AUTUMN IN DETROIT di Paolo Barone

29 Ott

Polbi mi scrive un’email, una delle sue, una delle nostre, una che sa di autunno e nostalgia di non si sa bene cosa; non posso non pubblicarla sul blog, questi siamo noi.

◊ ◊ ◊

Carissimo…sono immerso in questo bellissimo (e stranamente caldo!) autunno Detroitiano, e’ una sera come tante altre e ho voglia di fare due chiacchiere con te.

Detroit Autumn (Nathaniel Haselton-Willis)

Detroit Autumn (Nathaniel Haselton-Willis)

Allora. I miei amici sono andati a questo piccolo festival blues organizzato dalla Fat Possum Records. Non so se hai mai seguito le sorti di questa etichetta discografica. Nei novanta avevano un buon catalogo punk blues, Blues Expolsion su tutti, affiancato da una serie di produzioni blues piu’ tradizionali fra cui R.L. Burnside e tipini poco raccomandabili come lui. Ora quella scena si e’ un po’ spenta. o per meglio dire e’ tornata nell’underground totale, e la Fat Possum si occupa di Rock piu’ in senso generale. Ma, a quanto pare, la passione Blues non e’ passata, ed ecco che hanno organizzato questo festival a…Clarksdale! Quanto mi pesa non essere riuscito ad andare….Si sono fatti in macchina tutta la strada da Detroit con sosta a Nashville e annessi negozi di dischi e bar. Poi, arrivati al festival, si sono sistemati in una ex piantagione di cotone in  alloggi originali, ristrutturati tipo ostello. Che figata…mah! Come sempre in queste cose, il pubblico era all’80% costituito da bianchi. Stessa cosa i musicisti sul palco. Triste ma inesorabile realta’, la comunita’ afroamericana non ha piu’ quasi nessun legame con il Blues. Ne abbiamo gia’ parlato di questa cosa, c’e’ poco da fare. Ma almeno questa volta a quanto mi dicono qualche vecchio bluesman c’era davvero, e mi riferiscono ancora abbastanza poco addomesticabile! Stare tre giorni in quei luoghi deve essere stata un esperienza molto particolare.

fat-possum-records-logo

Io nel frattempo ho avuto la mia piccolissima Blues Experience a Chicago.

Conosco quella citta’ abbastanza bene ormai, ma non abbastanza da girare in macchina senza navigatore. Alle volte queste macchinette sbagliano qualcosa e noi ci ritroviamo nel posto sbagliato. Ebbene, ad un certo punto mi sono reso conto di essere finito nel ghetto, nella parte sudvest della metropoli. Ed ecco che tutte le cose che avevo sentito raccontare sul Blues di Chicago, dei suoi quartieri neri, di questo mondo a parte, me le sono ritrovate intorno a me in un istante, semplicemente girando all’incrocio sbagliato. Noi veniamo da Detroit, e nessun altro disastro americano ci potra’ mai veramente impressionare, pero’ quello che mi ha colpito e’ la quantita’ di persone che popolano questa zona cosi difficile e povera. Nella motorcity e’ come girare in un immenso relitto, qui invece e’ tutto ancora vivo e a modo suo vitale. Mi sono consultato per telefono con dei miei amici, e ho capito che per un italiano bianchetto come me era meglio alzare i tacchi alla svelta, senza tentare ingenue esplorazioni urbane…eppure ti assicuro che ho percepito piu’ il senso della cosa in questa mezz’ora di giri in macchina, che in un pomeriggio passato alla Chess Records.

In serata sono andato a vedere i Temples. Una band di giovanissimi inglesi, molto presa dal sound anni sessanta, piacevole e direi con una marcia in piu’. Guarda caso anche loro escono con la Fat Possum…

Per il resto, complice il clima di Halloween, che in Italia e’ ridicolo ma qui e’ bellissimo, mi sto ascoltando i dischi dei Pentagram. Sono proprio belli, specialmente le due collezioni di pezzi dei primi anni settanta (Last Daze Here) e Relentless.

Sono una band che ha sempre goduto di un discreto seguito in ambito hard & heavy, anche da noi, tanto che qualcuno aveva anche tentato di organizzare un tour nel nostro paese. Ma per quello che ricordo, la cosa e’ finita a schifio a causa della follia tossicodipendente di Bobby Liebling il cantante e leader del gruppo.

Un paio di anni fa, un fan lo ha ripescato nel buco nero della cantina dei genitori, in cui era naufragato a cinquanta e passa anni senza quasi nessuna possibilita’ di salvarsi. Invece, con santa pazienza, lo hanno rimesso in piedi, ne hanno cavato un bel documentario (Last Days Here, lo si trova anche su youtube, vale senz’altro la pena di essere visto) e a quanto pare e’ piu’ in forma che mai! Che strana cosa questa…Roky Erickson, Anvil, Rodriguez,ora i Pentagram. A quanto pare nel nostro mondo del rock una seconda possibilita’ esiste veramente, “Rock and Roll Never Forgets…” se non ci lasci le penne strada facendo ovviamente.

Per il resto, la mia situazione esistenziale rimane pressoche’ la stessa. Aumenta il mio stress latente, aumenta la mia preoccupazione.

Detroit in autunno

Detroit in autunno

2 Risposte to “AUTUMN IN DETROIT di Paolo Barone”

  1. bodhran 29/10/2014 a 14:26 #

    L’album dei Temples non è affatto male, è uno dei dischi del 2013 che ho ascoltato volentieri.

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  2. mikebravo 03/11/2014 a 12:55 #

    Vero quello che scrivi Paolo.
    Oramai da tempo non sbucano chitarristi neri che suonano il blues come i
    maestri.
    E proprio ieri ascoltavo in macchina STONE FREE, un tributo ad hendrix
    che risale al 1993.
    E mi é venuto in mente quello che scrivevi in autumn in detroit.
    Infatti al disco partecipano tanti chitarristi famosissimi che rifanno hendrix,
    ma quando arriva la versione di RED HOUSE di BUDDY GUY, pensi
    ” cavolo ma chi é suona questa chitarra da dio ? “.
    E’ un buddy guy stratosferico che straccia i musicisti bianchi ( tra cui
    clapton e beck ) e neri presenti nel disco.
    E allora pensi che il blues, il vero blues, tra qualche anno, nessuno
    sapra’ piu’ suonarlo.
    Musica in estinzione.

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