TRIBUTO AD EMERSON, LAKE & PALMER di BEPPE RIVA

7 Lug


PREMESSA

Prima che qualcuno si accorgesse di me leggendo le pagine hard’n’heavy di Rockerilla,  avevo alle spalle lunghi anni di appassionanti ascolti rock (il più possibile) a 360°.

Nel 1970 il mio interesse era letteralmente levitato, sulle ali dell’entusiasmo di una sequenza indimenticabile di uscite discografiche; ed in quell’epoca, per me c’era chi stava addirittura al di sopra dei pinnacoli dell’hard inglese Led Zep, Sabbath e Purple (lo so Tim, per te citarli insieme è un reato, ma non è questa la sede per discuterne)e si trattava di una trilogia assolutamente speciale, chiamata Emerson, Lake & Palmer.

Quanto significassero, e tuttora significano per chi scrive, lo leggerete nell’articolo che segue, pubblicato dieci anni fa su Rockerilla, e purgato delle parti che riguardavano le ristampe Sanctuary di allora, ma che perfettamente riflette la mia palese idolatria verso gli ELP. Mi fa piacere che questo lavoro, che ripercorre i loro giorni di gloria dei ‘70, ricompaia sul Blog di Tim, che nel  logo originale sfoggiava anche la copertina di “Brain Salad Surgery”.

E permettetemi una nota iconosclasta: il compianto guru del rock inglese John Peel, commentando lo spettacolo degli ELP all’Isola di Wight come uno “spreco di talento ed elettricità” (pedissequamente ripetuto da critici ben meno nobili…) per me disse una delle più grandi cazzate della storia del rock.

I TRE RE

Ad Emerson, Lake And Palmer e’ comunque riconosciuto il titolo di supergruppo per eccellenza degli anni ’70, e questo basterebbe per garantire al trio inglese una posizione di privilegio fra gli “intoccabili” del rock, ma e’ altrettanto vero che ELP hanno rappresentato la principale forza trainante dell’intero movimento progressive nei suoi anni di maggior fulgore, fra il 1970 ed il 1975.

Portarono per la prima volta ai vertici delle classifiche uno stile rivoluzionario, fondato sull’egemonia delle tastiere, avvicinando e talvolta eguagliando i record delle maggiori attrazioni live del rock’n’roll, ossia Led Zeppelin, Rolling Stones e The Who; solo successivamente Pink Floyd, con il best seller “Dark Side Of The Moon” e Genesis, dopo la svolta impressa da Phil Collins, li superarono in popolarita’, ma entrambi con un taglio piu’ commerciale, che prendeva le distanze dall’originaria matrice progressive. Ed in quest’ambito, e’ arduo riscontrare una sequenza di albums altrettanto sensazionali come i primi cinque di ELP, dall’ omonimo, epocale “Emerson, Lake & Palmer” a “Brain Salad Surgery”, con la sua impronta gotico-futurista adorata dai fans.

* * * * *

In crisi rispettivamente con The Nice e King Crimson, le maggiori istituzioni pionieristiche del nascente fenomeno prog, Keith Emerson, indiscusso fuoriclasse delle tastiere, e Greg Lake, cantante e bassista fra i più stimati dell’epoca, s’incontrano nel dicembre 1969 inun concerto che accomuna i loro gruppi al Fillmore West di San Francisco, e decidono di stringere alleanza… Viene vagheggiata persino la fondazione di una vera e propria superpotenza rock con Jimi Hendrix e Mitch Mitchell, ma l’ipotesi piu’ percorribile resta una formazione triangolare sul modello dei Nice, con doti individuali sensibilmente superiori.

Nella primavera 1970, nonostante incessanti audizioni, il drummer ideale manca ancora all’appello, finché la scelta ricade sul 19enne Carl Palmer, inizialmente riluttante all’idea di lasciare i promettenti Atomic Rooster. Poteva sembrare un ripiego rispetto ai ventilati nomi dello stesso Mitchell e di Jon Hiseman, invece  l’enfant prodige si inserisce con estrema autorità al fianco dei più rinomati compagni, rivelandosi altrettanto fenomenale: il suo stile combina intricate ed agilissime dinamiche jazz con una force de frappe degna del nascente hard rock, risultando il perfetto completamento delle strategie ultra-eclettiche del trio. Alla seconda apparizione live, ELP già si confrontano con le acclamate superstars del Festival dell’Isola di Wight (Hendrix, The Who, Free…); la loro esibizione, esplosiva come il boato dei cannoni che ne saluta la fine, li consegna subito ad un futuro da protagonisti assoluti. Cosi il debut-album, “Emerson, Lake & Palmer”, uscito nel novembre 1970 sulla pink label Island, raggiunge senza indugi il quarto posto in Inghilterra, ma al di là dell’ascesa in classifica, è la stupefacente qualità della musica ad impressionare.  Emerson riparte dalla “contaminazione” fra musica classica, rock e jazz che l’ha reso celebre con i Nice, riappropriandosi del suo ruolo di artista d’avanguardia che ha contribuito come nessun altro a spezzare le barriere accademiche fra musica “colta” e popolare; rivisita Bartok in “Barbarian” e cita Janacek in “Knife Edge”, ma con un’inaudita energia espressiva e forgiando un organismo heavy-progressive sconosciuto ai tempi dei Nice.

Lake esibisce la sua composizione più preziosa, “Take A Pebble”, restaurando la grandezza evocativa dei King Crimson ma con l’originale apporto dei nuovi partners; il lussureggiante pianismo di Emerson ed il raffinato accompagnamento ritmico di Palmer, alternati alle eteree soluzioni acustiche di Lake ed al suo vellutato timbro vocale, illustrano una delle più sofisticate pagine rock di ogni tempo. Se la prima facciata dell’album è una superba prestazione di gruppo, la seconda lascia libero esercizio alle tendenze individuali, caratteristica che ELP conserveranno negli anni: “The Three Fates” è il supremo festival delle tastiere Emersoniane, introdotto dal maestoso cerimoniale dell’organo a canne; “Tank” prepara il terreno all’assolo di batteria di Carl, svelando la sorprendente influenza di Frank Zappa (riconosciuta da Emerson nella composizione di “Tarkus”) e “Lucky Man” e’ una sublime ballata concepita da Greg all’età di 12 anni, fra i più memorabili temi acustici in ambiente rock. Avvolto da un clima di assoluta magia, insito nella suggestiva estetica della produzione curata da Lake con il tecnico del suono Eddy Offord, “E.L.& P.”, The Dove Album, è a mio avviso il disco di rock progressivo per eccellenza, lo specchio fedele delle ambizioni di un’epoca irripetibile.

Con queste premesse, il successivo “Tarkus” (giugno 1971) diventa l’album più atteso dell’anno, ed irrompe al primo posto della classifica inglese. La suite che occupa l’intera prima facciata, una sfida ricorrente in tema di prog-rock, rimarrà ineguagliabile nel suo genere, nonostante l’agguerrita concorrenza di “Atom Heart Mother” dei Pink Floyd o di “Supper’s Ready” dei Genesis. Il suo complesso sviluppo compositivo, basato sullo stile “tecnologico” sperimentato da Emerson al Moog (che spesso avvicenda il classico organo Hammond nella leadership strumentale) causerà attriti fra il massimo stregone delle tastiere e Lake, che incoraggiato dal successo di “Lucky Man”, avrebbe gradito un ritorno alla forma-canzone più tradizionale. In quest’ottica, e non erroneamente come “riempitivo”, va interpretata la formula concisa del secondo lato dell’album, che include episodi immediati quali “Bitches Crystal” e “A Time And A Place”. “Tarkus”, la saga dell’armadillo-tank nato da un’eruzione vulcanica ed ucciso nella battaglia finale da un mostro della mitologia greca, Manticore (diventerà il simbolo della label di ELP) è un colossale tour de force dove l’approccio aggressivo di Emerson appare in perfetto equilibrio con i toni epico-melodici dei contributi di Lake (“Stones Of Years”, “Battlefield”), fino alla solenne marcia funebre di “Aquatarkus”.

Secondo lo stile simbolico perseguito dal progressive, “Tarkus” rappresentava inoltre un messaggio pacifista controla Guerranel Vietnam, che Emerson aveva già aspramente contestato all’epoca dei Nice.

In origine doveva uscire come doppio LP, includendo “Pictures At An Exhibition”, un adattamento dell’opera del compositore russo Modesto Mussorgsky, che aveva concluso lo show di ELP al Festival di Wight, ma l’ipotesi fu scartata dalla casa discografica perché ritenuta troppo rischiosa per un gruppo al secondo album. Registrato dal vivo a Newcastle nel marzo ’71, “Pictures At An Exhibition” venne edito autonomamente nel novembre dello stesso anno, giungendo al terzo posto in U.K. e nei Top 10 U.S.A., dove Atlantic decise di pubblicarlo solo dopo il clamoroso successo delle copie d’importazione. Sicuramente uno dei più importanti album live, non solo del progressive, “Pictures”, e’ un imprescindibile punto di riferimento per il rock sinfonico, osando alternare le parti di musica classica a composizioni e testi originali (come il capolavoro acustico “The Sage”) che non tradiscono affatto lo spirito dell’opera, sino al finale ad altissima tensione emotiva di “The Great Gates Of Kiev”.

Dopo tre albums per molti aspetti rivoluzionari e dall’ eccezionale fervore creativo, i Grandi Eretici, ormai entrati di diritto nell’Olimpo del rock, rinunciano temporaneamente alle spinte innovative per formulare un album che definirei di “classica compostezza”, “Trilogy” (giugno ’72), figlio delle più moderne tecnologie di studio e rifinito in ogni dettaglio. Incorniciato da una copertina nello stile della scuola inglese Pre-Raffaelita, che ritrae i profili dei musicisti, il nuovo album di ELP conferma la loro parabola ascendente in termini commerciali, ed include statuari, sofisticati brani come “The Endless Enigma” e la stessa “Trilogy”, l’abituale ballata di Lake, “From The Beginning”, ed altre efficaci testimonianze della versatilità del gruppo, dal clima western di “Hoedown” (dal “Rodeo” di Aaron Copland), all’hard rock di “Living Sin”, per finire nel crescendo sinfonico di “Abaddons Bolero”.

Impegnati in estenuanti tours mondiali contraddistinti da un mastodontico apparato scenico, ELP riescono comunque a rendere operativa la loro etichetta Manticore, per la quale pubblicano il quinto album: “Brain Salad Surgery”(novembre ’73) esce ad un anno e mezzo di distanza dal predecessore, finora l’intervallo più lungo fra gli appuntamenti discografici del trio. Risulterà in assoluto il loro album di maggior successo, gettando un ponte fra passato e futuro, dall’austera atmosfera gotica dello storico inno “Jerusalem”, con liriche di William Blake, all’arrangiamento di “Toccata”, del compositore argentino Ginastera, plasmato da ELP in autentico classico modernista. Dal punto di vista della sperimentazione musicale, “B.S.S.” e’ l’opera più avanzata del trio: Emerson collauda un’altra creazione del Dr. Moog, il sintetizzatore polifonico Apollo, e Palmer suona per la prima volta la batteria elettronica. Perfetta trasposizione musica-immagine dell’LP è la copertina dell’artista svizzero H.R. Giger, scoperto da Keith che lo “impone” ai compagni; sarà buon profeta, perché Giger diventerà celeberrimo disegnando le scenografie e la terrificante creatura del film “Alien”. Altrettanto lungimiranti appaiono le tematiche di “3rd Impression” (dall’imponente suite di trenta minuti, “Karn Evil9”): Lake coinvolge il paroliere-visionario dei Crimson, Pete Sinfield, immaginando un futuro dove i computers domineranno la vita dell’uomo…

L’apogeo della gloria di ELP viene celebrato nel live “Welcome Back My Friends To The Show That Never Ends”(1974), summa del trionfale “Get Me A Ladder” Tour del 1973-74, culminato nel ruolo di headliners nella sconfinata arena di California Jam. Nessun altro triplo album dal vivo raggiungerà mai i record di vendita di “Welcome Back My Friends”, piena dimostrazione della superiorità di ELP in concerto rispetto alla concorrenza progressive, nell’ambito della quale solo gli Yes potevano reggere il confronto. Il trio si esalta nella riproposizione delle più impegnative pièces de resistence, “Tarkus” e “Karn Evil 9”, mentre Lake si ritaglia il suo suggestivo spazio unplugged, introducendo “Still… You Turn Me On” e “Lucky Man” nell’esecuzione di “Take A Pebble”.

L’ultima grande opera degli ELP nei Seventies è il doppio “Works Volume I” del ’77, che pur segnato da conflitti interni (3 facciate su 4 sono notoriamente lavori individuali… ) include episodi di rilievo: su tutti la straordinaria “Fanfare For The Common Man”, il canto del cigno dei classici ELP, indicata da Ian Anderson (insieme ad “America” dei Nice) fra i suoi Top 10 del rock progressivo. Completano il quadro della discografia Seventies degli ELP gli albums minori, ma non privi di spunti interessanti, che precedettero lo scioglimento: la compilation “Works Vol.2” (1977) e l’ultimo disco di studio “Love Beach” (1978), bersaglio preferito dei detrattori.

Si dice che il punk abbia “giustiziato” le ambiziose bands dei primi anni ‘70, riportando il rock sulle strade e riconsegnandolo alla gente comune: niente più eroi? Non proprio, finché esisterà un pubblico che rivendica il proprio diritto a sognare, a tramandare il mito di musicisti eletti ed inarrivabili, come Emerson, Lake & Palmer.

BEPPE RIVA

(nella foto Beppe Riva e Keith Emerson durante una intervista di pochi anni fa)

Calciopoli – Un dato di fatto.

6 Lug

Da Il Fatto Quotidiano del 06/07/2011.

Pallonari e pallisti (Marco Travaglio)

Siccome gli italiani sono un popolo di pallonari e i tre quarti dei giornalisti una manica di pallisti, ci voleva Calciopoli per far capire che la prescrizione e l’assoluzione sono cose opposte. Cos’è accaduto? Che il pm sportivo Palazzi ha chiuso le indagini sulle intercettazioni di Calciopoli relative all’Inter e ha sostenuto che, telefonando ai designatori arbitrali, l’Inter di Moratti e Facchetti ha violato l’art. 1 (“slealtà sportiva”) e l’art. 6 (“illecito sportivo”), ma non può essere punita perché è tutto prescritto. A meno che, si capisce, l’Inter non rinunci alla prescrizione.

Palazzi equipara l’Inter agli altri club puniti per Calciopoli: Fiorentina, Lazio e Milan. Tutti tranne uno: la Juventus di Moggi e Giraudo, protagonista di fatti “di differente gravità, protrazione e invasività”, dunque fuori concorso e giustamente retrocessa in Serie B e privata di due scudetti. Però il pm sportivo ricorda che la sua tesi accusatoria contro Milan, Fiorentina, Lazio e ora Inter è già stata sconfessata dalla Corte federale, secondo cui non basta telefonare ai designatori per commettere illecito: occorre che le pressioni arrivino agli arbitri e li condizionino. La qual cosa Palazzi non è riuscito a provare per nessun club, eccetto la Juve. Dunque è verosimile che, anche se l’Inter rinunciasse alla
prescrizione, verrebbe assolta o privata di qualche punto. E, siccome le presunte pressioni interiste non sortirono effetti e ai tempi della Triade Bianconera l’Inter perdeva campionati truccati, nessuno scudetto deve passare di mano. Ciò detto, sarebbe un bel gesto da parte di Moratti rinunciare alla prescrizione per farsi giudicare nel merito.
Così potrà finalmente difendersi nel processo sportivo (penalmente, gli inquirenti napoletani hanno già ritenuto che non c’è nulla di rilevante).

Già, perché finora hanno parlato solo Palazzi e Moggi con la sua corte di avvocati e giornalisti à la carte. Se poi l’Inter fosse assolta, non resterebbe alcun’ombra nella sua storia, se non quella di aver tentato di difendersi dalla Cupola per vie traverse anziché con una pubblica denuncia. Ma, per invitare l’Inter a rinunciare alla prescrizione, come sempre
deve fare chi non ha nulla da temere ed è raggiunto da sospetti infamanti, bisogna avere le carte in regola. Cioè farlo sempre. Tanto più per politici coinvolti in processi penali. Quando la Cassazione accertò che Andreotti era stato mafioso fino al 1980, reato “commesso” ma prescritto, tutti i grandi giornali e tg, anche “de sinistra”, titolarono “assolto”. Idem i servi di B. quando le sei volte che il padrone la fece franca per prescrizione (vedi corruzione e furto della Mondadori!) Due fra i giornalisti più attivi nel gabellare le prescrizioni per assoluzioni sono Giuliano Ferrara e Pigi Battista. Grande è stato dunque lo stupore dei lettori del Corriere nel leggere l’intemerata all’Inter di un certo Battista, probabilmente un omonimo, che in veste di “juventino” reclama “la restituzione motu proprio dello scudetto usurpato”, perché “con la prescrizione crolla la pretesa dell’Inter di incarnare ‘la squadra degli onesti’”. Intanto il Foglio di Ferrara sostiene che “crolla il castello di accuse di Calciopoli”: nessuna “cupola” Moggi, nel calcio “come nell’era Craxi si viveva in un sistema condiviso”. Ora, basta leggere le telefonate di Moggi e Giraudo per notare l’abissale differenza con quelle di Facchetti e Moratti.

Ma, anche se fosse vero che l’Inter faceva le stesse cose della Juve, non crollerebbe nulla, semmai si aggiungerebbe un’architrave alla Cupola: 1 ladro più 1 ladro fa 2 ladri, non 0 ladri. Anche Moggi e la Juve, tornati amorevolmente insieme, sfidano l’Inter a rinunciare alla prescrizione. Peccato che la Juve di Moggi, Giraudo e Agricola si sia salvata in
Cassazione nel processo del doping proprio grazie alla prescrizione. Chissà se fa ancora in tempo a rinunciarvi, e se le conviene: negli anni del doping vinse tre scudetti, una Champions, due Supercoppe italiane, una Supercoppa europea e un’Intercontinentale. Non vorremmo che Pigi ne chieda la restituzione. Motu proprio.

Da Il Fatto Quotidiano del 06/07/2011.

(Se questo è un uomo…)

 

MORE THAN A FEELING – Sala prove blues

6 Lug

Ieri sera prove con la CATTIVA nella sala prove di Lele senza ventilatore. 4 operai e 1 operaia del rock in una calda serata estiva chiusi dentro il ventre di una sala prove che ribolle di aria calda, di amplificatori bollenti e di blues atavici.

C’è una strana “sala prove daze” nell’aria: Lorenz impreca perché non trova più il suo bottleneck, dice che lo aveva messo l’altra sera dentro alla “case” della pedaliera (gli faccio notare che è esattamente lì, nella pedaliera). Io cerco di accordare ma il tuner non funziona, controllo i collegamenti tra l’ampli, la pedaliera e la chitarra ma non succede niente (Lorenz mi fa notare che deve essere il jack…lo prende in mano e scopre che il mio jack è in condizioni pietose…mi fa un sorrisino di compatimento). Sempre io, dopo aver accordato la chitarra,  mi accorgo che non esce nessun suono dall’ampli. Ricontrollo i collegamenti, ma non trovo l’inghippo, Lorenz mi guarda armeggiare con lo sguardo un po’ spaurito, si avvicina con l’aria di uno che ha già capito tutto, si piega, tocca il volume (che era sullo zero) dell’effetto MXR boost/overdrive e torna la felicità. Scuoto la testa, mi chiedo che razza di chitarrista io sia, Lorenz capisce e mi dice che questo dimostra che sono un vero chitarrista ….  che ha visto un filmato di Brian May dove ad un certo – sul palco – la chitarra non funziona più, Brian non capisce cosa succede, è in preda al panico…arriva il suo tecnico, gli spinge bene il jack dentro alla figa della chitarra e tutto si risolve. Sarà, ma continuo a sentirmi un po’ imbecille.

Iniziamo con un paio di pezzi dei CHEAP TRICK. Non male ma siamo contratti, mi accorgo subito che non è una di quelle serate dove brilliamo. Cerchiamo di carburare con gli YARDBIRDS/ AEROSMITH e poi con gli AC/DC. Lele inizia a farsi sentire e quando lo fa, il suo drumming mi da alla testa, è una specie di droga per me. Inizio a sentirsi meglio. POL chiama un pezzo della BAD COMPANY, entro in territori famigliari… la band prende quota, Pol mi sorprende e non è facile sorprendere Tim Tirelli quando si tratta di Paul Rodgers e la BAD COMPANY. Io e Lorenz facciamo l’assolo armonizzato, la Saura tiene le fila con linee di basso che mi scaldano il cuore. Bene, pur in una serata non particolare il gruppo continua ad avere il suo perché. Continuiamo con un po’ di altri pezzi e poi arriva il momento dei BOSTON.

La Saura dice che non li sopporta, Lorenz stravede per Tom Scholtz, Pol si commuove al solo pensiero di A MAN I’LL NEVER BE, Lele osserva la scena e io mi chiedo se riuscirò a convincere Lorenz a fare le parti di lead guitar mentre io mi occupo degli accordoni che ci son sotto. Proviamo MORE THANA FEELING un paio di volte con le chitarre armonizzate ma non succede granché, Lorenz così acconsente a fare ciò che dico io e finalmente il pezzo parte. C’è ancora qualche imperfezione ma funziona: “chorus” a manetta, mi sento Barry Goudreau mentre coi miei accordi  spingo Lorenz verso quegli assoli melodici, Lele e la Saura che sono senza dubbio la miglior sezione ritmica della zona e Pol che arriva dove arrivava Brad Delp. Suggerisco un finale un po’ rindondante e Aor, ma ci sta.

(Barry Goudreau dei Boston)

(Tom Scholz dei Boston)

Proviamo anche A MAN I’LL NEVER BE, tutta fino alla fine seppur in maniera provvisoria. Beh, niente male. Certo, non è un pezzo dal lignaggio intellettuale rock particolarmente alto, ma vedere Pol contento e emozionato nel realizzare uno dei suoi piccoli sogni musicali mi da una gran soddisfazione. Alla fine, sotto sotto, anche la southern rock girl lì al basso pare compiaciuta. Riascoltando questo pezzo più volte in questi ultimi giorni mi sono accorto da dove ha tratto ” l’ispirazione”  Maurizio Solieri per l’assolo di ALBACHIARA di VASCO.

Anche per stasera è andata. Ricarichiamo tutto nelle macchine, ci inoltriamo nell’afa emiliana e torniamo a casa. Ripenso al fatto che A MAN I’LL NEVER BE era il pezzo preferito di POP, un mio grande amico che non c’è più ormai da 24 anni. Un pensiero anche per lui stasera.

“Guardavo fuori stamattina e il sole se ne era andato, ho messo su un po’ di musica per far iniziare il giorno, mi son perso in una canzone famigliare, ho chiuso gli occhi e mi son lasciato andare…”

I looked out this morning and the sun was gone
Turned on some music to start my day
I lost myself in a familiar song
I closed my eyes and I slipped away

It’s more than a feeling
(More than a feeling)
When I hear that old song they used to play
(More than a feeling)
I begin dreaming
(More than a feeling)
‘Til I see Marianne walk away
I see my Marianne walkin’ away

So many people have come and gone
Their faces fade as the years go by
Yet I still recall as I wander on
As clear as the sun in the summer sky

It’s more than a feeling
(More than a feeling)
When I hear that old song they used to play
(More than a feeling)
I begin dreaming
(More than a feeling)
‘Til I see Marianne walk away
I see my Marianne walkin’ away

When I’m tired and thinking cold
I hide in my music, forget the day
And dream of a girl I used to know
I closed my eyes and she slipped away
She slipped away

It’s more than a feeling
(More than a feeling)
When I hear that old song they used to play
(More than a feeling)
I begin dreaming
(More than a feeling)
‘Til I see Marianne walk away

INTERVALLO: Moglie di Van Der Vaart (il calciatore)

6 Lug

INTERVALLO – Led Zeppelin al Los Angeles Forum 1972

5 Lug

INTERVALLO: Led Zeppelin – Soundcheck a Sydney 1972

4 Lug

L’Inter, il 2006 e i pensieri di Francesco.

3 Lug

Sto leggendo un interessante articolo di Roberto Torti sull’Inter (vedi sotto) quando mi arriva questo sms da Polbi da Scilla:

Fra un’immersione e l’altra Francesco Prete (amico e lettore del blog) parla di calcio e dice -L’Inter non è solo una squadra come tutte le altre, no, è una filosofia di vita“.

Non mi piace prendere articoli completi da altri blog o siti, ma questo devo condividerlo. Grande Settore!

Tratto da: http://settore.myblog.it/

TORINO, ITALIA

CInque anni di storia straordinariamente italiana, nel senso più deteriore del termine. Naturalmente era molto italiana anche la storia pre-Calciopoli, una storia di furbi, di prevaricatori, di disonesti. Ma dal 2006 in poi non è cambiato nulla, siamo rimasti italiani e la storia è rimasta di conseguenza italiana.

Italiano è l’epilogo, una bella non-decisione riparandosi dietro l’istituto della prescrizione che in Italia – la vicenda, rammento, è italiana – ha risolto (tra 10mila virgolette, è chiaro) un sacco di rogne. Non-decisione con rinvio di al 18 luglio, dove probabilmente assisteremo a un’altra non-decisione (ma non precorriamo i tempi, gli italiani hanno fantasia a bizzeffe e magari si inventano una decisione).

Italiano era stato l’avvio, italiano e anche un po’ americano, un inizio hard-boiled, un pelino splatter, pena di morte alla Juventus, ma no, radiamola, ma no, C2, ma no, C1, ma no B con 470 punti penalizzazione così retrocedono in C, e via via di questo passo con l’italianissima tendenza a fare le sentenze col bilancino e con il contentino. Dopo qualche mese emergeva già una sottile tendenza al revisionismo che, come una valanga, ha preso corpo di mese in mese. Nel 2006, la Juventus doveva essere sciolta nell’acido. Nel 2011, Facchetti comprava le partite. Italiani, tzè.

In mezzo all’inizio molto italiano e al finale molto italiano, ci sono 5 italianissimi anni dove giorno dopo giorno ci si è sforzati di dimenticare, specialità italiana come la pizza e la polenta taragna. Sentendo lo stesso nastro, ascoltavamo voci diverse. Ma sant’iddio! Del resto, l’ex presunto sinistro Pansa da cinque libri ci dice che i partigiani erano tutti assassini: perchè non dire che la Juventus è stata la sola a pagare in un mondo in cui tutti facevano come lei?

Resta questo il risvolto più pietoso: invece di fare uno sforzo e, cedendo alle evidenze, voltare pagina tutti assieme, no, si continua a ripetere la stessa menzogna perchè tutti la metabolizzino come una cosa ragionevole. Del resto, Berlusconi racconta palle su palle da anni e non mantiene una promessa che è una: perchè non far passare il messaggio che la Juve, in quanto parte di un sistema sbagliato all’origine, non sbagliava perchè sbagliavano tutti?

Nutro – l’ho già detto un sacco di volte, me ne scuso – per lo scudetto 2006 due sentimenti contrapposti. Sportivamente (o tecnicamente, insomma) è una non-emozione: sono della vecchia guardia, mi piace andare a Madrid a ritirare il premio, voglio dire. Sostanzialmente (o eticamente, insomma) è importantissimo, così come lo scudetto non assegnato la stagione prima. E’ una linea di demercazione: prima funzionava così, da adesso in poi facciamo che funzioni cosà. Nel rispondere a ragioni tecnico-burocratiche (bisognava dare una classifica al campionato 2006 per dare una fisionomia alla stagione successiva) si operava un risarcimento a carico di una società oggettivamente, pesantemente, clamorosamente penalizzata dal sistema Moggi, depredata e defraudata per anni non in teoria, ma nella pratica di una serie di situazioni di cui grondano rassegne stampa, almanacchi e YouTube.

Per questo, non bisogna transigere su quello scudetto. Perché ha un significato – un significato generale – ben più alto della retrocessione in B della Juventus. Se quell’anno fosse arrivato terzo il Chievo, lo scudetto sarebbe andato al Chievo e nessuno avrebbe detto più niente. Ma è andato all’Inter, e non va bene, non è andato bene dall’inizio, perchè l’Inter doveva solo perdere ed era un bel divertimento per tutti. Che la perdenza dell’Inter avesse cause oggettive – e non solo Pancev, Vampeta o Sergio Conceicao – è un particolare che a non tutti interessa. Poi, in Italia, dopo qualche mese non interessa più niente di default. Dopo qualche mese è già ora di rigirare la frittata. A ripensarci, se lo scudetto l’avessero assegnato al Chievo, l’associazione l’Ego di Verona ci avrebbe sfrantumato il cazzo dicendo che Campedelli manda i pandori a casa degli arbitri.

Alla Juve, che dice che non è finita qui e che il palmares non si prescrive, trasmetto solo il senso della mia profonda pena, umana e sportiva. La nuova giovane dirigenza ha gli stessi rancori di quella vecchia. Ma ve bene così. Continuino a occuparsi dello scudetto 2006, se gli fa piacere. A comprare giocatori decenti e a vincere qualche partita, vabbe’, ci penserà magari Oceano, presidente del 2030.


FOR THOSE ABOUT TO ROCK & MALGHETTI BLUES

3 Lug

Venerdì sera Lorenz è venuto qui alla House Of Blues, dopo la cena e una gradita telefonata di Beppe Riva (e scusate se è poco!) io e il guitar hero di Littlevineyard ci siamo messi  più o meno diligentemente a tirar giù ed arrangiare le parti di chitarra di MORE THAN A FEELING e A MAN I’LL NEVER BE dei Boston. Pol, il cantante della CATTIVA COMPAGNIA, vuole farli assolutamente quindi dobbiamo rimetterci al suo volere :-).

(Tim & Lorenz – hard rock blues brothers)

Lorenz stravede per TOM SCHOLTZ e anche io sono legato allo spilungone del  Massachusetts (ma in realtà è nato a Toledo, Ohio): i primi due album dei Boston usciti quando ero ragazzino hanno contribuito a formare il mio cuoricino rock. Nonostante questo, riprodurre in maniera convincente pezzi dei Boston – e questi due in particolare – non è per niente facile, vedremo in seguito se riusciremo nell’impresa. Tra un cosa e l’altra, un arpeggio, un assolo, un aneddoto sul tour del 1975 dei LZ, un Jim Bean, una tisana depurativa e Lorenz che mi fa provare un assolo su uno dei nostri pezzi e mi dice “Bello Tim, questo lo fai tu perché hai centrato il senso meglio di me” (ed è un po’ come se Beppe Riva e Giancarlo Trombetti mi dicessero rispettivamente: “Tim, gli articoli sugli ELP e su Frank Zappa li fai tu perché ti vengono meglio”), spengo la lucina sul comodino alle 02,30.

Sabato mattina la sveglia suona alle 06,30 ed inizia uno dei miei sabati piuttosto pieni con poche ore di sonno alle spalle. Termino le tribolazioni alle 18,30, mi metto sul divano e invece di dormire un po’ mi sparo il nuovissimo bluray LIVE AT WEMBLEY (aprile 2010) della (o dei, come direbbbe Polbi) BAD COMPANY. Son lì che mi godo il ritorno in Inghilterra della mia band preferita in assoluto (beh,…una delle tre) e mi viene in mente che stasera Lorenz suona in provincia di Verona con gli Ecromad (Ac/Dc tribute band) … pazza idea…

Porto con me la mia navigatrice preferita (Lasàurit) e alle 20,30 entro in macchina. Passiamo l’autostrada del Brennero al tempo di DOWN TO EARTH dei Rainbow e NURSERY CRYME dei GENESIS. Alle 21,40 siamo ad Arbizzano, frazione di Negrar a nord di Verona. Lorenz non se l’ aspetta, lo vedo lì al tavolo con gli altri membri della band, si gira, mi vede, corre ad abbracciarmi e dichiara ai suoi amici con fare solenne “ragazzi, questo è il mio fratellone”. Andiamo al bar, ho bisogno di un caffè, Lasaurit prende un succo alla pera e Lorenz un whiskino. Nei 40 minuti che separano dall’inizio del concerto parliamo di rock naturalmente, non ne abbiamo mai abbastanza.

L’OFFICINA DEGLI ANGELI è un Live Music Bar piuttosto grande con un ampio cortile in una zona industriale, i ragazzi suonano all’aperto … ci sono 18 gradi, fa un freddo porco lì fuori, ma con un paio di thè caldi e lo spettacolo degli ECROMAD riusciamo a scaldarci. Il cantante del gruppo sembra un vero PROBLEM CHILD, e si immedesima perfettamente nella parte … più Bon Scott che Brian Johnson. Il gruppo più che proporre i successi della band australiana (che comunque ci sono), si appoggia ai pezzi meno scontati dei primi album…e per un momento mi immagino gli AC/DC nei bar australiani nel 1974. Il senso sembra quello. Bravi ragazzi. Vedere Lorenz suonare è sempre una emozione: quei suoi assoli, le sue mosse, la chitarra suonata coi denti, quell’innato senso rock, come si veste… … che spetàcol! Durante SHOOT TO THRILL lego alla sedia Lasàurit, notoriamente incapace di trattenersi al suono di quel pezzo.

(Gli Ecromad ieri sera ad Arbizzano – Lorenz è il secondo da sinistra)

(Lorenz forefront)

Il concerto finisce, dopo 15 secondi è di nuovo da noi. Parliamo del concerto per due minuti e poi di nuovo a discutere di Rock. Poco dopo ci rimettiamo in macchina e via di nuovo verso Reggio Emilia.

Sulla Brennero Highway Làsaurit si addormenta. Rimango solo con i miei pensieri. La Croma Blu è sui 130 km/h. Il termometro esterno segna 13 gradi, la notte è calma, non c’è traffico e le luci degli autogrill ogni tanto sfrecciano alla mia destra. Sono stanco ma sveglio. Mi interrogo sulla forza del rock, quella che malgrado le poche ore di sonno delle notti precedenti e del sabato piuttosto pieno mi spinge a fare 125 km (e altrettanti al ritorno) per andare in un posto in culo al mondo a vedere una tribute band degli AC/DC … sì, certo, ci suona Lorenz ma questa cosa va anche al di là. C’è un bisogno rock di fondo che mi scuote.

Riflettevo dunque sul fatto che – almeno per quanto riguarda me – è il rock che mi fa muovere e che più vado avanti con l’età e più ho bisogno di Hard Rock, mentre molti dei miei coetanei si avvicinano a cose più soft, più etniche, più world music, più jazz, più acustiche …insomma cose insopportabili.

Penso a Lorenz, cosa gli resterà del comunque magro compenso che ha ricevuto stanotte, dopo aver tolto la autostrada, la benzina, l’usura della macchina? Gli resteranno 25 euro?Ma come dice lui, “non lo faccio per questo, lo sai” già, è il brivido di una serata in cui ha suonato rock a tutto spiano che conta, e fa niente se è una tribute band. (Tra l’ altro, stasera – intendo domenica sera – Lorenz replica sempre in provincia di Verona con l’altra sua band, i PAWNDEG – che pronunciato all’emiliana significa “Topastro”-, in cui suona anche Jay Pee).

Il bip del telepass al casello di Campogallo,  altri venti minuti e parcheggio la macchina in garage. Leggo due pagine dell’ultimo Dylan Dog e spengo la luce. Sono le 3,30.

Alle nove mi sveglio, e invece di trovare me stesso in uno stato pietoso, sono piuttosto arzillo: ho il rock ancora in circolo. Faccio colazione, ascolto SANDY DENNY, scendo a dar da mangiare ai gatti e mi immergo ancora una volta nel senso blues che hanno i malghetti intorno a casa. Come ho già scritto, dalle mie parti per “malghetti” si intendono le coltivazioni di Mais.

(prugne e malghetti – foto TT)

Sono ormai nel loro splendore massimo: infinite e alte chiome verdi tutto intorno con le pannocchie ormai pronte.

(malghetti – foto TT)

(Fichi e malghetti – foto TT)

Ho un rapporto carnale con la mia terra, con l’Emilia Romagna, con Modena e Reggio in particolare, queste campagne piatte,  proletarie e imperfette, questi malghetti, questi campi di erba spagna, questi vigneti che come l’edera sono avvinghiati al mio animo mi pongono in uno stato di blues febbrile che mi porta spesso all’ autocombustione.

(Dai Patuzzo, tieni l’Inter!)

Scatto qualche foto, ringrazio Lasàurit che mi ha dato riparo in questo posto in riva al mondo, cerco di convincere il gatto Pato (ma come sapete io lo chiamo Patuzzo) – che è milanista coma la sua umana di riferimento – a tenere L’Inter e poi torno qui, nella stanza dello stereo, metto su il II dei BLACK COUNTRY COMMUNION e torno a veleggiare nel mare del rock. Cazzo, che bello!

For those about to rock …. I salute you. Fire!

PAGE RISING (www.jimmypage.com – 2a parte)

2 Lug

Miss Sara Crewe mi scrive che:

“Tim…Page ha messo come sfondo per il suo conto alla rovescia l’orologio del diavolo: Ruota dello zodiaco secondo il codice sumero=666! Mah…”
(JP – foto Ross Halfin)
Puro Jimmy Page direi. Ancora XII giorni e vedremo che succede. Io e Doc siamo stati al telefono almeno un’ora a fare congetture su quel che succederà fra 12 giorni. Abbiamo quasi litigato perché naturalemente non siamo mai d’accordo quando si parla di Page (e siamo due dei suoi più grandi fan ad avere camminato sulla terra! :-))
Vedremo un po’. Con questa ultima notizia di Mis Crewe (sempre pronta su questi argomenti un po’ esoterici e magici) mi aspetto che esca la colonna sonora mai usata (e mai uscita ufficialmente) di LUCIFER RISING.
Ah, diavolo d’un Page.

SCRIVERE CANZONI

1 Lug

Di solito alzarmi al mattino è cosa problematica: ho l’animo cupo, ho ancora del sonno arretrato, sono di pessimo umore, non sorrido, non parlo, scendo dal letto strisciando e sui gomiti arrivo al bagno, mi lavo, faccio colazione in silenzio, guardo la rassegna stampa su LA7, se mi si chiede qualcosa non rispondo, il pensiero di affrontare un altro giorno di vita normale mi getta in una sorta di silente disperazione indifferente … insomma non sono un bel vedere ( d’altra parte come recita BLU “già lo sai, se stai con me, l’inferno è preferibile“).

Stamattina invece mi sono alzato di buon umore. Vedere i malghetti (coltivazioni di mais) intorno a casa, sentire il silenzio della campagna, vedere il camion del latte che esce dal cortile dei vicini allevatori di bestiame, scorgere in lontananza alcune lepri,  sentire il fagiano Gustavo che come sempre sfagiana nei campi lì intorno … beh, mica male.

(Malghetti nei pressi della House Of Blues)

Esco di casa, sono le 7,45, il sole arranca tra le nuvole, in fondo alla scala – in paziente attesa del loro primo pasto – i 4 gatti: Patuzzo, Spavve, Ragni e Raissa. Alzo le braccia, cone le mani faccio le corna e canto “CARRY ON MY WAYWARD SON” dei KANSAS.   Patuzzo mi guarda con il suo solito sguardo attonito.

(Patuzzo)

Monto in macchina, ho una buona scelta di CD da ascoltare visto il pacchetto di Amazon dell’altro giorno, ma è più forte di me: tolgo il pur bellissimo NURSERY CRYME dei Genesis ed inserisco nel lettore il CD “Tim & Lorenz: demo provvisori 2011”. Guarda un po’ che effetto mi fa tornare a scrivere o comunque a lavorare sulle mie canzoni  con un’altra persona… stamattina l’aria sembra più pulita, gli altri automobilisti più bravi, il lavoro che faccio neanche tanto male…

Scrivere canzoni (soprattutto se a quattro mani) è sempre stata la cosa che mi piace di più fare nella vita. Mi sembra di esserci portato o comunque mi è sempre venuto naturale scrivere sequenze di accordi, testi, riff, frasi musicali, idee di arrangiamenti. Ho sempre pensato che lo scrivere a quattro mani sia la soluzione ideale, la percentuale di belle canzoni scritte a quattro mani è più alta di quella relativa a canzoni scritte a due. Lennon-McCartney / Jagger-Richards/ Plant-Page gli esempi più semplici e più alti. E’ chiaro che si possono scrivere belle canzoni anche da soli, Paul McCartney lo ha fatto anche dopo i BEATLES con gli WINGS (che cazzo di gran pezzo è, ad esempio,  BAND ON THE RUN?!), Billy Joel da solo ha scritto due album bellissimi (THE STRANGER e 52ND STREET) e ci sono tanti altri esempi, ma la magia dello scrivere una canzone insieme  ad un altro per me va oltre tutto.

Ho sempre pensato che la partnership ideale fosse quella chitarrista  – cantante, ora non ne sono più certo. Un po’ perché dei cantanti non ti puoi mai fidare fino in fondo, un po’ perché in Lorenz – chitarrista – ho trovato il mio partner ideale. E chi se lo aspettava? Dopo averlo voluto come altro chitarrista come condizione sine qua non per far ripartire la CATTIVA COMPAGNIA, ho cominciato timidamente a inviargli registrazioni chitarra-voce di mie canzoni…  lui mi diceva le sue impressioni, mi aggiungeva qualcosa, un’apertura, una nuova strofa e in pochi giorni registrava su PC voci, chitarre, basso, batterie elettroniche …  il tutto fatto nei pochi ritagli di tempo che ha o a notte fonda. Gli chiedo come fa e lui mi scrive:

“… io faccio così perchè è l’unica maniera di vivere per me, mi piace lavorare su queste cose non riesco a lasciarle  da parte, per fare cosa? Guardare la tv?  Lavorare, arrivare a casa, divano, tv, letto… che tristezza. We are rockers (segue imprecazione che non posso pubblicare ndtim)Lorenz”

Pezzo numero 1 del CD: BELLEZZA D’ARIA PURA. La avevo già registrata in sala prove con Mixi e Jaypee, ma quell’arrangiamento non ha mai convinto gli altri (in primis Saura e Lele) e anche Lorenz mi dice che non funziona. Poco tempo fa ascoltando SHAKE MY TREE di COVERDALE-PAGE mi viene una idea. L’idea a Lorenz è piaciuta molto ed ora il pezzo ha il giusto movimento. Hard Rock – naturalmente cantato in italiano – con ritornello arioso.

(Bellezza D’Aria Pura)

Pezzo numero2: BLU. Avevo il testo, due strofe e relativi ritornelli/ponte. Lorenz ha aggiunto uno special (one), un po’ di testo ed una strofa in più. ROCK particolare e frizzante.

(Blu)

Pezzo numero 3: QUEL CHE CANTAI. La vedo un po’ come la nostra TEN YEARS GONE. Chitarre acustiche, intermezzi e chorus deciso. E’ un lento/tempo medio di buon impatto. Riflessione sulle cose che passano, sugli amori che finiscono e sul dolore profondo e tangibile che questi portano, con la speranza di un nuovo inizio che ogni tanto fa capolino. Sullo sfondo i magnifici colori autunnali delle nostre campagne.

(I vigneti che s’intrecciano di Quel Che Cantai)

Pezzo numero 4: VENTO DI MAESTRALE. Strofa costruita su accordi assorbiti 30 anni fa da ALDO STANZANI (altro gran chitarrista modenese).Per  ritornelli e  stacco lento stesso mood: hard rock senza compromessi, dai toni un po’ epici e seriosi.

(Vento Di Maestrale)

Lorenz mi ribadisce sempre che sono demo provvisori e di non far caso alle sbavature, ma pur capendo ciò che intende, dentro c’è tutta la maestria del mio amico.

Ora non ci resta che prepararne altrettanti, trovare un po’ di soldi e andare in studio. Ci sarà da convincere gli altri, ma magari riusciamo davvero nell’impresa.

Resta il fatto che in pochi giorni abbiamo già 4 canzoni più o meno pronte, Lorenz ci riflette su e mi manda questo sms:

“appena riformata la band e siamo già in preproduzione (di un album ndt), zio can se siamo scomodi!”

(Lorenz)

(TT)

Io e lui amiamo giocare ad andare sopra le righe e a tirare qualche madonna, così nascondiamo una pura e vera ammirazione per quello che stiamo facendo insieme dietro a qualche iperbole alla prima apparenza un po’ autoironica … sempre Lorenz a proposito di BELLEZZA D’ARIA PURA:

“Allora ti dico subito che per me questo pezzo è un hit, (segue imprecazione che non posso pubblicare ndtim). Adesso andiamo in studio, la registriamo, poi come secondo singolo BLU, e terzo singolo (quello della consacrazione) QUEL CHE CANTAI, e poi droghe, fighe, tour… cosa? non siamo in America? Zio can che Blues…

(droghe, fighe, tour….)

Ecco, quando ci scambiamo queste email, il mondo mi sembra meno ostile.

Certo, ce le suoniamo e ce le cantiamo (tra l’altro letteralmente!), ma che altro possono fare due uomini di blues, con una forte predisposizione al rock, con un gran talento (Lorenz) e una manciata di canzoni rock?