Quando ero ragazzino, diciamo intorno ai miei sedici, diciassette anni e dunque davvero due o tre vite fa, arrivava ogni tanto un giorno speciale. Era il giorno in cui trovavo nella cassetta della posta una busta bianca con una lunga lista di dischi in offerta; era la promozione periodica del catalogo di Nannucci, un negozio di Bologna che aveva imparato, insieme a un altro negozio di Genova, a distribuire un giornaletto ogni sei mesi, talvolta quasi un anno, per promuovere offerte particolari.

Mi ricordo che quando scoprimmo che si trattava di dischi “bucati” fu una brutta giornata. Nessuno di noi conosceva, a quel tempo, l’abitudine tutta anglosassone di “forare” o tagliare via un angolo, praticare un tassello sulle preziose copertine dei long playing; e mi ricordo che quando il primo rifornimento arrivò a destinazione, ci furono un paio di noi che telefonarono risentiti in sede. Dove ottennero la spiegazione: i dischi costavano di meno, spesso molto di meno, proprio perché erano andati fuori catalogo e i distributori soprattutto statunitensi li immettevano di nuovo nel circuito di mercato dopo averli resi facilmente individuabili. Chi sopravviveva alla sofferenza di vedere devastata una parte dell’Arte che aveva appena acquistato, si consolava col fatto di avere tra le mani un album originale solo un po’ sciupato da un piccolo foro, o da un taglietto. Ma ottenuto a un prezzo decisamente inferiore.
Non dimentichiamo che a quei tempi non è che ci girassero poi tante lirette per le mani…e se tutte finivano lì… La cosa, almeno per me, ebbe inizio tramite un amico conosciuto in collegio. No, non sono mai stato uno di quelli che si spezzava la schiena sui libri, ma quando la condotta raggiunse votazioni particolarmente basse trascinandosi dietro anche il resto – io ero al ginnasio tra il 1969 ed il 1970, capirete, anni un po’ particolari… – decisi di non veder soffrire troppo i miei genitori e di recuperare un anno che avevo lasciato per strada, letteralmente, frequentando più piazze, manifestazioni ed occupazioni che le aule del mio vecchio liceo.

E così mi auto reclusi in un collegio non eccessivamente distante dalla mia città, dove teste calde come me, di ogni genere ed ogni provenienza, venivano collezionate ogni anno per recuperare chi uno, chi due, chi tre anni insieme…piccoli record a modo loro! Là un ragazzo milanese con amicizie nell’emiliano, mi introdusse al culto di Pop Records, un giornaletto a metà tra un catalogo di dischi in offerta ed un comune periodico musicale realizzato in modo molto economico e che faceva riferimento a un negozio ligure, appunto, e mi mostrò per la prima volta il catalogo di Nannucci. I più giovani cerchino ora di immaginarsi un universo in cui non esisteva internet, non erano stati inventati i cellulari e il mondo comunicava sostanzialmente tramite pesanti e ingombranti telefoni neri di formica, spesso attaccati alle pareti, e null’altro se non una busta bianca da affidare alle Poste Italiane. Se ottenere un catalogo a casa pareva alta tecnologia, riuscire ad ordinare un po’ di merce era a suo modo una piccola impresa. Affidandosi interamente alle poste avrebbe potuto significare di vedersi arrivare indietro meno dischi di quelli ordinati originariamente data la lentezza del tramite; attaccarsi al telefono avrebbe potuto tramutarsi in una fracca di legnate da parte del titolare del contratto, dato che fare l’ordine non era esattamente una procedura velocissima ed ai nostri tempi, non esistendo le promozioni invitanti delle belle patonze odierne degli spot televisivi, ogni scatto aveva un costo rilevante. E nessun genitore avrebbe digerito facilmente spiegazioni vaghe e confuse.

Così, all’arrivo della fatidica busta bianca, ci si riuniva come dei coscritti, si tentava di leggerne tutti insieme i contenuti, si finiva col decidere di farla girare in modo che ognuno facesse i conti con il proprio budget, si mettevano insieme tutte le richieste, si aggiungevano un paio di “alternativi” a capoccia in caso di mancanze dell’ultimo minuto e ci si faceva il segno di croce…sperando nella buona sorte. Già, perché dopo giorni di studi, cancellazioni, decurtazioni ed aggiunte, non si era mai certi di quello che sarebbe poi arrivato a destinazione. A meno che, appunto, non si fosse ricorso alla chilometrica telefonata di cui sopra. A beneficiare delle meravigliose offerte del Nannucci eravamo una manciata di fanatici che avevano come scopo principale quello di completare discografie dell’artista preferito, scoprire nuove meraviglie, assaggiare suoni e gruppi di cui si era solo sentito parlare. I giornali specializzati erano scadenti e pochi, la radio lasciamo perdere, la televisione si occupava solo del pop nostrale. Sì, c’era in città un buon negozio, quello che ha permesso nel tempo al titolare di comprarsi un bell’attico di cui un paio di stanze mi dovrebbero essere come minimo intitolate non fosse altro per quanto gli ho devoluto nel corso di una vita, ma dati i prezzi “pieni” non sempre era concesso rischiare un acquisto a occhi chiusi.

Il Nannucci, invece, dati i costi, poteva permetterti di recuperare un pezzo mancante ma non essenziale, un disco di cui avevi sentito parlare ma di cui non sapevi assolutamente niente, un nome altisonante ma ascoltato solo dall’amico di cui non sempre condividevi i gusti. In sostanza: lì potevi rischiare. Fu così che robaccia strana come Deviants, Electric Prunes, Moby Grape, HP Lovecraft, May Blitz, Snafu, Quicksilver e centinaia di altri nomi che citerei adesso a caso entrarono nella mia stanza. Dove non avrebbero mai avuto accesso a cose normali. Il giorno dell’arrivo del pacco e della sua apertura era un rito magico, una macumba bianca, un momento di emozione col cuore in gola cui tutti partecipavano disposti in circolo attorno a un tavolo; ricordo che c’era sempre chi aveva mantenuto la lista delle richieste e mano, mano che i dischi uscivano dallo scatolone venivano assegnati ponendoli davanti al titolare definitivo. I mancanti portavano a un tuffo al cuore che rasentava l’infarto, un disco eccessivamente tagliato o sciupato proprio nell’angolo della copertina gatefold, apribile, veniva accolto con moccoli da scaricatore di porto. Ma il momento era sempre di rara emozione. Mi ricordo che il mio antico “Cream Live Vol 2” venne graffiato dal temperino in fase di apertura ed è ancora così che lo conservo nei miei scaffali e me lo riguardo, ogni tanto, con uno strizzotto al cuore. Perché quei momenti non torneranno più. Non solo perché non esistono più album da bucare, da mettere fuori catalogo, ma non esiste più neppure il negozio Nannucci, chiuso da oltre due anni.

Nannucci era forse il negozio più antico d’Italia e la sua scomparsa non ha rappresentato solo il passaggio da un’era all’altra, ma anche la resa e la scomparsa di una cultura che sopravvive solo nei ricordi e nel coraggio di pochi. Certo, oggi i compact si possono comprare anche insieme alla pasta Barilla ed agli assorbenti intimi ma si tratta solo dei Top 20 italiani, il che, per un appassionato di musica, fa sinceramente un po’ tenerezza…un po’ come se a un appassionato di letteratura si chiedesse il grado di interesse nell’acquistare i libri di Liala al supermercato… No, ce ne dobbiamo fare una ragione: il passato è tale e le nostre sono solo nostalgie di ragazzi un po’ troppo invecchiati. Tradizioni che non ci è stato possibile tramandare, passioni che moriranno con noi. Adesso è necessario solo lasciar spazio al web trading, al negozio dentro il tuo computer, alla speranza che i ragazzi, poco per volta, si sveglino e aprendo per la prima volta le orecchie scoprano che esiste una Montagna Sacra di musica meravigliosa che non attende altro che di essere…comprata. Anche se sinceramente non vedo come ciò possa accadere senza una guida, un faro, un guru.
Qualche giorno fa mi è arrivata una newsletter di un negozio che si è adattato ai tempi e vende la propria merce ribassata sul web; no, nessuna emozione. Ho dato una scorsa, visto che poco o nulla mi interessava, ma ho creduto di fare un gesto carino inoltrando l’email a due giovani che vivono sotto il mio medesimo tetto ma dentro le cui vene non scorre medesimo sangue ed istinti. So per certo che quelle due letterine elettroniche non sono state neppure ancora aperte. Così ho chiuso gli occhi, ripensato a tutto quel che vi ho raccontato e tenendo per mano un originale catalogo Nannucci di un paio di ere geologiche or sono e giunto ai nostri giorni per puro caso, ho concluso che non è servito a niente. Non è servito accumulare migliaia di oggetti che spariranno dall’uso quando io sceglierò di andare a vedermi nuovamente Frank di persona; non è servito a me, in fondo, perché passione e cultura sono cose che acquistano il loro valore anche se vengono tramandate, in qualche modo, se passano di mano restando vive. Ho solo concluso tra me e me che tutto quel darsi da fare che continua come una febbre che non scende mai mi ha donato un nuovo modo di vivere, di discernere, di gustare, di sorridere e farmi battere il cuore. E anche se non riuscirò mai a regalare ai miei nipoti quelle note che continuo a ritenere essenziali per un bel vivere…sono felice di sentirmi ancora scorrere i brividi sulla pelle dopo quarant’anni e passa di ricerche e raccolte. Perché al mondo c’è proprio poco, ma poco, più bello di una sequenza di note ben costruita e di uno spicchio di sole a illuminarle.
Giancarlo Trombetti
Commenti recenti