Il titolo originale di questo romanzo è Il Lago Ghiacciato (The Frozen River); tuttavia anche il titolo italiano, L’Inverno della Levatrice, funziona molto bene: durante l’inverno del 1789 — lungo, gelido e durissimo — una levatrice cerca di svolgere il proprio lavoro con ingegno, umanità e determinazione in un piccolo villaggio del Maine di fine Settecento.
Chi segue questo weblog sa che nutro una grande passione per la storia e per le storie del Nord America tra il 1750 e il 1850, o giù di lì: racconti di frontiera ambientati in territori di stupefacente bellezza naturale, fatti di sopravvivenza e disperazione, che hanno sempre esercitato su di me un fascino irresistibile.
Questo riuscitissimo thriller storico racconta la vera storia — naturalmente romanzata — della levatrice Martha Ballard e, di conseguenza, delle persone con cui condivide destino, vita e luoghi. Vi sono alcune rielaborazioni narrative da parte dell’autrice e anche qualche licenza temporale rispetto alla reale cronologia della vita della Ballard; tuttavia la stessa Ariel Lawhon afferma che «la Martha descritta nel romanzo è una versione plausibile». D’altronde, nella vita reale Martha Ballard annotò tutto nel proprio diario con straordinaria accuratezza, pur senza menzionare emozioni e pensieri personali. Il suo diario rappresenta infatti una cronaca minuziosa delle pazienti assistite, dei bambini nati, del tempo atmosferico e del suo lavoro quotidiano.
Il romanzo affronta anche temi durissimi: la brutalità umana, le ingiustizie e la violenza sulle donne, raccontando un mondo che doveva essere davvero difficile da affrontare. Ariel Lawhon lo fa con enorme capacità narrativa e con il talento di una grande scrittrice; la pregevole traduzione di Massimo Ortelio contribuisce inoltre ad apprezzare il romanzo in tutta la sua selvaggia bellezza.
In Italia, a oggi, il libro ha venduto 60.000 copie, risultato notevolissimo per un Paese come il nostro. Nel mondo, dall’aprile 2025, ha superato il milione di copie vendute, ottenendo importanti riconoscimenti anche dalla critica.
Per quanto mi riguarda, è un libro da avere e da leggere.
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Il caso editoriale americano dell’anno.
Un giallo storico ispirato alla vita e al diario della levatrice Martha Ballard, che nel Maine del XVIII secolo sfidò il sistema legale americano lasciando un’impronta indelebile nella storia.
A volte, il mio lavoro mi porta ad ascoltare storie. Donne che si ritrovano a confessare peccati che non hanno commesso, ancora incredule che sia capitato proprio a loro. Così quel pomeriggio sono rimasta ad ascoltare Rebecca, in silenzio. Avevo due certezze: Rebecca doveva raccontarmi tutto e io dovevo scoprire chi andava punito per ciò che le avevano fatto.
«I lettori che hanno amato la protagonista di Outlander apprezzeranno Martha, l’eroina di Lawhon: coraggiosa, schietta e pronta a tutto pur di proteggere gli innocenti». – The Washington Post
«Un romanzo tutt’altro che rassicurante, che affronta in profondità gli squilibri di potere tra uomini e donne, poveri e ricchi». – NPR
«Martha Ballard non è solo una levatrice nel Maine del XVIII secolo. È anche una persona che cerca giustizia in un’epoca in cui alle donne non era nemmeno concesso testimoniare in tribunale». – People
«L’inverno della levatrice […] racconta una storia affascinante che ha l’indubbio merito di riportare alla luce il ruolo centrale della donna all’interno di una piccola comunità che, all’indomani della rivoluzione americana, è chiamata a vivere un’esistenza aspra e dura, flagellata dalla neve, dal ghiaccio, dalla natura selvaggia.» – Matteo Strukul, La Lettura
Maine, villaggio di Hallowell, una notte d’inverno del 1789. Il fiume Kennebec è quasi completamente ghiacciato, invaso da micidiali lastroni che tagliano come cristallo. Prima di chiudersi nella loro gelida prigione, le acque restituiscono il corpo di Joshua Burgess, con gli abiti che ancora lo avvolgono come petali di un grande tulipano appassito. A esaminare quel cadavere gonfio e martoriato viene convocata Martha Ballard, la levatrice del villaggio, colei che facilita le nascite, che ascolta i corpi dei malati e se ne prende cura. E il corpo di Joshua Burgess parla, e dice che la morte non è arrivata solo per acqua, ma anche per corda: qualcuno potrebbe aver impiccato Burgess, prima di gettarlo nel Kennebec. Anche se poi il dottore, dall’alto della sua competenza, esprime il suo parere contrario e senza appello: è stato un incidente. Burgess, tuttavia, non può essere morto per una banale imprudenza. Oltre a Martha, in tanti pensano che meritasse una punizione, soprattutto dopo l’oltraggiosa violenza ai danni della giovane Rebecca. Martha aveva raccolto per prima quella terribile confidenza e l’aveva trascritta nel suo diario, come sempre fa con i racconti che le vengono affidati: perché non vadano perduti, perché le mura di casa non proteggono le madri, le sorelle, le figlie. Comincia così un’estenuante ricerca della verità per la levatrice Martha Ballard, armata solo delle sue parole contro i pregiudizi di una società che non intende ascoltarle. Con una prosa tesa e delicata, Ariel Lawhon racconta di una donna indomita e della sua instancabile battaglia per la giustizia. Un’eroina misconosciuta, mai finora celebrata, che ebbe l’ardire di levarsi in difesa dei più deboli, cambiando per sempre la storia di un’America che stava ancora muovendo i suoi primi passi.


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