Philip Roth “Portnoy” (1969 – Adelphi 2025) TTTTT+

14 Set

Philip Roth è stato, ed è tuttora, un gigante della letteratura nordamericana. Lo scoprii nella seconda metà degli anni Ottanta, quando ero ancora solo un ragazzo. Ma già allora sentivo una fame profonda di sapere, di ideali, di letteratura e, naturalmente, anche di musica rock di qualità.

Avevo un bisogno quasi viscerale di figure adulte a cui guardare, di mentori ideali. Roth lo divenne immediatamente, appena conclusi la lettura de Il professore di desiderio (1977). Quel libro accese qualcosa in me. Da lì fu un’immersione totale: Il lamento di Portnoy (1969), La mia vita di uomo (1974), e L’orgia di Praga (1985) si susseguirono rapidamente. Mi legarono a Roth in modo definitivo. E poi, ovviamente, venne tutto il resto, in particolare Pastorale americana (1997) e Nemesi (2010), due capolavori che confermarono la sua statura di scrittore epocale.

Il critico James Wood, con lucidità rara, scrisse:

“Più di ogni altro scrittore americano del dopoguerra, Roth ha scritto il sé — il sé è stato analizzato, blandito, deriso, romanzato, reso fantasma, esaltato, disonorato, ma soprattutto costituito dalla e nella scrittura.”

Un ritratto, a mio avviso, definitivo.
I romanzi di Roth sono infatti celebri per il loro tono intensamente autobiografico, per la capacità di dissolvere i confini tra realtà e finzione, e per l’audacia con cui interrogano — spesso provocatoriamente — le nozioni di identità, ebraica e americana.

Il lamento di Portnoy (ripubblicato da Adelphi con il titolo Portnoy) resta, a distanza di 56 anni, un’opera potentissima. Un romanzo che conserva una forza dirompente, capace di colpire ancora oggi con la stessa veemenza.

Lo lessi per la prima volta negli anni Ottanta, nell’edizione dei Tascabili Bompiani del 1988, tradotta da Letizia Ciotti Miller. Fu una rivelazione, un’esperienza letteraria che segnò per sempre il mio rapporto con la scrittura — e con l’identità stessa.

P. Roth Lamento Di Portnoy edizione 1988 Bompiani – foto Tim Tirelli

A tanti anni di distanza, il romanzo mi ha di nuovo impressionato — e travolto — con la stessa forza di allora.
La nuova edizione pubblicata da Adelphi, a cura di Matteo Codignola, è stata per me una rilettura sorprendente. Non è stato immediato abituarmi alla nuova traduzione: è certamente più aderente al mondo di oggi, con un linguaggio più diretto, spoglio di filtri e mediazioni.

Benché io non sia tipo da eufemismi — l’uomo di blues che sono preferisce parlare chiaro — ammetto che, in fatto di traduzioni, tendo a rimanere affezionato a quelle “del tempo che fu”. Tuttavia, riconosco al nuovo traduttore (che sia chiaro: ha fatto uno splendido lavoro) un approccio brillante, spigliato, e soprattutto fedele allo spirito dell’originale.

Un esempio emblematico: il titolo del capitolo IV.
In inglese, si intitola Cunt Crazy.
Nella traduzione italiana del 1988, divenne La fissazione.
Oggi, finalmente, si ha il coraggio di restituire il tono e la forza dell’originale: Pazzo per la figa.
Una scelta forse spiazzante, ma indubbiamente centrata.

La sinossi della nuova edizione riassume alla perfezione lo spirito del libro:
un monologo travolgente del protagonista, Alexander Portnoy, sospeso tra una seduta psicoanalitica senza censure e la più scatenata stand-up comedy mai trascritta su pagina. Un flusso inarrestabile, brillante, grottesco e irresistibile, da cui si esce barcollando.

Sì, Portnoy è ancora oggi capace di provocare vertigini.
Di piacere letterario — e non solo.

◊ ◊ ◊

https://www.adelphi.it/libro/9788845940118

SINOSSI

«Questo libro rischia di provocare un secondo Olocausto» scrisse all’uscita di Portnoy uno studioso generalmente posato come Gershom Scholem. La profezia fortunatamente non era fatta per avverarsi, ma è difficile negare che da allora il monologo di Alexander Portnoy abbia investito, e travolto, tutto quanto ha incontrato sul suo cammino. A cominciare dalle abitudini dei lettori, e dalla loro percezione di cosa possa, e soprattutto non possa, raccontare un libro. Poi, gran parte delle idee ricevute sui cosiddetti rapporti fra maschi e femmine, su noialtri quaggiù e le varie forme che diamo all’entità lassù. La vertigine comincia subito, quando chi legge pensa di affrontare il resoconto senza censure di una seduta analitica – cosa che, molto più di quanto si pensi, è vera – e si ritrova in mano un tipo diverso, e almeno altrettanto scabroso, di materiale: quello della standup più divertente e irrefrenabile mai messa sulla pagina; da cui si esce barcollando, e senza essere certi di volerne veramente uscire. Dopo molti anni, e infinite repliche, lo spettacolo aveva però bisogno di un nuovo allestimento, che qui presentiamo invitandovi alla prima.

Prima di assumere la sua forma attuale, il materiale di Portnoy è stato varie altre cose – fra cui un commento parlato alle diapositive di zone erogene illustri, che Kenneth Tynan avrebbe voluto inserire nel suo celeberrimo e allora sacrilego musical Oh, Calcutta! Solo dopo lunghi ripensamenti il monologo ha finito per diventare, nel 1969, il quarto libro di Philip Roth (1933- 2018). Quello della sua consacrazione (o sconsacrazione): e anche quello da cui, inevitabilmente, Adelphi comincia la pubblicazione di tutte le sue opere.

Philip Roth 1967 – Foto di Bernard Gotfryd
 Fonte: Library of Congress Prints & Photographs Division
“No known restrictions on publication”.

Van Halen – Balance (Expanded Edition – Warner/Rhino Records 2025) – TTT¾

3 Set

Nuova edizione di Balance dei Van Halen pubblicata poco fa in occasione del trentesimo anniversario dell’uscita dell’album; il cofanetto consiste in 2LP/2CD/Blu-ray, è tuttavia possibile acquistare le singole versioni a 2 CD e 2 LP. Questo è il mio album preferito del periodo che va dal 1991 al 2012, era non particolarmente brillante per il gruppo. Approfitto di questa uscita per riascoltare il disco e per scriverne, chissà che dopo tutti questi anni non mi arrivi qualcosa di diverso.

Balance è un album che per certi versi si discosta dal carattere californiano tipico di molti lavori del gruppo, già dalla copertina si intuisce che i toni sono differenti: due gemelli congiunti (anche detti gemelli siamesi) su di una altalena in un desolato ambiente postatomico, il font usato che richiama caratteri del medioevo, l’Uomo Vitruviano di Leonardo Da Vinci raffigurato sul CD. Anche il titolo del primo pezzo, Il Settimo Sigillo (vedi il film del 1957 di Ingrid Bergman), contribuisce a fare di Balance un album più serio del solito, lo stesso dicasi per il nuovo look della band, anni novanta e piuttosto composto. Diversi critici scrissero che i VH avrebbero dovuto tornare al Rock divertente e meno impegnato dei primi anni, io non ho mai condiviso queste sciocchezze e ho sempre pensato che, sebbene fosse un album più oscuro degli altri e non del tutto riuscito, era da apprezzare l’intento del gruppo nel prendere una direzione diversa. L’album comunque arrivò al primo posto della classifica USA conquistandosi il triplo di disco di platino (3.000.000 di copie vendute).

The Seventh Seal si apre con un canto di monaci tibetani prima che un riff di chitarra, al contempo tenebroso e frizzante, inneschi il gruppo. Brano particolare, al passo coi tempi (siamo nel 1995 appunto), senza cadere nei gemiti strascicati tipici di quel decennio. Can’t Stop Lovin’ You cambia subito registro, ariosa, orecchiabile e probabilmente richiesta dal produttore Bruce Fairbairn; costruita su un giro armonico usatissimo i VH riescono comunque a renderla spumeggiante. Bello l’assolo di Eddie, efficaci certe aperture e l’arrangiamento.

Don’t Tell Me (What Love Can Do) rimane in bilico tra luce e tenebra, chitarra ritmica che gioca sull’effetto tempi dispari prima di rigettarsi sui canoni più consoni. Non amo particolarmente il modo di cantare di Hagar, in questo pezzo lo capisco una volta di più. Amsterdam è super, ritmo possente e a tratti funk; il testo riflette le considerazioni (piuttosto banalotte) di Hagar (tipica visione statunitense turistica) sulla città. Belle prove dei fratelli Van Halen. Gran pezzo.

“Big Fat Money” è un heavy Rock scatenato con un cantato che a tratti ricorda It’s the End of the World as We Know It (And I Feel Fine) dei R.E.M. (1987). Molto particolare la base ritmica che fa da sfondo all’assolo di chitarra. “Strung Out” è uno degli strumentali dell’album, proviene dagli anni ottanta, ad essere generosi la si potrebbe chiamare avant-garde, in realtà è Eddie che si diverte, durante una vacanza estiva, a giochicchiare con un pianoforte agendo direttamente sulle corde dello strumento stesso. Al produttore Bruce Fairbairn, a cui furono dati diversi nastri da ascoltare, piacque e finì così sul disco.

Trovo che “Not Enough” sia molto bella, un’agrodolce canzoncina d’amore, ben cantata, ben suonata, ben interpretata. Testo semplice tuttavia efficace. L’assolo di chitarra suonato su una tonalità minore, per quanto classicissimo, è delizioso.

“Aftershock” ha una scrittura standard in campo VH, pezzo minore (con tracce dei Metallica). “Doin’ Time” è il secondo strumentale, basato sul lavoro della batteria. A me Alex Van Halen come batterista piace, dunque ascolto questo strumentale senza fatica, certo, anche qui, scelta bizzarra. Segue “Baluchitherium”, brano a cui semplicemente non è stata aggiunta una melodia e un testo. L’inizio ricorda certi strumentali di Steve Vai dei primi anni novanta.

Si prosegue con “Take Me Back (Déjà Vu)”, uno dei momenti migliori di quest’album, basato su un riff  scritto da Edward Van Halen negli anni settanta. Il lavoro sulla chitarra acustica non è complicatissimo ed è di una purezza e bellezza disarmanti … tra l’altro suonato con un tocco magnifico, che gran chitarrista che era Edward Van Halen; l’elettrica, il basso e la batteria entrano bene movimentando il brano. Indovinato, come spesso accade, il break dedicato all’assolo di chitarra e molto carino anche il finale.

“Feelin’” ha un inizio tipico del Classic Rock di quegli anni, evocativo e misterioso, il ritornello è più convenzionale; nella base dell’assolo di chitarra la velocità aumenta e Edward, con la solista, cerca sentieri meno canonici.

Il materiale bonus contiene tre brani in studio rari, e un set dal vivo Live At Wembley Stadium, London, England (June 24, 1995).

“Crossing Over”, che uscì come B-side del singolo “Can’t Stop Lovin’ You” per la versione statunitense e bonus track nel CD per ilo mercato nipponico, ha il suo perché, traccia inusuale ma intensa … in alcuni brevi momenti ci sento Kashmir dei Led Zeppelin (minuto 3:48 e nella coda finale). “Humans Being” uscì nel 1996 come singolo per la colonna sonora del film Twister. Nulla di eclatante ma, ancora, nell’intermezzo a tempo dimezzato succedono cose buone. “Respect The Wind” è uno strumentale, anch’esso proveniente dalla colonna sonora del film Twister, la chitarra solista vanhaleggia, piuttosto bene, in modalità seriosa.

Valido il live del 1995, il gruppo suona con convinzione e facilità, certo, sono i VH degli anni novanta, con suoni suoni e approcci diversi, ma rimangono pur sempre loro.

  • Data di Uscita: 15/08/2025
  • Formato: Doppio CD / Doppio LP / 1 Blu ray
  • Etichetta: Rhino records

Balance (Expanded Edition) 2LP/2CD/Blu-ray tracklisting

LP One: Original Album: 2023 Remaster

Side One
“The Seventh Seal”
“Can’t Stop Lovin’ You”
“Don’t Tell Me (What Love Can Do)”
“Amsterdam”

Side Two
“Big Fat Money”
“Strung Out”
“Not Enough”
“Aftershock”
“Doin’ Time”

LP Two

Side One
“Baluchitherium”
“Take Me Back (Déjà Vu)”
“Feelin’”

Side Two
Etching

CD One: 2023 Remaster
“The Seventh Seal”
“Can’t Stop Lovin’ You”
“Don’t Tell Me (What Love Can Do)”
“Amsterdam”
“Big Fat Money”
“Strung Out”
“Not Enough”
“Aftershock”
“Doin’ Time”
“Baluchitherium”
“Take Me Back (Déjà Vu)”
“Feelin’”

CD Two
“Crossing Over”
“Humans Being”
“Respect The Wind”
Live At Wembley Stadium, London, England (June 24, 1995)
“The Seventh Seal” *
“Feelin’” *
“Ain’t Talkin’ ‘Bout Love” *
Guitar Solo *
“You Really Got Me” *
“When It’s Love” *
“Jump” *
“Right Now” *

Blu-ray
“Don’t Tell Me (What Love Can Do)” – Promo Video
“Can’t Stop Loving You” – Promo Video
“Amsterdam” – Promo Video
“Not Enough” – Promo Video
“The Seventh Seal” – Live at Target Center, Minneapolis, MN (July 30, 1995) *
“Humans Being” – Promo Video

* Previously Unreleased

Quando i pini frusciano mossi da una brezza intermittente …

30 Ago

Un’amica mi recapita un messaggio, dove mi segnala una considerazione sulla musica letta nel libro sull’estetica che sta leggendo:

Mi piace molto questo intruglio tra poetica e la ripetizione del ritmo e dello stesso tema per suscitare incantesimo e trance.

La mia amica, finita anche lei chissà come nell’orbita del Blues” che sembro aver creato, finisce il messaggio salutandomi con un: “e come dice un mio saggio amico, un uomo di Blues, “Let the good times roll”! A presto!”. 

Un “saggio amico” (uomo blues va da sé) … è così che mi vedono le mie giovani amiche? Dopo una serata qui sotto al bersò della Domus Saurea con alcune amiche dell’umana con cui vivo, quest’ultima riceve complimenti e ringraziamenti via messaggio tra cui un “E poi Tim … un uomo dolce e sensibile che tutte noi donne vorremmo avere al fianco ma che invece hai tu”. Ovviamente sono lusingato, meglio apparire così che un testa di caxxo qualunque, però, mi chiedo …”un uomo dolce e sensibile che tutte noi donne vorremmo avere al fianco ma che invece hai tu” … Un “saggio amico” … sono davvero io? No perché io mi sento tuttora un ventitreenne inesperto, pieno di dubbi e di domande e alla ricerca del proprio equilibrio o comunque un uomo (di Blues, ovvio) che fa sue certe domande che si poneva Alexander Portnoy nel libro che parla del suo “Lamento” scritto da Philip Roth (tutti in ginocchio!):
Che ne è stato di quello che sentivo a nove, dieci, undici anni? Come sono potuto diventare un nemico implacabile di me stesso? E perché sono così solo? Esisto solo io. Sono sprangato dentro di me. Che fine hanno fatti i miei buoni propositi, tutti traguardi onesti e condivisibili. Casa? Non ce l’ho. Famiglia? Come sopra. Potrei, basterebbe schioccare le dita … ma allora perché non le schiocco, e vado avanti? Perché invece di mettere a letto i bambini e coricarmi accanto ad una moglie fedele (e ricambiata), a letto ci ho portato una puttana italiana piccoletta e in carne, e una modella americana e squinternata?”

Sono le sei del mattino di questo grigio e fresco sabato di fine estate, è da poco passata l’alba, vi sembra sia questo il momento per rimettersi a ricamare i pensieri e i soliti, soliti, soliti blues? Ieri sera una salto nei deserto dei tartari della nuova Festa Dell’Unità di Regium Lepidi, cenetta al ristorante (ah no, aspetta, allo stand gastronomico) Gente di Mare, una capatina a verificare la situazione nella arena del liscio e in quella dello “spazio giovani”, per poi rintanarci nella libreria … e stamattina di buon ora già a qui a rimestare i blues dell’essere umano, mentre la pollastrella dorme il sonno dei giusti. Ora piantala Tim Tirelli, Aramis Reinhardt, Lowell Leroy Ebenezer Stephen Tyrrell o come diavolo ti chiami, rilassati e pensa a qualcosa che ti calma … ci sono: i Pini Marittimi, quelli che ti piacciono tanto … ah senti, che bella sensazione, che pace, che tranquillità … no fermo, non incominciare di nuovo, lascia la maruga in stand by … oh no, ci risiamo.

No, non devo chiamarli Pini Marittimi, perché non lo sono, a volte mi capita di incappare in questo errore che fanno quasi tutti, ma devo riuscire a correggerlo. Luca Lombroso, meteorologo extraordinarie e mio conterraneo, li chiama giustamente pini domestici, trattasi  insomma di Pinus Pinea, conifera sempreverde, albero maestoso e iconico per il suo portamento ad ombrello, ideale per climi mediterranei e costieri. Di questo Pino meraviglioso ne ho già parlato qui sul blog, perché da sempre mi affascina e mi irretisce; quando mi reco in Romagna, a Roma, o in qualche altra località vicino alla costa, non faccio altro che rimirarli, che riempirmi gli occhi delle loro fronde e delle suggestioni che propagano verso le mie pupille.

E’ un vero peccato che insensati luoghi comuni portino le amministrazioni comunali e i proprietari di case e villette dei paesi marittimi ad ostacolarli e a disdegnarli. Questi due brevi post di facebook, creati da chi ha titolo per parlare di alberi, chiariscono la cosa in maniera esemplare.

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Sì, un vero peccato, perché sono alberi magnifici, resistenti, con una adattabilità sorprendente per quanto riguarda climi e terreni e un’alta tollerabilità ai venti marini. E poi … e poi, quando si rimira il mare ed essi frusciano mossi da una brezza intermittente … beh, non ce n’è per nessuno.

Vele Bianche – Greendale – Romagna  – foto Tim Tirelli

FRANCESCO DE GREGORI, 28 AGOSTO 2025, TEATRO AL CASTELLO, ROCCELLA JONICA (RC) – di Paolo Barone

Il nostro Polbi l’altra sera è andato a vedere De Gregori (artista che entrambi amiamo moltissimo), mi manda il resoconto, e io non posso che pubblicarlo qui sul Blog. Polbi, oltre ad essere mio soul brother, Scuba Diver extraordinaire, Led Head reverendissimo, Rock Music lover supreme è financo penna sopraffina.

Molto molto bello il concerto di De Gregori a Roccella Jonica ieri sera.
Scenario incantevole, pubblico casuale che a noi fessacchiotti nobili del rock dà sempre un po’ fastidio.
Si è capito subito, dalle prime note, che il nostro avrebbe fatto un gran concerto. Band compatta, suono rock americano da radio, e lui che ora ha deciso di seguire il suo faro guida Dylan diventando un frontman. Quanta differenza dall’elegante timidezza di una volta, ma l’eleganza De Gregori ce l’ha nel DNA, qualsiasi maschera dylaniana decida di indossare. Stavolta gli arrangiamenti non hanno stravolto le canzoni e la voce era al centro della scena. La sua voce, inconfondibile, quella che ci portiamo dentro da decenni, anzi forse da sempre. Con un repertorio come il suo potrebbe fare una scaletta diversa ogni sera, e non sbagliare mai. Essendo il tour di Rimmel credevo aprisse i concerti con quel disco fatto per intero,  ma De Gregori è un fuoriclasse ed è imprevedibile, quindi tutta la prima parte è una meraviglia che ti scava direttamente un tunnel nell’anima.

Roccella Jonica teatro De Gregori 28 agosto 25 – Filmato di Paolo Barone

Cercando Un Altro Egitto, Caldo e Scuro, Atlantide (!), Bufalo Bill, Caterina arrivano una dopo l’altra. Poi Desolation della povertà un po’ innocua senza alcun riferimento alla realtà, o forse sono io che non l’ho colto. Ecco forse è mancato un po’ questo. Non è un momento qualsiasi per questo paese e per il mondo, Palestinesi in testa. Un suo ex amico diceva, voi avevate voci potenti, e la sua ieri poteva battere un po’ il tamburo. Glielo avrebbe perdonato anche il PD, ma va benissimo anche così. E’ un poeta, una preziosa creatura, e basta anche solo aver fatto una Storie Di Ieri da brividi per aver detto tutto.

Roccella Jonica teatro De Gregori 28 agosto 25 – foto Paolo Barone

I brani di Rimmel fatti magnificamente, qualche altro pezzo splendido, un inevitabile pezzo karaoke e poi una chiusura con Buonanotte Fiorellino più Dylan che mai.
Quasi due ore di emozioni fortissime per me, per noi, e probabilmente anche per lui che ha 74 anni portati favolosamente. Mi sono emozionato più volte, i suoi brani hanno una forza evocativa incredibile.
Avevo una persona con me e il cuore che volava sopra tutto quello che ho vissuto dal 1979 a oggi. Mi sono scese le lacrime con Atlantide e Bufalo Bill.

Il tour di Banana Republic fu il mio primo concerto, un giorno di fine estate in Calabria. Avevamo 12 anni io, e 28 lui. Una vita vecchio mio. Una vita.

©Paolo Barone 2025

GOLDEN AGE OF ROCK AND ROLL

_Classifiche Ciao 2001 n. 18 del 9 maggio 1976

Quando riguardo queste classifiche vengo avvolto da un brivido e mi sento fortunato ad essere stato ragazzino quando certi album arrivavano in alto, anche nelle classifiche italiane. Battisti, Bob Dylan e i Genesis ai primi tre posti, poco sotto De Gregori e Wish You Where Here. A seguire, tra gli altri, Station to Station di Bowie. Negli Stati Uniti tra i primi dieci ci sono Eagles, Wings, Queen, Bad Company e Bob Dylan. Sarò anche un boomer nostalgico, ma … me cojoni! (come direbbe il Vicequestore Schiavone).

Classifiche Ciao 2001 n. 18 del 9 maggio 1976

Classifiche Ciao 2001 n. 18 del 9 maggio 1976

PLAYLIST

_La Vanoni del 1970.

Canzone scritta da Roberto Carlos e Erasmo Carlos (titolo originale in portoghese: Sentado à beira do caminho), con testo italiano di Bruno Lauzi.  Una vera meraviglia.

_ Le stelle della tosta Nina Simone – Montreux 1976

_La Rosetta del 1944

_Mississippi John Hurt e la valle solitaria …

_Steven & Jimmy (Crespo) 1982

FINALE

Scampoli di fine estate, giornate ancora calde, grossi temporali, tempo e umori mutevoli, d’altra parte come canta De Gregori

“Pioggia e sole
cambiano
la faccia alle persone
fanno il diavolo a quattro nel cuore e passano
e tornano
e non la smettono mai”

e allora mi avviluppo in un circolo vizioso che sembra senza fine, entro in campagne intrise di caldo umido e schiacciate da nuvoloni neri e gonfi di pioggia ed esco su fette di pianura assolate dove un leggero zefiro ribelle accompagna l’estate verso l’orizzonte.

Non mi resta altro che restare in equilibrio grazie alle coordinate insegnatemi dagli Dei (e dal Blues).

Hey everybody
Let’s have some fun
You only live but once
And when you’re dead, you’re done

So let the good times roll
Let the good times roll
Don’t care if you’re young or old
Get together, let the good times roll

Don’t sit there mumblin’
And talkin’ trash
If you wanna have a ball
You gotta go out and spend some cash

And let the good times roll
Let the good times roll
Don’t care if you’re young or old
Get together and let the good times roll

Hey Mr. Landlord
Lock up all the doors
When the police comes around
Tell ‘em the joint is closed

Let the good times roll
Let the good times roll
Don’t care if you’re young or old
Go out and let the good times roll

Hey y’all, tell everybody
Mr. Jordan’s in town
I got a dollar and a quarter
And I’m just rarin’ to clown

But don’t let nobody
Play me cheap
I got fifty cents more
That I’m gonna keep

So let the good times roll
Let the good times roll
Don’t care if you’re young or old
Get together and let the good times roll

No matter whether it’s rainy weather
Birds of a feather gotta stick together
So get yourself under control
Go out and get together and let the good times roll

Quadranti Settentrionali Blues

23 Ago

Terza decade di agosto, manca ancora un mese alla fine dell’estate ma in questo sabato mattina nebbioso annuso già gli odori del fine stagione ormai dietro l’angolo;

Foggy day – fine agosto 2025 – Domus Saurea – foto Tim Tirelli

sono in attesa dei venti provenienti dai quadranti settentrionali, chissà cosa porteranno la Tramontana, il Grecale e il Maestrale quest’anno.

Sono le 7 del mattino e sono qui giù ad aspettare le impressioni di settembre che prima o poi faranno capolino, faccio due passi tra l’usuale paesaggio in cui sono immerso, cerco di fare evaporare del tutto il Rum bevuto ieri sera qui sotto al bersò insieme ad una coppia di vicini coi quali andiamo molto d’accordo. Il cellulino passa in riproduzione casuale Arthur “Big Boy” Crudup, Blind Blake e Leroy Carr e mi chiedo appunto da quanto tempo è partito il treno della sera, da quanto per dio, perché “a volte mi sento così disgustato e mi sento così giù che quasi non so cosa, in questo mondo, amore, devo fare. Per quanto, quanto, quanto a lungo, amore, quanto a lungo?”…

How long babe how long
Has that evenin’ train been gone?
How long, how, how long, baby how long?

Went and asked at the station: ‘why’s my baby leavin’ town?’
You were disgusted, nowhere could peace be found
For how long, how, how long, baby how long?

I can hear the whistle blowin’ but I cannot see no train
And it’s deep down in my heart baby, there lies an achin’ pain
For how long, how, how long, baby how long?

Sometimes I feel so disgustin’ and I feel so blue
That I hardly know what in this world baby just to do
For how long, how, how long, baby how long?

And if I could holler, like I was a mountain jack
I’d go up on the mountain and I’d call my baby back
But for how long, how, how long, baby how long?

And someday you gonna be sorry that you done me wrong
But it will be too late baby, I will be gone
For so long, so long, baby so long

My mind gets a ramblin’, I feel so bad
Thinkin’ about the bad luck that I have had
For how long, how, how long, baby how long?

Tuttavia, come puntualmente accade, il sole torna a splendere … eccolo qui l’unico dio a cui inginocchiarsi (va beh, ce ne sarebbero un altro paio, entrambi suonano la chitarra), il Sol Invictus.

29 Palms meno 27 – fine agosto 2025 – Domus Saurea – foto Tim Tirelli

GOLDEN AGE OF ROCK AND ROLL

_Led Zeppelin –  “Dazed & Confused” dal vivo ad Amsterdam 05/10/1969

Sembra che nella versione del documentario Becoming Led Zeppelin che sta per essere messo sul mercato (uscirà il 30 settembre), vi sia come bonus il filmato di Dazed & Confused” dal vivo ad Amsterdam 05/10/1969 in ottima qualità (ripreso dalla TV dei Paesi Bassi all’epoca). Nel link qui sotto pochi secondi del nuovo video in questione riguardanti John Bonham.

https://relix.shop/products/becoming-led-zeppelin-limited-collectors-edition-steelbook-blu-ray-dvd-box-set?_pos=31&_sid=f41b0eda5&_ss=r

_Van Halen Donington ’84

Non so se questo video rimarrà a lungo su Youtube, visto che lo hanno già bandito, ma è davvero qualcosa di strepitoso, la qualità è altissima per essere un filmato non esattamente legittimo. All’epoca il gruppo era nella fase “orizzonti perduti”, seppur ancora in formissima e in un momento di successo straordinario. Vedere Edward Van Halen per più di un ora in qualità pro è una soddisfazione immensa per il ragazzino che ero.

_Joe Perry Project – Boston 19/08/2025

Joe Perry ritorna on the road con il JP Project e lo fa una formazione davvero particolare: Perry, Whitford, Chris Robinson dei Black Crowes, Robert DeLeo dei Stone Temple Pilot e il batterista che sostituiti Joey Kramer negli ultimi giorni degli Aerosmith. Scaletta sorprendente visto che contiene cose tipo Get The Lead Out/Heartbreaker, My Fist Your Face (da Done With Mirrors del 1985, disco obliquo che a me piace moltissimo), un paio di Cover degli STP e un paio dei Black Crowes.

Mi piacerebbe molto vedere una data di questo tour, anche se Joe chitarristicamente parlando non sembra esattamente in gran forma (tutt’altro):

Concerto completo:

FILM

_Black Box – La scatola nera (Boîte Noire) – (Francia 2021) – TTT½

Bel Triller

_Sleeping Dogs (Usa 2024) TTT½ con Russell Crowe.

Qualche trovata davvero buona, ma finale che invece di essere inaspettato diventa scontato. Old Man di Neil Young nella colonna sonora.

PLAYLIST

I Corvi Neri al debutto, 1990 …

Allan Holdsworth con gli UK, 1978

Lo smilzo di Memphis

Muddy 1975 …

I’m going to be standing on the corner, Twelfth Street and vine
I’m going to be standing on the corner, Twelfth Street and vine
With my Kansas City baby and my bottle of Kansas City wine

Drummer Billy Cobham + Tom Scott on tenor, soprano + guitarist Steve Khan + electric bassist Alphonso Johnson 1978 …

FINALE

Prima di andare a fare la spesa settimanale, mi fermo a far colazione nel bar di Gavassae, la frazione di Regium Lepidi contigua a quella dove vivo; un cappuccino e un cannellino in una atmosfera un po’ “sguasta” da vecchio bar di una volta. Di fianco al mio tavolo due uomini con un paio di lustri più di me parlano fitto fitto in dialetto reggiano strettissimo, ovviamente capisco alla perfezione quello che dicono … si raccontano gli impicci reciproci riguardo la loro salute. Il dialetto è scorrevolissimo, è chiaro che è quella la loro lingua madre principale, mi chiedo se quando scomparirà la gente di quella età (ed oltre) il dialetto emiliano centrale che parliamo qui rimarrà una lingua viva. Per adesso mi godo questi scampoli del territorio che portano ad epoche passate, osservo gli avventori, quasi tutti avanti con gli anni, appartenenti ad una generazione contadina legata a doppio filo al cuore pulsante di questa terra, lo faccio mentre i gestori del bar, cinesi, vestiti delle loro espressioni inesplicabili continuano impassibili il loro lavoro.

Esco dalla Grande Muraglia di Gavassae e torno a pensare ai miei blues.

Uomo di Blues – Fine Agosto 2025 – Tim Tirelli

Sextilis blues

16 Ago

Agosto veniva chiamato sextilis nel calendario romano essendo il sesto mese, visto che l’anno iniziava col mese di Martius, ma fu poi rinominato augustus 2032 anni fa in onore dell’imperatore Augusto; è un mese che, anche se sono in ferie, amo passare a casa, nella quiete delle città svuotate, nel brusio serale delle feste dell’Unità che in questa fetta d’Emilia hanno ancora un senso, nel lento scorrere di giornate che negli altri mesi dell’anno scappano tra le dita con una velocità impressionante, nel verde della campagna stremata da questo caxxo di anticiclone africano. Grazie a questi giorni di pausa ho ripreso a frequentare il blog, l’impulso di scrivere è tornato potente, in questa pace agostana ritrovo me stesso, la vibrazione vitale torna potente, addirittura si presenta di nuovo lo spirito battagliero del giovane uomo che ero quando, insieme al mio grande amico di allora, il povero Pop, ci si sentiva titanici dinnanzi al futuro.

Torno al presente, osservo gli ippocastani che dalla finestra dello studiolo filtrano la pianura campagnola in cui vivo,

Ippocastano dalla finestra – Domus Saura agosto 2025 – foto Tim Tirelli

mentre ascolto Songs for the Beginners di Graham Nash, Wounde Bird è sempre da brividi … una canzoncina in RE semplice semplice, tre accordi, tre strofe, niente ritornello, eppure tocca il mio cuore e il mio spirito blues:

Offri al tuo angelo una serenata, cantata con lo sguardo.
Cresci e diventa un po’ più alto,
anche se gli anni dicono il contrario.
Sentiti un po’ più piccolo,
e così in statura ti eleverai.
Sia il vagabondo che il poeta
devono affrontare draghi per conquistare una sposa.
E la torta dell’umiltà ( espressione idiomatica inglese che sta per “ammettere di aver sbagliato”, ndTim)
è sempre amara da ingoiare quando c’è di mezzo l’orgoglio.

A quel tempo, 1971, Nash stava passando dolori sentimentali, lui e Joni Mitchell si erano appena lasciati, molte canzoni ovviamente parlano di lei, ma non Wounded Bird, che pare sia stata scritta per Stephen Stills, anch’egli alla prese con profondi blues amorosi dovuti alla fine della sua relazione con Judy Collins. Per la cronaca, l’album Songs For Beginners arrivò al n.15 della classifica USA e diventò disco d’oro (500.000 copie vendute).

In queste due settimane cerco di mettere da parte le mie paturnie, lavoro di buona lena al mattino nella fetta di verde intorno alla Domus Saurea, la house of blues dove vivo insomma, mi faccio delle belle nuotate e nella tarda mattinata mi rifugio in casa visto il gran caldo, seguito dai gatti;

Honecker agosto 2025 – foto Tim Tirelli

esco solo la sera come faceva Edgar Winter ( … sì, lo so, questa non è per tutti).

Mi dedico alla musica, alla chitarra, alla lettura di quotidiani e riviste. Rimango basito quando vedo che esistono riviste tipo “La Metallurgia Italiana”, questo perché mi chiedo se vi sia un pubblico che davvero acquista pubblicazioni sul complesso dei trattamenti che devono essere eseguiti sui minerali dopo l’estrazione dalle miniere fino alla preparazione dei metalli e delle leghe che hanno interesse nelle diverse applicazioni (Treccani), evidentemente sì. Il mio stupore diventa prossimo allo sgomento quando poi mi cade l’occhio sulla rivista  “Il Mio Angelo” dove in copertina vi appare la scritta “Chiedi assistenza all’arcangelo Michele, lui risponde alle tue richieste di aiuto! Mi astengo da ogni commento, sebbene Ittod (uno dei dei tre uomini che sono) si agiti parecchio, laggiù nelle segrete dove lo tengo a bada.

Giunta la sera mi ritrovo alla grande Festa dell’Unità di Villalunga, quasi adagiata nel letto del fiume Secchia, di nuovo a cena di nuovo col mio amico Lorenz; questa estate festeggiamo i 23 anni di amicizia virile, Blues, Rock, nel nome di Johnny Winter, uno dei grandi Dei che preghiamo. 

Johnny Winter

Lorenz è una della rarissime vere Rock Star emiliane secondo me, oltre ad essere, come dico sempre, un chitarrista extraordinaire.

Lorenz Mocali 2025-08-14 Villalunga (RE)

Sì perché in questa serata ferragostana lo rivedo in concerto con i Cuore Nero Blues Band e sentirlo suonare è sempre un grande, grande piacere per me.

GOLDEN AGE OF ROCK AND ROLL

_Fleetwood Mac – Capital Center, Largo, MD, 1975

Versione di qualità superiore e senza watermark, davvero stupefacente. I FM del 1975 mi sono sempre piaciuti molto. E poi, c’è la mia preferita: Station Man.

_Santana Day On The Green, Oakland, CA, 2 luglio 1977

Pur amando da matti il periodo Jazz/Rock del gruppo (1972/74) i Santana che da ragazzino ho vissuto in diretta erano questi del 1977, che spettacolo, che gruppo, che formazione superlativa: Carlos Santana (chitarra, percussioni, voce), David Margen (basso), Graham Lear (batteria), Eddie Colon (percussioni), Raul Rekow (percussioni, voce), Tom Coster (tastiera, voce) e Greg Walker (voce)

Quella Yamaha poi …

FILM

_Kodachrome (2017 USA) – TTT¾ – pellicola con il grande Ed Harris il cui personaggio in questo film dice tra le altre cose “siamo tutti degli stronzi infelici!”. Già!  Ad ogni modo, bel film tratto da un articolo apparso sul New York Times che raccontava un fatto realmente accaduto, ovvero “il clamoroso pellegrinaggio di numerosi appassionati della gloriosa pellicola Kodachrome verso l’ultimo centro Kodak ancora in grado di svilupparla e che chiuderà definitivamente.”

Al boomer che sono, questo malinconico omaggio al mondo analogico è piaciuto.

_Soshana (2023 GB/Italia) – TTT¾

Film che parla della Palestina, tra thriller politico, archivi originali e love story. Parecchio intrigante e ben fatto.

PLAYLIST

Kenny Wayne Shepherd 1998

Wes Montgomery 1960

Buddy, il più grande.

Alphonso Johnson

FINALE

In questi giorni che ho tutti per me sono arrivato a pensare che, come per Italo Svevo, uno dei miei padri putativi, scrivere è una pratica igienica o comunque salvifica nei confronti della malattia mortale della vita, o perlomeno contro il logorio della stessa.

Ma sai che c’è, lasa cla vaga, come diciamo qui, lascia che sia, let it be baby e Keep On Playing that Rock And Roll.

Il tic toc dell’orologio nelle vecchie case di campagna in estate

9 Ago

Entrare nelle case di campagna di una volta, in estate, era l’equivalente di infilarsi in una dimensione di quiete e di ombra; nel meriggio assolato e caldo potevi facilmente trovare le tue esatte coordinate in quelle cucine silenziose, dove solo il tic toc di grosse sveglie in metallo poste sulla mensola del camino sapevano come irretire il tuo stato d’animo. Gli uomini e le donne se ne stavano in campagna a lavorare o tutt’al più nell’aia a sistemare chissà cosa, mentre le nonne sbucciavano piselli sotto al portico all’ombra. Presto saresti diventato un giovane uomo, ma in quella incerta età tra la adolescenza e la giovinezza, quando ti capitava di entrare in quella cucina, credevi di trovare le risposte alle domande che ben presto ti saresti posto.

il giovane Tim – Villa Bagno (RE) 1978

Avanti veloce (va beh fast forward) di alcuni decenni, ti ritrovi uomo di una (in)certa età alle prese con quelle risposte che non arrivano e allora ti senti preda dei principi della dinamica e saltelli tra le posizioni di Galileo e di Isacco Cittanova, ti senti dunque come una biglia che rotola su una superficie piana orizzontale molto estesa con gli attriti che diminuiscono fino a rendersi nulli, e dunque tu, la biglia, non rallenti mai e dunque non ti fermi. In certi giorni il tuo moto inerziale assume una direzione circolare, come riteneva Galileo, altri invece assume la direzione rettilinea come prevedeva Isacco.

Ti senti così, un biglia spinta dalla forza d’inerzia, in questa estate stramba che passa da settimane di caldo infermale a decadi molto più fresche, e non ti resta così che ammirare le rondini che si riposano nei pressi della house of blues dove vivi,

Rondini emiliane – estate 2025 – foto Tim Tirelli

ritornare nella tua comfort zone emiliana e guardare la signora Ganassi fare i tortelli di zucca,

L’Emilia d’estate – tortelli di zucca fatti in casa da Lucia Ganassi – foto Tim Tirelli

e a rimirare le nuvole che passano lente su quella fetta d’Emilia centrale in cui vivi.

L’Emilia d’estate – foto Tim Tirelli

Poi certo, continui con la tua vita, vai a vedere il tuo amico Lorenz chitarrista extraordinaire che suona al Morrison Hotel di Arceto (RE) con una delle sue formazioni, quella più blues, quella che passa da Robert Leroy Johnson/Elmore James con Dust My Broom, a Curtis Mayfield riletto da El Becko ovvero People Get Ready, fino a Stefanino Meraviglia con Living For The City. Qualche giorno dopo vai poi a pranzo da lui e ne approfitti per provare alcune delle sue splendide chitarre. Ora usa anche le Fender, ma Lorenz rimane il tuo Gibson twin.

Lorenz & Cuore N. Blues Band – Morrison Hotel, Arceto, estate 2025.

Insieme a Yesterday Frig, l’uomo di Belo Horizonte e Frignano Belle te ne vai a cena nella bassa alla Foresteria Cavicchioli dove di nuovo l’Emilia ritorna protagonista, un vecchio casale di una volta e la cucina della nostra terra, quella che il New York Times descrive come la migliore al mondo.

Nonantola Slim, O homem de Belo Horizonte, Frignano Belle & Yesterday Frig – San Prôsper agosto 2025.

Insomma Obladi oblada life goes on bra, Lala how the life goes on … la vita continua: le prime amichevoli della tua squadra del cuore, il calciomercato, i libri che stai leggendo, i film che guardi, la musica che suoni. La lettura dei quotidiani ogni mattina ti fa sentire prostrato, non riesci a credere che il mondo vada come va, che la società sia ridotta a quello che è oggi. Tu cerchi di metterci del tuo, di fare il possibile nel tuo piccolo ma in certe giornate gli sforzi appaiono inutili. Tuttavia hai un modo per ritrovare un minimo di fiducia, per capire che non sei solo, per non arrenderti mai: la musica!

SERIE TV

_Untamed (USA 2025) – TTT½

Bel thriller drammatico ambientato nello Yosemite Park. Con il grande Eric Bana.

_The Undoing (USA 2020) – TTT+

Con Hugh Grant e Nicople Kidman, thriller discreto.

FILM

_The Homesman (USA/F 2014) – TTT¾

Tratto dal libro “L’accompagnatore” recensito su questo blog pochi giorni fa. Trasposizione cinematografica riuscita.

FINALE

Tardo pomeriggio di mezza estate, lo stereo passa Jeff Beck alle prese con Angel (Footsteps), giorni di calma pur velati di irrequietudine dunque qui alla Domus, ma questa è una costante del “Blog per l’uomo di Blues”. Tra poco sarà tempo di vendemmia, l’uva è quasi matura nei campi qui intorno …

Vigne emiliane

Noi, io e voi, intanto continuiamo ad andare avanti appunto, insieme a questo blog miserello … da 14 anni ormai … pare incredibile. Chissà se vinceremo mai, ma perlomeno siamo in campo e ce la giochiamo. Buona estate donne e uomini di blues, dal vostro Blues boy.

Uomo di Blues – Tim Tirelli estate 2025

JOHN MILES, Music Hall, Boston Mass, 02 april 1977 – TTTT½

7 Ago

Questa è la prima registrazione live relativa agli anni settanta di John Miles che trovo, ne sono davvero felice visto che quello del biondo di Jarrow non è un nome di cui ci sia tanto materiale in giro. Nell’aprile del 1977 John e la sua band erano in tour negli Stati Uniti, il secondo album era appena uscito e Miles cercava di farsi strada anche nel Nord America.

In aprile e maggio apriva i concerti dei Boston (a volte insieme ai Journey), oppure di Manfred Mann’s Earth Band (a volte da solo a volte insieme ai Lake e ai Genesis), o anche dei Supertramp. Come si può capire dalla recensione che allego qui sotto del concerto del 5 aprile, la John Miles Band in quel periodo faceva una gran bella figura, il gruppo era rodato, preparato, pronto …cosa avrei dato per poter assister ad un concerto di quel tour.

Recensione concerto 1977 BOSTON- JOURNEY-JOHN MILES

Ho scritto più volte su questo blog come il singolo Music uscito nel 1976 mi catturò completamente, per me e per il mio amico per le palle Biccio (pianista extraordinaire) diventò il manifesto programmatico della nostra adolescenza. Al primo della classifica olandese e belga, al 2° in Italia, al 3° in UK, al 10° in Germania e 88° in USA, Music nel 1976 fu un gran successo in Europa; Biccio lo portò ad uno dei saggi di pianoforte a cui partecipava regolarmente (insieme a mia sorella che – siamo nella seconda metà degli anni settanta – pianista anch’ella in quella occasione portò Maple Leaf Rag versione di Keith Emerson). Miles partecipò anche al Festivalbar del 1976.

Ritorniamo a noi, il tour del 1977 fu una meraviglia, la caparbietà giovanile, i primi due album da promuovere (Rebel del 1976 e Stranger In The City del 1977), la cazzimma (pur di stampo inglese) … la John Miles Band era un nome su cui puntare.

La splendida registrazione audience in questione si apre con House on the Hill, B-side del singolo “Remember Yesterday”, scelta coraggiosa ma forse un tantino azzardata, ma quelli erano anni in cui la musica era una cosa seria, il rigore dell’essere artista non andava confutato. Il brano è un buon Hard Rock elaborato con un ottimo assolo di John alla chitarra; Pull the Damm Thing Down dal primo album mette in circolo l’ottima musicalità prodotta dalla John Miles Band, il pezzo, molto bello, è costruito con l’alternarsi del tight but loose, luci e ombre, forza e tenerezza. John lo canta con la sua voce STRAORDINARIA con passione e anima. Certi passaggi delle tastiere sono un po’ dozzinali, ma la metà degli anni settanta è tipica per questo uso molto discutibile delle stesse. Elegante l’assolo di chitarra. Sette minuti di bellezza Rock. Grande apprezzamento da parte del pubblico, evidentemente colpito dal savoir faire del gruppo.

Stand Up (and Give Me a Reason) dal secondo album e un altro gran pezzo, chitarre Rock, ritornelli spensierati e la solita classe ineguagliabile. Difficile non ripetersi e non perorare la causa di Miles, un musicista completo, voce magnifica e abilità straordinarie alla chitarra e al piano. Finale denso di improvvisazioni tra chitarra e voce. Altri sette minuti di leggiadria. 

1977 tour BOSTON – JOURNEY-JOHN MILES

Music è presentata come quarto pezzo pezzo e con quell’inizio delicato e melodico riempie la Music Hall di Boston di magia, peccato solo per le tastiere ordinarie. Parte quindi la sezione Rock e il conseguente assolo di chitarra. John ritorna poi al piano e il pubblico si emoziona tanto; certo non è facile sostituire l’orchestra della versione in studio con una tastiera, ma il risultato regge. Di nuovo il tempo Rock ed ostinato su cui le tastiere cercano di riprodurre gli archi dell’orchestra, John torna a cantare … e quell’ultima doppia strofa riesce a darmi i brividi anche adesso, dopo tutti questi decenni

Music was my first love
And it will be my last
Music of the future
And music of the past
To live without my music
Would be impossible to do
In this world of troubles
My music pulls me through

Il pubblico gradisce tantissimo e tributa alla band un applauso a tutto tondo, l’emozioni riempiono l’aria. Highfly fu il primo singolo dell’era che conta di Miles, pubblicato nel 1975 arrivò al 17° posto delle classifiche UK e al 68° di quelle USA, posizioni davvero niente male per un artista sconosciuto, e infatti quando John lo introduce il pubblico sottolinea il gradimento. High Flyer è un gran pezzo che colpisce nel vico, è brillante, per certi versi molto inglese: un sfumatura rococò, una glam, una decisamente Rock. John la canta con il piglio giusto, la band lo segue con la consueta abilità. Tre minuti e mezzo tirati, lucidi, assolutamente convincenti. Il pubblico esplode … è gratificante sentire il pubblico così caldo per un artista che alla fine dei conti non riuscì mai a sfondare del tutto nel mercato statunitense. Chiude il concerto Slow Down, quello che all’epoca era l’ultimo 45 giri uscito e che arrivò 10° in UK e 34° in USA, un ottimo successo per John Miles. Slow Down ha un ritmo ballabile su cui si innestano chitarre Rock, il clavinet e una grinta mica da ridere. Il pubblico a questo punto è tutto dalla sua parte, batte le mani a ritmo e accompagna il brano. John canta benissimo, spingendo la voce con passione scatenata. Buono l’assolo di tastiere, molto anni settanta. John si lancia quindi nell’assolo di chitarra trattata con l’effetto Talk Box (Peter Frampton, Jeff Beck e Joe Perry anyone?). John Miles qui è travolgente, la vibrazione della musica nera è evidente, il funk e il rock che si accoppiano con foga, il gruppo e il pubblico in perfetta e sfrenata sintonia … baby won’t you please slow down … finale da pelle d’oca. Thank you, goodnite, God bless you. la John Miles Band lascia il posto ai Journey e ai Boston.

Io sono di parte, lo so, John Miles è uno dei miei artisti preferiti, ma sfido chiunque a non ammettere che, al di là dei gusti, John Miles in quei primi due anni era una forza della natura capace di unire eleganza e approccio decisamente (Hard) Rock. Qui sotto il link al concerto competo. In John Miles we trust!

◊ ◊ ◊ 

JOHN MILES
Music Hall
Boston Mass
April 2nd 1977
Hezekiahx2 Analog Master
to 1st Gen Reel to Reel at 7.5 ips
Transferred and Presented By Krw_co

LINEAGE HEZEKIAHX2 MASTER CASSETTE TO REEL TO REEL 1ST GENERATION AT 7.5 IPS >
TEAC A-7300 REEL TO REEL W/MANUAL AZIMUTH ADJUSTMENT>CREATIVE SOUNDBLASTER X-FI HD MODEL #SB1240 WAV(24/96KHZ)>MAGIX AUDIO CLEANING LAB FOR KRW TRACK MARKS VOLUME ADJUSTMENT AND EDITS>WAV(16/44.1KHZ)>TLH FLAC 8
Sony TC 153ECM-99 1 point stereo mic on a cane
Analog masters no longer exist (recycled after transfer to reel).

THE BAND
John Miles lead vocals keyboards guitar
Bob Marshall bass
Barry Black drums
Gary Moberley keyboards

SETLIST
1 Intro
2 House on the Hill
3 Pull the Damm Thing Down
4 Stand Up (and Give Me a Reason)
5 Music
6 Highfly
7 Slow Down

◊◊◊

John Miles sul blog:

Addio a John Miles (born John Errington; 23 April 1949 – 5 December 2021)

JOHN MILES suona “Music” nel programma omonimo di Canale 5 (11 gennaio 2017)

JOHN MILES “The Decca Albums” (Caroline-Decca-Universal 2016) – TTTTT

Bluesitudine: ALAN PARSONS PROJECT with JOHN MILES “Shadow Of A Lonely Man” 1978

JOHN MILES “Decca Singles 1975-79” (2012 7T’s Records / Cherry Red Records) – TTTTT

JOHN MILES European Tour 1979 tour program

Flashes from the Archives of Oblivion: JOHN MILES “Rebel ” (Decca 1976 – Universal /Lemon Recordings Remaster 2008) – JJJJ1/2

 

Glendon Swarthout “L’accompagnatore” (2025 Jimenez Edizioni) – TTTT½

6 Ago

Questo romanzo, titolo originale: “The Homesman”, uscì nel 1988 in USA, ebbe ottime critiche ed un buon successo di vendita. Nel 2014 ne uscì la versione cinematografica (The Homesman,diretto e interpretato da Tommy Lee Jones, con Hilary Swank e Meryl Streep) che ebbe anch’essa critiche assai positive. Jimenez Edizioni pubblica adesso il libro per la prima volta in Italia. Essendo un appassionato della grande epopea del western di frontiera, quella più sincera e veritiera, quella che narra le storie meno conosciute, quella senza la retorica insopportabile degli USA, non potevo non comprare questo libro.

Ai più il tema Western potrà sembrare anacronistico oggigiorno, per me rimane invece attuale e affascinante, l’epica della storia recente (parliamo a grandi linee di quasi due secoli fa) disegnata in quei territori ostili del Nord America (in particolare del Nebraska e dello Iowa) dove i colori aspri e violenti delimitavano il confine tra civiltà e barbarie e arretratezza, la si può scorgere chiaramente anche nello sciagurato mondo odierno.

Il romanzo è uno spaccato perfetto deli territori che descrive, uomini donne e bambini che entrano in una terra che lascia senza fiato, sia in senso positivo che negativo, meravigliosa certo ma anche nemica, brutale e senza pietà, il tutto incastonato in una cornice dove la competizione con gli elementi diventa così maligna da sconvolgere ogni possibilità di ragionamento e sopravvivenza.

Un romanzo che racconta storie di donne catapultate in una abisso, donne che cercano di resistere e rischiano quotidianamente di restare avviluppate ad un destino tragico.

Romanzo davvero potente.

◊ ◊ ◊

Sinossi

https://www.jimenezedizioni.it/laccompagnatore-glendon-swarthout/

“L’accompagnatore” è un romanzo western, classico e atipico, di Glendon Swarthout, pluripremiato alla sua pubblicazione negli Stati Uniti nel 1988 e diventato un film nel 2014 (The Homesman, diretto e interpretato da Tommy Lee Jones, con Hilary Swank e Meryl Streep). Attraverso una narrazione serrata e coinvolgente, Swarthout racconta una storia di frontiera che mette al centro le donne, offrendo un ritratto realistico e duro della vita brutale, e dell’affanno della sopravvivenza, dell’epoca della colonizzazione. La vicenda si svolge nel 1850, nelle terre desolate del Nebraska. Mary Bee Cuddy, insegnante, donna sola e apparentemente granitica, si assume un incarico disperato: scortare fino a Hebron, in Iowa, quattro donne traumatizzate dalla vita di frontiera e uscite di senno. Per compiere questa missione, Mary Bee si allea con George Briggs, un inaffidabile vagabondo che lei stessa ha salvato da morte certa. Briggs è un uomo ai margini della società, così come lo sono le donne che accompagnano: anime ferite e sfiancate, segnate da anni di isolamento e fatica, ingabbiate in un territorio che le ha logorate lentamente. Insieme, Mary Bee e Briggs risalgono controcorrente la marea della colonizzazione, attraversando tempeste di neve, territori selvaggi e minacce costanti. Il loro viaggio è una lotta contro la solitudine, un tentativo di resistere e, forse, di trovare un nuovo inizio. L’accompagnatore è una storia trascinante e piena di umanità, di aspettative e sconfitte, di bellezza e ferocia, che ci parla delle vite dimenticate di chi non è sopravvissuto al fragile sogno del vecchio West. Il volume contiene anche una postfazione di Miles Swarthout, figlio dell’autore, che racconta la genesi del romanzo e il lavoro di ricerca svolto dal padre Glendon.

Glendon Swarthout

Nato nel 1918 e morto nel 1992, è stato autore di sedici romanzi, molti dei quali sono diventati film. Tra questi, 7° Cavalleria (1956) con Randolph Scott e Barbara Hale; Cordura (1959) con Gary Cooper e Rita Hayworth; La spiaggia del desiderio (1960) con George Hamilton e Paula Prentiss; Il pistolero (1976) con John Wayne e Lauren Bacall. Con la moglie Kathryn ha scritto anche sei libri per bambini e ha vissuto a Scottsdale, in Arizona.

Valerio Evangelisti “Il Sol Dell’Avvenire – Volume 3 – Nella Notte Ci Guidano Le Stelle” (Mondadori 2016-edizione 2024) – TTTTT

26 Lug

Terzo ed ultimo capitolo della trilogia di Evangelisti dedicata al Sol Dell’Avvenire. Dolorosa la prima parte del libro dedicata all’avvento definitivo del fascismo e delle atrocità da esso compiute, l’Emilia Romagna che cede alla violenza e ai crimini delle camicie nere sostenute dalla borghesia, dalla chiesa, dagli agrari e dall’ordine costituito. Nell’ultima parte ci si sistema un poco l’animo grazie ai raggi del sol dell’avvenire appunto che, almeno per qualche tempo, riusciranno a spazzare via la dittatura.

Una trilogia questa molto riuscita, la storia trattata come un romanzo, una maniera per conoscere meglio la realtà della guerra civile italiana.

Sinossi:

In questo terzo e ultimo volume de Il Sole dell’Avvenire, Valerio Evangelisti continua a seguire le vicende di alcune famiglie romagnole, attraverso i grandi cambiamenti politico-economici che investono la regione e l’Italia intera.

Nel tormentato periodo che va dagli anni Venti alle soglie degli anni Cinquanta, il fascismo si afferma ed esplode, dissolvendo, tra l’altro, la compattezza dei nuclei familiari. Spartaco, “Tito”, Verardi diviene squadrista e architetto della distruzione delle conquiste del movimento operaio. Destino Minguzzi è assorbito, quasi suo malgrado, dal mondo dei clandestini e degli esuli antifascisti, e dalle sue lacerazioni a volte drammatiche. Soviettina, “Tina”, Merighi si trova a partecipare alla guerra di liberazione nella più anticonformista e “romagnola” delle formazioni partigiane. Nessuno di costoro “fa la storia”, ma tutti, a loro modo, vi partecipano. Non senza chiedersi, alla nascita di una nuova Italia, se la realtà corrisponda davvero ai loro auspici. Su questo interrogativo si chiude una grande saga popolare, un’opera unica nel panorama letterario italiano.

◊ ◊ ◊

Il Sol Dell’Avvenire Sul Blog:

Valerio Evangelisti “Il Sol Dell’Avvenire – Volume 1 – vivere lavorando o morire combattendo” (Mondadori 2013) – TTTTT

Addio a Mick Ralphs

27 Giu

Dall’articolo del blog del 4 novembre 2013:

◊ ◊ ◊

Seconda metà degli anni settanta, sono un adolescente, ho già scoperto i LED ZEPPELIN, i FREE, gli ELP, JOHNNY WINTER, SANTANA e alcuni altri gruppi rock che mi fanno girare la testa. Non c’è internet, non c’è youtube, non c’è un caxxo, solo CIAO 2001 e poco altro. Ma sono un fan on the prowl, determinato e cocciuto, adesso che l’ho scoperto, il ROCK è tutto quello di cui m’importa; scovo notizie, ritagli di giornali, foto, qualche libro … tramite FREE, LED ZEPPELIN, SWAN SONG, arrivo ai BAD COMPANY. E’ settembre, uno di quei settembre emiliani, tiepidi, dolci, a misura d’uomo di blues. Il futuro sembra pieno di luce, le possibilità infinite, la vita gravida di sorprese. Sabato, mi fiondo al PEECKER SOUND di FORMIGINE, di fianco alla leggendaria discoteca PICCHIO ROSSO. Il PEECKER è probabilmente il negozio di dischi per eccellenza del modenese, grande, pieno di scaffali, self service, nessun commesso che ti disturbi con la frase “posso aiutarti?”. Lì dentro ci si passa pomeriggi interi. Lettera B: BAD COMPANY. La copertina con i dadi è quella che mi attira subito, …printed in USA…cazzo, l’etichetta è quella della SWAN SONG, special thanks to PETER GRANT, sleeve by HIPGNOSIS…STRAIT SCIUTER sei mio.

Bad Company Straight Shooter

Arrivo a Nontown, salgo in casa, sono tutti fuori, metto il disco sul piatto … primo pezzo GOOD LOVING GONE BAD. Bam! Una sorta di imprinting immediato, una scossa di testosterone, un marchio indelebile che mi si stampa sull’animo. Il pezzo è di un certo MICK RALPHS, ah è il chitarrista.

Hard rock di fattura pregevolissima, suoni efficacissimi, batteria meravigliosa, voce che senti vibrare nello stomaco, e MICK RALPHS giustappunto alla chitarra. Un zabaione di iperbole (vabbeh iperboli) per la mia giovane anima, per me che sono esile come un giunco ma che mi sento forte come una quercia. STRAIGHT SHOOTER significa  “persona schietta e sincera” ma c’è il gioco di parole dato dall’immagine dei dadi in copertina: to shoot craps significa difatti tirare i dadi, gettare i dadi. Ad ogni modo, mi accorgo che MICK RALPHS non è JIMMY PAGE, ma il suo chitarrismo  è appunto così schietto e sincero da essere, per me, irresistibile. Quelle note alte dell’assolo di chitarra a tutt’oggi sono incise nel mio animo. Riff granitico poi stacco lento dove RODGERS canta

I got my pride 
Don’t need no woman to hurt me inside
I need love 
Like any other
So go on and leave me
Leave me for another

Il ritmo poi riprende e sullo stacco PAUL che canta Cuz’ Baby I’m a bad Man, quanta forza mi ha dato quella sciocca frasetta…

Good! Lovin’ gone bad
Good! Lovin’ gone bad
Good lovin gone bad
I’m a sad man
Get outta my way 
Cuz’ Baby I’m a bad Man
Now Now!

Io sono conosciuto per essere soprattutto un fan dei LED ZEPPELIN, e dei FREE e degli ELP se vogliamo, ma in definitiva forse il gruppo che più amo è la (vabbeh i) BAD COMPANY, e grazie a questo primo pezzo, STRAIGHT SHOOTER è probabilmente l’album che preferisco in assoluto. Intendiamoci, capisco benissimo che la BAD CO non è uno dei gruppi più importanti della storia del rock, so che detta in modo un po’ maldestro il gruppo non è altro che la versione da stadio dei FREE, ma quell’hard rock genuino, semplice, diretto mi arriva al cuore con una facilità disarmante. Non è un caso che la mia band si chiami CATTIVA COMPAGNIA, che le canzoni che scrivo siano in qualche modo messe giù con un metodo simile, che mi senta un chitarrista alla MICK RALPHS più che alla JIMMY PAGE, che i il partner musicale che ho sempre cercato (invano) è una sorta di PAUL RODGERS emiliano… Oggettivamente credo che STR SHT sia un buon album hard rock, arriverei a dire ottimo, ma essendo diventato un capitolo così importante della mia vita, per me che sono lo smilzo di Nonantola, è the best hard rock album ever (vabbeh, dopo Physical Graffiti).

◊ ◊ ◊

Oggi 27 giugno 2025

Qualche giorno fa se ne è andato Mick Ralphs, chitarrista e compositore di Mott The Hoople e Bad Company, figura fondante per il sottoscritto e di conseguenza per questo blog. Aveva 81 anni, nel 2016 ebbe un ictus che ha reso i suoi ultimi nove anni difficili, pertanto una morte non proprio improvvisa, tuttavia è un gran brutto colpo visto l’importanza che aveva Mick per il sottoscritto.

Condivido subito la triste notizia con Polbi, il quale mi risponde poco dopo …

◊ ◊ ◊

Polbi Cell.: Cazzo….quanto mi dispiace….musicista particolarissimo, ha scritto pezzi che restano per sempre nella storia del rock. Aveva quell’aria triste e allegra al tempo stesso che lo rendeva una rockstar atipica. Sicuramente è stato e sarà sempre una rockstar, però con una cifra tutta sua, fuori da ogni cliché del ruolo ma incarnandolo alla perfezione a modo suo. Le sue due band perdono il loro componente mio di gran lunga preferito, che entra in una dimensione da questo momento leggendaria.
Aspetto la celebrazione della sua vita sul blog con il cuore triste anche io amico mio, ti capisco benissimo. Ma lasciamo anche spazio da qualche parte al suo sorriso, che ci torna in mille fotografie della sua storia.

◊ ◊ ◊

Michael Geoffrey Ralphs nacque il 31 marzo 1944 a in Stoke Lacy, nell’Herefordshire, scoprì la chitarra relativamente tardi, verso i 18 anni, il momento in cui ascoltò Green Onions per la prima volta,

nel 1964 pubblicò un singolo con i Buddies, si unì quindi al Doc Thomas Group con cui fece tour in Italia

dopo l’uscita di un album (per una etichetta italiana), il gruppo si tramutò nei Mott The Hoople. Con loro Mick pubblicò 5 album che permisero al gruppo di diventare una cult band a tutti gli effetti.

Mick Ralphs – al centro – con i Mott The Hoople

All Young Dudes (1972) e Mott (1973) ebbero un successo ragguardevole.

Frustrato dal fatto che Ian Hunter non volesse (potesse) cantare alcuni suoi pezzi, mise in piedi il sodalizio con Paul Rodgers dei Free, ed insieme al batterista Simon Kirke (Free) e al bassista Boz Burrell (ex King Crimson) formarono i Bad Company, gruppo di gran successo che arrivò a vendere 40 milioni di dischi nel mondo (di cui 20 solo negli USA).

Mick con i Bad Company

Jimmy Page e Mick Ralphs live 1977 (Led Zeppelin show)

Paul Rodgers & Mick Ralphs

Guitar Player 1979 Mick Ralphs

Mick si considerò soprattutto un songwriter più che un chitarrista, molti dei suoi pezzi divennero singoli di successo o comunque brani di grande importanza nell’economia della band.

I Bad Company originali si sciolsero nel 1982. Nel 1984 Mick accompagnò David Gilmour dei Pink Floyd nel tour relativo e nel 1985 pubblicò a suo nome l’unico album solista vero e proprio “Take This”.

Si susseguirono reunion dei Bad Company (con e senza Paul Rodgers, con e senza lo stesso Mick) e dei Mott The Hoople e tour della Mick Ralphs Blues Band.

Jimmy Page e Mick Raplhs

Nel 2016 l’ultimo tour dei Bad Company con in formazione 3/4 dei membri originali ovvero Mick, Paul e Simon Kirke, fu in quella occasione che ebbi modo di vedere, nella data di Glasgow, il mio eroe.

Bravissimo autore di canzoni, chitarrista magari non appariscente ma certamente capace e con uno stile tutto suo, Rockstar elegante e gentile. Per quanto mi riguarda niente di meglio. Mi mancherà molto.

Goodbye my hero. Thanks for the music. You meant a lot to me. I will always love you.
 
Mick Ralphs 31/03/1944 – 23/06/2025.