In pellegrinaggio alla CHESS Records – di Paolo Barone

28 Gen

Tempo fa, trovandomi a Chicago per vari motivi, ho deciso di andare a visitare i famosi studi della Chess Records.

Facendo una piccola ricerca su internet, ho scoperto che la fondazione Willie Dixon, creata in onore del grande bluesman scomparso, aveva acquisito i locali trasformandoli in un museo del blues. Aperto al pubblico quattro ore al giorno cinque giorni su sette, e per qualche strana coincidenza a non piu’ di dieci minuti dalla casa dove alloggio quando sono a Chicago. Non mi restava che salire in macchina ed andare…

Dopo un brevissimo traggitto, mi sono ritrovato davanti alla palazzina che ospitava i mitici studi. Un piccolo fabbricato su due piani con ingresso su strada in una zona a sud del centro.

La Chess - foto di Paolo Barone

La Chess – foto di Paolo Barone

Poca gente in giro, poco traffico, questa parte della citta’ ha sicuramente vissuto tempi migliori. Ho parcheggiato davanti alla porta di ingresso, messo i soldi nel parchimetro, e mentre stavo per entrare vedo che sulla destra dell’edificio una piccola area verde e’ stata recintata e attrezzata con panchine e aiuole, e sui muri hanno dipinto delle note musicali e i ritratti di qualche stella del blues. Vado per entrare, ma la porta e’ chiusa. Dopo qualche goffo tentativo di sbirciare attraverso la porta a vetri per vedere se ci fosse qualcuno all’interno, mi accorgo di un campanello. Suono, e una ragazza afroamericana viene ad aprirmi, mi da il benvenuto e mi chiede se sono venuto per “il Tour”. Ovviamente rispondo di si, e lei si avvia sulle scale che conducono al piano superiore. Gli ambienti in cui ci muoviamo, una volta uffici e studi di registrazione della Chess, sono sorprendentemente piccoli e in un precario stato di conservazione. Arrivati in cima alla rampa di scale, entriamo nel locale che veniva utilizzato per suonare, con la cabina di registrazione adiacente, comunicante tramite una grande vetrata. Mi rendo conto di essere l’unico visitatore.

Chess: sala registrazione - foto di Paolo Barone

Chess: sala registrazione – foto di Paolo Barone

Vedo esposto sul muro il disco di Winter, Waters & Cotton con dedica e firme di tutti e tre i musicisti, qualche locandina, un pianoforte, delle sedie, e proprio di fronte a quello che era il vetro della regia un grande televisore.

Chess - disco Muddy Waters e Johnny Winter - foto di Paolo Barone

Chess – disco Muddy Waters e Johnny Winter – foto di Paolo Barone

La ragazza lo accende e mi dice di mettermi comodo per la visione del filmato. Obbedisco, mentre lei traffica con un vecchio vhs e relativa cassetta.  Dopo pochi secondi il video parte, e lei mi lascia solo, in quella che, deduco, una volta era la sala dove suonavano i musicisti della Chess, augurandomi buona visione.

Il nastro e’ molto usato, la visione risulta quindi a dir poco imperfetta…Pero’, dico io, potevano pure provare a passarlo in dvd, mah, misteri del blues.

Il filmato e’ interessantissimo: Riprese d’epoca della scena blues elettrica di Chicago, gente che balla e suona in mezzo alla strada, piccoli locali, chitarre scordate, facce da galera. E poi tante interviste. Tutto il firmamento delle stelle del blues, Jagger, Chuck Berry, Mr. Chess. Raccontano tante storie mentre i minuti passano. Sonny Boy Williamson che entrava in studio senza mai niente di pronto e mezzo ubriaco, Muddy Waters che al contrario teneva il controllo totale della situazione. Gli Stones che mentre provano un pezzo di Berry, vengono a sapere che il vecchio Chuck sta salendo le scale per sentirli suonare…Mille strorie, tante interviste, il documentario e’ veramente ben fatto. Mr. Chess racconta che una volta finito un pezzo, quello che facevano era andare al piano di sotto, mettere un altoparlante sul marciapiede e vedere le reazioni dei passanti. Se la gente si fermava a chiedere cosa fosse, avevano fatto centro. Il filmato si chiude con un esibizione live di Muddy Waters in un festival all’aperto. Il pubblico e’ fatto in prevalenza di bianchi ormai, e lui, che di solito suonava seduto serio e compassato, si scatena in una danza divertentissima.

La cassetta finisce, nessuno si fa vedere, dopo qualche minuto spengo il televisore e mi metto a girovagare per le stanze del piano superiore.

Trovo un po’ di memorabilia, niente di che: dischi, qualche strumento, un paio di abiti di scena, qualcosa relativo alla registrazione degli Stones. Entro in quella che era la cabina di regia, un locale piuttosto piccolo con due grandi vetrate, una su strada e l’altra verso i musicisti. Ci sono un paio di di apparecchiature, qualche scatolone, barattoli di vernice. E’ come se questo posto fosse stato abbandonato per un lungo periodo, e poi ristrutturato. Ma verso la fine dei lavori devono avere finito l’entusiasmo, e le cose sono rimaste un po’ cosi, come dire, incompiute…

Chess:  recorder - foto di Paolo Barone

Chess: recorder – foto di Paolo Barone

Scendo le scale, girovago in quelli che erano gli uffici della Chess, e oggi lo sono della fondazione Blues Heaven. La ragazza mi sente, apre la porta mi chiede se ho bisogno di qualcosa, se mi e’ piaciuto il filmato, e mi dice di visitare anche i locali sul retro degli uffici. Poi chiude la porta e si rimette a farsi i fatti suoi.

Nel retro trovo un altra stanza piuttosto grande, non ho idea a cosa servisse ne’ ci sono indicazioni di sorta. Al momento ospita un altro po’ di memorabilia, fra cui i costumi di scena di Bo Diddley e Koko Taylor. Molto belli. Continuo a camminare, e trovo una parete blu totalmente tappezzata di maschere bianche. Sono i calchi del volto di tantissimi bluesman. Una cosa strana, un po’ surreale.

Chess: Maschere - foto di Paolo  Barone

Chess: Maschere – foto di Paolo Barone

Torno verso l’ingresso, c’e’ un piccolo spazio per la vendita di cd e cartoline, ma niente che valga la pena di comprare. Prima di andarmene mi fermo alla base delle scale, nel piu’ assoluto silenzio, cercando di immaginare come dovesse essere stato questo posto nei suoi anni d’oro. Quanta musica, quanti personaggi, quante storie sono passate da queste stanze…

Apro la porta e me ne vado senza disturbare. Salgo in macchina e mentre mi infilo nel traffico di Chicago, rifletto fra me e me su questa piccola esperienza appena conclusa. Non ho ben capito perche’, ma la comunita’ afroamericana sembra non avere un buon rapporto con la storia della musica blues. Non la ascoltano piu’, non la suonano piu’, non gli importa piu’ di tanto. E’ come se l’avessero data ai bianchi a fine anni sessanta e buona sera. Certo, se andiamo a vedere le cose nello specifico, ci sono ancora molti neri che amano il blues e che lo suonano, ma in genere mi sembra che sia andata cosi. Paragono nella mia mente questa visita alla Chess, con quelle che ho fatto negli ultimi anni alla Motown. Nella casa del Soul e’ tutto un via vai di gente, comitive, visite guidate, tutto ben organizzato e perfettamente conservato. Qui nella citta’ del vento, mi e’ sembrato che volessero lasciar perdere tutto da un momento all’altro. E sarebbe un peccato, visto quanto la nostra cultura, la nostra musica, deve a questi piccoli locali che si trovano a 2120 South Michigan Avenue, Chicago Illinois.

8 Risposte to “In pellegrinaggio alla CHESS Records – di Paolo Barone”

  1. mauro bortolini 28/01/2013 a 18:16 #

    Paolo ci fa scoprire i luoghi sacri della musica americana.
    La musica nera che ha fatto la fortuna di Elvis, Rolling e Zep, ha
    trovato o no gli eredt dei grandi del passato ?
    Robert Cray tanto decantato da Clapton o chi altro ?
    O forse i neri si esprimono con altri generi musicali ?

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  2. bodhran 28/01/2013 a 19:24 #

    beh, a guardare la scena black altro che allontanamento…. ma anche noi europei le nostre radici musicali le abbiamo abbandonate, vero che sono ben più lontane nel tempo; mi par quasi fisiologico che dopo un po’ si prendano certe distanze (anche se talvolta a scapito della qualità), magari in futuro ci sarà una riscoperta, e si sentirà qualcosa di bello.
    E ora mi vien voglia di rivedere Cadillac Records, bel film sulla Chess

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  3. Eli 28/01/2013 a 21:58 #

    Leggendo il bellissimo articolo di Polbi viene proprio in mente il film Cadillac Records. E’ un po’ come se in mezzo a quel silenzio, lungo le scale, nelle sale deserte, si vedessero i fantasmi di Chess, Etta James, Muddy Waters e C.
    Curiosa la faccenda del vhs al posto del dvd: bè anche questo fa parte del blues o forse di quel sentimento di “allontanamento” della comunità afroamericana.
    Però che bello…una visita in solitaria in questi luoghi storici e magici….dev’essere stata proprio una bella emozione. Decisamente blues. Vado a metter su At last. E come sempre: grazie Polbi.

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  4. picca 29/01/2013 a 07:39 #

    La retorica museale mi pare inapplicabile a una roba come il blues. Paradossalmente, quando metti qualcosa in un museo ne decreti la definitiva dipartita. Molto meglio andarsi a cercare un angolo evocativo di Maxwell St. o di Clarksdale o di Memphis con Howlin’ Wolf o Blind Lemon Jefferson in testa e far viaggiare l’anima. Naturalmente Polpi fa bene a capitarci, è un’ opportunità per chi si trova in zona. Ma la grande difficoltà che incontriamo noi rock-obsessed quando ci troviamo negli U.S.A. o in Britannia di catturare un vibrazione di qualche luogo leggendario per la storia della nostra musica è cosa nota. A me è capitato un paio di volte di respirare la mia musica in quei luoghi e non mi trovavo certo in qualche ‘esposizione organizzata’. Ad Asbury Park in un giorno di pioggia ho ‘sentito’ il boardwalk del primo amatissimo Springsteen, a San Francisco ad Haight Ashbury (coincidenza di tutti questi Asbury/Ashbury) ho creduto di poter vedere Jerry Garcia e Grace Slick andare verso il Golden Gate Park per un free concert). Posti visitati da voi TimTirelliheads nei quali avete ‘vissuto’ la musica???

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  5. picca 29/01/2013 a 07:53 #

    Polpi è naturalmente Polbi con il quale mi scuso per il marone di battitura.

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  6. Paolo Barone 29/01/2013 a 10:09 #

    Sono d’accordo Picca, “museizzare” la musica e’ impossibile.
    Eppure in qualche caso, vedi per esempio gli studi Motown a Detroit, si e’ riusciti a mantenere e trasmettere delle emozioni ancora presenti, vive.
    Maxwell st. a Chicago non esiste più. E’ stata demolita tutta la zona, ora e’ parte di un università.
    Sicuramente ho sentito più vibrazioni blues nei ghetti della motorcity che in questa visita alla Chess, che comunque penso valga la pena di essere raccontata…Magari la prossima volta vi racconto di un bar perso nel nulla dove John Lee Hooker suonava tutte le sere, e dal quale non pensavo di uscirne vivo…..Invece eccomi qua, ancora tutto intero!

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    • Eli 29/01/2013 a 14:25 #

      Attendiamo fiduciosi reportage “bar perso nel nulla”.

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  7. Claudio Cavazzuti 06/02/2013 a 14:46 #

    Grazie per il racconto…da appassionato della musica afroamericana e dei dischi della Chess, l’ho trovato molto interessante. Ciao!

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