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Whitesnake “Love Songs” (Rhino 2020) – TTT¾

17 Nov

Ho riflettuto un po’ prima di decidere se recensire questa raccolta perché temevo che personaggi basilari di questo blog non me l’avrebbero perdonata: Bodhran, il Michigan Boy e Ittod (una delle tre personalità che abitano il mio essere) in particolare.

I motivi? Beh in primis perché questa è una di quelle operazioni così mainstream che più mainstream non si può, poi perché gli Whitesnake – in particolar modo quelli di un certo periodo – sono ascrivibili al gruppo dei centurioni, come usiamo dire qui sul blog, e non per ultimo perché si tratta di un remix. Già, la nuova moda di rimissare le vecchie cose. In questo caso non è nemmeno traumatico, le love songs in oggetto non sono certo capisaldi della musica rock, ma in senso più ampio uno non può fare a meno di chiedersi che senso abbia questa ossessione di cambiare le vecchie registrazioni per renderle più appetibili al trend odierno e più user friendly agli utenti di Spotify. Allora, come ebbe a dire una volta il nostro Pike Boy, usiamo photoshop per correggere le imperfezioni Gioconda e bona lè!

Per tornare a noi, il fatto è che io ho sempre amato gli Whitesnake e David Coverdale. Un amico nel 1980 mi passò il doppio “Live … In The Heart Of The City” e fui subito irretito da quell’hard rock di derivazione blues in cui mi sarei sempre riconosciuto. E’ vero, è un rock spesso pieno di grossonalità, di luoghi comuni, di testi imbarazzanti (così tanto da risultare a volte persino cult) ma in tutto questo splende una forma di british hard rock notevole. La voce di Coverdale poi mi è sempre piaciuta da matti, e anche qui i riferimenti sono evidenti, Paul Rodgers per i primi anni e Robert Plant per le cose a venire, ma quando il vero Coverdale emerge per me è un godimento.

David Coverdale

Nei primi anni ottanta ho seguito la band con molta passione, Bernie Marsden alla chitarra mi piaceva un sacco, Jon Lord era magnifico e Mel Galley mi entusiasmava, Slide It In (UK version) è ancora oggi un album di hard rock stellare per il sottoscritto e se aggiungiamo Cozy Powell alla batteria poi … mamma, che brividi. 1987 e Slip Of The Tongue furono album spettacolari benché con la virata verso l’hair metal inconsciamente iniziai a perdere interesse per la band. Tuttavia sino al 2000 (album da solista di DC Into The Light incluso) seguii fedelmente gli Whitesnake, poi il buio; i quattro dischi da studio successivi mi consegnarono una band in cui non mi riconoscevo più.

Nuovi live, nuove deluxe edition di album passati, greatest hits … chissà perché non ne ho mai parlato qui sul blog mentre ora affronto queste Love Songs di getto. Misteri della psiche. Questo è il secondo capitolo di una trilogia di compilation: la prima è già stata pubblicata (The Rock Album), la terza (The Blues Album) lo sarà nel 2021. Contiene pezzi presi dal periodo 1987 – 2011, rimixati, rimasterizzati e in qualche caso riaggiustati tramite abbellimenti vari, tre di questi sono inediti tratti dall’album di DC Into The Light.

Love Will Set You Free (da Forevermore 2011) non è granchè e a me non dice nulla, The Deeper the Love (da Sleep Of The Tongues 1989) è il bel brano di heavy rock melodico tratto dal periodo di grande successo. Il nuovo mix rende tutto più attuale (ma non è detto che sia per forza un bene). All I Want, All I Need (da Good To Be Bad  2008) non mi dispiace e devo ammettere che oggi riesco ad apprezzarla, mentre all’epoca feci fatica. Certo, è rock radiofonico di stampo americano, a tratti melenso e banalotto, ma …

Ho sempre creduto che Too Many Tears (da Restless Heart 1997) fosse un gioiellino che avrebbe meritato maggiori fortune. Ballata malinconica venata di blues e con una bella melodia, qui riproposta in una nuova veste.

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Can’t Go On (da Restless Heart 1997) proviene dallo stesso album, forse è più scontata della precedente, ma riesce a convincere comunque. Is This Love (da 1987) è il grande successo che tutti conosciamo.

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Il primo inedito è With All of My Heart (outtake di Into The Light 2000) è un lento di tutto rispetto, una sorta di doo woop alla I’m Gonna Crawl  dei Led Zeppelin.

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Anche Summer Rain (da Good To Be Bad  2008) mi ha sorpreso, nel senso che oggi mi piace assai più che in passato. Magari il segreto è proprio il remix che tanto disdegno …
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Your Precious Love (da Restless Heart 1997) risulta piacevole oggi come allora; Now You’re Gone (da Sleep Of The Tongues 1989) è l’altro pezzone del 1989. L’enfasi dei metal years con Steva Vai alla chitarra risolta con sapienza. Nell’intro di Don’t You Cry (da Into The Light 2000) io ci sento i Mott The Hoople, e nello sviluppo i Procol Harum, ma forse sono suggestioni solo mie. Midnight Blue (da Into The Light 2000) ripropone i temi cari a Coverdale, e lo fa in maniera efficace. Easier Said Than Done (da Forevermore 2011) ripercorre formule già usate ed è troppo ridondante per essere apprezzata.

Chiudono l’album Yours For The Asking e Let’s Talk It Over, inediti provenienti dalle session di Into The Light. La prima è un pop rock  gustoso influenzato da venti che arrivano dall’India (o forse dal Nord Africa). Uno dei momenti più belli dell’album.

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La seconda è un 3/4 vagamente lennoniano, fruibile e convincente.

Insomma, questa compilation mi ha colpito, mi aspettavo di reagire diversamente, ed invece eccomi qui incoverdalito quasi come ai bei tempi. Disco da serate estive ma con un po’ d’azzardo lo si può provare anche in queste brumose giornate autunnali, questo bel rock pastoso, arioso e senza troppi impicci mentali potrebbe aiutare a lenire il gloomy feeling che noi uomini e donne di blues patiamo in questi mesi.