RACCONTI PER QUALCHE TEMPO: “Saggio Rock di una scuola di chitarra”

31 Mar

(Fin da piccolo mi è sempre venuto naturale scrivere – bene o male non sta a me dirlo – … lettere, biglietti, filastrocche, canzoni, articoli musicali, racconti … nel corso degli anni ho raccolto quindi parecchio materiale, quasi mai pubblicato. Qualcuno di voi mi chiede di pubblicare qui sul blog anche i miei racconti. Beh, ci provo, non so che effetto farà… noia, curiosità, indifferenza, boh … nel caso sappiatemi dire)

(PS: chiamo questa rubrica RACCONTI PER QUALCHE TEMPO, quando ero giovane ed ingenuo era il titolo che avrei voluto dare ad una mia ipotetica raccolta di racconti)

(Il Saggio)

Quella sera non avevo una gran voglia d’uscire, mi sentivo slanato e con l’umore pericolosamente in ribasso.

Poche ore prima al lavoro, un mio collega aveva ricevuto una promozione per un certo posto a cui io probabilmente non ambivo: il lavoro non mi piaceva e non avevo grosse ambizioni di carriera in quel campo, ma quelle cose in certe situazioni possono dare fastidio.

Avevo provato a passarci sopra guardando la tivù prima e ascoltando la radio poi, ma i programmi erano davvero di merda. Che cavolo potevo fare? Rivedere il film “Southern Comfort”? Metter su il live dei Clash e sentirmi uno di loro? Sfogare quel non so che d’indefinito con “Straight Shooter” della Bad Company?

Un libro…forse…no, cosa potevo mai scegliere dopo aver letto “Il Corpo E Il Sangue Di Eymerich”?

Driiin driiin…

“Pronto”, dissi in tono aggressivo appena alzata la cornetta.

“Ciao, sono io”. Era il mio amico Livin’ Lovin’ JayPee, per tutti Livin’, Lovin’ oppure Geipi.

“Senti Bren, mi ha telefonato Ronnie, stasera suona all’Hoodo Cabinet di Bologna e mi ha chiesto se vado a vederlo. Non riesco a trovare uno straccio di figa che venga con me, vieni tu?”.

“Mm…mm…va beh…andiamo con la tua macchina però, la mia è ancora dal meccanico. A che ora passi?”

“Dai, alle nove son lì, ciao”.

“Va bén, at salòt”.

Ma sì, uscire con Livin’ mi aveva sempre fatto bene, e allora via.

Facemmo la Via Emilia ascoltando una di quelle compilation che Lovin’ era solito farsi in casa. Roba da depravati musicali: Kid Rock, Kenny Rogers, Cesar Rosas, Tom Jones, Talking Heads, Creedence, Puff Daddy, Randy Newman, Chemical Brothers, Duane Allman, Blu Vertigo (Blu Vertigo?!), Bob Seger, Poison (Poison?!) …cazzo! Arrivati sulla tangenziale guardammo lo sciame delle puttane ronzare ai bordi della strada. Molte erano nere, e alcune sembravano il ritratto dipinto da Mick Jagger in “Brown Sugar”: stupende. Il testosterone tendeva ad alzarsi.

Il locale era nei pressi della stazione, non faticammo quindi troppo a trovarlo. L’insegna era orrenda e non faceva presagire nulla di buono. All’entrata ci consegnarono la drink card, di quelle che se le perdi devi poi dare duemila euro all’uscita. Maledette drink card. Ero già superincazzato e JayPee si divertiva a vedermi così.Oh, appena dentro però il locale mi sorprese: al piano superiore un delizioso ristorante messicano, mentre nel seminterrato un ampio saloon in puro stile western accolse con gradevole savoir faire le nostre ombre.Erano le dieci di sera e gli avventori non erano ancora tanti. Io e Livin’ ci sedemmo ad un tavolo in una posizione più o meno strategica: dal nostro punto d’osservazione potevamo controllare facilmente il palco e tutto il salone. La consumazione minima era di dieci euro, così ordinammo due Corona.

Eravamo lì a sorseggiare le birre, quando venimmo a sapere che il concerto in programma per quella sera era una sorta di “saggio Rock” della scuola musicale del chitarrista con cui suonava il nostro amico Ronnie. Porca miseria, ma si può? Che palle. Solo il fatto di aver preso due birre c’inchiodò al tavolino, altrimenti at salòt Hoodoo Cabinet.

Verso le dieci e mezza entrò nel saloon Ronnie col suo solito fare da gattone. Se la tirava mentre si dirigeva verso il palco, quando gli arrivò un calcio nel sedere.

“Oh, rottinculo, siamo qui.”

“Eh, mo’ vé. Allora sei poi venuto Livin’? Ed hai portato anche Bren. Ma vieni!”

Ron ci spiegò che avrebbero suonato delle cover classiche e che man mano sarebbero saliti sul palco gli allievi di Pax, che poi era il suo amico Pacifico Benedetti (che razza di nome).
A quanto raccontava Ronnie, Pax era stato in America dieci anni, e adesso che era tornato aveva aperto questa scuola basata sul metodo di Frank Gambale (mah).

Pax nel frattempo era arrivato e giocava a fare la star parlando un po’ con tutti. Ronnie ce lo presentò: il suo ghigno sorridente (l’unica espressione del suo viso) pareva dire: “Sono Pax, sono stato tanti anni in America e suono da dio.” Me lo immaginavo già: uno di quei chitarristi metal/fusion che usano amplificatori a transistor e che basano tutto sulla tecnica e cose simili, e che in definitiva fanno veramente cagare.

A concerto iniziato mi complimentai con me stesso: ci avevo azzeccato in pieno.
Tecnicamente non si poteva discutere, ma che noia quel tipo di chitarristi. Il gruppo iniziò con “Hush”, “Sunshine Of Your Love” e “Purple Haze”. Mi guardai intorno e notai che il locale si era riempito di una discreta fauna rock: metallari moderni, compagnie di ragazze in cerca di emozioni, qualche rocchettaro, bravi giovinetti con le Timberland, jeans Stone’s Island, camicia e maglioncino, e qualche romantico rock and roller vestito Austin Style. Inutile dire che io e Jay eravamo i più fighi.

Guardando meglio m’accorsi che non troppo distante da noi, c’era una coppia che mi colpì. Lui sembrava un incrocio tra il Carmine Appice dei tempi dei Vanilla Fudge e il giovane Cat Stevens, lei…cazzo…mi tirava da morire. Alta, magra, capelli lunghi, lisci, tinti di biondo, infilata dentro a pantaloni di pelle che le fasciavano divinamente il culo, lupetto verde pisello che evidenziava due belle tette. I lineamenti del viso erano spartani, sembrava un po’ Joe Perry, in meglio naturalmente. Se ne stava appoggiata ad una botte di legno che fungeva da tavolo, indifferente a tutto e a tutti, mentre “Carmine” (ormai l’avevo ribattezzato così), il suo ragazzo, sembrava eccitato dal concerto. Ronnie stava soffiando dentro all’armonica, tentando di arginare lo straripante chitarrismo assassino di Pax, il quale stava a sua volta martoriando un giro di blues assai miserello.

Zoomai su “Giuseppina” (ormai l’avevo battezzata così): era voltata verso di noi, e per un momento i nostri occhi s’incrociarono…aveva quel tipo di sguardo cui avresti potuto rispondere unicamente con…beh lasciamo stare. Livin’ aveva attaccato discorso con le quattro ragazze che sedevano al tavolo dietro a noi: due erano passabili, una era carina, l’altra proprio un cesso. Me le presentò. L’unico nome che mi rimase in mente fu quello della più carina: Caterina.

“Mi sa che le piaci Bren, ha detto che le sembri simpatico.
Che ne dici di Rosanna, quella castana coi capelli lunghi? Credo che ci stia.”

“Ehi, Livin’, guarda quella.” Gli dissi piantandogli un gomito nello stomaco.

Si mise di spalle rispetto alle ragazze appena conosciute e sottovoce disse:

“Che superfiga!”‘

Dopo “Whole Lotta Love”, iniziarono a salire sul palco gli allievi di Pax. Il primo fu un ragazzo sui venticinque anni, capelli corti, look da uno che lavora in un Ced e Jackson bianca a tracolla. Si mise a provare le scale che aveva imparato, su “Hey Joe”: un delirio. Su e giù per il manico, applicando in maniera scolastica le fresche nozioni, mentre Ronnie con tanta volontà cercava di tenere il filo nel raccontare di Giuseppe, un tizio che stava andando ad ammazzare la sua donna perché questa si era data da fare con un altro uomo. Su un noiosissimo giro di rock and roll si cimentò un metallaro altissimo con una Ibanez Jem 777 modello Steve Vai. Il risultato fu pessimo: era come vedere i Metallica alle prese con Tamp’Em Up Solid di Ry Cooder. Questo spilungone dimenava i suoi lunghi capelli ricci e neri con l’aria stampata in faccia di “E’ così che si suona il rock and roll.” Il suono della chitarra era compresso e distorto al massimo, di quelle distorsioni però domate e pulite. Veloci fraseggi messi insieme senza calore. Tutti iniziarono ad applaudire e anche io mi unii al battimani generale, e più battevo più gli urlavo in mezzo alla bolgia: ” Ma bravo, ma vaffanculo te e tutti i Malmsteen del cazzo come te.” Iniziavo a divertirmi.

(Il Rock)

Fu poi la volta di un diciottenne con gli occhiali che tentò di lanciare la sua Epiphone contro il riff di “Honky Tonk Women”, senza riuscire a scalfirlo minimamente; aveva un approccio simil jazz, con quegli accordini che cercano d’infilarsi dappertutto, ma il riff di Keith Richards, benché suonato da quel pesce lesso di Pax, se li mangiò uno dietro l’altro. Pax scese dal palco e vi ci fece salire con forza un altro dei suoi allievi, che si vedeva benissimo che diceva no ma voleva dire sì. Ridendo, questo tizio, si lasciò trascinare sul palco e nel farlo salutò la sua ragazza come se stesse partendo per la guerra (quale non ha importanza, Afghanistan, Iraq, Nordafrica, tanto sono tutte uguali). Quando vidi la sua faccia da culo sciogliersi in un nirvana di beatitudine, mentre teneva il bicordo LA/MI in quinta posizione senza fare null’altro durante tutta GET BACK, beh, cazzo, decisi di darci a mucchio e di dedicarmi all’osservazione di “Giuseppina”.

Nel frattempo le quattro ragazze erano venute al nostro tavolo. Cercavo di rispondere alle loro domande con garbo e più in generale di entrare nei discorsi che intavolavano, ma la mia mente volava continuamente sulle gambe di Giuseppina. Caterina ad ogni modo sembrava davvero interessata a me, si faceva vicina vicina, mi fissava mentre beveva il suo Bellini, e in diverse occasioni mi sfiorò le mani. La guardai meglio: assomigliava all’attrice protagonista di “Sliding doors”…e brava Caterina, ma adesso che vuoi da me?

Diedi un’occhiata al palco e vidi che “Carmine” era stato chiamato come ospite a cantare “Jumpin’ Jack Flash”. Poveretto, non era un cantante troppo dotato, sembrava una brutta copia di Gary Barden, il cantante del Michael Schenker Group dei primi anni ottanta. “Giuseppina” continuava ad avere lo sguardo assente: non concedeva nemmeno un minimo di soddisfazione al suo ragazzo. Che tipo di donna! Starci insieme doveva essere davvero dura, povero “Carmine”.

Accortasi già da un po’ che la fissavo spesso, prese a controllarmi con quell’aria da “Ma che vuole questo sfigato?”, eppure ad un certo punto venne a chiedermi qualcosa.
“Visto che ti diverti tanto a guardarmi, mi offri una sigaretta?”

Mi alzai in piedi e mi spostai dal tavolo.
“Ma certo! Posso offrirti anche qualcosa d’altro?”

Guardò “Carmine”, fortunatamente ancora sul palco.

“Perché continui a fissarmi?” mi chiese con quell’aria algida alla Patty Pravo.
Decisi in una frazione di secondo di andare dritto al punto.

“Perché ti trovo bellissima!” risposi sorridendo.

“Ah. Grazie. Ora è meglio che torni al mio posto. Ciao.”

Speravo in qualcosa di più, ma almeno le avevo parlato.
Tornato al tavolo mi sentii chiedere da Caterina:

“Che voleva quella?”

“Oh, niente, una sigaretta” dissi mentre guardavo un Livin’ divertito.

(La Scuola di Chitarra)

Decidemmo di uscire dal locale, ne avevamo avuto abbastanza. Mentre mi avviavo all’uscita feci in modo di salutare “Giuseppina”. “Carmine” era al bar e lei mi fece un sorriso piccolo piccolo. Le mandai un bacio con la mano, cui lei rispose semplicemente con lo sguardo.

“Ma chi è?” insistette Caterina.

Tagliai corto: “E’ una vecchia amica”.  Io, Livin’, Rosanna e Caterina andammo in direzione della nostra macchina, mentre le altre due loro amiche si persero chissà dove.

Jay e la sua s’incamminarono verso un piccolo parco che era nelle vicinanze, io e Caterina invece ci fermammo a chiacchierare appoggiati alla macchina di Livin’ Lovin’ Jaypee.

Avevo negli occhi, nel cuore e nel pisello l’immagine di “Giuseppina”, ma quando Caterina ad un certo punto mi disse: “Beh, te ne sarai accorto…mi piaci molto”, mi lasciai baciare senza opporre resistenza.

Con gli occhi chiusi, immaginai d’essere con “Giuseppina” e per questo misi Caterina di spalle contro la macchina, e appoggiai con precisione la patta dei miei pantaloni sulla sua. Il bacio si fece appassionato, accompagnato da strusciamenti mica da ridere.

Ripresi fiato e istintivamente mi voltai alla mia sinistra: vidi “Giuseppina” a circa dieci metri da noi. Era sola ed ebbi l’impressione che fosse venuta a cercare me.

Con la solita indifferenza stampata in faccia, mi guardò, girò su se stessa e tornò verso il locale. Cazzo!!!

(racconto di Tim Tirelli – Copyright 1999/2006/2011)

(Giuseppina)

4 Risposte to “RACCONTI PER QUALCHE TEMPO: “Saggio Rock di una scuola di chitarra””

  1. lorenz 31/03/2011 a 13:34 #

    Nice work, cronaca di una serata rock’n’roll o come dici tu da operaio del rock!
    Quando esce con me Livin Lovin non attacca mai pezza a 4 fanciulle alla volta… avra’ perso colpi con l’eta’ :-)

    A Bologna ho suonato in un locale simile mi sembra si chiamasse Capital Town, ci ho preso?

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    • timtirelli 31/03/2011 a 14:28 #

      Come si dice in questi casi …questa è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi ed eventi narrati sono il frutto della fantasia dell’autore
      o sono usati in maniera fittizia. Qualsiasi somiglianza con persone reali, viventi o defunte, eventi o luoghi esistenti
      è da ritenersi puramente casuale. :-)

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  2. Sara Crewe 31/03/2011 a 14:25 #

    Mi aveva divertito quando l’ho letto per la prima volta, e anche oggi… Belle le tue storie di rock emiliano!
    Waiting to read more…

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