TALVOLTA SE CHIUDE UN NEGOZIO, MUORE UN’ERA – di Giancarlo Trombetti

22 Set

Quando ero ragazzino, diciamo intorno ai miei sedici, diciassette anni e dunque davvero due o tre vite fa, arrivava ogni tanto un giorno speciale. Era il giorno in cui trovavo nella cassetta della posta una busta bianca con una lunga lista di dischi in offerta; era la promozione periodica del catalogo di Nannucci, un negozio di Bologna che aveva imparato, insieme a un altro negozio di Genova, a distribuire un giornaletto ogni sei mesi, talvolta quasi un anno, per promuovere offerte particolari.

Mi ricordo che quando scoprimmo che si trattava di dischi “bucati” fu una brutta giornata. Nessuno di noi conosceva, a quel tempo, l’abitudine tutta anglosassone di “forare” o tagliare via un angolo, praticare un tassello sulle preziose copertine dei long playing; e mi ricordo che quando il primo rifornimento arrivò a destinazione, ci furono un paio di noi che telefonarono risentiti in sede. Dove ottennero la spiegazione: i dischi costavano di meno, spesso molto di meno, proprio perché erano andati fuori catalogo e i distributori soprattutto statunitensi li immettevano di nuovo nel circuito di mercato dopo averli resi facilmente individuabili. Chi sopravviveva alla sofferenza di vedere devastata una parte dell’Arte che aveva appena acquistato, si consolava col fatto di avere tra le mani un album originale solo un po’ sciupato da un piccolo foro, o da un taglietto. Ma ottenuto a un prezzo decisamente inferiore.

Non dimentichiamo che a quei tempi non è che ci girassero poi tante lirette per le mani…e se tutte finivano lì… La cosa, almeno per me, ebbe inizio tramite un amico conosciuto in collegio. No, non sono mai stato uno di quelli che si spezzava la schiena sui libri, ma quando la condotta raggiunse votazioni particolarmente basse trascinandosi dietro anche il resto – io ero al ginnasio tra il 1969 ed il 1970, capirete, anni un po’ particolari… – decisi di non veder soffrire troppo i miei genitori e di recuperare un anno che avevo lasciato per strada, letteralmente, frequentando più piazze, manifestazioni ed occupazioni che le aule del mio vecchio liceo.

E così mi auto reclusi in un collegio non eccessivamente distante dalla mia città, dove teste calde come me, di ogni genere ed ogni provenienza, venivano collezionate ogni anno per recuperare chi uno, chi due, chi tre anni insieme…piccoli record a modo loro! Là un ragazzo milanese con amicizie nell’emiliano, mi introdusse al culto di Pop Records, un giornaletto a metà tra un catalogo di dischi in offerta ed un comune periodico musicale realizzato in modo molto economico e che faceva riferimento a un negozio ligure, appunto, e mi mostrò per la prima volta il catalogo di Nannucci. I più giovani cerchino ora di immaginarsi un universo in cui non esisteva internet, non erano stati inventati i cellulari e il mondo comunicava sostanzialmente tramite pesanti e ingombranti telefoni neri di formica, spesso attaccati alle pareti, e null’altro se non una busta bianca da affidare alle Poste Italiane. Se ottenere un catalogo a casa pareva alta tecnologia, riuscire ad ordinare un po’ di merce era a suo modo una piccola impresa. Affidandosi interamente alle poste avrebbe potuto significare di vedersi arrivare indietro meno dischi di quelli ordinati originariamente data la lentezza del tramite; attaccarsi al telefono avrebbe potuto tramutarsi in una fracca di legnate da parte del titolare del contratto, dato che fare l’ordine non era esattamente una procedura velocissima ed ai nostri tempi, non esistendo le promozioni invitanti delle belle patonze odierne degli spot televisivi, ogni scatto aveva un costo rilevante. E nessun genitore avrebbe digerito facilmente spiegazioni vaghe e confuse.

Così, all’arrivo della fatidica busta bianca, ci si riuniva come dei coscritti, si tentava di leggerne tutti insieme i contenuti, si finiva col decidere di farla girare in modo che ognuno facesse i conti con il proprio budget, si mettevano insieme tutte le richieste, si aggiungevano un paio di “alternativi” a capoccia in caso di mancanze dell’ultimo minuto e ci si faceva il segno di croce…sperando nella buona sorte. Già, perché dopo giorni di studi, cancellazioni, decurtazioni ed aggiunte, non si era mai certi di quello che sarebbe poi arrivato a destinazione. A meno che, appunto, non si fosse ricorso alla chilometrica telefonata di cui sopra. A beneficiare delle meravigliose offerte del Nannucci eravamo una manciata di fanatici che avevano come scopo principale quello di completare discografie dell’artista preferito, scoprire nuove meraviglie, assaggiare suoni e gruppi di cui si era solo sentito parlare. I giornali specializzati erano scadenti e pochi, la radio lasciamo perdere, la televisione si occupava solo del pop nostrale. Sì, c’era in città un buon negozio, quello che ha permesso nel tempo al titolare di comprarsi un bell’attico di cui un paio di stanze mi dovrebbero essere come minimo intitolate non fosse altro per quanto gli ho devoluto nel corso di una vita, ma dati i prezzi “pieni” non sempre era concesso rischiare un acquisto a occhi chiusi.

Il Nannucci, invece, dati i costi, poteva permetterti di recuperare un pezzo mancante ma non essenziale, un disco di cui avevi sentito parlare ma di cui non sapevi assolutamente niente, un nome altisonante ma ascoltato solo dall’amico di cui non sempre condividevi i gusti. In sostanza: lì potevi rischiare. Fu così che robaccia strana come Deviants, Electric Prunes, Moby Grape, HP Lovecraft, May Blitz, Snafu, Quicksilver e centinaia di altri nomi che citerei adesso a caso entrarono nella mia stanza. Dove non avrebbero mai avuto accesso a cose normali. Il giorno dell’arrivo del pacco e della sua apertura era un rito magico, una macumba bianca, un momento di emozione col cuore in gola cui tutti partecipavano disposti in circolo attorno a un tavolo; ricordo che c’era sempre chi aveva mantenuto la lista delle richieste e mano, mano che i dischi uscivano dallo scatolone venivano assegnati ponendoli davanti al titolare definitivo. I mancanti portavano a un tuffo al cuore che rasentava l’infarto, un disco eccessivamente tagliato o sciupato proprio nell’angolo della copertina gatefold, apribile, veniva accolto con moccoli da scaricatore di porto. Ma il momento era sempre di rara emozione. Mi ricordo che il mio antico “Cream Live Vol 2” venne graffiato dal temperino in fase di apertura ed è ancora così che lo conservo nei miei scaffali e me lo riguardo, ogni tanto, con uno strizzotto al cuore. Perché quei momenti non torneranno più. Non solo perché non esistono più album da bucare, da mettere fuori catalogo, ma non esiste più neppure il negozio Nannucci, chiuso da oltre due anni.

Nannucci era forse il negozio più antico d’Italia e la sua scomparsa non ha rappresentato solo il passaggio da un’era all’altra, ma anche la resa e la scomparsa di una cultura che sopravvive solo nei ricordi e nel coraggio di pochi. Certo, oggi i compact si possono comprare anche insieme alla pasta Barilla ed agli assorbenti intimi ma si tratta solo dei Top 20 italiani, il che, per un appassionato di musica, fa sinceramente un po’ tenerezza…un po’ come se a un appassionato di letteratura si chiedesse il grado di interesse nell’acquistare i libri di Liala al supermercato… No, ce ne dobbiamo fare una ragione: il passato è tale e le nostre sono solo nostalgie di ragazzi un po’ troppo invecchiati. Tradizioni che non ci è stato possibile tramandare, passioni che moriranno con noi. Adesso è necessario solo lasciar spazio al web trading, al negozio dentro il tuo computer, alla speranza che i ragazzi, poco per volta, si sveglino e aprendo per la prima volta le orecchie scoprano che esiste una Montagna Sacra di musica meravigliosa che non attende altro che di essere…comprata. Anche se sinceramente non vedo come ciò possa accadere senza una guida, un faro, un guru.

Qualche giorno fa mi è arrivata una newsletter di un negozio che si è adattato ai tempi e vende la propria merce ribassata sul web; no, nessuna emozione. Ho dato una scorsa, visto che poco o nulla mi interessava, ma ho creduto di fare un gesto carino inoltrando l’email a due giovani che vivono sotto il mio medesimo tetto ma dentro le cui vene non scorre medesimo sangue ed istinti. So per certo che quelle due letterine elettroniche non sono state neppure ancora aperte. Così ho chiuso gli occhi, ripensato a tutto quel che vi ho raccontato e tenendo per mano un originale catalogo Nannucci di un paio di ere geologiche or sono e giunto ai nostri giorni per puro caso, ho concluso che non è servito a niente. Non è servito accumulare migliaia di oggetti che spariranno dall’uso quando io sceglierò di andare a vedermi nuovamente Frank di persona; non è servito a me, in fondo, perché passione e cultura sono cose che acquistano il loro valore anche se vengono tramandate, in qualche modo, se passano di mano restando vive. Ho solo concluso tra me e me che tutto quel darsi da fare che continua come una febbre che non scende mai mi ha donato un nuovo modo di vivere, di discernere, di gustare, di sorridere e farmi battere il cuore. E anche se non riuscirò mai a regalare ai miei nipoti quelle note che continuo a ritenere essenziali per un bel vivere…sono felice di sentirmi ancora scorrere i brividi sulla pelle dopo quarant’anni e passa di ricerche e raccolte. Perché al mondo c’è proprio poco, ma poco, più bello di una sequenza di note ben costruita e di uno spicchio di sole a illuminarle.

Giancarlo Trombetti

CARTA CARBONE: Vasco Rossi e Ozzy Osbourne

21 Set

Un uomo chiamato LED ZEPPELIN II (e uno ITTOD)

21 Set

Un americano di 64 anni, mentre presentava istanza di divorzio ha presentato anche quella per cambiare nome, da George F Blackburn di Bethalto, Missouri a LED ZEPPELIN II di Bethalto, Missouri. Qui sotto l’articolo.

Domani vado all’anagrafe di Nonantola e chiedo di cambiar nome in IN THROUGH THE OUT DOOR, detto ITTOD.

Domani sera alle prove già lo sento Lorenz: “Zio Can, ITTOD, quand’è che facciamo MISSISSIPPI QUEEN dei Mountain?”

Dovrò rifare la autocertificazione per il ticket sanitario e la carta di identità:

Cognome: THE OUT DOOR

Nome: IN THROUGH

Data di Nascita: 15 Agosto 1979

Carnagione: seppia

Lo sento già Brian dirmi ” Ittod, fommia la zughèda al superenalòt?”

Vedo già le email di certi fornitori: ” Gentilissimo In Through,  la lunga crisi economica ci costringe a…” oppure “Gentile sig. The Out Door, in merito alla sua gradita richiesta le inviamo…

Se non altro i miei amici saran contenti: quando riceveranno un mio sms capiranno all’istante che lo mando io e non il gestore telefonico.

(Eccomi ritratto durante un viaggio in Giappone)

 

http://rocknewsdesk.com/world-news/call-me-led-zeppelin-ii/3534/

Call me Led Zeppelin II
64-year-old cheers himself up during trip to deal with divorce papers by filing official name-change documents at the same time.

What’s in a name: Led Zep
A 64-year-old rock fan officially changed his name to “Led Zeppelin II” during a trip to file divorce papers.

And the former George F Blackburn of Bethalto, Missouri, says the move has improved his quality of life, with fellow Zep fans buying him drinks when they find out his legal title.

Zeppelin was in a courthouse dealing with the paperwork surrounding the split from his third wife when he decided to fill in one more form.

He tells STL Today: “They changed my life forever, and that’s my whole reason for doing this.”

Now even his ex-wife calls him “LZ” and friends refer to him as “Zep”.

He says: “I don’t want to appear to be some off-the-wall drug addict idiot. I just changed my name from the standpoint that I can be a better person than I used to be.”

Some people still call him George – and that’s okay too: “I want them to be comfortable. I reinvented myself. Since I became Led Zeppelin, my life has improved a thousandfold.”

In most parts of the US a name change can take place more or less instantly once applicants complete the paperwork, pay around $200 and have an announcement placed in a local newspaper.

…sigh…

20 Set

 

 

 

 

SULLO STEREO: ALCATRAZZ “Disturbing The Peace” 1985

20 Set

Oggi mi sento questo. Graham Bonnet mi è sempre piaciuto e alla chitarra c’è Steve Vai prima che iniziasse a diventare noiosetto. GOD BLESSED VIDEO (una critica aperta ai video musicali),WIRE AND WOOD e SONS AND LOVERS le mie preferite. Il resto è heavy rock di maniera. Prodotto da Eddie Kramer.

CLASSIC ROCK MAGAZINE Settembre 2011: AC/DC For Those About To Rock 30 anni dopo

19 Set

Interessante l’articolo su FOR THOSE ABOUT TO ROCK, su come la band e la casa discografica persero una buona occasione di fare uscire un degno successore al fortunatissimo BACK IN BLACK. Visto il successo che la band stava avendo con il nuovo album registrato con Brian Johnson alla voce, il nuovo presidente della Atlantic Doug Morris decise di pubblicare l’album DIRTY DEEDS DONE DIRT CHEAP, uscito in tutto il mondo tranne che negli USA 5 anni prima. Certo, la ristampa non costò quasi nulla e vendette 2 milioni di album, tantissimi… ma poca cosa in confronto ai 10 milioni a cui era già arrivato BACK IN BLACK.

Quella mossa creo’ confusione e sospetto nel mercato e da lì in poi gli album degli AC/DC non vendettero più cifre stratosferiche; un altro chiaro motivo fu che la band fece uscire un serie di dischi piuttosto brutti. Anche FOR THOSE ABOUT TO ROCK non è granché e questo perchè Malcom Young (il leader della band) decise di interrompere il lavoro che avevano iniziato con Mutt Lange negli studi Marconi di Parigi nel giugno del 1981. Ora, capisco che lavorare con un produttore non sia semplice, ma Mutt Lange è un polistrumentista e compositore di gran talento, un perfezionista, uno che aveva già prodotto HIGHWAY TO HELL e BACK IN BLACK i due capolavori del gruppo ed estrometterlo significò fare uscire album mediocri, con suoni mediocri e con pezzi mediocri.

Un articolo quindi capace di andare oltre l’agiografia e toccare argomenti meno conosciuti e scomodi. Mica roba da tutti, credetemi.

Io ricordo che nel 1981 mi sorpresi di vedere ripubblicato DIRTY DEEDS come successore a BIB e nella mia testolina di allora mi chiesi che cazzo di idea fosse e, negli anni subito a venire, come mai gli AC/DC dopo un paio di album bellissimi, avessero iniziato a far uscire dei dischi di merda (se penso a Flick Of The Switch mi viene il nervoso).

Nelle rubrica delle recensioni (HARD STUFF REISSUES) è bello notare che a LIVE AT DONINGTON 1990 degli Whitesnake danno solo 4 stelle su 10. Meno male che c’è qualcun altro nella editoria classic rock/hard and heavy ad avere un minimo di coraggio e orecchie che ancora funzionano.

ELP – “…Welcome Back My Friends” 40th Anniversary Reunion Concert – High Voltage Festival – 25 luglio 2010 – DVD – JJ1/2

17 Set

C’era bisogno di fare uscire questo DVD? Mah, temo di no. Capisco il concerto, la reunion in occasione del 40esimo anniversario del debutto, ma gli ELP del 2010 non sono gran cosa e una testimonianza ufficiale mi sembra una mossa azzardata.

Naturalmente è sempre un brivido vederli su di un palco, ma Emerson titubante su certi passaggi, Lake che sembra l’omino della Michelin, performance un po’ traballanti con l’aiuto di basi non sono un gran vedere. Certo, bisogna accettare il tempo che passa, pensare al coraggio che hanno avuto nel farsi vedere candidamente come sono oggi, sapere che il business è busiuness e che occorre spremere il più possibile da un evento del genere.

Karn Evil / Lucky man / From The Beginning / inizio Fanfare le più imbarazzanti, ci sono anche momenti in cui si intravede la loro classe e maestria, ma non è sufficiente temo.

Sono depresso nel pensare che tra poco dovrebbe uscire in versione ufficiale anche la reunion dei LZ. Come possono queste band competere con la versione di loro che ha l’ immaginario collettivo e dunque col fatto che li ricordiamo e li vogliamo come nel 1973?

La prescrizione, quella squadra di Torino e quell’individuo che hanno come presidente.

17 Set

Quell’individuo che è il presidente di quella squadra di calcio di Torino parla sempre di prescrizione (riferita all’Inter naturalmente,) fa richieste di indagini all’Uefa affinché valuti la regolarità dell’iscrizione dell’Inter alla Champions ‘ League, cerca di togliere lo scudetto del 2006 all’Inter e rivendica la riassegnazione dei due scudetti tolti a quella squadra di Torino di cui lui è presidente. E’ proprio vero che il calcio è lo specchio della società, come questo governo dedito al mercimonio, quell’individuo e la sua squadra si votano al populismo più bieco, certi di irretire il popolo bianconero e di scaravoltare la realtà a loro piacimento. Mettere sullo stesso piano le telefonate di Giacinto Facchetti con quello che aveva messo in piedi la triade bianconera è roba da gente senza senso civile e io sono indignato all’inverosimile. Una squadra e una dirigenza che andava radiata nei secoli dei secoli è ancora lì che ha il coraggio di parlare, confortata da tifosi che  nel loro stadio urlano il loro odio a Moratti invocando che raggiunga PEPPINO PRISCO e GIACINTO FACCHETTI nel’aldilà, o che augurano per 90 – minuti  – 90 a quello “sporco negro di Balottelli” di morire. Che le curve delle varie tifoserie siano più o meno tutte da biasimare lo si sa …  anche quella dell’Inter, capace di sventolare svastiche, di gettare motorini giù dalla gradinate e urlare cori razzisti nei confronti dei giocatori neri. Atteggiamenti non condivisi però dalle altre sezioni dello stadio e dagli stessi giocatori interisti che sempre hanno consolato gli avversari di pelle nera oggetti di tali ignobili offese. Quelli della squadra di Torino in questione no, sono capaci di urlare per, ripeto, 90 – minuti  – 90, insulti pesantissimi a sfondo razzista che di umano non hanno niente tutti insieme: curve e tribune, mentre nessun loro giocatore va perlomeno a mettere una mano sulla spalla del malcapitato avversario, tanto meno il loro capitano, quell’Alessandro Del Piero di cui in tanti cercano di santificare. Questa è la cosa che mi fa più male, nemmeno lui a dare un cenno di buon senso. Evidentemente è sopravvalutato anche come uomo, oltre che come calciatore. Il sistema Moggi, il doping, la rovina del calcio italiano…che schifo.

PS: e comunque non mi arrendo…viva l’Inter, viva l’Italia, viva il sol dell’avvenire.


Travaglio provoca Agnelli: “Perchè non restituisce i trofei dopati?”

DI MARCO TRAVAGLIO
C’era una volta lo ”stile Juventus”. Quello di Gianni Agnelli e Boniperti, Trapattoni e Platini. Poi, al seguito di Umberto Agnelli, arrivò la “triade” Giraudo-Moggi-Bettega. Risultato: il processo per doping, lo scandalo Calciopoli, due scudetti annullati e retrocessione in serie B (la prima della storia). Nel 2006 John Elkann affida il club a due manager gentiluomini, Giovanni Cobolli Gigli e Jean-Claude Blanc, con il compito di recuperare lo stile e la serie A: missione compiuta su entrambi i fronti. La Vecchia Signora accetta con signorilità il verdetto sportivo, giusta espiazione per i maneggi di Moggi & C., e si rimette all’onor del mondo.
Ma due anni fa il ramo cadetto degli Agnelli si riprende il giocattolo con il giovane Andrea, figlio di Umberto e vecchio sodale di Moggi e Giraudo. Risultato: zero titoli sul campo, ma centinaia sui giornali, cavalcando il revanscismo della parte più becera della tifoseria, convinta che retrocessione e scudetti perduti non siano colpa di chi commise gli illeciti, cioè Moggi e Giraudo, radiati dal mondo del calcio, ma di chi li ha scoperti (la Procura di Napoli) e sanzionati (la giustizia sportiva e il commissario Figc Guido Rossi). Un complotto delle toghe: non rosse, ma nerazzurre.
Ora Andrea Agnelli, per non passare alla storia come l’unico presidente juventino che non ha vinto neppure la Coppa del Nonno, rivuole addirittura indietro i due scudetti di Calciopoli e minaccia ricorsi al Tribunale di arbitrato dello sport e perfino alla giustizia ordinaria. A suo dire, il titolo del 2005-2006, uno dei due viziati dalla manovre moggiane su arbitri e designatori, dunque assegnato all’Inter seconda classificata, non sarebbe “lo scudetto degli onesti” come lo definì Moratti, ma “dei prescritti”. E questo perché il pm sportivo Stefano Palazzi ha dichiarato prescritti i sospetti sul coinvolgimento dell’Inter in Calciopoli, “a meno che l’Inter non rinunci alla prescrizione e si lasci processare”. Moratti non rinuncia e sbaglia di grosso.
Ma la prescrizione, in casa Juventus, è materiale infiammabile da maneggiare con estrema cautela. L’Agnellino dovrebbe dare una ripassata alle 49 pagine della sentenza del 10 marzo 2006 con cui la Cassazione, ribaltando le assoluzioni d’appello, dichiarava i vertici bianconeri colpevoli di aver “dopato” i giocatori con sostanze proibite oppure lecite ma usate in dosi e con metodi vietati, dal luglio ‘94 al settembre ’98 (l’età dell’oro di Marcello Lippi), alterando le prestazioni e dunque truccando ben quattro stagioni sportive. Colpevoli, sia Giraudo sia il medico sociale Riccardo Agricola, di un unico “disegno criminoso” a base di frode sportiva e somministrazione di farmaci in modo pericoloso per la salute; ma salvi per prescrizione, in quanto i reati si erano estinti pochi giorni prima a causa della lunghezza del processo. Sia per Giraudo, assolto in primo e in secondo grado, sia per Agricola, condannato in tribunale e assolto in appello, la Suprema Corte dava ragione al pm Raffaele Guariniello e disponeva l’annullamento dell’ultimo verdetto perché “questo collegio ha ritenuto che la condotta degli imputati integri il delitto di cui all’art.1 della legge 410/89” (frode in competizioni sportive).
Il reato insomma c’era, ma era “estinto per prescrizione”. Il medico, su mandato dell’amministratore delegato, imbottiva i calciatori di “sostanze vietate” come i “corticosteroidi”, e anche di farmaci non vietati ma somministrati ad atleti sani per potenziarne il rendimento, “in modo pericoloso per la salute”. E anche per la genuinità delle classifiche, violando – ricordano i giudici – la legge che tutela “la regolarità e la correttezza delle competizioni, poste in pericolo dalla sleale alterazione chimica delle prestazioni”.
La Juve che oggi sfida l’Inter a restituire “lo scudetto dei prescritti” e a rinunciare alla prescrizione nel processo sportivo si guardò bene dal rinunciarvi in quello penale. Anche perché, dopo la sentenza di Cassazione, il nuovo processo sarebbe finito con condanne sicure e la conseguente revoca di tutti i trofei vinti nel quadriennio dello scandalo: tre scudetti, una Champions, due Supercoppe italiane, una Supercoppa europea e un’Intercontinentale. Questi come li vogliamo chiamare, dottor Agnelli: i “trofei dei prescritti”? E perché, per dare il buon esempio all’Inter, non li restituisce?

Marco Travaglio da “Carta Canta” L’Espresso – Agosto 2011

CALCIOPOLI – Cellino: “Anch’io telefonavo come Facchetti”

© foto di Giacomo Morini

Msssimo Cellino, patron del Cagliari, uno dei 25 membri del Consiglio Federale, dice la sua sulla richiesta di revoca dello scudetto 2006 e ‘scagiona’ in toto Facchetti: “Lo scudetto è bello vincerlo in campo ma quello 2006 è stato dato all’Inter per quello che ha fatto la Juventus. Non può essere rimesso in discussione per intercettazioni prive di rilevanza. Facchetti era un po’ un bambinone, in certe cose anche sprovveduto, ma era una persona semplice e leale. Più che essere dato all’Inter, quel titolo è stato tolto alla Juve. All’epoca io ero reggente in Lega e Moratti mi disse che accettava con piacere quello scudetto, ma che non l’aveva chiesto lui. Anch’io ho fatto telefonate senza malizia come quelle di Facchetti, magari mi lamentavo per certe designazioni di arbitri per gare importanti per la salvezza. Chiamavo Bergamo perché lo consideravo al di sopra di ogni sospetto, non sapevo la storia delle sim svizzere. Ora l’importante è iniziare a guardare al futuro, al bene del calcio italiano, non focalizzarsi sul passato. Serve buon senso”.

Massimo Cellino – Presidente del Cagliari – 08/07/2011

Jacobelli: “Ok la revoca, ma Facchetti non si tocca”

08.07.2011 16:02 di Fabrizio Romano   articolo letto 547 volte
© foto di Antonio Vitiello

Dalle frequenze di Radio Sportiva, il direttore di QN Xavier Jacobelli torna a parlare di Calciopoli: “Nel 2006 fu fatto un errore da Guido Rossi, assegnando quel titolo: in caso di manifestata irregolarità, la Federazione aveva la facoltà di non assegnarlo. Il 28 luglio la Federcalcio prenda una decisione, ma a mio parere quello scudetto non deve essere assegnato. Inoltre è sbagliato utilizzare la memoria di Facchetti, è in corso una campagna denigratoria nei suoi confronti, nessuno può permettersi di sindacare sulla sua correttezza”, conclude Jacobelli.

Palazzi: “Moggi, elementi gravi. Niente prescrizione”

08.07.2011 17:46 di Fabrizio Romano   articolo letto 74 volte
Fonte: Repubblica.it

Il procuratore federale, Stefano Palazzi, ha ribadito la sua richiesta di radiazione per Luciano Moggi, nel corso del suo intervento presso la Corte di giustizia federale: “La particolare gravità dei comportamenti di Moggi è stata evidenziata da due gradi di giudizio e resta attuale ancora oggi, giustificando così la scissione del vincolo associativo, e rendendo attuale l’interesse della federazione nel ribadire la richiesta di radiazione. Quei comportamenti non devono più capitare, e questa sentenza deve servire a dare memoria storica di quei fatti”. Ribadita anche l’inammissibilità delle nuove prove emerse nel processo di Napoli, mentre sulla prescrizione della radiazione chiesta dai legali di Moggi ha spiegato: “Non ci sono norme che prevedono una prescrizione della proposta di radiazione. Respingiamo questa richiesta. La prescrizione è infondata, e l’oggetto del giudizio di oggi resta la gravità di quei fatti già accertati.

Anche attualizzandoli ad oggi, le loro posizioni (Moggi, Giraudo e Mazzini) non si sono modificate, e non sono mai state rimosse da alcuna sentenza. Tutti gli elementi nuovi, legati alle questioni delle altre società, non possono essere presi in considerazione. Quanto è emerso da quegli atti era chiaro, non c’era solo una rete, ma una molteplicità di reticoli, per favorire la Juve. Nel 2006 tra gli incolpati non c’erano solo questi 3, ma tanti soggetti istituzionali e società. Affidarsi al grido di tutti colpevoli nessun colpevole, o di così fan tutti, non leva gravità a quei fatti già accertati”.

06.07.2011 10:50 di Alberto Casavecchia
Fonte: Gazzetta dello Sport

Dalle colonne de La Gazzetta dello Sport, Umberto Zapelloni, vicedirettore del quotidiano rosa, fa un ripasso a tutti sulla figura di Giacinto Facchetti, il quale, con toni garbati ed educati, cercava di ripulire un mondo marcio: “Le sue intenzioni, umanamente, non sono da condannare. Basta leggere le sue intercettazioni e magari riascoltarne l’audio per capire, anche dal suo tono di voce, che ciò che chiedeva era ben diverso da quello richiesto da Moggi. Ripassatevi anche le cose non certo gentili che Bergamo e della Fazi dicevano. Giacinto era vittima non carnefice”.

Basta questo stralcio di editoriale per capire che il Cipe voleva giustizia e parità, in un mondo totalmente sbilanciato e proteso verso l’illegalità. Giacinto poteva solo essere ‘colpevole’ del fatto di essere diverso, di essere un uomo onesto, retto e senza nulla da nascondere.


CATTIVA COMPAGNIA al Caztus Cafè Live di San Martino in Rio (RE) sabato 1 ottobre 2011

16 Set

CARTA CARBONE: I Rainbow e Jimi Hendrix

16 Set

JIMI HENDRIX “Little Wing” 1967

RAINBOW “Catch The Rainbow” 1975