata con tre band che si alternano sul palco, mentre cerchi di ascoltare e capire la parlata americana del vecchio rocker che ti racconta dei Led Zeppelin alla Grande Ballroom, quando ancora nessuno li conosceva e finito il concerto scendevano dal palco in mezzo al pubblico, come la band che ha appena finito di suonare due minuti fa. Poi, magari dieci minuti dopo, ti ritrovi a ballare sotto il palco con dei ragazzi che potrebbero essere tuoi figli se mai ne avessi avuti. Domani sera qualcuno di loro sarà all’apertura di una mostra fotografica di un mio amico, altri andranno alla sfilata di moda indipendente SM, e altri ancora si perderanno nelle mille iniziative della Detroit artistica. Perchè un posto con una storia come questa non poteva che attirare anime inquiete, artisti, pazzi e sognatori da tutto il mondo.
(Detroit: la leggendaria COBO HALL)
…CONTINUA…
Paolo Barone (dicembre 2011) (C) – (Ricerca fotografica di TT)
Sabato, di buon ora: sul car stereo l’album HEARTBREAKER (1973) dei Free, i Free dell’ultimo periodo, quelli senza Andy Fraser e con un Paul Kossoff a mezzo servizio, capace solo di tirare qualche nota lancinante sulla chitarra trattata col leslie. Sono però sempre i Free, e sono sempre gli anni settanta, gran disco quindi e grandissimo cantante. Quando parte la canzone che da il titolo all’album rabbrividisco, in questa livida mattina di dicembre è quello che ci vuole, che gran pezzo…tzé… altroché MISTREATED dei Deep Purple…e Paul Rodgers…come cantava… era il numero uno. L’edizione è quella giapponese naturalmente, ho solo il cdr, il cofanetto originale prima o poi arriverà.
…Well the sun is shining But it sure don’t seem to reach my heart
I’m wasting my whole life Tryin’…..to make a new start
Make a new start Make a new start Make a new start Make a new start…
Brian mi accoglie con la sua solita verve mattutina…è tremolante, e a 82anni se sei tremolante li senti tutti i rigori che la vita ti assegna contro. Ma Brian è Brian, è un po’ il Balottelli della vecchiaia, non sai mai come finirà la partita con lui, infatti dopo un bella doccia calda si riprende alla grande e ridiventa il Brian esuberante che tutti conoscono. In macchina verso Ninentylands diventa un attivista di Greenpeace “Tutte le fabbricazioni (intende gli edifici in genere ndtim) sono la rovina del mondo e della natura”. In paese in molti lo salutano e per lui è sempre motivo di soddisfazione e di gran godimente, un po’ come sarebbe per me suonare (le mie canzoni) al Madison Square Garden davanti ad un pubblico ben disposto. Al K2 due caffè macchiati, un cannolo e un kràfen. Incontriamo Peter, amico di Brian, col quale discuto un po’ di Inter ..(.”Mo’ ‘spol savèr sa gal cal Poli lè?” “E Snaider, ma dio canta, l’è sempèr rot“).
(Peter & Brian al K2 – foto di TT)
Tappa quindi al Minibar, dove Brian si fa un pizzetta col crodino.
(Brian al Minibar – Foto di TT)
Brian ormai tende a scordarsi tutti e tutto, ma sa gestirsi alla grande e se non si approfondisce, nessuno capisce che fatica a ricordarsi nomi e facce. E’ un gran attore Brian, è osservarlo mentre cerca di far finta di nulla, di far credere che è ancora in gamba, mi commuove. Lo riporto a casa e rimango un po’ con lui. Domani me lo cucco di nuovo, così devo spiegarli più volte come si svolgerà la nostra domenica insieme. Commentiamo poi la situazione politica ed economica italiana ed europea “Beh, Tim, a me cal Monti lè am piès. L’è un po’ dura per tòt, mo al dev fer acsè, l’è un brev om. Per fortun che clèter bon da gnint l’è andè via…”. Lo saluto mettendolo alla prova: alzo il braccio sinistro, chiudo il pugno e gli dico ” Ciao Brian, viva il comunismo viva la libertà” a cui lui risponde “Democrazia Cristiana“. Bon, con questa chiudo la porta e me ne vado.
(Brian legge Repubblica – foto di TT)
In centro incontro Julia, il tempo per un thé o poco più e le nostre chiacchiere profonde. Ad un certo punto le dico “Sì sono in un periodo discreto, vado avanti anche se continuo a guardareindietro…musicalmente, dal punto di vista dell’arte, dell’umanesimo, del calcio (Josè…sigh) e per le cose della mia vita in generale…ho sempre nostalgia per le cose passate…mi sto facendo dei problemi a tal proposito…” e lei, con il suo algido e al contempo passionale eloquio, mentre sorseggia il thé e inclina leggermente la testa in modo che i lunghi capelli neri le scivolino sulla spalla, mi dice: “Beh, per andare avanti, per guidare, bisogna guardare anche lo specchietto retrovisore…”. Ecco, una frase così mi risolve la giornata. Che superfiga che è Julia. Le parlo poi del presepio e dell’albero che ho fatto, ma non riesco a dire albero, per due volte mi esce la parola “album”…questo è un vero lapsus freudiano “Ho fatto l’album...” “Ho fatto un gran bell’album“…ah, non riuscirò a far smettere il mio animo di volare così in alto, in una dimensione dove siamo io e i miei amici i chitarristi, i cantanti, i bassisti, i tastieristi, i batteristi delle grandi rock band mondiali…LORENZ che era nei GUSTO ed ora è un artista solista in vetta alle classifiche con la edizione deluxe di EMILIA ROMAGNA TOUR 1974, PICCA che con i suoi PICCA, LISONI, MINELLI & SUTO ha fatto un album storico chiamato GIA’ VISTO, Biccio che con il gruppo progressive LA GENESI ha fatto furore con l’album VENDENDO L’ITALIA AL CHILO, Lasàurit che come esponente del rock duro/sinfonico/maanchecommerciale con i suoi REGINA sta per far uscire il cofanetto rimasterizzato di UN POMERIGGIO ALLE CORSE (In Moto), Lele che con i suoi CENERENTOLA ha appena concluso il tour del 25nnale proponendo per intero l’album LA STAZIONE DEL CUORE SPEZZATO e io che come chitarrista della CATTIVA COMPAGNIA sto per preparare il bluray del CORRI COL BRANCO TOUR del 1976…ma aspetta un attimo, io sono davvero il chitarrista della CATTIVA COMPAGNIA…cazzo, inizio a confondere sogno e relatà…
Torno verso Regium Lepidi ascoltandomi FREE AT LAST dei FREE (1971)
(Questa versione di TRAVELLING MAN è in versione remixed purtroppo e non remastered)
Travellin’ man goes anywhere I don’t stay nowhere long travellin’ man don’t turn your back before you know I’m gone
Don’t ask me where have I been or if I’m staying long ‘cos till I find a love that’s real I’m gonna keep on travelin’ on
Di nuovo l’epica Rodgersiana che tanto mi infonde nel cuore.
Appuntamento in Coop con Lasàurit. Faccio la spesa, peso i rapanelli e mi dico come al solito che “an s’è mai vèst John Lee Hooker fer la spesa a la Coop”
(Tim e il Pesare i rapanelli alla coop – foto di LS)
Ritorno verso Borgo Massenzio. Lasaurit naturalmente mi deve superare, quando ha un motore sotto al culo il suo animo da Nuvolari prende il sopravvento. Con la sua Clio mi sfreccia a sinistra, la vedo far stridere le gomme sul cordolo della rotonda e passare davanti a tutti per poi immettersi sulla strada che porta fuori città.
(Lasàurit ormai lontana e io perso nei miei blues quasi invernali – foto di TT)
(Borgo Massenzio bound – Foto di TT)
(The long and winding road…la mia personale strada lunga e tortuosa – foto di TT)
Di nuovo alla domus saurea. Pranzo che è ormai pomeriggio: tartara, rapanelli, lambrusco reggiano, cachi, paste e frutta secca…roba da uomo di blues che ha bisogno di mettersi in forze.
(L’uomo di blues mangia la carne cruda – foto di TT)
L’ultimo tocco al presepio: la ghiaina bianca. Ecco, è finito. Già, cosa ci faccio io – ateo – con un presepio? Bella domanda. Credo sia un inno alla mia infanzia, tutto sommato felice. Mia madre mi abituò fin da piccolissimo al presepio, all’albero, alla magia del natale, alla neve. Sarà che dicembre è il mio mese, sarà che son nato nel solstizio d’inverno, sarà che con la mente si ritorna ai giorni felici della nostra infanzia, sta di fatto che sento moltissimo questo periodo, allo scambiarsi un dono, un augurio. D’altra parte, mica è un festa religiosa. Già 5000 anni fa gli uomini avevano capito che intorno al giorno che noi chiamiamo 21 dicembre, le giornate tornavano ad allungarsi e quindi si festeggiava il ritorno del sole e le genti erano solite scambiarsi un dono come buon auspicio per la nuova stagione, il nuovo anno.
Beh, e poi il mio è un presepio laico: al posto del bambinello c’è Jimmy Page…
(Il presepio di Tim, particolare: “9 gennaio 1944 – l’avvento” – foto di TT)
…inoltre è un presepio politicamente schierato: il CHE e FIDEL fanno buona guardia…
(Il presepio di Tim, particolare: “Betlemme Libre” – foto di TT)
(Il presepio di Tim, particolare: “Night In The Ruts” – foto di TT)
(Il presepio di Tim, particolare: “Betlemme Skyline” – foto di TT)
Le groupie che mi hanno accompagnato nel corso degli anni mi guardavano e mi guardano con sorpresa e con affetto materno mentre costruisco il presepio, mentre addobbo l’albero, mentre fisso per lunghissimi momenti le lucine ad intermittenza… mi viene in mente l’ultima, che l’anno passato mi sorprese a guardare (per l’ennesima volta) la neve che scendeva lieve sulla campagna ed esclamò, a mo’ di titolo di film, “L’uomo che guardava cadere la neve”. Sì, mi riconosco, sono proprio io, Tim Tirelli, o come direbbe Lorenz: Tim “fucking” Tirelli.
PS:
INTER – FIORENTINA é finita 2 a 0, Muntari e Pazzini hanno sbagliato un paio di goal gnocchissimi, ma abbiamo vinto. Ne avevamo bisogno. Non sono del tutto felice perché il REAL di Mou ha perso contro le merde blaugrana. Pazienza. Ho visto la partita con Dennis: ha di recente dato una scossa alla sua vita lavorativa. La sua nuova avventura è appena iniziata e già domattina parte per Hong Kong e quindi la Cina. Happy trails, amico mio.
Non sono solito comprare riviste musicali italiane, rimango sempre deluso dalla pochezza dei contenuti, dalla mancanza di materiale nuovo e quindi dalla solita esasperata rilettura di cose rigurgitate già decine, centinaia, migliaia di volte.
Il CLASSIX in questione però l’ho preso, sarà perché in passato ho scritto io stesso per questa rivista, sarà perché conosco Pascoletti (il deux ex-machina di Classix), sarà perché sono amico di Gianni Della Cioppa dai tempi di Metal Shock e quindi dalla fine degli anni ottanta.
E’ sempre difficile per uno come me, che in passato Page lo ha studiato a fondo, confrontarsi con una rivista che parli di Jimmy o dei Led Zeppelin…la noia, il disagio, persino il disgusto sono sempre dietro l’angolo. O che la rivista in questione propone una nuova intervista (merce rarissima vista la parsimonia con cui Page le rilascia) o al limite nuove teorie ardite (ma tra tutti quelli che conosco solo Picca è in grado di pensarle) o che perdo interesse dopo le prime venti righe, ripongo la rivista sul tavolino e dopo qualche giorno passato a prendere polvere la rivista finisce nel bidone blu della carta da riciclare.
Questo numero di Classic se non altro rinuncia a parlare dei Led Zeppelin e si occupa del Page pre e post dirigibile appunto. Sembra una sciocchezza ma non è mica poco. Gli articoli giocano sull’alternarsi tra il racconto dello scriba e citazioni di dichiarazioni di Page prese da qualche vecchia intervista. Questo è sempre stato un po’ il taglio di CLASSIX , ma anche di molte alte riviste…la cosa non è certo positiva ma non gliene si può fare una colpa, in Italia non ci sono mai stati mezzi per la musica rock, i giornali specializzati non possono permettersi di inviare qualcuno ad intervistare non dico l’artista in questione, ma almeno qualcuno del suo giro, tanto per avere materiale un po’ fresco.
L’articolo principale LIFE BEFORE ZEPPELIN/LIFE AFTER ZEPPELIN è scritto da Jacopo Meille e riassume la vita musicale di Jimmy (LZ esclusi) e come accennato qui sopra fa un uso massiccio di citazioni dello stesso Page. Non sono riuscito a leggerlo completamente, magari è scritto bene e ad alcuni potrà anche essere utile, ma per me sono le solite cose.
SYMPATHY FOR THE DEVIL è un paginetta o poco più scritta da Lorenzo Becciani, un paio di foto di Crowley e un paio della Boleskine House. Bah, che dire…la Boleskine House che viene chiamata “antico maniero”, Crowley che viene chiamato “Satanista”, dischi letti al contrario, riproposizione dei pettegolezzi più consunti e cose simili.
L’ALTRO JIMMY, boxettino di Luca Garrò dedicato a due mini recensioni di JUGULA e HIP YOUNG GUITAR SLINGER. Tutto qui? Boh, questa non l’ho capita.
TOP TEN JIMMY, ancora Jacopo Meille che scrive a proposito di 10 canzoni per definire lo stile di Jimmy: DAZED, WLL, HEARTBREAKER, IMMIGRANT, SIBLY STAIRWAY. TSRTS, TEN YEARS GONE, ALL YOUR LIFE (sic!), IN THE EVENING. Ognuno di noi avrebbe la sua lista a tal proposito e se da una parte plaudo a Meille per aver incluso TEN YEARS GONE (a scapito di KASHMIR ), dall’altra rimango basito per la presenza di “ALL YOUR LIFE”, (FOR YOUR LIFE naturalmente) …al di là dei gusti musicali lasciar fuori ACHILLES LAST STAND, per quanto riguarda un pezzo da scegliere da Presence che definisca lo stile di Jimmy, mi pare azzardato.
WHOLE LOTTA LOVE. LE DONNE DI JIMMY di Anna Minguzzi proprio non funziona. Ancora citazioni da interviste dell’epoca e solite banalità su Pamela Des Barres, Lori Maddox e Bebe Buell. L’articolino avrebbe dovuto chiamarsi LE TRE GROUPIE PRINCIPALI DI JIMMY. Nessun accenno a Charlotte Martin, Patricia Ecker e Jimena. Mah.
TUTTA COLPA DI LUCIFERO di Cesare Granata si sofferma sul litigio tra Kenneth Anger e Page.
Riassumendo, 15 pagine dedicate al nostro, più di 40 foto (la maggior parte senza didascalie) e la copertina. 5 euro.
JOHN DAWSON WINTER III è il quarto album da studio del periodo rock di Johnny Winter (gli altri sono AND, STILL ALIVE AND WELL e SAINTS AND SINNERS) ed è probabilmente il meno riuscito di quattro, ma questo non vuol dire che sia un disco mediocre, riulta essere infatti un buon , a tratti ottimo, album di (Hard) Rock Blues Americano degli anni settanta. Si apre con un pezzo di John Lennon che però non è che sia chissà che e segue con un rock and roll preciso e carino. In SELF DESTRUCTION si apprezza senza riserve la fiera solista di Winter su una base di robusto rock blues; RAISED ON ROCK è un bel rock anni settanta con un altro assolo infuocato mentre in STRANGER Winter si fa più intimista e riflessivo. Di nuovo anni settanta con MIND OVER MATTER
ROLL WITH ME, scritta da RICK DERRINGER, è un buon rock piuttosto solare, diventerà poi un presenza fissa dei suoi spettacoli dal vivo del periodo. LOVE SONG TO ME è un country & western che spinge a continuare a roccare e rollare e a non mollare mai e sottolinea il concetto che il colore della pelle o i vari credo non contano nulla se alla fine si condividono gli stessi dischi e la stessa passione per la musica.
Di nuovo nei profondi anni settanta con PICK UP MY MOJO, un roccaccio giocato sulla chitarra slide.
LAY DOWN YOUR SORROW è uno di qui pezzi (pseudo) lenti di JOHNNY WINTER, che mi colpiscono sempre in mezzo al cuore e anche questo riesce nell’impresa.
SWWT PAPA JOHN è uno dei pezzi più sconci che io abbia mai sentito, un blues lento a chitarra slide dove i doppi sensi sono senza veli.
Allright now… yeah… They call me sweet papa John My candy is known for miles around (my candy is known for miles around) They call me sweet papa John My candy is known for miles around Lord, baby when you lick it, It makes my love come tumbling down (yes it do) You know they call me sweet papa ‘Cause my candy is the best (sure enough) You know they call me sweet papa ‘Cause my candy is the best You know it melts right in your mouth Yeah, I sure don’t leave no mess, (I ain’t sloppy) You know my candy cane is hard Dripping honey right to your door And once you had one piece Girl, you bound to lose em all They call me sweet papa ‘cause my candy is so strong (yeah, it’s evil) And baby when you taste it It’s bound to take you all night long (all night long) Yes, I know it’s true !
“Va tutto bene adesso… sì…Mi chiamano Giovanni il dolce paparino, il mio dolcetto ha una gran fama, così piccola quando lo lecchi il mio amore crolla giù…Mi chiamano il dolce paparino perchè il mio dolcetto è il migliore e si scioglie tutto nella tua bocca…il mio bastoncino dolce è duro e fa sgocciolare miele sulla tua porta...” e delicatezze di questo genere.
(JDW III Custom cover
Anche in questo album alla batteria e al basso i grandi RICHARD HUGHES e RANDY JO HOBBS, una delle mie sezioni ritmiche peferite in assoluto. In 4 pezzi compare anche fratello EDGAR.
Questa edizione giapponese del 2011 è ben fatta, ma non è una novità con le edizioni provenienti dal sol levante, e replica su cd l’orignal artwork dell’ellepi del 1974.
(roll with me versione dal vivo da CAPTURED LIVE 1975)
Se ne fa un discreto parlare di questi RIVAL SONS che vengono da Los Angeles, tanto che Frank R e Lasilvia decidono di calare dalle terre venete e io, Jaypee e Lorenz (accompagnati dalle tre groupie) prendiamo i biglietti in anticipo su Ticket One (15 euro + 3 di prevendita + altri due intascati da Mediaworld).
Pizza all’ALTRA ROCK, arrivo al CORALLO di Scandiano (RE). L’opening act è una band che sta all’arte della musica rock come i massi che ho dietro casa all’HIMALAYA.
(Tim & Jaypee al Corallo in attesa dei Rival sons – foto di LS)
Poco dopo arrivano sul palco i RIVALS SONS. Il Corallo è pieno, molti ragazzi hanno la maglietta dei Led Zeppelin. La band non è male, ma non mi sembra valgano tutto il parlare che si fa su di loro. Un gruppo da 6+. Discrete performance strumentali, discreti i pezzi, mediocre la gamma espressiva…è tutto un po’ troppo monocorde.
(Rivals Sons al Corallo 3/12/2011 – Foto di TT)
Le prime cose che mi son venute in mente ascoltando il loro show:
Misto LZ e Black Crowes.
Il cantante deve aver ascoltato parecchie volte I AIN’T GOT YOU / MOTHER POPCORN da LIVE BOOTLEG degli AEROSMITH.
Echi dal primo album dei FREE.
Echi da ANGEL di Jimi Hendrix.
Tracce di piombo Zeppelin …BLACK DOG, HOW MANY MORE TIMES, THANK YOU…
Un po’ di JON SPENCER BLUES EXPLOSION
Il modo di cantare a tratti sembra quello di IAN ASTBURY dei CULT
Lorenz è sostanzialmente d’accordo con me e anche PIERO G. (dei Willy Betz ed ex batterista della CATTIVA COMPAGNIA) che incontro al concerto.
Il dj a fine concerto mette su WHOLE LOTTA LOVE e la gente si mette a cantarla.
Mentre esco incontro Matte (figlio di Mario C.) di cui sono lo zio putativo…sono le 00,30 io esco e lui entra al Corallo…questo mi fa pensare – come se ce ne fosse bisogno – al tempo che passa.
Al mattino una capatina alla fiera “Oggetti Antichi e da Collezione” di Regium Lepidi insieme a Frank e Lasilvia. Riusciamo a spendere diverse decine di euro: Frank con qualche vinile, io con un tris di quadretti su tele tratti dalle copertine dei LZ e Lasaurit con 20 vecchi numeri di Julia, il fumetto.
(Lasàurit e Frank alla Fiera del Fumetto etc etc – foto di TT)
(I nostri acquisti – foto di TT)
Di nuovo alla domus saurea, cappelletti, arrosto, patatine e lambrusco reggiano. Grappa fatta in casa bevuta in bicchieri zeppelin e poi per Frank e Lasilvia è già ora di tornare a Padova.
(Frank si beve la grappa fatta in casa nei miei bicchieri mistici – foto d Frank R)
(Tim e Frank: zep friends since 1984 – foto di Lasilvia)
Per il resto del pomeriggio relax alla domus saurea: 2,50 euro per X-MEN – L’INIZIO su PRIMAFILA di SKY, ascolto del cd MEMORY ALMOST FULL di PAUL MCCARTNEY e telefonata con Dennis visto che domani per lui inizia una nuova importante avventura lavorativa. Sono le 23, penso al blog e a giovedì scorso che è diventato il giorno con più traffico…422 visite, oh, mica male. Tra poco a letto, qualche pagina della autobiografia di KEITH RICHARDS e poi scivolare lentamente nei miei sogni più selvaggi…NEW YORK…GOODNIGHT!
Sabato sera: non guardo l’Inter. Sono all’ALTRA ROCK, pizzeria di Scandiano, in procinto di trasferirmi al CORALLO per il concerto dei RIVAL SONS. Sullo schermo trasmettono la partita, ma non la seguo e chiacchiero amabilmente con Frank R, Lasìlvia e Lasaùrit. Cerco di non pensare alle tribolazioni calcistiche di questa stagione. Spero che l’INTER sia in ripresa e che possa battere l’UDINESE ma ho un gran paura, come non avevo da sei anni a questa parte. Usciamo che sono sullo zero a zer0. CORALLO: ci troviamo con Jaypee e Labètty. Dopo poco arrivano anche Lorenz e Lagiòrgia. Chiedo a Lorenz “Ehi Lor come stai?” e lui “adesso meglio grazie, e tu, stai bene anche se l’Inter sta perdendo uno a zero?“.
L’occhio mi si fa vitreo, impallidisco, ho un giramento di testa. Lorenz se ne accorge e mi assicura che stava scherzando e mi ripeterà più volte durante la serata che quando è venuto via dal ristorante le squadre erano sullo zero a zero. Capisco in che stato sono e come i miei amici vivono la mia passione calcistica quando elaboro il fatto che Lorenz non ha il coraggio di dirmi la verità.
Arrivo a casa, guardo gli ailaits…sull’uno a zero per loro Zanetti atterra in area un loro giocatore, rigore e Zanetti espulso (Zanetti espulso, mi pare impossibile). Julio Cesar para il rigore. Azione successiva, qualcuno atterra Milito davanti alla loro porta: rigore per noi. Tira Giampaolo Pazzini, scivola per terra e calcia alto. Ma porca puttana di quella troia.
Vado a letto. Stamattina mi alzo e ricordo di aver sognato l’Inter, con me che ad un raduno di tutta la squadra impreco, bestemmio e cerco di spronare i giocatori (Wesley in particolare). Sogno vivido e chiaro. Mi chiedo come sono messo e come è messa l’Inter. Mi deprimo, altro che rimonta, altro che agguantare un posto in Champions, questa sarà una annata nerissima.
(John Paul Crazyman: slippin’ and slidin’)
Di nuovo sento l’ombra di Josè il portoghese dietro di me, lo so…mi faccio del male, me lo dicono tutti, bisogna guardare avanti, il passato è passato…ma io non ci riesco, ammetto le mie debolezze…così…TI PREGO JOSE’ TORNA, QUESTA E’ LA TUA CASA, NON POSSO AFFRONTARE UN ALTRO CAMPIONATO SENZA DI TE…TI PREGO…
JOSE’ PLEASE COME BACK, THIS IS YOUR HOME, I CAN’T FACE ANOTHER CHAMPIONSHIP WITHOUT YOU…PLEEEAAASE…
Veleggiando in internet alla ricerca di materiale su uno dei miei artisti preferiti, JOHN MILES appunto, ho trovato questo tour program presso il negozio CJS MUSIC MERCHANDISE di WORCESTER nel Regno Unito. Non ho esitato ad ordinarlo dato che è difficile reperire materiale e info su questo artista. Mi piacciono questi items provenienti dagli anni settanta…c’è una purezza (alcuni potranno chiamarla ingenuità) che non si trova più negli articoli simili dei nostri giorni e annusandoli sanno di anni settanta.
MORE MILES PER HOUR è forse il mio disco preferito di Miles, mi sarebbe proprio piaciuto vedere il tour relativo…va beh se non altro posso sognare un po’ con questo tour program.
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