WHITE RIOT: Flamin’ Groovies live al Majestick di Detroit 8 novembre 2013 – di Paolo Barone

14 Nov

Altro resoconto del nostro Michigan Boy , in diretta da Detroit, ladies and gentlemen…il rock and roll.

L’altra sera a Detroit sono arrivati i Flamin’ Groovies.

Non venivano a suonare da queste parti da moltissimo tempo, e questo loro ritorno inserito in un world tour era proprio una cosa che non mi volevo perdere.

Arrivo al Majestick in tempo, pago i miei 25$ per entrare, e trovo la sala mezza vuota. Cosa strana, tutto il giro rock della motorcity parlava di questo concerto da settimane, mi aspettavo il pienone delle grandi occasioni, invece tutt’altro.

Majestic Theatre DETROIT

Majestic Theatre DETROIT

Pero’ in sala ci sono moltissimi musicisti di band locali, il che da queste parti e’ normale, ma in questo caso ancora piu’ del solito. A modo loro, i Groovies sono una celebrita’ per gli appassionati di rock and roll e non vedo l’ora di sentirli dal vivo, altri amici che hanno visto date di questo tour in inghilterra mi hanno detto meraviglie, fosse anche solo se mi sparassero live quelle sette o otto canzoni micidiali da Teenage Head io sarei felice cosi. Perche’ quello ragazzi e’ un disco bellissimo, uno dei piu’ sottovalutati degli anni settanta, da solo basterebbe a dare un posto alla band nella storia del rock.

FlaminGroovies-TeenageHead

Finalmente il concerto inizia. Mi piazzo bene sotto al palco, loro partono forte, noi pure, tutto lascia sperare in un ora e mezza di grande rock. Ma poi, dopo un paio di pezzi, qualcosa inizia a non convincere. Mentre il concerto avanza, invece di decollare la band perde colpi. Il chitarrista ritmico e cantante, Chris Wison, e’ nervoso, alterato, fuori fase. Stoppa la band perche’ si perde nel mezzo di un pezzo, traffica con la chitarra, inveisce contro i tecnici di sala, suda senza muovere un passo. Gli altri fanno del loro meglio, specialmente Cyril Jordan lead giutar, gentilissimo si scusa con il pubblico, ce la mette tutta, ma proprio non e’ serata, e la scelta dei brani sicuramente non all’altezza del materiale a loro disposizione. Ormai praticamente non balla piu’ nessuno, e loro invece di partire con uno dei pezzi che tutti stiamo aspettando, si lanciano in una serie di cover degli Stones banalissime. Ci spiegano che le hanno appena fatte a Cleveland alla Rock and Roll Hall of Fame (istituzione non proprio popolare qui a Detroit) per celebrare i 50 anni della band con Bobby Keys al sax, e cosi vanno avanti suonando Jumpin Jack Flash come se fossimo in un pub finto rock.

Ma qui ragazzi siamo nella Rock City, dovrebbero saperlo bene loro che hanno passato un mese a dormire nella redazione di Creem negli anni ’70, qui il pubblico non fa sconti a nessuno. E infatti, proprio di fianco a me il cantante di una band locale, Timmy, prende uno dei microfoni dal palco e chiede a gran voce che si mettano a suonare i loro pezzi. Non lo avesse mai fatto! Il cantante dei Flamin Groovies incazzato oltremisura, intima a tutti di lasciare la sala e andarci a fare fottere se quello che suonano non ci piace. A questo punto sono in molti a mandare lui affanculo, mentre uno zoccolo duro di fan, una decina di persone, lo applaude e sostiene fra i fischi del resto della sala. La band tenta di sedare la cosa e ripartire, ma Wilson dopo pochi accordi perde totalmente il controllo, dimentica la sua eta’ non proprio giovanissima, butta la chitarra da una parte, salta dal palco e si avventa contro un paio di persone alla mia sinistra! In pochi secondi e’ il finimondo: lui, i suoi fan, la security, il resto del pubblico, tutti coinvolti in una mega rissa da film western, con tanto di sedie e bottiglie che volano, nasi sanguinanti, gente per terra, colpi tirati a destra e manca….Quando parliamo di security da queste parti, stiamo parlando di colossi neri che ascoltano rap e vengono dal ghetto, potete immaginare quanta grazia ci possano mettere a sedare gli animi di questi bianchi fichetti fissati con il rock and roll….Io in tutto questo voglio solo portare la pelle a casa, mi defilo quindi ma non prima di aver aiutato un ragazzo che conosco a svincolarsi dalla presa di una belva della security, e poi mi piazzo a fondo sala a vedere come evolve la cosa.

Una scena pazzesca, mai visto niente del genere in piu di trent’anni di concerti, botte da orbi ovunque, con meta’ Groovies rinchiusi nel backstage e gli altri a cercare riparo dove potevano. Dopo un tempo che sembra infinito, la security che ha chiamato rinforzi dalle sale limitrofe ha la meglio, pesta e butta fuori dalla sala un buon numero di persone, gli animi lentamente si calmano, grazie anche al provvidenziale intervento di Stirling Silver, un guru saggio della scena rock detroitiana che riesce miracolosamente a mettere tutto a posto, parlando con la band e con alcune persone del pubblico. Il concerto in qualche modo riprende, anche perche’ secondo me la band non si puo’ permettere di non incassare i cinquemila dollari pattuiti con il locale, il clima ovviamente e’ surreale, ma dopo un paio di brani giusti (finalmente!) le cose si avviano verso una normale conclusione. Finito il concerto e’ come se non fosse mai successo niente, tutti amici come prima, birre, pacche sulle spallle, grandi risate. Il bassista dei Flamin Groovies gira fra il pubblico firmando autografi, gli altri piu’ prudentemente restano nel backstage guardati a vista da un paio di energumeni della sicurezza, qualcuno mi dice che stanno litigando di brutto e che il povero Jordan e’ in lacrime. Effettivamente aveva cercato in tutti i modi di salvare la situazione, posso capirlo. Ma poi uno alla volta usciranno anche loro, in un clima totalmente tranquillo e amichevole. La Rock City non porta rancore.

 

Non posso fare a meno di tornare a pensare a questa strana serata. Un po’ mi girano le palle pensando ai soldi spesi, alla mancanza di professionalita’ di Chris Wilson, all’incapacita’ di gestire una situazione non poi cosi difficile. Lester Bangs (fra l’altro fan dei Flamin’ Groovies) scrisse un pezzo in cui esaltava le doti live di Alice Cooper. Qualcuno gli aveva tirato una torta in faccia nel mezzo di un concerto in un momento particolarmente drammatico di una canzone, e lui invece di crollare e dare di matto, si era semplicemente leccato la torta e aveva iniziato a spalmarsela addosso, facendola diventare parte dello show. Vorrei vedere altri, diceva Bangs, gestire cosi una situazione in cui il pubblico non e’ li adorante, ma anzi ti tira una torta in faccia. Robert Plant in posa sexy? Torta in faccia! Mick truccato che attacca Wild Horses? Torta in faccia! e vediamo come se la cavano gli dei del rock, rideva il povero grande Lester Bangs. Per non parlare di gente come gli Stooges che hanno continuato a suonare pur essendo sotto attacco, letteralmente ricoperti da una pioggia di oggetti contundenti. Certe cose dovrebbero essere gestite senza problemi da chi sta sul palco ogni giorno. Al tempo stesso mi viene spontanea un altra ulteriore riflessione. Subito dopo il concerto un mio amico nel salutarmi mi ha detto, welcome back in Detroit! E a pensarci bene aveva ragione anche lui. Qui le band in tour non hanno mai avuto vita facile, il concerto non se la sono mai portato in tasca da casa. Negli anni sessanta non c’era il clima del Fillmore, da queste parti si suonava alla Grande Ballroom e le band che ti aspettavano per aprire il concerto erano MC5, Stooges, Frost con Wagner alla chitarra, con il rispettivo pubblico di casa a fare il tifo. Tutti in un certo qual modo ne erano giustamente intimiditi.

The Frost

Un po’ penso che sia anche dovuto al fatto che questa citta’ si sente assediata e schifata da tutti, che le band locali hanno sempre dovuto faticare molto piu’ degli altri per emergere al di la’ della scena locale, pur essendo artisti di primissimo piano. Per questo il pubblico di Detroit Rock City ti mette sempre alla prova prima di regalarti l’applauso. Per poi magari adottarti per sempre come una band locale, come e’ successo a molti, o anche rimandarti a casa senza tanti complimenti. Ancora una volta, questa citta’ non smette di stupirmi. Ne parlavo per telefono con Tim un mesetto fa di come il pubblico rock della motorcity sia una razza a parte. In quel caso pensavamo al Live Bullets di Bob Seger, ma si potrebbero fare mille esempi in questo senso. Tanto per dirne una, mi ricordo i resoconti di Nick Kent durante i concerti a Detroit di Ziggy Bowie. Erano intimiditi dalla follia del pubblico detroitiano al punto di sentirsi a disagio e un po’ inadeguati. Dico, stiamo parlando di Nick Kent e David Bowie, non so se mi spiego, non Armando Gallo e Tony Banks! Tante storie, tante situazioni uniche, che in parte sono appena state salvate dall’oblio e pubblicate nel bel libro Detroit Rock City di Steve Miller, una lettura interessantissima, frutto di undici anni di lavoro e centinaia di interviste. Ottimo punto di partenza per avventurose esplorazioni del suono Detroitiano.

Paolo Barone © 2013

11 Risposte to “WHITE RIOT: Flamin’ Groovies live al Majestick di Detroit 8 novembre 2013 – di Paolo Barone”

  1. Lorenzo Stefani 14/11/2013 a 02:43 #

    Fantastico questo resoconto, Paolo; confesso però la mia ignoranza, non conoscevo i Flamin’ Groovies, shame on me!

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  2. Paolo Barone 14/11/2013 a 03:56 #

    Grazie Lorenzo! Sei fortunato, come tutti noi quando scopriamo una band, un artista che non avevamo mai incontrato. Secondo me Teenage Head e’ il loro disco da avere. Pero’ anche Flamingo e Shake Some Action sono degli album perlomeno da ascoltare.

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  3. Baccio 14/11/2013 a 10:19 #

    Paolo, non penso proprio che Tu abbia buttato i soldi del biglietto: dopotutto hai assistito ad una vera serata di R’n’R selvaggio da raccontare (ed infatti il Tuo racconto è molto bello).
    La cosa importante è che nessuno si sia fatto veramente male (si spera).
    Talvolta è meglio così rispetto ad andare a vedere uno spettacolo “bello patinato” dove tutto fila liscio, ma Ti lascia anche una sgradevole sensazione di aver visto solo una attrazione da Luna Park.
    Sangue (solo un poco), sudore, calci in culo e R’n’r!

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  4. Paolo Barone 14/11/2013 a 17:56 #

    Baccio, alla fine sono d’accordo con te. Almeno e’ stata una cosa vera, con tutto quello che ne consegue, come il r’n’r’ dovrebbe sempre essere. No, per quanto ne sappia io, per fortuna nessuno si e’ fatto male veramente.

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  5. Massi 14/11/2013 a 18:44 #

    Vado a studiare!
    Oh, al limite tiriamo due sberle e ci diamo alla fuga! Ahahahahaha

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  6. mikebravo 14/11/2013 a 20:51 #

    Conoscevo i Flamin’ Groovies perché erano ultraspinti dal mucchio e dal
    busca..
    Devo dire anche che mi piacevano i sottogruppi che i vari componenti
    hanno formato nel tempo.
    Certo un concerto atipico e movimentato MA, RAGAZZI, E’ SEMPRE
    STATO PIU’ DIVERTENTE CHE VEDERE QUEL ROTTINCULO DI
    BLACKMORE NON FARE UN CAVOLO DI ASSOLO PER TUTTO
    UN CONCERTO CON LA FORMAZIONE TIPO DEI PURPLE………

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  7. Paolo Barone 14/11/2013 a 23:42 #

    Blackmore ha fatto tutto un concerto dei DP senza nemmeno un solo???? Che storia e’ questa, mai sentita, e perché?!?

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  8. mikebravo 15/11/2013 a 07:40 #

    A Forli’ nei primi novanta si esibi’ i deep purple e non solo non fece assoli,
    quel testa di cazzo si tenne pure nascosto alla vista del pubblico….
    Lord fece tutti gli assolo. In vita mia ho visto tanti concerti MA UNO
    STRONZO COME BLACKMORE MAI.
    E’ poi finito male, vestito da menestrello mi fa solo pena.

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  9. bodhran 15/11/2013 a 10:44 #

    proprio un gran bel racconto, la cosa che mi è piaciuta di più è leggere del pubblico che non sta lì a subire ma reagisce. Non ti piace una cosa? fischi e protesti, succede sempre meno. Se è così vuol dire che nel r’n’r un po’ di vita c’è ancora, e se c’è vita, c’è speranza!

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  10. Paolo Barone 15/11/2013 a 15:09 #

    Che tipo Blackmore, chissa’ se esiste un video di questo concerto!
    Bodhran: Si, c’e’ vita e c’e’ speranza…Almeno credo.

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  11. bodhran 15/11/2013 a 18:43 #

    a Paolo, mentre leggevo il tuo commento stavo ascoltando l’ultimo album dei Pearl Jam:

    When the Kingdom comes
    He puts his records on
    And with his blistered thumb hits play

    And with the volume up he goes and fills his cup
    And lets the drummer’s drum take away the pain

    per sperare, in questi tempi bui, mi accontento di un LP che gira sul piatto

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