INTER 5 – GENOA 2: IL GIAPPONE HA UN NUOVO IMPERATORE

6 Mar

Al goal del Genoa a fine primo tempo Dennis si alza imprecando, bestemmia, maledice Pazzini che non combina nulla e va fuori a fumare. Io affondo ancora di più sul divano. Al 5′ del secondo tempo Pazzina segna, Dennis urla che è il miglior giocatore del mondo. Passa un minuto ed  Eto’o raddoppia,  passa qualche altro momento ed Eto’o fa il terzo, un goal dei suoi, bello, elegante, magnifico. Allora esplodo, salto sul divano, bacio lo stemma dell’Inter sulla maglietta che indosso che mi ha regalato Jaypee.  Veloce scambio di sms con Doc che è a San Siro:

Doc: Poesia in movimento, dalla culla dell’umanità.

Tim: Pura magia. Eto’o miglior giocatore di tutti i tempi.

Doc: Amen

Pandev finalmente si sblocca grazie al regalo che gli fa Wesley Sneijder, e sono quattro. Da poco è entrato il nuovo idolo dei supporter nerazzurri, il giapponese YUTO NAGATOMO, ex Cesena.  Schizza veloce sulla fascia, si fionda in area del Genoa, riceve palla, la difende da 4 difensori avversari -lui Yuto non può che essere minuto –  e scocca un tiro micidiale, e sono cinque. YUTO NUOVO IMPERATORE DEL GIAPPONE.

La partita finisce, allentiamo la tensione. La bassista preferita ci prepara la cioccolata in tazza, mastica amaro, pensava di essere lei Milano, e invece siamo noi. Forza ragazzi, fino alla vittoria, sempre.

MORNING SUN

6 Mar

Ho sempre avuto un posto speciale nel mio cuore per MORNING SUN della Bad Company dall’album Burnin’ Sly del 1977. Quella introduzione agreste con gli uccellini che cinguettano, le campane che risuonano lontano e l’incedere sempre un po’ misterioso dei pezzi di Paul Rodgers. Fu una delle cose a cui pensai la prima notte che passai a militare lontano da casa; ero arrivato alla caserma di Torino in una fredda e piovosa serata di fine marzo di tanti, troppi anni fa; dopo le prime formalità, ci assegnarono una camerata provvisoria, mi ritrovai così a dormire con gente sconosciuta che probabilmente non sarebbe finita nel mio stesso plotone e nella mia futura camerata. Fu una serata strana, un po’ confuso mi affacciavo sul lungo corridoio, uno di quelli con le mattonelle piccole di quel colore che non sai descrivere,  non capivo ancora bene dove fossi capitato. Mi ritrovai lì con in mano una di quelle coperte militari grigie con un ricamo spartano e dall’odore intenso di disinfettante. La notte, prima di addormentarmi, pensai a MORNING SUN,  alle mattina in settembre passate a casa dei nonni nelle campagne reggiane. Eravamo lì per la vendemmia, dormivamo nella camera più alta della casa, vicino al” tassello” (inteso come granaio…dal dialetto reggiano “tassèll”)… mi svegliavo, sentivo il suono familiare di mia nonna in cortile che appoggiava un secchio di metallo per terra, aprivo la finestra che dava sulla carreggiata (“scarsèda”  direbbe la signora Lucia) principale, il sole che entrava dalla finestra, la vigna gravida d’uva che aspettava di essere munta.

Stamattina c’è il sole e non posso fare altro che mettere su Burni’ Sky e, mentre parte Morning Sun,  guardare la campagna e la chiesetta lontana. La Bad Company, un altro pezzo importante del mio dna.

The Morning Sun Comes Thru My Window
All Night Long I Have Been Waiting
We Who Are Constantly Moving
Leaving Part Of Us Behind

She Moves Across The Room With Easy Grace
Mona Lisa Smiles Up On Her Face
I Who Am Completely Mesmerized
By The Sunlight In Her Eyes


PFM – Cook (Live in Usa 1974) – (Expanded Deluxe Edition 2010 – 3cd) JJJJJ

6 Mar

L’uscita dell’anno 2010 riguardante il progressive è senz’altra questa della PFM.

Solo il signore dell’oscurità sa quanto ho desiderato che prima o poi uscisse LIVE IN USA della PFM in versione completa. La Manticore (solo a scriverlo questo nome mi mette i brividi)/Esoteric Recordings/Cherry Red (uff, ma quanti brand devono usare per far uscire un disco’) si è finalmente decisa a rimaste rizzare COOK (nome internazionale di LIVE IN USA, titolo della versione italiana). Il primo disco è il remaster del disco originale uscito nel 1974 (tratto dalle due date amerecane registrate col multi traccia, ovvero Toronto e New York) mentre i rimanenti due contengono il concerto completo del Central Park di New York.

Dalle copertine allegate potete farvi una idea dei pezzi contenuti. Non aggiungo altro, se amate il progressive, quello classico, quello degli anni settanta, questo è un disco imperdibile, un live sullo stesso livello di WELCOME BACK MY FRIENDS degli Elp e SECONDS OUT dei Genesis ad esempio.

GREGG ALLMAN – Low Country Blues – JJJ1/2

5 Mar

Prodotto da T.Bone Burnett, di cui non sono fan, questo nuovo disco del grande Gregg Allman si colloca per certi versi sugli stessi binari di RAISING SAND e BAND OF JOY di Robert Plant, civettando come fa con il genere che gli inglesi chiamano “americana”. Gregg se non altro rimane più ancorato alla parte nera e dunque blues.

La produzione e le performance dei vari musicisti sono avvolte in quel velo tipico delle produzioni di Burnette, una specie di fanghiglia sonora dove niente risalta particolarmente. Io non amo questo tipo di produzioni, ma adesso vanno di moda, specialmente tra i vecchi leoni.

Gregg rilegge Sleepy John Estes in FLOATING BRIDGE e Skip James in DEVIL GOT MY WOMAN, io in quest’ultima ci sento tanto di quel ROBERT JOHNSON che mi pare di vederlo apparire.

Godibile e bella rilettura di I CAN’T BE SATISFIED di Muddy Waters, pezzo che riesce sempre a scaldare il cuore.

In JUST ANOTHER RIDER Gregg rifà un po’ il verso a stesso, se non altro nel titolo, ma il pezzo è coinvolgente, ben delineato dai fiati e dove la voce di Gregg ritorna prepotentemente quella dei tempi d’oro degli Allman Brothers. E’ tutto il disco comunque a convincere pur non contenendo nessun acuto creativo particolare, un bell’insieme di blues e passione, e per blues intendo quello vero, quello che sa mettere paura, quello che pur non potendo rispondere alle domande ancestrali dell’uomo, riesce comunque a trasmettere un senso alla vita.

Gregg Allman, che uomo.

GATTI

5 Mar

Stamattina ho portato il gatto Fidel dal veterinario e mi son sentito dire che non c’è più tanto da fare e che il tempo a disposizione sta per scadere.

Nel tornare in macchina ho pensato a tutte quelle  persone, conoscenti ed amici che non hanno mai vissuto con un gatto o un altro animaletto simile, quelli che non sanno proprio cosa voglia dire condividere la vita con un essere vivente che non sia un umano. Quelli che nel corso degli anni, quando si parlava del mio gatto, non hanno saputo dire altro che qualche battuta sul fatto che era bello in carne e come sarebbe buono fatto in salmì, o “ma non potete parlarne come fosse un figlio”.

Che ne sanno loro di quello che si instaura tra un gatto e il suo umano di riferimento? Che ne sanno di quello che si prova quando tu e il tuo gatto vi guardate dritto negli occhi per diversi minuti senza proferire parola o miagolio o di quando tu lo hai in braccio, siete davanti ad un specchio, lui ti guarda un momento volgendo la testa verso di te, e l’altro momento lo fa guardando la tua immagine nello specchio

Deve essere bello anche avere un cane, non so esattamente quello che si provi, ne ho avuto uno da ragazzino ma per poco tempo, ma ad ogni modo si sa, il cane “dà”, il gatto invece “è”, così quando è lui a venirti a cercare l’effetto è davvero cosmico. E’ difficile pensare che tra un po’ dovrò fare a meno di lui, così questa sera non posso fare altrimenti che avere un profondo e doloroso  white cat blues.

Vi benedico nel nome di Emerson, Lake and Palmer

3 Mar

Stavo scambiando quattro chiacchiere col mio maestro, si parlava inevitabilmente degli Elp e mi sento dire:

THE MAESTRO: “Ma a proposito, com’è che dici di amare gli Elp appena sotto i Led Zep e non ne parli? Non sarai mica fra quelli che si vergognano di parlarne bene perchè la critica di sinistra e punkettara li ha stroncati come dinosauri? Beh, per me i dinosauri sono gli animali più affascinanti…dopo le donne!”

THE PUPIL: ” Scusi Maestro, ma secondo lei mi vergogno a parlare degli ELP? Mai successo, anzi mi vanto di questo e ritengo sia il segno di una intelligenza sopraffina oltre che di gusti musicali eccelsi. O là! Non ne ho ancora scritto perché aspettavo di avere il nuovo Nassau 78, per fare una recensione. Se guarda bene nel logo del Blog, la T di Tirelli è dedicata  proprio a loro.  Scusi il linguaggio, ma me ne fotto della critica di sinistra, cazzo la critica di sinistra sono io e io amo alla follia gli Elp.  Guardi, io sono cresciuto anche con il Punk, ho ascoltato i Sex Pistols e i Ramones ma soprattutto i Clash e i Damned, capisco la loro portata politica, di rottura, intellettuale (?) …  ho tutta la discografia dei Clash (compresa una deluxe edition), diverse cose dei Damned (tra cui un cofanetto)… ma non scherziamo, la musica, quella vera, è un’altra cosa”.

Così approfitto della cosa per pubblicare una foto del trio che mi sta più a cuore al mondo, e per ringraziarvi: il blog ha appena superato le mille visite, niente male per un blogettino senza pretese appena nato.

Per questo vi benedico nel nome di Emerson Lake e (Renzo) Palmer: la messa (nera) è finita, andate in pace.

PITIFUL TONIGHT: Eric Clapton Autobiography – review by Picca

3 Mar

Il titolo, il collage delle due foto, l’articolo stesso … tutta roba un po’ azzardata, ma questa è l’impressione che ha avuto Picca nel leggere la sua autobiografia. A Clapton abbiamo tutti voluto bene, di Clapton abbiamo tutto, ma vogliamo sentirci liberi di poter esprimere una nostra opinione. Sacrilegio griderà qualcuno che ancora considera Clapton secondo le scritte che apparvero alla fine degli anni sessanta sui muri di Londra, ma si sa, a noi la religione piace poco.


Milos Forman ha già brillantemente affrontato l’argomento nel film Amadeus, dedicato alla vita di Mozart. Per bocca del povero Salieri pone al mondo e agli dei una fondamentale questione: perchè le Muse, quando c’è da infondere in un umano quell’ afflato miracoloso che noi chiamiamo Talento, spesso scelgono un idiota?

Mi faccio questa domanda da giorni, da quando cioè ho preso a leggere la già vecchiotta autobiografia di Eric Clapton, e sottolineo autobiografia.

Nel suddetto volume infatti, il vecchio Slowhand ci tiene moltissimo a farci capire, di suo pugno, che quando ci emozioniamo ascoltando Layla, quando chitarristi in erba vedevamo sanguinare le dita callose nel tentativo di replicare l’assolo di Crossroads, quando abbiamo ammirato il tempismo del buon Eric a sbolognare al pianeta l’allora nuova mania rock-conservatrice dell’ormai mitico ‘unplugged’, eravamo sempre, senza saperlo, al cospetto di un idiota.

Detto, si intende, col massimo rispetto.

Dalla lettura delle 400 pagine scritte da Eric in un impeto di autodenuncia più o meno conscia, si evince che calcare i palchi più prestigiosi di mezzo mondo, partecipare a registrazioni fondamentali, incontrare e frequentare altri talenti di ambito differente, coltivare un interesse totalizzante e stimolante quale la musica, accedere ad un ingente patrimonio e scopacchiarsi compulsivamente donne di ogni colore, razza e credo religioso possa rivelarsi perfettamente inutile per il tuo percorso esistenziale, a patto naturalmente che tu sia un completo idiota.

Questo non toglie che Clapton rimanga un chitarrista dal talento enorme, un fantastico cantante (personalmente lo preferisco come vocalist che come guitarslinger), un incostante ma brillante autore di canzoni e un professionista dall’ottimo fiuto per gli affari.

Dal libro ne esce come un egoista patologico (a dire il vero una condizione fondamentale per fare la rockstar), donnaiolo compulsivo che approfitta della notorietà e del conto in banca per accoppiarsi con femmine casuali (anche questo è consueto nell’ambiente), disonesto sentimentalmente e aridissimo spiritualmente, capace, a seguito di delusioni esistenziali del tutto normali nella vita di un uomo, soltanto di attaccarsi al ciuccio e frignare.

Il ciuccio inteso come bottiglia di Brandy.

Alcolismo cronico per trent’anni, priapismo spinto e dipendenza da ero e coca, i vizi di Eric però non hanno contribuito per nulla a costruire un vissuto in qualche modo artisticamente interessante, il classico ‘oscuro passato’ di tanti scrittori, musicisti o artisti in genere che poi hanno saputo trarre dalle melmosità esistenziali più limacciose germogli puri di ispirazione o ‘storiacce’ bukowskiane di ‘maledettismo’ poetico.

Nada. Nothing. Niente.

400 pagine piene di 2 o 3 bottiglie di vodka al giorno, una pista di coca, una moglie scippata a George Harrison e subito ripudiata, una jam con Buddy Guy, una scopata con la giovane Madame Sarkozy, una sfilate di Versace, altre due bocce di vodka e via andare.

Anche la perdita straziante del piccolo Conor avuto dalla Lady From Verona Lori Del Santo (un fidanzamento babbeo descritto in pagine esilaranti per umorismo involontario ) è raccontato con una superficialità e una miseria interiore raggelanti.

Naturalmente si apprezza la sincerità dell’uomo (per la serie ‘Viva la faccia’) anche se per lunghi tratti del tomo si capta una sorta di incoscienza di fondo.

Leggo le biografie dei cantanti (di solito pessima letteratura) per un motivo semplice: mi fanno venire voglia di (ri)ascoltare i dischi.

Ecco, Eric riesce con successo a scatenare l’effetto contrario. Tra le righe non si scorge nessuna passione per la musica, non si intravede nessuna emotività artistica che scaldi il cuore, non si coglie nemmeno una scintilla di quel sacro fuoco che è l’amore per le arti. Niente. Nada. Nothing.

Una lettura davvero illuminante.

Ci si chiede cos’ hanno per la testa le Muse della chitarra e i demoni del blues quando, all’inizio degli anni ’60 nella grigia e profonda provincia inglese, decidono che il giovane Eric Clapton con la sua chitarrina in mano meriti tutto quel Talento.

(Picca –  marzo 2011)

BLUESMAN BROTHERS

3 Mar

(Nella foto da sinistra a destra: Jaypee, Mixi, Picca, March, Tim, Riff)

Serata al Kata con i ragazzi. Riff arriva con dei regali, neanche fosse la pizzata del 23 dicembre, libri sugli Zep e cd per tutti.  Tanto per scaldarci iniziamo subito citando la formazione dei Supertramp, e palleggiando tocchiamo argomenti come Tarkus e  King Crimson. Lo stretching lo facciamo parlando dei bravi insopportabili come James Taylor, rischiamo di inserire Jackson Brown nella categoria.  Picca sta leggendo la biografia in inglese di Clapton, analizziamo quindi per tre quarti d’ora buoni la vita musicale di quel commercialista blues che è diventato adesso l’Eric in questione.  Un quarto d’ora lo passiamo sul tour americano dei Led Zep del 1975, Riff sta leggendo il libro di Stephen Davis ed è informatissimo. Finiamo la pizza che finalmente arriva il gattone rockstar: March entra al Kata come farebbe Rod Stewart all’Hammersmith Odeon di Londra. March ordina la pizza, due risate e poi la situazione improvvisamente precipita: iniziamo a parlare di Saturday Night Fever. Io e Picca confessiamo che quando uscì il film tenemmo un profilo snob ..tsè, noi rocker che andiamo a vedere un film del genere con una colonna sonora disco! March se ne esce con “ma quella non è disco music!”. Non è discomusic la colonna sonora di Saturday Night Fever? Segue qualche minuto di silenzio. Ci riprendiamo in fretta e via veloci a discutere del servizio fotografico che Ross Halfin fece a Page e Coverdale nel 1993, dell’Old Grey Whistle Test, dei Blood Sweet And Tears con Jerry Lacroix. Un’altra birra, un’altra minerale e via di nuovo a parlare di custodie per CD quadruple, sestuple e anche ottuple, di bootleg e di Whole Lotta Love e Judy Blue Eyes versione singoli con edit e di Picca che deve trovare Run With The Pack della Bad Company in vinile … ora voi capite, se non avessi amici così probabilmente sarei già impazzito.

(Nella foto da sinistra a destra: Leon Wilkeson, Carmine Appice, Warren Zevon, Ronnie Van Zandt, Mick Ralphs e Dickey Betts)

Siamo la Coppa più bella del mondo

2 Mar

Tra un preventivo e l’altro mi è tornata alla mente la vittoria della Champions League dello scorso anno .. .when giants walked the earth per dirla alla Mick Wall.  La Champions, abbiamo vinto la Champions dopo 45 lunghi e freddi anni.  Mamma mia, se ci penso mi vengono le lacrime agli occhi ancora oggi. Che gioia.  Che bei pensieri che sono questi. Ah.

The snow falls hard and don’t you know? The winds of Thor are blowing cold…cold…cold

2 Mar

(nella foto: Jaypee in procinto di incamminarsi verso il Kata)

Il vento di ieri sera ha portato la neve, e nemmeno poca.  Stasera dobbiamo trovarci al Kata, ce la faremo?

sms di Tim –  msg per tutti: a Modena nevica, a  Sassuolo pure, a Reggio no. Magari se peggiora ci aggiorniamo verso sera, ma la pizzata è confermata.  Spero non sia un po’ di neve a fermare sei uomini di blues. A stasera dunque. Viva l’Inter, viva il sol dell’avvenire, viva gli Yes.

sms di March – E w la neve.

sms di Mixi – Perfetto!

sms di Jay – Sto affrontando una tormenta tra Spilamberto e Vignola, ma per noi mountain men è una bazzecola … a stasera.

sms di Riff – a little fuckin’ snow won’t stop the blues.

Picca – come Ginevra, non pervenuta.