L’Orma Editore ha pubblicato lo scorso anno questo libro di Lukas Bärfuss, uscito originariamente nel 2022 e tradotto da Margherita Carbonaro. In circa cento pagine, lo scrittore svizzero mette in scena un io narrante alle prese con la figura di un padre tutt’altro che ideale.
L’eredità che riceve è un semplice cartone, pieno di documenti e ricordi. Da questo materiale prende forma un testo scomodo, attraversato da riflessioni critiche sul sistema contemporaneo: un’analisi che coinvolge anche la Svizzera, ma che affonda le radici più in profondità, nella civiltà occidentale e nei suoi fondamenti — la proprietà, le fragilità economiche, il conformismo, il moralismo, la società borghese.
Tutto appare disumano. La lotta per restare a galla è la quotidianità di moltissime persone, la grande maggioranza della popolazione mondiale. Ne emerge il ritratto di un sistema squilibrato, irragionevole, in cui la ricchezza è distribuita in modo profondamente iniquo.
Sono temi che conosciamo bene, certo, ma la prosa di Bärfuss è spietata, lucida, razionale, e non concede sconti. Da quel cartone ereditato scaturisce un’analisi della società contemporanea tanto impeccabile quanto inesorabile. Ne nasce così un volume — anche nella sua edizione degno di nota — che, come recita la sinossi, è “un libro urgente, che smonta pilastri considerati irremovibili e reclama una diversa idea di futuro: un’ecologia dell’eredità”.
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Una scatola ereditata apre un abisso: un memoir feroce che trasforma la storia di un padre in un’indagine radicale su povertà, vergogna e potere dell’eredità.
«Bärfuss mette in luce la totale arbitrarietà delle nozioni di proprietà, eredità e famiglia […] e sottolinea la necessità urgente di ripensare tutti questi concetti in chiave democratica ed egualitaria.» – Beatrice Sciarrillo, L’Indice dei libri del mese
«”Il cartone di mio padre” tra i migliori libri di ottobre 2025.» – Wired
«L’elvetico Lukas Bärfuss interroga il senso dell’origine.» – Alessandra Iadicicco, La Lettura
Alla morte dell’uomo che «si diceva fosse stato suo padre», il narratore riceve una grande scatola di cartone. La mette da parte per venticinque anni. Quando decide di aprirla, si spalanca una voragine: documenti, debiti, sentenze, un’intera esistenza che parla di fallimenti. E un’eredità che non è solo famigliare, ma politica, culturale, sociale. Lukas Bärfuss affronta la materia incandescente dell’origine – la povertà, la vergogna, l’esclusione – e ne fa il fulcro di una riflessione narrativa su ciò che trasmettiamo e riceviamo: nomi, case, destini, ruoli, bugie. Dai miti biblici a Darwin, dal diritto romano a Wittgenstein, «Il cartone di mio padre» interroga con lucidità implacabile i fondamenti della proprietà, del privilegio e della genealogia, e denuncia il principio stesso dell’eredità come un meccanismo d’oppressione. Un memoir politico e filosofico, dirompente come una confessione, affilato come un pamphlet. Un libro urgente, che smonta pilastri considerati irremovibili e reclama una diversa idea di futuro: un’ecologia dell’eredità.


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