PAUL RODGERS – 18/04/2011 Birmingham NIA (Instant Live Ufficiale) – Concert Live 2011 – 3cd – JJJ

7 Ott

Tra tour come solista e con la BAD COMPANY, Rodgers batte spesso le strade della Perfida Albione e ogni volta che ciò accade esce qualcosa di audio/video in forma ufficiale o di instant live. Per il tour del 2011 la CONCERT LIVE ha pubblicato tre “bootleg ufficiali”, io mi son preso quello relativo alla data di Birmingham per assonanza d’animo con due provincialotti inglesi assunti a rockstar interplanetarie (Bonham e Plant, appunto). Solo Howard Leese (ex Heart) è rimasto della vecchia band e a lui si sono aggiunti il figlio di Bonham e Todd Ronning.

La qualità di registrazione è molto buona, trattasi infatti di un gran bel soundboard ben bilanciato e potente. Buona anche la performance del gruppo, solida, precisa e convincente. Naturalmente questi termini portano anche sfumature non del tutto positive nel senso che manca un po’ di insicurezza, quel senso dell’essere ad un passo dal baratro, quella spregiudicatezza che rende il rock anche una esperienza mistica. Howard Leese mi è sempre piaciuto, ma è un chitarrista che in queste situazione fa il compitino in modo ordinato: non sbaglia, non sbava, ricalca con dedizione le trame scritte a suo tempo da Paul Kossoff e Mick Ralphs, ma manca di mordente e di imprevedibilità. Ronning e Bonham jr se la cavano bene, forniscono quello che uno show di questo tipo richiede, una buona base ritmica di stampo rock blues/hard rock…certo sono un po’ legnosi.

Paul Rodgers canta sempre da dio, considerando i suoi 61 anni c’è da strabuzzare gli occhi. I suoi colleghi (parlo di Plant, Daltrey,Gillan, Coverdale etc etc) sono un pallidissimo ricordo di quel che erano in gioventù, Rodgers invece – pur non cantando come allora – si mantiene ancora su livelli inaspettatamente molto alti e canta l’hard rock con risultati convincenti e non risibili…mica poco! Parlavo ieri sera con Liso (al concerto di De Gregori) sul fatto che preferiamo oramai non andare a vedere i nostri eroi di un tempo per non soffrire nel vederli fisicamente sfatti e musicalmente in fase calante (facevamo i nomi ad esempio di ELP e Crosby e Nash), ma Paul Rodgers – parrucchino a parte – lo andrei a vedere volentieri senza paura di rimanere deluso.

Passabile la scaletta, purtroppo molto scontata…sì, è una sorta di greatest hits, di canzoni che tutti si aspettano. Personalmente avrei preferito un paio di pezzi dei Firm ( che so, SATSFATCION GARANTEED e FORTUNE HUNTER ad esempio) al posto della pallosa SEAGULL e del nuovo pezzo assai mediocre, e anche CUT LOOSE dal suo primo album invece di THE HUNTER. Nei miei sogni più selvaggi poi vedo Paul alle prese con un paio di pezzi dei LZ…TANGERINE, I’M GONNA CRAWL…ma sono appunto solo wildest dreams.

Ad ogni modo per i fan (come me), una testimonianza live da avere

CD 1
  1. Walk In My Shadow (FREE)
  2. Wishing Well  (FREE)
  3. Mr. Big  (FREE)
  4. Feel Like Makin’ Love  (BAD CO)
  5. Take Love (PR new track)
  6. Be My Friend (FREE)
  7. Fire and Water (FREE)
  8. Seagull (BAD CO)
CD 2
  1. Run with the Pack (BAD CO)
  2. Bad Company (BAD CO)
  3. My Brother Jake  (FREE)
  4. Little Wing/Angel (HENDRIX)
  5. Shooting Star (BAD CO)
  6. Rock & Roll Fantasy (BAD CO)
  7. Can’t Get Enough (BAD CO)
CD 3
  1. Ride a Pony (FREE)
  2. All Right Now (FREE)
  3. The Hunter (standard – FREE)
PRBand Birmingham 2011

CARTA CARBONE: Vasco Rossi e Ivano Fossati

7 Ott

IVANO FOSSATI “E Di Nuovo Cambio Casa” 1979

VASCO ROSSI “Ogni Volta” 1982

DYLAN DOG n.301 “L’Imbalsamatore”

6 Ott

Numero discreto. Soggetto e sceneggiatura di Pasquale Ruju e disegni di Luigi Piccatto.

 

 

PERCHE’ AMO I BLACK SABBATH di BEPPE RIVA

4 Ott

Quando Beppe Riva scrive di rock mi vengono i brividi. Mi chiedo se il rock in Italia abbia ma avuto un cantore così preparato, così pronto ad affrontare senza timori l’epica, ricca ed esoterica scrittura che si addice a certi temi. Per noi è un privilegio poter pubblicare le sue cose. E adesso, che la messa nera abbia inizio…

Forse ispirati dallo stizzito commento di John Paul Jones all’uscita di Led Zeppelin IV (“Dopo questo disco, nessuno ci paragonerà più ai Black Sabbath!”) gli  accesi sostenitori del gruppo rock più rimpianto al mondo hanno sempre sottovalutato Iommi e compagni, considerandoli musicisti di categoria inferiore, troppo rumorosi e primitivi al cospetto delle loro Divinità. Credo che anche il nostro zeppelinogo per eccellenza Tim, ideatore di questo Blog, condivida la diffusa opinione, ma non per desiderio di polemica voglio parlarvi in questa sede dei due più grandi albums heavy metal di ogni epoca, “Black Sabbath” e “Paranoid”.

Mi piacerebbe solo convincervi che se probabilmente non erano le arti nere alle origini di queste opere leggendarie, di certo la magia aleggiava nell’aria, all’epoca della loro creazione.

– PRE-ISTORIA: LA MANO DEL DESTINO …

“Hand Of Doom”, profetico brano tratto da “Paranoid”, con la sua atmosfera minacciosa ha rappresentato uno dei tanti archetipi della musica heavy consegnati dai Black Sabbath ad intere generazioni di epigoni, ma è certo che la Mano del Destino ha determinato la trasformazione di una blues-band di Birmingham senza troppe speranze, Earth, apparsa quando la parabola del british blues volgeva al termine, nella più seminale formazione proto-metallica della storia. Ed altre “fatali” casualità hanno indirizzato i quattro musicisti verso quel diabolico cambio d’identità che ha conquistato legioni di aficionados: l’esistenza di una formazione con lo stesso nome (privo di qualsiasi appeal) che già aveva inciso un singolo, convinse gli Earth a ribattezzarsi Black Sabbath, scegliendo il titolo di un film degli anni ’30 con Boris Karloff, mentre l’improvvisa infatuazione del bassista Geezer Butler per i racconti “neri” di Dennis Wheatley, fornirà al gruppo lo spunto per liriche ispirate al mondo dell’occulto e alla stregoneria, abilmente strumentalizzate come veicolo promozionale dalla casa discografica.

In origine, avevano deciso di chiamarsi in modo persino risibile, Polka Tulk: accadde nel 1967, quando Anthony Frank Iommi e William Thomas Ward, che suonavano nei Mithology, si unirono a John Michael Osbourne e a Terence Michael Butler, entrambi dei Rare Breed. Tre di loro erano coetanei (classe 1948) e a dispetto delle apparenze, il più giovane era Butler, nato nel ’49; tutti erano cresciuti ad Aston, uno dei più depressi quartieri di Birmingham, città industriale per antonomasia che potrebbe esser definita la “Detroit inglese”, instaurando precise connessioni sulla genesi del suono a tutto volume… Con tipico humour britannico, un giornalista ha scritto che l’unica “Villa” esistente ad Aston, era la gloriosa squadra di calcio! Meno ironicamente, Osbourne affermò che “Se non eri in grado di difenderti, in quel quartiere avresti finito per essere una vittima…”, giudicando questa situazione detestabile. E’ comunque attendibile ricondurre la durezza espressiva dei Sabbath alla loro estrazione urbana; anche la “reazione negativa” agli ideali hippy di amore e pace discende dalla difficile realtà quotidiana dei musicisti, figli della working class: “Non posso credere ad una visione felice ed utopistica del mondo – disse il vocalist – basta guardarsi intorno per accorgersi che non è affatto così”. Nella decadenza dei valori flower power viene individuato anche l’allarmante interesse verso l’occulto tracimato dall’underground inglese di fine sixties, frutto di rabbia e frustrazione, che proprio il primo album dei Black Sabbath porterà clamorosamente alla luce.

Quando Polka Tulk (e dal ’68, Earth) iniziarono ad esibirsi nei clubs di Birmingham, i musicisti non avevano in mente nulla di così sinistro, ed un’altra formazione blues della città, i Bakerloo di Clem Clempson, sembravano votati ad un futuro più radioso: ad intravedere qualche potenzialità negli Earth fu un trombettista jazz, Jim Simpson, che aveva organizzato un proprio management. A lui si deve l’”erudizione” del quartetto su classici blues e jazz: come in ogni proposta musicale davvero rivoluzionaria, l’idea realmente innovativa non giunge da prevedibili rimasticature, ma dalla manipolazione di materia ben differente. Così Simpson rivelò che l’invenzione degli immortali riffs  di Iommi e compagni vantava fra i suoi ispiratori addirittura Count Basie; sembra che Black Sabbath abbiano composto uno dei primi brani, “Wicked World”, dopo aver ascoltato i vecchi dischi del pianista collezionati dal loro impresario. Lo stesso Simpson programmò una serie di date nei locali tedeschi, fra i quali lo Star Club di Amburgo (reso celebre dai Beatles nel loro periodo di gavetta) per collaudare il gruppo in un necessario tour d’apprendistato. Tutto rischiò di esser vanificato da Ian Anderson, che nel ’68 invitò Tony Iommi ad unirsi ai Jethro Tull, dopo la defezione di Mick Abrahams; ma per fortuna (i Tull furono grandi comunque…) il chitarrista tornò sui suoi passi dopo sole due settimane. Ebbe però l’onore di partecipare al Rock’n’Roll Circus dei Rolling Stones con il gruppo del flautista magico! La rapida risoluzione della crisi è un altro segno benevolo del Destino, che si schiererà inequivocabilmente dalla parte dei Black Sabbath nel fatale 1970.

L’anno cruciale per le sorti del gruppo e dell’heavy rock inizia subito con la pubblicazione del primo 45 giri: “Evil Woman”/”Wicked World” esce il 2 gennaio su Fontana, e nell’edizione originale passa inosservato (sarà riedito in marzo dalla Vertigo, sulla sensazionale scia del debut-album). La facciata A è la trascinante versione,debitamente incupita, di un hit americano dei Crow, mentre il retro sarà omesso dall’edizione inglese di “Black Sabbath”, a differenza di quella americana su Warner Bros.

– VENERDI 13: BLACK SABBATH

In gennaio il gruppo è scritturato dalla Vertigo, che non sembra disposta ad investire granché sui nuovi venuti, di certo non considerati alla stregua di Rod Stewart, Manfred Mann e Colosseum, già sotto contratto per l’etichetta underground della Phonogram. Gli stessi Black Sabbath sono perplessi di fronte all’offerta economica della label: registreranno il debut-album, costato circa 600 sterline, su un vetusto 8 piste in meno di tre giorni, a dimostrazione che non servono ingenti stanziamenti e tempi biblici per creare un capolavoro del rock. Si pensi che per completare l’ultimo album con Ozzy, “Never Say Die” del ’78, ben distante dai vertici dell’opera prima, il gruppo impiegò un intero anno di lavoro.

In occasione di un viaggio a Londra conobbero il produttore Roger Bain, che decise di collaborare con i Sabbath dopo averli visti in azione all’Henry’s Blues House, un loro abituale “campo di battaglia”. Bain era rimasto impressionato dalla forza espressiva di “Led Zeppelin II”, ma si era convinto che Iommi, Osbourne, Butler e Ward potessero competere con il gruppo nato dalle ceneri degli Yardbirds.

Poco generosa in termini di retribuzione, la Vertigo non fallì però la strategia promozionale, focalizzata sul potenziale “malevolo” del gruppo e fomentando la leggenda che li voleva coinvolti in pratiche di Magia Nera. Fu addirittura alimentata la voce secondo la quale Geezer Butler aveva vissuto una traumatica esperienza d’evocazione satanica, che lo terrorizzò al punto da allontanarlo definitivamente dalle arti segrete… Al di là del gossip, la realizzazione della copertina denotava un’autentica ricerca artistica; la splendida fotografia di Marcus Keef (scattata in bianco e nero, poi colorata) occupava due facciate della gatefold sleeve: immersa in un’ambientazione profondamente “gotica”, una figura femminile vestita in nero si stagliava fra la vegetazione incolta, con  un corvo che la osservava fra i rami spezzati di un albero… Si ipotizzò che il giovane Ozzy (di gentile aspetto nonostante la voce cavernosa) si celasse dietro a quella spettrale apparizione, ma si trattava di una sconosciuta modella. All’interno della copertina, una croce rovesciata (voluta dalla casa discografica) incorniciava un misterioso, visionario testo introduttivo, che assomigliava moltissimo ad alcuni passi del “Beowulf”, poema epico sassone presumibilmente composto nel sec. VIII.

In origine si pensava che la genesi del “Beowulf” (dal nome di un re guerriero che finì tragicamente), risalisse a quel coacervo di canti conservatici della trasmissione orale, facenti parte della storia letteraria inglese. L’opera del più celebre autore di canti epici popolari, il leggendario bardo Ossian (Oisin in gaelico) fu contraffatta nel ‘700 per lanciare la moda romantica dell’”ossianismo”. Ecco perché i critici più colti parlarono di “musica ossianica” per definire l’originale stile dei Sabbath! Disturbati dal gran battage pubblicitario del “Black Magic Pop”, i musicisti negheranno qualsiasi associazione con l’occulto; ma quando venerdì 13 febbraio 1970 (anche la data é scelta strategicamente dalla Vertigo) esce il loro album d’esordio, i rintocchi di campana della title-track, “Black Sabbath” annunciano il brano più spaventevole dell’intera epopea rock, nemmeno paragonabile a quanto si era ascoltato finora, al punto che il Mick Jagger di “Sympathy For The Devil” appariva inoffensivo a confronto. Il rapporto musica-testo è stupefacente, con il mortale incedere del riff che avanza fra effetti di poggia scrosciante, mentre rimbomba l’eco del tuono, e l’urlo raccapricciante di Ozzy sembra invocare pietà di fronte a quella “figura in nero” (stavolta è il Maligno in persona) che lo addita come vittima del sacrificio rituale… Il gruppo prosegue con le fantasie gotiche di “The Wizard”, il solo brano dove Ozzy usa l’armonica, evidente retaggio del passato blues degli Earth, ed anche la libertà d’azione della sezione ritmica risente dei primitivi demo jazz che Simpson dichiara di conservare tuttora gelosamente.

In “Behind The Wall Of Sleep” e “N.I.B.” si rafforza l’inusuale, monolitico stile dei riffs di Iommi, tanto insistente sulle tonalità gravi da apparire semplicemente mostruoso… Solo in seguito si saprà che tutto ciò fu determinato anche da un incidente in officina, nel corso del quale Iommi perse le estremità di due dita della mano destra, obbligandolo ad usare accorgimenti per suonare la chitarra. Sulla seconda facciata, l’ancestrale melodia di “Sleeping Village” rappresenta un episodio fra i più evocativi in assoluto, e sfocia con soluzione di continuità nella gran bolgia elettrica di “The Warning” (riadattamento di un brano di Aynsley Dunbar Retaliation); si tratta di una sorta di medley, dove si evince distintamente come il prototipo heavy metal dei Sab Four  discenda dal loro apprendistato blues. Se da tempo il blues era definito “la musica del diavolo”, con i Sabbath assumeva la sua forma definitiva in tal senso, arricchita da un inesorabile medium: la voce di Ozzy Osbourne, quanto di più “sepolcrale” ci venne offerto dallo scenario rock inglese… In “The Warning”, Iommi si abbandona inoltre al suo assolo più virtuosistico e tempestoso, un’esecuzione insolitamente di lunga durata, che non replicherà più in futuro.

Anche per questo il primo album dei Black Sabbath resta un’atto di magia (nera) davvero irripetibile, da parte di un gruppo assolutamente consapevole delle sue risorse espressive.

La risposta del pubblico è subito eclatante: “Black Sabbath” vende cinquemila copie nel giorno stesso della pubblicazione, ed in marzo entra nella classifica inglese al n.23, giungendo fino all’ottavo posto. In America, la visita del quartetto inglese é posticipata, causa le presunte implicazioni sataniche dell’efferata strage di Bel Air, ordita dalla “setta” di Charles Manson; questo non impedisce al debut-album di vendere 40.000 copie nell’arco di due settimane.

Inevitabilmente accusati di promulgare la “teologia capovolta”, i musicisti si difendono sostenendo che “le liriche sono semplicemente pertinenti allo stile musicale decisamente heavy, e che in ogni caso costituiscono non un invito, ma un monito contro il satanismo”. Inoltre le dita alzate in segno di pace e fratellanza, ripetutamente esibite in concerto da Ozzy (eredità non sconfessata della cultura hippy) sembrano dar ragione al cantante, che dichiara di credere in valori positivi, rendendosi conto di come la crescente fama imponga al gruppo “grosse responsabilità” nei confronti del pubblico.

– PARANOID

Si scoprì che addirittura venne considerata l’eventualità di cambiare il nome per la terza volta, quando l’antagonismo con i Black Widow, famosi più che altro per il brano “Come To The Sabbat”, generò ulteriore confusione a riguardo.

Non se ne fece nulla, ma quando nel giugno 1970 il quartetto rientrò negli stessi studi di Londra, Regent Sound, dove vide la luce l’opera prima, era fermamente intenzionato ad eliminare ogni sospetto circa la sua vocazione “occultista”. Proponendo tematiche controverse ma legate alla vita reale, Black Sabbath non caddero in tentazione, rinunciando a qualsiasi riferimento demoniaco. Preceduto dal singolo “Paranoid”, edito in luglio e giunto al quarto posto in classifica, il secondo album usciva il 4 settembre 1970, e consegnava al gruppo un trionfale n.1 in Inghilterra.

Doveva intitolarsi “War Pigs” come il brano d’apertura, un inno pacifista contro gli orrori dei conflitti bellici, dove il gruppo condannava implicitamente la guerra in Vietnam.

Per evitare ostacoli di distribuzione sul mercato americano, venne però imposta la sostituzione del titolo, ed anche l’album prese il nome dell’hit-single. L’intento d’origine è però confermato dalla copertina, che non venne sostituita: un’altra foto d’effetto di Marcus Keef (ancorché non all’altezza della precedente) dove guerrieri con divise da fantascienza sembrano materializzarsi in un incubo notturno.

Ancora prodotto da Roger Bain, che concluderà il suo straordinario ciclo nel successivo “Master Of Reality”, “Paranoid” concentra forse il maggior numero di classici brani dei Black Sabbath, contravvenendo quella legge non scritta secondo la quale è estremamente improbabile realizzare un secondo album degno di un fenomenale esordio.  In “War Pigs”, streghe e demoni rivestono semplicemente un significato allegorico per rappresentare i “signori della guerra”, ed il senso drammatico della musica è più intenso che mai, come il lacerante strascico del riff di chitarra, mentre l’impetuoso drumming di Ward e le ipnotiche screziature del basso di Butler recitano parti ben distinte e riconoscibili; a tratti la voce di Osbourne fende da sola il silenzio, prima dello scatenarsi dell’uragano sonico. Personalmente reputo “Paranoid” il più grande singolo di rock duro: la leggenda vuole che sia stato composto in un amen: venti minuti o forse di meno, secondo le versioni… Con “Planet Caravan”, l’orizzonte si dischiude verso stralunate visioni di science-fiction, attraverso morbidi passaggi di onirica psichedelia, che culminano in un misurato assolo jazzy di Iommi. Anche “Electric Funeral” inscena una sorta di futuristica marcia funebre, macabra finché si vuole ma non certo sacrilega, guidata da una ponderosa chitarra wah-wah.

“Iron Man”, introdotta dalla voce distorta di Osbourne, è un brano epocale all’altezza di “War Pigs”, mentre “Fairies Wear Boots” racconta una rissa con reazionari skinheads. “Hand Of Doom” è un severa condanna dell’abuso di droga, e per la prima volta Black Sabbath rischiano di esser tacciati di conformismo, dopo aver recitato la parte di adoratori di Satana. I messaggi cristiani recapitati dal successivo album “Master Of Reality”, contribuiranno ad inquadrare il gruppo in un’ottica meno scellerata e persino moralista, come scrisse il polemico critico americano Lester Bangs… Ma nell’immaginario popolare, i Black Sabbath resteranno per sempre sinonimo di formazione “maledetta”, arroccata in un castello con il Conte Dracula nelle vesti di maggiordomo.

In tempi successivi, Ozzy ha dichiarato: “Mi sono spesso chiesto se nei nostri anni più intensi, fossimo influenzati da una forza estranea e soprannaturale, ma sinceramente non ho mai creduto che si trattasse di quello che tutti TEMEVANO!”.

BEPPE RIVA 

CATTIVA COMPAGNIA, live in San Martin On The River

2 Ott

Concerto in un “cafè” all’aperto nella zona sportiva. Niente male il posto e i titolari. E’ una bella giornata dal sapore quasi estivo. Il locale non è dotato di impianto e dobbiamo quindi raccattare da amici e conoscenti un minimo di impianto voce, aste, microfoni. Qualcosa abbiamo noi ma non basta. Riempio la blues mobile come forse mai mi è capitato.

Verso le 18 ci troviamo sul posto e iniziamo il classico rito della sistemazione strumenti e impianto che tanti operai del rock come noi conoscono. Lele è un po’ nervoso, ma dopo una Weiss diventa (più o meno) affabile come sempre. Lorenz è in grande spirito, lo invidio io sono un po’ bluesy. Pol è Pol, Lasaura è la Lasaura.

(Sistemazione palco – foto di TT)

Triboliamo un po’ a sistemare tutto decentemente, ma Lorenz, Lele e Lasaura si danno da fare, se ne intendono e così riusciamo a districarci tra problemi, cavi vari e una situazione sonora che non è certo il massimo. Lorenz nota la differenza tra le nostre due pedaliere e mi fa “Ma vacca boia, la tua è così carina”. Beh, la sua la usa continuamente, chiaro che appaia più vissuta.

(La mia pedaliera – foto di TT)

(Tre delle mie chitarre: da sinistra La Fulvia, Mara e Darlene – foto di TT)

Arriva Riff, è un bel po’ che non mi vede dal vivo, fa sempre piacere averlo intorno. Poco dopo approdano Jaypee e Labetty, Mario e Lapatty, Mauro e Daniele dei Tacchini Selvaggi e consorti, Mimmo e Lapatty e varia altra gente. Dopo la pizza e dopo aver visto i primi esaltanti 20 minuti dell’Inter spegnersi contro errori grossolani di un arbitro inadeguato, mi trovo con Lorenz a fare due chiacchiere. Il guitar-boy di LittleVineyard ha comprato un paio di costosissimi sigari cubani che vuole ci godiamo insieme in santa pace. E allora citando NSU dei Cream cantiamo “Driving in my car, smoking my cigar, the only time I’m happy’s when I play my guitar…”

(Tim & Lor the toxic twins: have a cigar. – Foto di LS)

Il posto si riempie, diversi ragazzi indossano la maglietta dei Led Zeppelin. Una veloce occhiata con Mario che ha l’auricolare sintonizzato sulla partita dell’Inter…il suo sguardo tra l’incazzato e il depresso non  fa presagire nulla di buono. Bah, meglio pensare al concerto. I primi pezzi servono a farmi capire che non sarà una serata facile. Non sento proprio Lorenz, ogni tanto lo guardo per intuire a che punto è con l’assolo o con un certo passaggio, ma essendo io quello che ogni tanto da gli stacchi e dovendo fare qualche assolo armonizzato con lui so già che sorgeranno problemi. In fatti è così, ci sono delle sbavature, dei piccoli cali di concentrazione, delle esibizioni un po’ “slabrate”, qualche pasticcio ma portiamo a casa il risultato ugualmente. Buona la risposta del pubblico. In certi momenti capisco che siamo una (hard) rock and roll band mica da ridere.

Era un bel po’ che non risuonavo i Led Zeppelin dal vivo, la sensazione è sempre mistica, specialmente ora che insieme a me oltre a Pol, Saura e Lele ho anche Lorenz. Ah, la sicurezza di avere una sezione ritmica speciale, un cantante che nelle tonalità originali puo’ cantare certi pezzi arditi e un guitar partner che pochi possono vantare di avere. Dopo il concerto come sempre ho qualche paturnia, per certe cose sono un perfezionista, uno che non è mai contento, vorrei aver suonato meglio, vorrei che tutto fosse filato nella maniera giusta, ma si sa questo idealizzare non fa bene alla salute, la vita…è un altra cosa. Mi basta Jaypee che con la solità sobrietà e sicurezza mi dice: “Bel groove, bel senso, bel rock”…e il titolare del cafè, che come compenso ci da di più di quello che avevamo pattuito. Mai sentita una cosa del genere…di solito bisticci perché vogliono farti pagare le birre di troppo che ti sei bevuto. Ah, …“San Martino…goodnight!

(La Cattiva Compagnia a San Martino, da sx a dx: Tim, Lorenz, La Saurit, Pol e Lele – Foto Jaypee)

Brian , l’uomo dalle calze corte e la gran figa.

2 Ott

Primo giorno e primo sabato di ottobre insieme a Brian. Oramai abbiamo un metodo tutto nostro per rapportarci: arrivo a casa sua, ci scontriamo un po’ nel periodo pre-durante-post bagno e poi tutto si scioglie quando lui capisce che deve fare come dico io e io capisco che deve essere dura per un vecchio accettare queste cose. Brian poi riesce  sempre a colpirmi quando – sotto le mie strette imposizioni – se ne esce declamando – col suo solito elegante sarcasmo –  il verso del sommo poeta “Libertà vo cercando…”

E’ una bella giornata. Ci fermiamo all’edicola di Ninetylands per prendere Repubblica e mi colpisce un uomo vestito in modo raccappricciante: camicia a maniche corte chiara, braghe corte color grigiastro tendente al blu, calzino corto marrone e scarpe marroni. Come si possa andare in giro conciati così per me rimane un mistero. Nessuna autostima, nessun rispetto per se stessi, nessun rispetto per gli altri e per un minimo di buon gusto.

(L’uomo con le calze corte)

Mentre esco dal viale della (ex)  stazione (ferroviaria), mi fermo un momento a contemplare insieme insieme a Brian la stazione appunto. E’ lì che son nato, in un solstizio di inverno di tanti anni fa, nella stanza relativa alla prima finestra a destra del primo piano. C’ho vissuto per un solo anno, ma quella casa mi ha sempre attratto e un po’ spaventato. Certo che nascere in una ex stazione ferroviaria e proprio da uomo di blues.

(Ninentylands Train Station: dove nascono gli uomini d blues – foto di TT)

Al Bar K2 soliti caffè macchiati con cannoli. Son lì che parlo con Brian quando entra una donna sui 35/40 anni, gonna, tacchi alti e portamento niente male. Brian la guarda, e allora io gli faccio “Gran figa”. Brian è sempre colpito quando gli parlo in modo così diretto, non è avvezzo a quel linguaggio, come direbbe Riff, Brian “E’ un gentiluomo del sud” (degli Stati Uniti nel 1800). Mi piace stuzzicarlo e far partire una complicità tutta maschile (se non maschilista). Brian sorride coi suoi occhietti da bambino e col suo solito sarcasmo aggiunge “Sì, si potrebbe anche descrivere come avvenente signora che viene a bersi un caffè”

(La “Gran Figa” si beve un caffè – foto di TT)

Nella mia vecchia casa a recuperare ancora un po’ di mie LP. Brian da basso chiacchiera per un bel po’ con Vasco. Lasìmo mi da una bellissima brochure della Edizioni Sandwhiches relativa alla tripletta dell’INTER del 209/10. Ne ho bisogno, visto anche la sconfitta col Napoli che sarebbe arrivata alla sera, sconfitta che l’arbitro Rocchi ci ha confezionato con premura.

LED ZEPPELIN’s Swan Song (Empress Valley 2011) – Bootleg – JJJ

30 Set

Eccolo qui il bootleg fino ad oggi più completo riguardante la reunion del 2007 dei LZ. I dischi 1 e 2 riguardano le prove e sono in una ottima qualità soundboard, i rimanenti sono invece la testimonianza in buona qualità audience del concerto.

REHEARLSALS dischi 1 & 2

Negli ultimi mesi le registrazioni delle prove erano apparse in internet, dapprima come mp3 di 4 pezzi, poi in qualità lossless di 16 pezzi (ma due di questi non completi…NO Q e MMHOP),  pertanto solo oggi si ha dunque la versione completa delle reharsals in questione, conosciute come The Dress Rehearsals December 5, 2007.

Ho snobbato le versioni precedenti per il solito discorso: 3 sessantenni e un quarantenne non possono competere con la versione del gruppo del 1973, le tonalità abbassate di un tono di alcuni pezzi per facilitare RP, Jimmy Page che fa il compitino non riuscendo ad arrivare a livelli degni del suo nome. Questo bootleg però me lo sono voluto sentire per intero per aver una visione più completa della cosa. Ho scoperto che – come vado dicendo ormai da 10 e più anni – il modo di cantare di RP proprio non mi piace, sembra un finocchietto. Naturalmente non non ho niente contro gli omosessuali, ma non sopporto Robert Plant quando canta così. Le esibizioni del gruppo sono essenziali, gli assoli sono corti, non c’è nessun volo pindarico che faccia sobbalzare il cuore. Parrebbe dunque un bootleg su cui soprassedere, e forse è così, ma bisogna pur segnalare che in alcuni momenti la classe e la vocazione mistica degli Zep salta fuori, allora chiudendo gli occhi per qualche minuto si riesce ancora ad essere trasportati. Questo succede nel disco 1 con NO QUARTER e NOBODODY’S FAULT BUT MINE, quest’ultima dopo un inizio incerto, in particolari momenti della fase centrale e dell’assolo di chitarra sembra davvero convincente e nel disco 2 fino alla quinta canzone. DAZED, STARIWAY, TSRTS, MMHOP, KASHMIR tutte versioni dignitose.

LIVE dischi 3 & 4

Negli ultimi 4 anni ne sono uscite di versioni audience di questo concerto, un paio di queste sono nella top ten dei bootleg più scaricati dela storia (nel sito principe del download di cose non ufficiali…parlo di Dimadozen), non mi dilungherò quindi su questi due dischi. Peccato però che la Empress Valley non abbia scelto la registrazione migliore: questa può andare, ma c’era di meglio.

 

La abbazia di Thelema di ALEISTER CROWLEY in vendita

30 Set

Su D di Repubblica del 17 settembre c’è un articolo sulla abbazia di Thelema, il villino vicino a Cefalù che per alcuni anni negli anni venti ospitò Aleister Crowley, mago, occultista, gran maestro dell’0ccultismo moderno…non si sa nemmeno come chiamarlo. Il villino (completamente da ristrutturare) è in vendita per circa 850.000 euro. Quasi quasi inoltro la news a Jimmy.

(il villino fotografato nel 2004)

L’angolo della posta:THE SONG REMAINS THE SAME

28 Set

Scrive Picca: “sapendo di fare cosa gradita a Tim, sono 35 anni oggi… auguri!… brrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr…”

Risponde l’Esperto: ” Ah…sigh… il nostro album, quello su cui abbiamo sognato di più. Di sicuro quello che consideriamo il più bel album live della storia del rock, e lasciamo disquisire altri su Made In Japan, Live At Leeds, etc etc. “Goodevening!” “John Paul Jones grand piano” “John Bonham Moby Dick Dick Dick Dick Dick” “Does Anybody remember laughters” “This is a song of hope” “New York goodnight” slogan che abbiamo marchiato a fuoco sulla nostra anima. Uscito 35 anni fa. Performance relative a 38 anni fa. Che album!”

Led Zeppelin The Song Remains The Same
1976.09.28 – 6x Platinum

Side One:
1. Rock And Roll
2. Celebration Day
3. The Song Remains The Same
4. The Rain Song

Side Two:
1. Dazed And Confused

Side Three:
1. No Quarter
2. Stairway To Heaven

Side Four:
1. Mody Dick
2. Whole Lotta Love

2007 ReissueTracklisting

Disc One:
1. Rock And Roll
2. Celebration Day
3. Black Dog
4. Over The Hills And Far Away
5. Misty Mountain Hop
6. Since I’ve Been Loving You
7. No Quarter
8. The Song Remains The Same
9. The Rain Song
10. The Ocean

Disc Two:
1. Dazed And Confused
2. Stairway To Heaven
3. Moby Dick
4. Heartbreaker
5. Whole Lotta Love

SULLO STEREO: TONY ESPOSITO “La Banda Del Sole” 1978

28 Set

Un po’ di sere fa mi torna in mente il motivetto LA BANDA DEL SOLE di Tony Esposito…roba che ascoltavo su PUNTO RADIO di Zocca 33 anni fa. Mi metto a computer, scopro il CD rimasterizzato nel  2010 su Ebay e me lo prendo. Musica strumentale mediterranea con una spruzzata di jazz-rock fine ani settanta fatta con percussioni di tutti i tipi, pentole incluse. Negli anni settanta le major pubblicavano anche dischi come questi. Come sembra tutto lontano.

Non ho trovato su youtube il pezzo in questione, così per rendere l’idea dovremmo accontentarci di DANZA CARUANA.