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Immagino sia questo il perché lo chiamano blues

28 Apr

Uno di quei martedì mattina di fine aprile in cui piove, fa freddo e i pensieri sono cupi. Appena alzato la prima cosa che faccio è chiedere ad Alexa di sparare gli AC/DC … o così o non riuscirò ad uscire di casa …

Al lavoro la mattina passa veloce, un paio di riunioni, i soliti impicci e sono già le 13. Il tempo non permette di stazionare nei tavolini all’aperto dei ristobar, un panino veloce e un giro a piedi in compagnia di me stesso. Non ho una meta precisa, voglio proprio vedere dove mi porta il pilota automatico.

Illustration from 19th century – getty images

Poco dopo mi ritrovo di nuovo in Three Kings Road, la via di cui ho parlato qualche giorno fa qui sul blog. Rigurgiti sentimentali relativi alla tipa con cui stavo e che abitava in quella stradina del centro? Nah, ci mancherebbe altro, giusto la necessità della mia maruga di trovare rifugio nei posti in cui ho vissuto o che ho frequentato nella fascia d’età della mia giovinezza o giù di lì, quella che va dai venti ai trent’anni, trentacinque to’! Ne parlo spesso con i Clarksdale Rebels (i miei streminati amici del blues), c’è evidentemente un riflesso autonomo del cervello che porta un individuo ad avere come riferimenti quegli anni. Non importano le belle cose che possono essere successe dopo, i fatti avvenuti tra i 18/20 anni e i 30/33 sembrano avere la precedenza assoluta nell’immaginario individuale di ognuno di noi, o perlomeno di ogni uomo o donna di blues degno di questo nome.

Sembro spinto da un bisogno ancestrale di ripercorrere luoghi in cui ho formato il mio essere, d’incontrare – anche solo metaforicamente – le persone che mi hanno conosciuto in quegli anni, le persone che sanno o sapevano chi sono e da dove vengo. E allora rigiro quella stradina, rincorro con lo sguardo le finestre da cui mi affacciavo, quel palazzo del 1500 che ancora sembra reggere allo scorrere veloce del tempo.

Mi chiedo se sono il solo a rosolarmi in questo tipo di blues, poi penso a Julia, nove anni fa mi diceva che più un albero diventa grande più le sue radici affondano nella terra … già … poi dopotutto anche un mio carissimo amico a volte rimane intrappolato in un rituale del tutto simile al mio.

Lascio via Tre Re, percorro qualche altra back street e mi ritrovo in via Camatta, la stradina chiusa dove c’era il Wienna, il locale musicale storico della città. Chiunque abbia mai suonato o frequentato il giro dei musicisti è passato per di lì.

Wienna Club – Mutina – Aprile 2021 – foto TT

Quante serate passate tra quelle mura, quanti sogni costruiti intorno alle canzoni che scrivevo con Tommy, il mio cantante di allora e che proponevamo insieme al nostro gruppo …

Mi sposto verso l’heart of the city, facendo un pezzo di via Canalino, riannuso i ricordi allora, il negozio di dischi, l’ortofrutta di un mio conoscente, il negozio dove compravo regali per le mie ex, tutti esercizi che oggi non ci sono più.

Attraverso la via Emilia, passo davanti ai palazzi in cui ai miei tempi vi erano i cinema Splendor e Metropol, quindi davanti alle vetrate dove c’era la Casa Della Musica, negozio di strumenti e libri di didattica musicale.

Quando sento che inizio a commuovermi e a sentirmi sperduto in a time and a place che non sento più miei, cerco di  uscire dal tunnel di strade secondarie,

Mutina – aprile 2021 – foto TT

arrivare a Roma square è quasi un sollievo, gli spazi ampi aiutano a respirare meglio …

Roma Square – Mutina – Aprile 2021 Foto TT

e capire che in fondo sono solo sentimenti umani, inevitabili per chi si sofferma a valutare la vita, impulsi, emozioni che arrivano all’animo di chi magari è un po’ più coraggioso e si affaccia a sullo sprofondo e su malinconie e nostalgie strutturali. Immagino sia questo il perché lo chiamano blues …