Considerazione su Clarence Clemons

11 Nov

Francesco lo conosco ormai da diversi anni, tramite Polbi; romano trapiantato in Emilia, fratello di sangue black and blue, fratello di sangue rock e di affinità elettive. Francesco ama il rock americano di Springsteen quanto io amo l’hard rock blues inglese. Francesco è uno con cui ci si può sedere ad un tavolo e parlare di illumismo, oltre che di calcio e di figa. Pubblico dunque con piacere questa sua riflessione su Clarence Clemons, il nero sassofonista di Bruce che se ne è andato questa estate.

Questa estate, a Scilla, parlando di musica fra un’immersione e l’altra con Paolo, è venuto fuori qualcosa sulla recente scomparsa di fratello Clarence Clemons e sulla sua importanza nell’economia del suono della E-Street Band. Inutile dire quanto questa perdita mi abbia colpito, io springsteeniano almeno nella stessa misura in cui sono interista, cioè non dalla nascita ma da vite precedenti. La domenica di giugno in cui ho appreso la notizia ho pianto come un bambino, e c’è voluto un po’ per spiegare a Clara che andava “tutto bene, papà non ha niente, però…” Frase fatta, lo so, “sono sempre i migliori che se ne vanno” però poi leggendo certe notizie sulle vicende politiche di casa nostra scopri che… è proprio così! E allora Paolo mi ha invitato a scriverti qualcosa per il blog.

Lo faccio ora, con la mente (e il cuore) più lucidi e sollecitato dalla visione del bellissimo documentario sul “Making of Darkness on the Edge of Town” contenuto nello splendido cofanetto uscito lo scorso anno. In un passaggio dell’intervista in cui ricorda la lavorazione di quell’album Bruce dice che faticava ad inserire nei vari pezzi il suono del sax di Clarence: ecco, quella è stata la conferma alla mia “teoria della speranza” che si sprigionava ogniqualvolta Clarence dava fiato – e “pompa” – al suo strumento.

Bisogna fare un piccolo passo indietro, a quel “Born to Run” che sancì definitivamente la grandezza di Springsteen, della sua musica e delle sue “sceneggiature” di tre-quattro minuti. Già il titolo è un manifesto, born to run, rende subito l’idea di dinamismo, di qualcosa che si muove e non vuole – non può – fermarsi, qualsiasi cosa stia succedendo intorno. I testi di Bruce parlano di vita vissuta, spesso ai margini, lavorando tutto il giorno inseguendo quel “sogno americano” che, per la maggior parte degli americani, resta appunto un sogno e basta. Però in BTR (vado con gli acronimi) la speranza è sempre viva, anche quando sembra che vada tutto storto: e nel suono questa speranza è scandita proprio dal sax di Clarence. Quando la canzone si “apre” ed entra il sax, eccola lì la speranza: magari effimera, illusoria, ma speranza diamine! E infatti in quel disco Clarence è uno dei protagonisti indiscussi – a partire dalla splendida copertina – insieme al piano di Roy Bittan. Senza il suo sax quelle corse in macchina non porterebbero da nessuna parte e magari Wendy avrebbe detto no, e Mary non avrebbe mai potuto abbandonarla quella città di perdenti, le strade secondarie sarebbero rimaste per sempre vicoli bui e maleodoranti e non luoghi ove comunque poter vivere la propria giovinezza, non ci sarebbe stato nessun Eddie a darci un passaggio e magari insieme a Magic Rat sull’asfalto ci sarebbe rimasto pure qualcun altro. Ecco, l’assolo di “Jungleland”, quello che Gianluca Morozzi ha definito “strappa ginocchia”, a chiudere un disco malinconico ma forte, sconfitto ma mai domo, stanco ma sempre in corsa, disilluso ma fiero!

Tutt’altra cosa “Darkness on the Edge of Town”, anche qui già a partire dal titolo. Stavolta ai margini della città c’è solo buio, un buio minaccioso e avvolgente che ci impedisce di guardare oltre, di vedere una speranza, un sogno, un amore. Già, proprio questo è il punto: non c’è una canzone d’amore in “Darkness”, e Bruce stesso lo conferma nell’intervista cui accennavo prima: neanche “Candy’s room” la si può considerare tale. Avrebbe dovuto esserci nientemeno che “Because the Night” ma fu esclusa all’ultimo momento e poi sappiamo come andò a finire. Incidenti in autostrada, fabbriche che ti portano via la vita, strade di fuoco e terre promesse che poi tanto promesse non sono, padri che incolpano i figli del proprio fallimento, ma amore niente. E senza amore, beh, quale speranza potrebbe esserci? E allora No speranza No Clarence, il suo sax relegato in secondo piano, quasi avesse paura di disturbare l’elaborazione del dolore che viene fuori dai solchi del disco. E sarà sempre così, tutti i dischi più “cupi” e drammatici di Springsteen faranno a meno della speranza e della forza sprigionata da questo grande uomo (grande in tutti i sensi): “Nebraska”, “The Ghost of Tom Joad”, “Devils and Dust”. Così è la vita, per tutti: si passa dalla speranza all’ansia di non farcela e poi di nuovo alla speranza, e così via. E Bruce, da 40 anni, non fa altro che raccontarela vita.

Nessun addio fratello Clarence, tanto lo sappiamo che tu sarai sempre qui con noi, e ogniqualvolta avremo bisogno di sperare ci basterà far partire un tuo assolo…”

Francesco Prete (C) 2011

INTERVALLO

10 Nov

(cliccare sopra alla vignetta per ingrandirla)

…IN FONDO DI FRANKIE MILLER NON CE NE IMPORTA UN CAZZO.

9 Nov

Mi ero ripromesso che avrei riprovato ancora una volta con Frankie Miller e così  eccomi lì con i 4 cd che Picca mi ha fatto recentemente.

Ho sempre pensato a Frankie Miller come ad un cantante che mi dovrebbe piacere, visto che è un cantante del nord della Britannia e  per i cantanti del nord della Britannia (cresciuti con la musica nera negli anni sessanta) ho un certo debole… John Miles, Paul Rodgers, Robert Plant.

Lo ascolto, ma niente da fare. Frankie Miller non fa per me. Credo che ciò sia dovuto anche al fatto che a me il Rhythm and Blues non piace. Certo, ci sono eccezioni, EDGAR WINTER’S WHITE TRASH, ETTA JAMES, TINA TURNER …ma in generale è una musichetta che non mi prende, a me piace il blues, o il boogie. Magari Miller non mi piace perché non ha i pezzi e il sound – per quanto gradevole e importante – a me non è sufficiente.

Rifletto comunque sulla cosa e cerco conforto nel confronto con Picca. Gli scrivo quello che ho messo giù qui sopra e lui mi risponde:

PICCA: “Cazzo, ti ho fatto un quadruplo che non ti piace? Sono contento… A me piace la sua voce, ma sono dischi che non ascolterò mai. Io ascolto un centinaio di dischi, sempre quelli. Gli altri al massimo mi interessano, ma in fondo non me ne frega un cazzo. A uno come Frankie Miller ci arrivi dopo che hai ascoltato altri 30000000 artisti, lo trovi gradevole, ci vai dentro un paio di giorni e poi finisce in solaio. Non me ne frega un cazzo. Se Mojo mi pagasse per scrivere un articolo di 8 pagine lo ascolterei più volentieri, ma mettermi lì a sentire un disco con impegno e concentrazione non succede da agosto con Led Zep IV, e l’episodio precedente risale credo al ’94. Dei dischi che ho comprato domenica non me ne frega un cazzo, ho buttato via dei soldi, lo so, però li compro, penso che un giorno li ascolterò ingasandomi come quando ero un ragazzino ma so anche che non succederà mai. La musica io l’ascolto così: metto su Magical Mystery Tour, parte I Am The Walrus, mi viene da piangere a pensare a quando ero giovane e e allora lo tiro via e vado a guardare Ballarò o a controllare il diario di mio figlio o a guardare Timtirelli.com o a gironzolare sul web in attesa di crepare il più presto possibile.Love. Picca”
Certo, siamo uomini di blues, lo so, ma le considerazioni poeticamente spietate di Picca mi colpisco sempre.
Gli scrivo che lo abbraccio con tutto il mio fervore rock anni settanta (fine sessanta), poi tolgo il cd di Miller e metto su uno dei miei 50 dischi che ascolto, sempre quelli…il secondo dei FREE.
Mi verso un dito di Jim Bean in barba alla dispepsia funzionale, tiro una madonna, mi sdraio sul divanino, chiudo gli occhi e ridò vita al mio avatar mentre parte TROUBLE ON DOUBLE TIME…
 
I’ve been a bad bad boy 
And I know I should be good 
A bad boy so long that it must be in my blood oh! 
Oh! yeah 
Oh! Oh 

MISTY ALLMAN HOP: un salto alla Big House, the Allman Brothers Band Museum

8 Nov

Il nostro Polbi oggi compie gli anni, e noi gli pubblichiamo questo bell’articolo. Auguri Polbi, dai tuoi brothers and sisters del blog.

Dal nostro corrispondente negli States, Polbi:

Vecchio mio, questa te la devo proprio raccontare.

Sono appena tornato da un viaggio in macchina con Margaret da Detroit ad Orlando in Florida per motivi legati all’attivita’ subacquea. Una fiera, delle immersioni in grotta, tutte cose molto interessanti e andate benissimo. Ma non e’ di questo che volevo parlarti.

Allora… quando si viaggia in macchina in america, le stazioni di servizio sono fuori dall’autostrada, mentre lungo il percorso trovi diverse aree di sosta molto bene organizzate. Durante l’ andata, due giorni praticamente non stop tanto per capirci, ci siamo fermati nell’area di sosta di Macon, Georgia.

(Macon all’inizio del secolo scorso)

Come spesso accade, c’era uno spazio informativo realtivo alla citta’, con personale e materiale turistico vario. Margaret, sperando in una sosta nel viaggio di ritorno, ha iniziato a chiedere un po’ di cose. Io in Georgia non c’ero mai stato, ed e’ un posto famoso per la bellezza delle architetture, la storia, i paesaggi e mille altre cose, che probabilmente sai meglio di me. E cosi’ parlando con un simpatico addetto al pubblico, scopriamo che Macon e’ anche un posto  con una grande tradizione musicale. Otis Redding e Little richard sono nati qui e c’e’ anche uno storico teatro che ha ospitato le primissime esibizioni di Bessie Smith, James Brown e numerosissimi altri geni della musica nera americana. Ci sono tante testimonianze della guerra civile, chiese molto belle e case-museo interessanti. Fra cui una: La Big House, casa comune degli Allman Brothers. Aperta al pubblico e in parte adibita a museo della band. Un brivido mi corre lungo la schiena. Certo, come ho fatto a non pensarci, Macon Georgia e’ la citta’ dove stavano gli Allman! Che roba ragazzi, non mi sarebbe mai venuto in mente se non ci fossimo fermati a parlare con il tipo…Pero’ veramente non abbiamo tempo, dobbiamo essere in Florida in serata, e’ tempo di muoversi. Prendo al volo un paio di depliant e spero di farcela al ritorno.

(Macon oggi)

E cosi’, dopo qualche giorno di Florida e immersioni in sorgente, eccomi di nuovo sulla Interstate 75 a macinare miglia con la testa piena di pensieri, e ricordi vicini e lontani tutti mischiati insieme, come capita quando guidi in macchina per molte ore di seguito. Il paesaggio e il clima cambiano lentamente col trascorrere delle ore, dall’ambiente sub tropicale della foresta in Florida, all’autunno dolce e colorato della georgia del sud, e poi finalmente Macon. Oggi con l’aiuto dei navigatori gps e’ diventato tutto piu’ facile, e in un attimo siamo nel centro storico. Prima grande meraviglia, un centro storico in una citta’ americana. Arriviamo al Visitors Center, e scopriamo che siamo arrivati troppo tardi, sono le quattro e mezza di pomeriggio e per misteriose ragioni tutto chiude alle cinque!

Da uomo del sud quale sono, accetto il bizzarro orario al pubblico senza fare troppe discussioni, ma, al tempo stesso, proprio perche’ sono un uomo del sud, so che non bisogna mai fermarsi alle apparenze in questi casi e a queste latitudini, America o Italia che sia. Chiedo quindi a Margaret di fare una telefonata all Big House, non si sa mai, magari sono ancora aperti e ci lasciano dare un occhiata…Magari se gli dice che veniamo dall’Italia e da Detroit…Aspetto quindi con un nodo allo stomaco mentre lei digita il numero e parla con qualcuno li’… ed ecco che un sorriso le si apre sul viso. Non solo ci aspettano senza nessun problema, ma oggi nel giardino hanno organizzato un concerto, quindi andranno avanti tutta la notte a suonare, bere, mangiare e quant’altro. Ce la possiamo prendere comoda, no problem. Salto di gioia, benedico il dio del tuono e del r’n’r’ e mi vado a fare una passeggiata in tutta tranquillita’ nelle strade di Macon inondate di sole. La citta’ si sviluppa su una collina e questo le da’ un fascino in piu’. E’ piccola e a piedi si va ovunque. Architetture fantastiche, case in stile ‘800 grandi e bellissime. Qualche persona in giro, un po’ di poverta’ di troppo direi a vedere certi tipi e situazioni, ma niente di particolarmente allarmante. Noi veniamo da detroit e questo e’ niente. E poi, questi sono gli States bellezza, non si scappa alla regola.

Finalmente saliamo in macchina, e dopo un brevissimo traggitto in salita, questione di minuti,  arriviamo alla Big House. Siamo ancora praticamente in centro e la casa da lontano e’ alquanto imponente. Nel giardino sul retro stanno facendo un soundcheck, e’ un ambiente spazioso con dei grandi alberi dai colori autunnali. Un grande cancello in ferro lavorato con un fungo gigante e la scritta “ The road goes on forever” e’ la prima cosa che noto. Un uomo dai capelli lunghissimi ci sorride sul marciapiedi. Arrivati alla porta di casa suoniamo il campanello, anche esso a forma di fungo, e un ragazzo ci apre la porta dandoci un caloroso benvenuto. Ci stavano aspettando, sanno che veniamo da Detroit e Roma, sono felici della nostra presenza, l’ingresso costa otto dollari e se vogliamo possiamo fermarci per il concerto tutto il tempo che vogliamo. Poi ci da’ qualche informazione di base sulla struttura della casa-museo, una guida molto semplice e dettagliata, un altro paio di depliant e ci saluta che hanno da fare per la serata. “ Andate in giro, fate come volete, e se avete bisogno mi trovate in giardino”.

Mi guardo in torno e la prima sensazione che ho e’ quella di non essere affatto in un ambiente da rockstar, ma in una grande vecchia casa americana come ce ne sono tante, tuttora abitate spesso da ragazzi che continuano ad adibirle a casa-studio-sala prove. Certo questa e’ proprio molto grande, ma se pensiamo che ci ha vissuto a fasi alterne tutta la famiglia allargata degli Allman Brothers…stiamo parlando di decine di persone fra musicisti, roadies, compagne, bambini e animali!

Alcune stanze sono adibite a museo, con una collezione di memorabilia e materiale vario connesso alla band veramente incredibile. Non sai dove guardare, posters dell’epoca, riviste, migliaia di foto, backstage pass, dischi d’oro, vestiti colorati, di tutto di piu’. E poi strumenti. Chitarre, la Les Paul di Duane davanti ai miei occhi, amplificatori, batterie, bassi, strumenti acustici. La custodia da basso con le lettere della band che appare in copertina del live al Fillmore, messa nella stanza dove provavano quasi tutti i giorni. Brividi. Altre stanze invece sono rimaste intatte come ai tempi della band. La camera da letto di Duane. Quella di Berry Oakley, che aveva originariamente affittato la casa con la moglie e la precisa intenzione di trasferirci tutta la band. Non un filo di lusso, niente del superfluo dei nostri giorni, ma la calda eleganza di una casa padronale di duecento anni. Ancora brividi. Nel frattempo gente arriva per il concerto. Qualcuno gira per la casa, ma ho la sensazione che ci siano gia’ stati. In cucina al pianterreno c’e’ segnalato il punto dove Betts ha scritto Ramblin’ Man, e una suo personale ricordo scritto sulla sensazione di creare musica nella Big House fra il ’70 e il ’73.

C’e’ un piccolo giftshop. Ci sono tante cose belle, ma non compro niente. Non scatto foto, se non un paio che nemmeno so bene perche’. Non riesco a fermarmi su nessun particolare. Voglio solo starmene un po’ li’, guardarmi intorno con gli occhi e con i sensi. Vengo pervaso da una bella sensazione, difficile da descrivere, come una struggente nostalgia, una dolce tristezza. Gente va e viene, il concerto sta per iniziare, ci sono molte famiglie con i bambini, moltissimi ragazzi fra i venti e i trenta. Una macchina della polizia si ferma a guardare dall’altro lato della strada. C’e’ ancora una luce bellissima nonostante il sole sia tramontato da poco, tipica del sud. Continuo a guardarmi intorno rapito da questa atmosfera magica e inattesa. Adesso pero’ si e’ fatto tardi, dobbiamo andare, la strada per Detroit e’ lunghissima e siamo molto stanchi. Mi volto ancora un attimo prima di attraversare. E li vedo ancora li’, Duane e Berry e tutti gli altri, sugli scalini davanti alla porta di casa.

(At Fillmore notes – foto di Polbi)

Saliamo in macchina in uno stato emotivo molto forte, felici di questa piccola scoperta. Io di questa casa-museo non sapevo nulla e Margaret non e’ assolutamente una fan dei fratelli Allman. Pero’ anche lei mi parla di aver ricevuto particolari vibrazioni positive nella casa.Guido seguendo il navigatore con lo stereo spento mentre nelle strade di Macon si fa sera. Dopo non piu’ di un miglio, in una via in discesa, Margaret mi dice di fermare. Ha visto la palazzina della Capricorn Records! Lei ha un antenna speciale per le vecchie label, questo ormai lo so bene. Affianco la macchina, e sulla mia sinistra vedo quelli che una volta erano stati gli uffici e gli studi della mitica Capricorn. Purtroppo e’ tutto ormai abbandonato e un po’ in rovina. Ci facciamo un paio di foto e andiamo via.

(Polbi e la Capricorn Records – foto di Margaret)

Il giorno dopo mi ritrovo al volante dopo molte ore di viaggio. Abbiamo attraversato Georgia, Tennesee, Kentucky, Ohio; il tutto immerso nei colori caldi dell’autunno. Siamo in Michigan a un ora da casa, ho spento la radio che trasmette le solite cinquanta canzoni classic rock, Margaret dorme, sono le nove di sera. E ripenso a questa esperienza appena vissuta. Mi viene anche in mente una cosa: Pochi mesi fa, il giorno della morte di mia madre, ho messo su un disco degli Allman. E non e’ una cosa che faccio spesso. Ma ne ho sentito il bisogno, e ora sono certo del perche’. Perche’ in momenti di necessita’ mi e’ capitato di rifugiarmi dagli Allman Brothers. Il motivo e’ che questa band, piu’ di ogni altra, a me personalmente ha sempre trasmesso una forte sensazione di famiglia in senso libero e positivo, di comunita’, di unione. Una sensazione molto al di la’ della musica, un sentimento profondo che questa visita alla Big House ha reso molto evidente.

Tornati a casa, mi e‘ venuta ovviamente una gran voglia di sentire la loro musica. L’unica cosa che ho qui al momento e‘ un disco doppio originale della Capricorn, Duane Allman an anthology, comprato per dieci dollari in un negozio di dischi usati a San Francisco qualche anno fa. Dentro ha un bell’inserto con testi e foto. leggo in ultima pagina “…On october 29, 1971, Duane left the band’s Big House where he’d been visiting friends. He was on his cycle, and…” no, non e‘ finita cosi‘ questa storia. La Big house e‘ li‘ a testimoniarlo. The road goes on forever.

Paolo Barone (c) 2011

NEWS: Van Halen – Simon Kirke and Bad Company – Robert Plant & Patty Griffin – Robert Plant & Alfie Boe

7 Nov

VAN HALEN

(Eddie VH e David Lee Roth)

Il 30 novembre i VAN HALEN dovrebbero apparire alle nomination per i GRAMMY e nell’occasione fare un annuncio. Immaginiamo relativo all’uscita dell’album (Febbraio 2012) e al susseguente tour. Il condizionale è d’obbligo, con quel matto di Edward Van Halen non si puo’ mai sapere. Speriamo.

SIMON KIRKE (Bad Company)

(Simon Kirke  battersita di Free e della Bad Company- photo of Lucy Piller)

Uno stralcio da una intervista rilasciata da Simon un paio di settimane fa:

From the beginning, Bad Company produced their own albums, which seems a bit bold for a new band, even though all of you had made a name for yourselves individually. During the classic period with Paul Rodgers, was there ever any pressure to adhere to the traditional system and bring in a producer?

No. Honestly, there wasn’t. We were with Peter Grant and Led Zeppelin on their label, Swan Song. Of course, Zeppelin marched to their own drum – they had engineers, very good ones – Ron Nevison and Chris Kimsey, they were good guys and they worked with us. I know Ron Nevison would have liked to have been thought of as a producer, but quite honestly, they couldn’t have added that much to the tracks.

We were so hellbent on being a success. The songs were written by us, mainly Mick Ralphs and Paul Rodgers. We had it all down when we went into the studio. And to really have someone come in and meddle just wasn’t going to happen. There’s two ways of looking at it – either the guy is a meddler, or he contributes and it’s a lonely job, being a producer.

I never felt that Bad Company needed a producer, until we lost the original lineup. I thought Terry Thomas, who produced ‘Holy Water’ and a couple of others, I thought he did a great job. But all of the sudden, it became less personal and a little bit more business like. A good producer is a catalyst.

He will suggest, try this, try that – that’s the operative role of a producer – try. I’ve helped a few people along the way and I’ve always tried to maintain that, you know, just try that – if it doesn’t work, it doesn’t work, but let’s see how it goes. A good producer is worth his weight in gold, but a bad one will just screw things up.

You have some interesting perspective on John Bonham as a drummer, having shared the stage with him. Drummer to drummer, what’s your take on Bonham?

He’s a wonderful drummer. I mean, he had great feel, apart from his attack and he was a wonderful friend. You’ve only got to listen to his drum solo on ‘Coda,’ there’s some really almost jazzy stuff. I think hands down, he’s certainly one of the all-time great hard rock drummers. And he could do stuff with his right foot that some guys can’t do with two feet. He kept great time, his fills were amazing.

I happened to watch ‘Song Remains the Same,’ the live double DVD and I forgot what a great band they were together. They played so well together and they all shared the stage. They weren’t on these huge stages like the Stones or the Floyd, they played in a little tight group. Bonham and Page were so rockin’ together. He was a wonderful player and I miss him to this day.

(Simon Kirke – photo Carl Dunn)

One of your early songwriting credits was a big one, with the song ‘Bad Company.’ What do you remember about recording that song and recording that album, which ended up to be a landmark debut album for you guys?

Yeah, it did, didn’t it? We’d just joined Swan Song Records and we’d been playing these dozen songs as our little showcase for months and months and we were ready to go into the studio, but nothing was available. But then we got a call from Peter Grant, who said that John Paul Jones had the flu.

They and Zeppelin had booked this country house in Suffolk called Headley Grange and since John was ill, it was ready to go, but nobody was playing. Did we want to take that week, and we said yeah. We all went down to Headley Grange and the mobile unit, the studio, was out on the lawn, a sixteen track [recorder].

I think we did all of the backing tracks in about five days. We started off with ‘Can’t Get Enough’ and we finished with ‘Bad Company,’ with Paul doing the vocals live on the lawn outside, full moon and all. It was just a great time. We had a ball making it. We’d rehearsed the songs so many times that it just poured out of us and became a great album.

ROBERT PLANT & PATTY GRIFFIN:

(La Band Of Joy: RP e Patty al centro)

Giunge voce che Robert Plant avrebbe sposato Patty Griffin, musicista del suo gruppo Band Of Joy. Robert vive as Austin (texas) attualnente. Sembra che i due siano innamoratissimi. Nulla di ufficiale, per ora.

ROBERT PLANT & ALFIE BOE

Ecco, quando succedono queste cose capisci che il mondo non ha futuro: Robert Plant che canta su SONG TO THE SIREN di  Tim Buckley nella merdosissima versione di Alfie Boe, un Andrea Bocelli qualunque inglese. Plant canticchia qualcosa subito dopo il 50esimo secondo. RP aveva registrato la sua personale (e niente male) versione sull’album DREAMLAND. La Decca (etichetta di Boe) dice che i due collaboreranno nel prossimo futuro (si parla anche di possibili date insieme).

Dio del rock, front man hard rock per eccellenza, quarta parte della più grande rock band di tutti i tempi, ugola d’oro del rock che dava ogni centimetro del suo amore alle ragazzine, autore  insieme a Jimmy Poige di capolavori assoluti (e questa non è la solita frase fatta)…beh, questo qui, dopo aver passato gli ultimi anni alle prese con del bluegrass cagacazzo adesso si mette gorgheggiare arie operistiche. Non c’è proprio più speranza. Che qualcuno inventi una macchina del tempo in fretta e mi riporti nel 1973, il 3 giugno, davanti al LA Forum…cazzo!

Los Angeles Forum 3 giugno 1973

Mostra Mercato del disco 5-6 Novembre 2011 Bologna Palanord

7 Nov

Dal nostro inviato Picca (aggiornamenti tramite sms):

  • Sto andando alla fiera del disco a Bologna. Cerchi qualcosa? (Sì, il cd digipack mini LP della Akarma dei MOBY DICK).
  • Vecchio…dischi rari? Dischi rari un cazzo. Erano rari una volta, quando si vendevano i dischi sul serio. Adesso si trova tutto. Vuoi il terzo Zep edizione malese? C’è.
  • Figa zero, comunque.
  • Comunque il venditore di dischi è insopportabile. Appena ti avvicini rompe il cazzo e ti offre il secondo degli AMON DUUL
  • Una rarità che ho cercato per anni l’ho già vista 80 volte in altrettanti banchi.
  • Per ora un best dei Journey a 5 euro. La caccia continua.
  • Avrei comprato tutti gli shm-cd giappo presenti, anche quelli dei Pavlov’s Dog: Poi ho pensato che ho un figlio e sono scappato via.

JIMMY PAGE on stage with ROY HARPER – London 5 nov 2011

6 Nov

“The Same Old Rock” – pezzo su cui Jimmy aveva suonato già nel 1971,dall’album di Roy Harper “Stormcock”.

(JP & RH London 5 nov 2011 – photo courtesy of Tight But Loose)

(JP & RH – London 2010 – photo Ross Halfin)

(JP & RH London 5 nov 2011 – photo courtesy of Tight But Loose)

CD Japan Remasters obsession, The Speed Queen e il senso di Tim per il blues.

6 Nov

Sono in preda ad una ossessione da rimasterizzazione giapponese…K2HD, SHMCD, o anche semplici cd  made in japan…ormai non ho più limiti. ROD STEWART, EAGLES, JOHN MAYALl, CINDERELLA, SCORPIONS, HOUND DOG TAYLOR, BAD CO, VAN HALEN, ABBA, NEIL YOUNG, DEF LEPPARD, HEAVEN AND HELL, UFO, QUEEN, CLAPTON…tutta roba che ho già ma che pare io non possa farne a meno in queste versioni di questi tempi. E il carrello di CD JAPAN è già pieno, dopo aver appena svuotato quello di AMAZON UK (ordine da 250 euro). Di questi tempi, ordine da 250 euro. Devo essere impazzito.

In macchina me li sparo a canna, per quanto discreto il car stereo, si sentirà davvero la differenza? Magari in cuffia con lo stereo da casa, ma in macchina? Ho notato però che il japanese remaster 2011 del primo della BAD COMPANY è differente da quello classico di alcuni anni fa. La chitarra si sente meno, mi pare. Soprattutto la solista. Mah.

Questo è uno di quegli album incisi sulla mia anima ed è un disco molto bello, pieno di pezzi memorabili (per chi ama il genere hardrokblues di stampo inglese)…è buffo però:  i pezzi che mi ascolto più volentieri sono i meno conosciuti: THE WAY I CHOOSE e DON’T LET ME DOWN.

I want all your love today 
Just to keep me from fading away 

Terzo sabato consecutivo in cui il rapporto con Brian è eccellente. Domenica scorsa lo ho avuto qui con me: brodo, bollito, salsine, gelato, caffè corretto con grappa fatta in casa. Brian era su di giri. Gli ho dato il colpo di grazia quando gli ho fatto bagnare il becco in due dita di Southern Comfort. Ci siamo guardati insieme il film SALT su Sky con Angelina Jolie. Commento  – in dialetto – di Brian “Che artèsta! Sl’è brèva! Brèva e bèla!”.

Ieri in centro a Ninentyland l’ho messo alla prova con una frase un po’ forte: “Oh, Brian, vè: a gh’è sol di nìgher” (Ci sono solo dei negri). Lui subito pronto e risoluto: “Beh, sa vol dir, sono tutti miei fratelli”. Brian è un vecchio molto aperto e progressista per queste cose. Ancora: lo provoco e gli chiedo chi capisce di più tra i suoi due figli e prima che lui possa rispondere gli dico “io naturalmente” e lui, “No, l’Elisa“. Gli faccio ripetere la cosa due volte e lui non esita; poi aggiunge “Le donne capiscono di più degli uomini“. Sogghigno: mi vanto di avere un padre che ragiona così su queste tematiche.

(Brian ieri al Minibar – foto di TT)

Ieri era il compleanno della SpeedQueen: cena in un elegante ristorante giapponese di Regium Lepidi e poi di corsa a Mantova alla pista indoor di kart dove la virago della velocità sfoga le sue voglie motoristiche. Vederla correre è sempre uno spettacolo.

(Shibuya – foto di TT)

(The Speed Queen a Mantova – foto di TT)

Viaggiare in autostrada al sabato sera mi piace; sulla Brennero non c’è traffico, lampioni  giallo-zafferano, autogrill finalmente vivibili, CRUSADE di John Mayall che rende l’abitacolo della blues mobile ancora più accogliente,  nostalgia, un velo di malinconia, l’attraversare la notte nera in cerca di una guiding light…insomma…il senso di Tim per il blues.

(TT: Drive My Car)

DYLAN DOG 302 – Il delitto perfetto (Bonelli novembre 2011)

5 Nov

Soggetto e sceneggiatura: Luigi Mignacco / Disegni: Bruno Brindisi / Copertina: Angelo Stano

Bella copertina, bel numero. Ho sentito in giro che – dopo un buon inizio – non è  piaciuta la storia divisa in tre ipotesi, ma io me la sono goduta. Dentro c’è Lisbeth Salander e il suo amico hacker. Bel numero. DD sa ancora sorprendermi.

Intervista a Henry Smith – roadie dei Led Zeppelin 1968/73 – (courtesy of BACKPAGE Magazine 3/11/2011)

4 Nov

The Roadie & Led Zeppelin  An Interview with Henry ‘The Horse’ Smith on The Early Days of Zeppelin

Vi segnalo questa bella intervista a HENRY SMITH, roadie dei Led Zep nel periodo 1968/73:

http://www.backpagemagazine.com/2011/11/03/the-roadie-led-zeppelin/