INTERVALLO: Poster BAD COMPANY Wembley Arena 1979

2 Dic

(Poster & foto di Ross Halfin)

ROLLING STONES – “The Brussels Affairs” – Recorded live on October 17, 1973 at the Forest National in Belgium (Stones Archive official release 2011) TTTTT

1 Dic

Recorded live on October 17, 1973 at the Forest National in Belgium by Andy Johns on the Rolling Stones Mobile Studio. Remixed in 2011 by Bob Clearmountain.

Tracklist:

01. Brown Sugar
02. Gimme Shelter
03. Happy
04. Tumbling Dice
05. Star Star
06. Dancing With Mr. D
07. Doo Doo Doo Doo Dooo (Heartbreaker)
08. Angie
09. You Can’t Always Get What You Want
10. Midnight Rambler
11. Honky Tonk Women
12. All Down The Line
13. Rip This Joint
14. Jumping Jack Flash
15. Street Fighting Man

Personnel :
Mick Jagger – lead vocals, harmonica /Keith Richards – guitar, backing vocals
Mick Taylor – guitar /Bill Wyman – bass guitar /Charlie Watts – drums
Billy Preston – keyboards, vocals /Steve Madaio – trumpet, flugelhorn
Trevor Lawrence – saxophone /Manuel Kellough – percussion on some dates
Marshall Chess – Tambourine on Street Fighting Man on some dates

Official release from the Stones Archive website http://www.stonesarchive.com/

Finalmente l’uscita ufficiale di BRUSSELS 1973, disponibile fino ad oggi in decine di versioni bootleg ed ora anche col download ufficiale (sia mp3 che flac lossless) dal sito dei Rolling  http://www.stonesarchive.com/ .

Questo è il miglior live dei Rolling e questa è la versione definitiva, ricavata da registrazioni multitraccia. Sebbene a tratti Mick Taylor sembri avulso dal resto della band, questo è il miglior periodo live del gruppo; prove strumentali per una volta molto buone, ottimo sound e un gran bel groove. E’ uno dei grandi album live della musica rock, un qualcosa da avere a tutti i costi. Mai come in questo periodo Keith Richards è stato sciolto e convincente come chitarrista, periodo in cui Keith Richards “è”  Keith Richards e non “fa” Keith Richards. L’intro di TUMBLING DICE è così morbida e suadente che racchiude in sé tutto il mondo Rolling. Questi Rolling Stones erano meravigliosi.

MICK RALPHS BLUES BAND: London. Jazz Cafè 26 novembre 2011

30 Nov

(Ralphs e Page l’altra sera al Jazz cafè di Londra – Photo di Ross Halfin)

La blues band di Mick Ralphs ha suonato sabato sera al Jazz Cafè di Londra. Tra il pubblico Jimmy Poige e il suo amichetto Ross Halfin. Certo che passare dai concerti della BAD COMPANY a queste seratine low profile a suonare – nemmeno benissimo – del blues ci vuole del coraggio. Mi chiedo perché mi piacciano ancora i chitarristi ormai cotti. Mah.

INTERVALLO: Julian Casablancas degli Strokes – illustrazione di Valeria Riva

29 Nov

 (Julian Casablancas degli Strokes – illustrazione di Valeria Riva)

Valeria Riva, 14 anni, figlia di Beppe. Giovane donna fan degli STROKES e dei MUSE. Ama i Queen, adora STAIRWAY TO HEAVEN e identifica al volo gruppi come ELP e BLACK SABBATH. Ama molto disegnare. Valeria mi manda questa illustrazione e io gliela pubblico. Certo, gli STROKES non c’entrano molto con questo blog ma Valeria mi pare brava e poi se non altro per qualche minuto questo blog si sgancia dagli anni settanta e vive il presente.

CLASSIC ROCK N.165 JEFF BECK COVER

29 Nov

Buon numero questo con una mini intervista a MICK RALPHS chitarra della BAD COMPANY e 5 pagine dedicate all’intervista con JEFF BECK. Inoltre PETE TOWNSEND su QUADROPHENIA e i ricordi del produttore BOB EZRIN. In più un supplemento di 24 pagine sui Live Album che cambiarono il mondo.

PAUL McCARTNEY Bologna 26 novembre 2011

28 Nov

Dal casello di Casalecchio al palasport (oggi Unipol Arena) un’ora e mezza di coda. Non un vigile che vigili e che renda mena snervante e caotica la cosa. Di nuovo in coda per il parcheggio a pagamento per poi accorgerci che non ci sono più posti liberi, e il tipo del parking lot che non diceva nulla visto che sperava che si liberasse qualche posto e decine e decine di macchine lì in coda ad aspettare per nulla.Mah, ad un certo punto me ne vado e trovo agevolmente posto nel parcheggio dell’Ikea.

Dentro al palasport, siamo in piccionaia, posti stretti e scomodi…penso a quanto ci è costato un biglietto…148 euro tra costo, prevendita e consegna tramite  corriere…ma siamo qui e tra poco vedremo Paul Mccartney. Vicino a me Kerlo, Pippo, Lasàurit, Lakèrlit e Salvo. In platea in quarta fila ci sono Mario e Lapatty e vicino al mixer Riff. Non ci vediamo ma siamo in contatto telefonico. Curioso il fatto che mentre cerco il nostro posto sulle gradinate incontro Liso e l’Anna…siamo in dodicimila e riesco ad incontrare per caso Paolino, roba da blues.

Il palco è simile a quello dei tour precedenti di Paul, sobrio, semplice, lineare ma funzionale ed elegante con due megaschermi ad alta definizione. Entra Paul. Eccolo lì, il mio beatle preferito, il leader degli Wings, l’autore di canzoni così belle che quando le ascolto ho la sindrome di Stendhal.Le prime cose dei Beatles non fanno per me così mi entusiasmo soprattutto per i pezzi post 1965 e per quelli degli WINGS.

(PMC a Bologna – Foto di LS)

JET e LET ME ROLL IT, suonata con una deliziosa Gibson Les Paul floreale, THE LONG AND WINDING ROAD…la prima parte del concerto mi stende con quei tre pezzi. Non posso applaudire, sto registrando il concerto con il mio “gighino”, ma il cuore palpita. Paul è affabile, ben disposto, recita alcune frasi in italiano, gigioneggia…forse anche un pelo di troppo, ma è uno showman consumato, ci sa fare. E’ in ottima forma, 69 anni portati benissimo. Ci spiega che BLACKBIRD parla dei diritti civili in America negli anni sessanta, ci ricorda l’affetto per George Harrison mentre introduce SOMETHING con l’ukelele. Quando entra la band e il pezzo si presenta in tutta la sua bellezza, Lasaurit inizia a piangere…musica troppo bella per una donna di blues, non può far altro.

(PMC a Bologna – Foto di LS)

BAND ON THE RUN, BACK IN USSR, I’VE GOT A FEELING, A DAY IN THE LIFE…roba da togliere il fiato. LET IT BE è una delle più gnocche ma è lì che cado, lacrime calde scendono dagli occhi pensando alla Mother Mary che dispensa saggezza…

When I find myself in times of trouble
Mother Mary comes to me
Speaking words of wisdom, let it be.
And in my hour of darkness
She is standing right in front of me
Speaking words of wisdom, let it be.
Let it be, let it be.
Whisper words of wisdom, let it be.

LIVE AND LET DIE è spettacolare: fiamme, fuochi d’artificio, scoppi…che super produzione.

(Live And let Die – Foto di LS)

HEY JUDE, DAY TRIPPER, GET BACK, YESTERDAY…ma chi è che nel giro di mezzora può proporre canzoni proprie di questo livello? Son contento, per quasi tre ore ho fatto sì che il mio animo si immergesse in musica di altissima qualità  fatta sul momento. Mi sento bene, le orecchie si purificano dalla schifezza che si sente in giro oggi e in circolo nel mio corpo di sono le giuste vibrazioni. Grazie Paul.

(PMC a Bologna 26/11/2011 – Foto di LS)

Magical Mystery Tour
Juniors Farm
All My Loving
Jet
Got to Get You into My Life
Sing the Changes
Night Before
Let Me Roll It
Paperback Writer
The Long and Winding Road
1985
Come and Get It
Maybe I’m Amazed
I’m Looking Through You
And I Love Her
Blackbird
Here Today
O’ Sole Mio (al mandolino) / Dance Tonight
Mrs Vandebilt
Eleanor Rigby
Something
Band on the Run
Obla Di Obla Da
Back in the URSS
I’ve Got a Feeling
A Day in the Life
Let It Be
Live and Let Die
Hey Jude

BIS:

The Word/All You Need Is Love
Day Tripper
Get Back

BIS 2:

Yesterday
Helter Skelter
Golden Slumbers / Carry That Weight / The End

Blues da giornalista (musicale): “IN ITALIA PRECARI PER LEGGE” di Giancarlo Trombetti

25 Nov

C’è stato un tempo in cui immaginavo che sarei stato orgoglioso di appartenere a un Ordine, a quello dei Giornalisti. E ricordo bene che non mancavo mai di usare le due maiuscole, citandoli. Ricordo che impiegai sei anni per riuscire a trovare l’ideale accoppiata tra numero di articoli scritti…e quelli pagati, necessari a entrare tra gli eletti. Eravamo nei tardi anni settanta e quel mestiere, anche se si trattava di disquisire di vile intrattenimento musicale, era già un casino. Nulla in confronto a quel sarebbe venuto in seguito, però. Mi ricordo che quando la magica sequenza numerica pagata corrispose a quello che avrei dovuto accumulare in due soli anni di collaborazioni, misi ingenuamente tutto in due borse decisamente pesanti e me ne andai a Firenze. La sede era in pieno centro e girovagare per la città con quei sacchi faceva di me un rivenditore non autorizzato anzitempo; all’epoca non esistevano altro che i polacchi che ti pulivano i vetri, ma a Roma. Quando mi resi conto che alla segreteria dell’Ordine l’ultima cosa che interessava era la copia originale, integra, dei giornali dove erano pubblicate le mie scelleratezze, mi sentii un idiota. Ma quando, pagata l’iscrizione, mi arrivò la mia tesserina numero 52914 immaginai di avere fatto un passo importante nella mia vita.

Ero il medesimo stronzo ma con una Tessera di un Ordine in tasca. Non la usavo per aprire alcuna porta ma pensavo che me ne avrebbe suggerite lei a decine; giravo con la tessera nel portafogli un po’ come il personaggio di Gaber faceva nel suo monologo, quello della pistola. I primi anni fu anche divertente prendere tessere scontate di treni e ottenere pagamenti forfettari per autostrade per quanto non regalate, ma furono sensazioni di un attimo. Credo che oggi la sola tessera per sconto sui treni delle FFSS sia disponibile insieme a quella dell’Alitalia; quella forfettaria per le autostrade è scomparsa da decenni. Ma appartenevo ugualmente a un Ordine! Un Ordine silenzioso e non invasivo, che si faceva vivo con me e mi disturbava solo ogni cinque anni, per chiedere cosa stessi facendo. Sì, perché per restare iscritto non bastava pagare l’iscrizione: bisognava continuare a lavorare, lavorare da giornalista. E dimostrarlo. Già ma come, esattamente? Semplice: bastava fornire prove tangibili, meglio però farsi fare una dichiarazione dal tuo direttore o da uno dei tuoi direttori che attestava la continuità e la qualità del tuo lavoro. Sì, il ragazzo scrive, continua a farlo, oppure, si…collabora a radio, televisione, scatta foto…che non era il mio caso, mai scattato una foto, ma questo perché nel frattempo anche i fotografi erano diventati giornalisti pubblicisti. All’inizio tutto mi parve regolare, persino inviare al Mio Ordine una dichiarazione di un direttore responsabile che diceva, serenamente, che tu eri da considerarsi giornalista anche se avevi un inquadramento da tecnico o impiegato. Ma era il fascino dell’Ordine. Un Ordine che scelse illo tempore di dividersi in due per salvaguardare l’integrità e la cristallinità del “primo livello”, quello del professionista, ma di prevedere pure la figura del “pubblicista” che, da quel che mi era parso di capire, sarebbe servito sostanzialmente da anticamera alla professionalità agognata o all’inquadramento di figure che già appartenevano ad altri Ordini. Un avvocato che pubblicava articoli, ad esempio. Poi la scelta di non iscrivermi ad altri Ordini e di tentare di campare facendo il mestiere; tanto prima o poi quei due anni di praticantato sarebbero arrivati.

Ero giovane e avrei creduto anche a Babbo Natale pubblicista, me lo avessero fatto vedere appoggiato al bancone di Piazza della Signoria. Poi gli anni in redazione, a far giornali, a imparare il mestiere e fare giornali con le proprie manine, la radio nazionale, il passaggio a una redazione televisiva, il salto al palinsesto, quello più lungo alla direzione di rete, le consulenze, i format, le riunioni notturne con autori e creativi e registi e sedicenti artisti a lavorare sul prodotto come e più di loro e quel contratto che non arrivava mai.

Ma eri in crescita, non ci facevi caso, pensavi a quello che – prima o poi e sempre più poi che prima – veniva versato sul conto corrente. E le aziende! Mica robetta da fosso a fosso: periodici e quotidiani, radio e tv che si vedevano e si sentivano e leggevano in Sicilia come ad Aosta…e gli incontri con colleghi, amici, altri disgraziati che, chi più chi meno, lavoravano esattamente come te. E i tuoi editori: ricchi, potenti, famosi, che ti mettevano in imbarazzo con uno sguardo, che ti facevano sentire un pezzo di cacchina solo chinando leggermente la testa da un lato e pronunciando il tuo cognome con fare cantilenante…e poco importava che qualcuno di quei potenti sarebbe finito in galera o che ne era già stato ospite…o che non ci sarebbe finito mai, forse, tu non potevi certo prevederlo! Ma quel contratto…no, quello proprio no. Un contratto, è bene dirlo e sottolinearlo, che rappresentava l’unica via alla professione, quella vera, alla tessera rossa, quella che un noto giornalista dell’ultrasinistra che oggi pontifica sul precariato in televisione mi sbatté letteralmente in faccia quando mi incazzai nel corso di una riunione nazionale dei rappresentanti di categoria. Ma quale categoria? Di quella supposta, idealizzata, o di quella reale?

Fu così che, un giorno, dipendente di un noto editore legato a brand di partito che proprio non dovrebbe prevedere neppure il pronunciamento di parole come “insicurezza professionale”, “mancato rispetto degli inquadramenti contrattuali” scelsi di prendere un’altra tessera, quella di un sindacato che mi avrebbe tutelato. E con due di loro, intraprendenti tipi che divennero pure amici, ed un mio vecchio sodale, mi ritrovai in una riunione di RSU il cui acronimo ai tempi non conoscevo neppure, con colleghi di Rai e Mediaset e TMC che rivedevano il contratto nazionale che prevedeva…horribile dictu! al sesto livello, impiegatizio, una figura che era del tutto e per tutto analoga a quella del redattore di testi, dunque di giornalista o di autore e fu in un piovoso pomeriggio di ottobre di mille anni fa che mi feci molti nemici insistendo che era una vergogna che nessuno, in decenni di televisione se ne fosse mai vergognato. Quell’articolo venne rivisto ed ancor oggi, quando ci penso, ne sono orgoglioso. Ma nessuno mi disse mai che avevo fatto bene. In quell’azienda c’erano cameramen inquadrati con il primo livello operaio e amministratori di primo livello impiegatizio, registi e artisti con contratti a tempo indeterminato, da impiegati, decine di redattori con contratto da stagista eppure ricordo solo che l’editore si risentì, e molto. Ma non ricordo una nota da parte del Mio Ordine. Ma ricordo perfettamente quando, metà dei novanta, mi vennero, dal Mio Ordine, richiesti versamenti contributivi. Ne chiesi motivazione. Mi venne risposto che avrebbero contribuito al mio trattamento pensionistico e al breve cenno al fatto che lavoravo da presunto giornalista da almeno quindici anni e che non avevo ancora visto l’accenno di quel famoso contratto, mi venne risposto, seccamente:”…che era una pratica purtroppo molto diffusa”.

(nella foto: Giancarlo Trombetti)

Ecco, fu quel giorno che iniziai a riflettere e a cercare di capire. Mi domandavo perché in Europa si parlasse di inesistenza di un Ordine dei Giornalisti mentre in Italia era uno dei più temuti; cominciai a chiedermi perché, a tentare di capire quali le motivazioni reali per un rifiuto che non aveva senso: tutti lavoravamo da giornalisti, il nostro Ordine Tutelare lo riconosceva, ma nulla accadeva. Anzi, era proprio lui, l’Ordine, ad accettare che un precariato venisse codificato e ufficializzato, che aveva stabilito che lo status professionale fosse accessibile solo attraverso la firma di un contratto di lavoro: un caso non raro ma unico al mondo! Quale altra appartenenza a un Ordine era mai stata subordinata alla firma di un contratto, quale accesso alla professione era possibile solo in seguito a un esame che non era sostenibile senza quel contratto che nessuno era disponibile a firmarti. Quel medesimo Nessuno che però, senza il tuo lavoro non sarebbe mai potuto esistere. E così mi chiesi come fosse possibile che un Padre potesse accettare che il proprio figlio lavorasse da precario essendo lui il primo a saperlo, riconoscerlo e codificarlo. E a incassarne gli assegni. Mi chiesi se davvero “quel” contratto fosse così penalizzante per un editore al punto di innalzare il crocifisso, indossare la corona d’aglio e afferrare il paletto di frassino al solo sentirlo nominare. Dato che sono  deficiente mi spiegarono che era un contratto così blindato e favorevole al beneficiario che a confronto qualsiasi vincolo di sangue diveniva acqua di malva. E andando negli anni a guardare i nomi di coloro che ne beneficiavano fin dal primo ingresso nei corridoi di un’azienda, capii tutto. Era un contratto riservato, quello dell’Ordine cui appartenevo; riservato ma non a tutti i giornalisti. Solo ad alcuni, i soliti, sempre gli stessi. Con l’eccezione di pochi fortunati. Così me ne feci una ragione, non lo nominai più nemmeno per scherzo e mi preoccupai di difendere i miei diritti residui.

Smisi persino di leggere gli aggiornamenti che con regolarità il mio ordine, ora non più con la maiuscola, mi inviava; non partecipai mai più, feci di tutto per dimenticare e solo l’urlo di qualche ancor lucido professionista di fama che ne invocava l’abolizione mi faceva alzare, distrattamente, un sopracciglio. Fino alla settimana scorsa, quando l’ennesimo notiziario ufficiale mi osserva facendo capolino dalla cassetta delle lettere, con un titolo che non posso evitare di leggere: “Giornalisti precari, un vergognoso silenzio”.  E non posso resistere, leggo. Leggo una difesa a spada tratta del Nostro Presidente che tutto rifiuta ma che non spiega come impedire questo vergognoso traffico di lavoratori non tutelati – non inquadrati – non contrattualizzati. Non dice nemmeno come “il suo” ordine intenda operare “per non chiudersi in un ruolo notarile di custode dell’albo professionale, decidendo di impegnarsi…per garantire il rispetto della deontologia e per promuovere attività di formazione…”. A fianco, il Consigliere Nazionale dell’Ordine aggiunge : “La realtà la conosciamo fin troppo bene. Semmai è il caso di denunciarla, perché l’indignazione non può essere solo di chi vive tutto questo sulla propria pelle…quando si parla di giornali fatti con decine e decine di collaboratori senza contratto, senza diritti, senza futuro… è macelleria sociale”.

La mia mano corre al portatile. Sono in dubbio e leggo il giorno, è un lunedì di ottobre, anno domini 2011. Dunque sanno, dunque sono vivi, dunque sono vigili? Non sono caduto in un buco spazio-temporale. Il resto di quel giornale è riempito dalle testimonianze di chi, pubblicista e precario, lavora da professionista, si sente tale – e lo sarebbe al di fuori dei nostri confini italici – e viene pagato come i raccoglitori di pomodori extracomunitari, quando il San Marzano è prossimo a maturazione: dai quattro ai dieci euro. Al centro, in evidenza in un bel box azzurrino, tra le urla di testimonianza del precariato a contornarne l’impaginazione, un tal Giacomo che dichiara di esser stato menato per il naso dall’ennesimo editore, poi mobbizzato, poi maltrattato, poi difeso obtorto collo dall’ordine perché “…la situazione era palesemente nota al segretario della federazione regionale del sindacato che faceva parte del CDR (comitato di redazione) del giornale e al presidente dell’ordine regionale (…quello che firma lo sdegno di cui sopra! nda) anche lui dipendente del giornale….”infine licenziato dopo l’inevitabile azione legale.

Mi girala testa. Credodi aver letto male, così riprovo. No, avevo ben inteso : l’ordine cui non capisco più perché appartengo, dichiara di sapere che una percentuale di assoluta maggioranza dei propri iscritti lavora privo di tutele, garanzie e paga adeguata. Sa di esserne causa, per colpa di quella scellerata divisione in contrattualizzati e non, non interviene…ma prossimo al 2012 pubblica le testimonianze e le prove viventi del proprio crimine e lo fa con naturalezza, senza capire cosa stia facendo, cosa stia pubblicando, cosa vada sostenendo.

Ecco, ripongo il notiziario sul fondo del sacchetto dei rifiuti, dentro la pattumiera, al suo posto.

Il suo solito posto e apro il mio quotidiano, pieno di firme di giovani professionisti, rampolli di nobili lombi, sotto contratto ancor prima di conoscere l’indirizzo del proprio luogo di lavoro e chiudo gli occhi e penso che l’Europa debba essere una gran cosa perché lì, io sarei un professionista dal 1978.

E invece qua sono il solito stronzo. Va a finire che prima o poi mi ci trasferisco.

Giancarlo Trombetti 2011

Intervallo: consigli

24 Nov

 

FUMETTI novembre 2011: LILITH 7 /JULIA158 / SHANGHAI DEVIL 2 / LINEA DI SANGUE

23 Nov

LILITH 7 “La Signora Dei Giochi” (Bonelli – euro 3,50) – TTTT

JULIA 158 “Illegittimo” (Bonelli – euro 2,70) – TTT

SHANGHAI DEVIL 2 “La Città Proibita” (Bonelli – euro 2,70)- TTT

LINEA DI SANGUE (Romanzi A Fumetti Bonelli – euro 9) – TTTT

L’angolo della posta: Who, Rolling Stones,Jethro Tull, Pink Floyd Fort Knox Box Set

22 Nov

SCRIVE PICCA: “Quadrophenia Billionaire Version box, Some Girls SborrDeluxe box, Aqualung Titillation Edition box, Wish You Were Here Godiment immersion box ….cazzo facciamo Tim? Li compriamo tutti… e vaffanculo?”

RISPONDE L’ESPERTO:Da sempre attratto da queste edizioni, inizio a pormi questioni etiche e morali (sull’aspetto economico non mi interrogo nemmeno più, tanto anche se a volte i soldi non ci sono se cado in modalità “fustinella” l’oggetto lo compro e rinuncio ad altro). Non riesco ad elaborare una risposta. Per ora procedo con SOME GIRLS (Bluray e Cd). Il resto eventualmente il prossimo anno.