
Il titolo, il collage delle due foto, l’articolo stesso … tutta roba un po’ azzardata, ma questa è l’impressione che ha avuto Picca nel leggere la sua autobiografia. A Clapton abbiamo tutti voluto bene, di Clapton abbiamo tutto, ma vogliamo sentirci liberi di poter esprimere una nostra opinione. Sacrilegio griderà qualcuno che ancora considera Clapton secondo le scritte che apparvero alla fine degli anni sessanta sui muri di Londra, ma si sa, a noi la religione piace poco.
Milos Forman ha già brillantemente affrontato l’argomento nel film Amadeus, dedicato alla vita di Mozart. Per bocca del povero Salieri pone al mondo e agli dei una fondamentale questione: perchè le Muse, quando c’è da infondere in un umano quell’ afflato miracoloso che noi chiamiamo Talento, spesso scelgono un idiota?
Mi faccio questa domanda da giorni, da quando cioè ho preso a leggere la già vecchiotta autobiografia di Eric Clapton, e sottolineo autobiografia.
Nel suddetto volume infatti, il vecchio Slowhand ci tiene moltissimo a farci capire, di suo pugno, che quando ci emozioniamo ascoltando Layla, quando chitarristi in erba vedevamo sanguinare le dita callose nel tentativo di replicare l’assolo di Crossroads, quando abbiamo ammirato il tempismo del buon Eric a sbolognare al pianeta l’allora nuova mania rock-conservatrice dell’ormai mitico ‘unplugged’, eravamo sempre, senza saperlo, al cospetto di un idiota.
Detto, si intende, col massimo rispetto.
Dalla lettura delle 400 pagine scritte da Eric in un impeto di autodenuncia più o meno conscia, si evince che calcare i palchi più prestigiosi di mezzo mondo, partecipare a registrazioni fondamentali, incontrare e frequentare altri talenti di ambito differente, coltivare un interesse totalizzante e stimolante quale la musica, accedere ad un ingente patrimonio e scopacchiarsi compulsivamente donne di ogni colore, razza e credo religioso possa rivelarsi perfettamente inutile per il tuo percorso esistenziale, a patto naturalmente che tu sia un completo idiota.
Questo non toglie che Clapton rimanga un chitarrista dal talento enorme, un fantastico cantante (personalmente lo preferisco come vocalist che come guitarslinger), un incostante ma brillante autore di canzoni e un professionista dall’ottimo fiuto per gli affari.
Dal libro ne esce come un egoista patologico (a dire il vero una condizione fondamentale per fare la rockstar), donnaiolo compulsivo che approfitta della notorietà e del conto in banca per accoppiarsi con femmine casuali (anche questo è consueto nell’ambiente), disonesto sentimentalmente e aridissimo spiritualmente, capace, a seguito di delusioni esistenziali del tutto normali nella vita di un uomo, soltanto di attaccarsi al ciuccio e frignare.
Il ciuccio inteso come bottiglia di Brandy.
Alcolismo cronico per trent’anni, priapismo spinto e dipendenza da ero e coca, i vizi di Eric però non hanno contribuito per nulla a costruire un vissuto in qualche modo artisticamente interessante, il classico ‘oscuro passato’ di tanti scrittori, musicisti o artisti in genere che poi hanno saputo trarre dalle melmosità esistenziali più limacciose germogli puri di ispirazione o ‘storiacce’ bukowskiane di ‘maledettismo’ poetico.
Nada. Nothing. Niente.
400 pagine piene di 2 o 3 bottiglie di vodka al giorno, una pista di coca, una moglie scippata a George Harrison e subito ripudiata, una jam con Buddy Guy, una scopata con la giovane Madame Sarkozy, una sfilate di Versace, altre due bocce di vodka e via andare.
Anche la perdita straziante del piccolo Conor avuto dalla Lady From Verona Lori Del Santo (un fidanzamento babbeo descritto in pagine esilaranti per umorismo involontario ) è raccontato con una superficialità e una miseria interiore raggelanti.
Naturalmente si apprezza la sincerità dell’uomo (per la serie ‘Viva la faccia’) anche se per lunghi tratti del tomo si capta una sorta di incoscienza di fondo.
Leggo le biografie dei cantanti (di solito pessima letteratura) per un motivo semplice: mi fanno venire voglia di (ri)ascoltare i dischi.
Ecco, Eric riesce con successo a scatenare l’effetto contrario. Tra le righe non si scorge nessuna passione per la musica, non si intravede nessuna emotività artistica che scaldi il cuore, non si coglie nemmeno una scintilla di quel sacro fuoco che è l’amore per le arti. Niente. Nada. Nothing.
Una lettura davvero illuminante.
Ci si chiede cos’ hanno per la testa le Muse della chitarra e i demoni del blues quando, all’inizio degli anni ’60 nella grigia e profonda provincia inglese, decidono che il giovane Eric Clapton con la sua chitarrina in mano meriti tutto quel Talento.
(Picca – marzo 2011)
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