BLACK CITIZEN BLUES di Paolo Barone

1 Dic

Da Detroit Polbi ci manda una delle sue storie, questa volta piena di disperazione, di vessazione, di insopportabile arroganza, una storia dove i diritti dell’uomo nero sono terribilmente calpestati, una storia americana, insomma.

Detroit, novembre 2014.

Il mio amico Bill e’ una persona che sa fare un po’ di tutto, e sbarca il lunario aiutando tutti noi del vicinato con le mille piccole incombenze di queste case americane costruite negli anni ’20 e bisognose di continue manutenzioni. E’ un quarantenne afroamericano, sposato con una donna bianca e con tre figli. Parliamo di quello che e’ successo a Ferguson, della difficolta’ di essere parte di una coppia mista e di tante altre cose. A un certo punto Bill mi dice che purtroppo non puo’ votare. Non puo’ farlo da molti anni ormai. Sono sorpreso, e gli chiedo se ha voglia di dirmi qualcosa di piu’. E cosi mi racconta questa incredibile storia. Tutto inizio’ sedici anni fa, quando venne al mondo la sua prima figlia, nata prematuramente e bisognosa quindi di un periodo di supporto medico in una struttura ospedaliera. “Era cosi piccolina che entrava nel palmo della mia mano…” Bill e la sua compagna andarono a trovarla giorno per giorno, per mesi, fin quando un giorno finalmente poterono tornare tutt’e tre a casa. Ma insieme alla bimba c’era anche un foglio di carta dell’ospedale. Diceva che Bill doveva pagare le spese di questo lungo ricovero, ben settantacinquemila dollari, e doveva farlo subito. Ovviamente non aveva una cifra del genere e nemmeno poteva recuperarla in alcun modo, al tempo viveva con la sua compagna a casa dei genitori di lei e lavorava come e quando poteva.

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Provo’ a farlo presente all’amministrazione dell’ospedale ma non sentirono ragioni. Poco dopo fu convocato ufficialmente in un aula di tribunale, dove un giudice zelante gli disse che non solo doveva pagare subito il suo debito, ma che il suo comportamento irresponsabile lo metteva a rischio di essere condannato per non aver supportato le esigenze di sua figlia! Gli davano un paio di mesi di tempo, durante i quali il debito aumentava degli interessi, e poi sarebbe dovuto tornare in tribunale per essere sottoposto a un nuovo giudizio. Disperato, Bill tento’ qualsiasi strada per rimediare almeno parte dei soldi che l’ospedale esigeva. Ma non ci fu nulla da fare, e nella sua seconda convocazione in tribunale venne condannato sia per non aver pagato il conto ospedaliero che per aver negato il “Child Support” a sua figlia. Effetto della condanna, Bill non poteva piu’ avere un lavoro regolare senza che la busta paga venisse direttamente consegnata all’amministrazione dell’ospedale. Ammesso poi che lo potesse trovare un lavoro, avendo una condanna penale in corso. Il passaporto era sospeso, cosi come il diritto di voto. Non solo. Da allora Bill deve trascorrere due mesi in prigione piu’ o meno ogni anno e mezzo. Per sempre, o perlomeno finche’ non paga il debito, diventato ormai di proporzioni mostruose. “ Mi vengono a prendere senza preavviso. Bussano alla porta e io devo mollare tutto e seguirli in galera. Mi mettono le manette ai polsi davanti ai miei figli, mi sbattono in macchina a sirene spiegate e io sparisco per un paio di mesi. In prigione non posso portare assolutamente nulla di personale, nemmeno un giornale, un libro o un calzino. Mi spogliano di tutto, mi danno la divisa arancione e gli unici contatti che riesco ad avere con il mondo esterno sono tramite delle brevi e costosissime telefonate con mia moglie e qualche sua visita. I miei figli preferisco non vederli, non voglio che vengano in questo posto orribile…”

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Come se non bastasse, la situazione puo’ aggravarsi in qualsiasi momento se Bill viene sorpreso a commettere qualsiasi illegalita’, fosse anche solo una multa. Ecco che il mio amico, colpevole di aver avuto una bimba nata prematuramente, non e’ piu’ un cittadino libero. Non puo’ lavorare se non in nero, non puo’ votare, non puo’ lasciare il paese, viene periodicamente incarcerato, e la situazione puo’ peggiorare da un momento all’altro a discrezione del giudice di turno. Da quindici anni a questa parte, Bill non e’ un cittadino americano a tutti gli effetti, ma un esempio vivente di una nuova categoria sociale, uno schiavo del nostro tempo, nato nel paese piu’ ricco del mondo.

Gli chiedo se pensa che il colore della sua pelle abbia un ruolo in tutto questo. “ Are you fuckin’ kidding?! stai scherzando vero?! “ Mi risponde. “Certo che si! Fossi stato bianco una mediazione, una qualche soluzione che almeno mi evitasse la galera si sarebbe trovata, poco ma sicuro.” Si, e’ vero per Bill ed e’ vero anche per il ragazzo di Ferguson, che se fosse stato bianco non sarebbe stato fucilato sul posto per aver rubato una scatola di sigari.

(Paolo Barone ©2014)

15 Risposte to “BLACK CITIZEN BLUES di Paolo Barone”

  1. luisa 01/12/2014 a 16:05 #

    Caro Tim, premettendo che un articolo come quello di Paolo Barone dovrebbe fare aprire maggiormente la coscienza di ognuno di noi, perde molto con il riferimento poco congruo all’uccisione di Mick Brown una persona trovatasi al momento sbagliato nel posto sbagliato, ma pur sempre alto m.190 e del peso di Kg. 130,, fisicamente quasi il doppio (fisicamente parlando) di Darren Wilson (il poliziotto), che per evitare ritorsioni nei suoi confronti da parte della comunità nera, ha lasciato la Polizia, trovandosi ad oggi senza lavoro.

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    • mikebravo 01/12/2014 a 20:21 #

      Ieri hanno detto pero’ che hanno dato molti soldi a Wilson
      perché se ne andasse……

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  2. lucatod 01/12/2014 a 16:15 #

    Questa storia è da far rizzare i capelli , premetto che non ne so praticamente nulla , ma in USA hanno un sistema sanitario vergognoso . Uno va al pronto soccorso e dopo deve passare in “amministrazione” a saldare il conto . Davvero pessimi .

    Roger Waters sul pezzo It’s A Miracle (dall’album Amused To Death) cantava un verso che trovo proprio adatto
    “a doctor in Manhattan , saved a dying man for free / it’s a Miracle” .

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  3. Francesco 01/12/2014 a 18:00 #

    Beh, quando ci lamentiamo della nostra sanità…

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  4. mikebravo 01/12/2014 a 20:24 #

    Una storia aberrante.
    Quando gli Yardbirds andarono per la prima volta in America, Dreja scatto’
    foto della rivolta dei neri.
    E non é cambiata molto, 50 anni dopo.

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    • Tom 01/12/2014 a 23:23 #

      “I have a dream…” spesso è davvero solo un sogno….o una canzone degli Abba…Tom

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  5. Paolo Barone 02/12/2014 a 04:01 #

    Ciao Luisa grazie per il commento!
    Mi dici che l’omicidio di Ferguson c’entra poco. Io invece la penso diversamente.
    Sono convinto che se un ragazzo bianco avesse rubato una scatola di sigari, non sarebbe stato sparato e ucciso da un poliziotto. Specialmente se, come dicono molti testimoni, era con le mani alzate. Ma anche se non fosse vero, e stesse opponendo resistenza all’arresto, non sarebbe comunque stato fucilato sul posto. E la cosa ancor più grave e aberrante e’ che il poliziotto in questione non e’ stato nemmeno portato in tribunale, non dico giudicato colpevole, ma nemmeno portato in tribunale. Ora, vogliamo credere che se avesse ammazzato nello stesso modo un ragazzo bianco e di buona famiglia sarebbe andata allo stesso modo? Personalmente non ci credo nemmeno un po’.
    Una recente inchiesta pubblicata dal Washington Post rivela che in USA nell’ultimo anno la polizia ha sparato contro un afroamericano ogni 28 ore. Ogni 28 ore.
    Lo vogliamo chiamare razzismo questo? Secondo me si, ma con un aggiunta. Questo e’ razzismo e lotta di classe insieme. La lotta dei ricchi bianchi americani contro i poveri, in particolari modo afroamericani e ispanici. Questo succede da queste parti purtroppo.

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    • luisa 12/12/2014 a 12:50 #

      … che dire Paolo le tue sono convinzioni (e niente di più)che non proverò io di certo a smontare, ma trovano poco supporto nella realtà dei fatti; magari se imparassimo un pò più a fidarci di chi fa il proprio lavoro (magistrati, organi inquirenti e forze di Polizia) con competenza riusciremmo sicuramente a vivere meglio. Passo e chiudo.

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  6. Baccio 02/12/2014 a 12:38 #

    Paolo, perdona la mia domanda indiscreta, ma che lavoro fai in una città economicamente distrutta come Detroit?

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  7. bodhran 02/12/2014 a 16:30 #

    Putroppo tocca dar ragione ai numeri, i neri sono il 10% della popolazione “americana”, e il 40% della popolazione carceraria USA. Sono molti di meno i neri laureati di quelli bianchi. E si potrebbe continuare; gli USA purtroppo non sono quel paese delle opportunità che continuano a voler credere di essere. O forse lo sono, ma per chi può permetterselo.

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  8. Paolo Barone 02/12/2014 a 16:35 #

    Ciao Baccio. Come che lavoro faccio?! Scrivo per il Blog no?
    Quando pensiamo a Detroit dobbiamo ragionare su due piani. Detroit citta’ vecchia e l’area metropolitana di Detroit. La citta’ vecchia si affaccia sul lago che in quel punto crea uno stretto dividendo USA e Canada. Da qui il nome Detroit, che in francese (lingua dei fondatori) significa “dello stretto”. E’ un posto molto affascinante, con architetture e storie interessantissime. E’ un area molto grande che fino a fine anni 60 ospitava diversi milioni di persone. Ora e’ in gran parte abbandonata, con una popolazione residente di più o meno 500.000 anime salve. 80% afroamericani, fortissima disoccupazione, tasso di criminalità da record, degrado per noi europei inimmaginabile. Ma anche sede di tantissime nuove esperienze sociali, tentativi di autogestione dei cittadini e di grande vivacità culturale. Per certi versi forse l’area più creativa e imprevedibile degli Stati Uniti.
    Tutto intorno si estende, senza un confine visibile che separi le due zone, Metro Detroit. Una serie di comuni indipendenti, dove vivono 5 e passa milioni di persone (me incluso), 15% afroamericani, occupazione nella media nazionale, criminalità praticamente inesistente, tutto discretamente nuovo, in ordine e pulito.
    E una noia, un vuoto sociale, esistenziale e culturale diffuso, da far paura, come in tutta questa gigantesca area geografica che prende il nome di Midwest Americano.

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  9. mikebravo 03/12/2014 a 08:38 #

    Paolo Barone é visto spesso at the palace of auburn hills ad assistere
    i DETROIT PISTONS, la sua squadra del cuore.
    E’ da un po’ che non vince il titolo.
    Nello stesso tempo frequenta le citta’ di FLINT e ANN HARBOR perché
    ha 2 missioni importanti da compiere nell’ambito del rock.

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  10. Baccio 03/12/2014 a 13:26 #

    Quando si nomina Flint, bisogna alzarsi in piedi con la mano sul cuore e cantare a squarciagola “We are an american band”!

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    • Beppe R 04/12/2014 a 18:38 #

      Ah, i Grand Funk Railroad! Dalla critica intellettale vituperati come band rozza e primitiva, in realtà mi fanno venire in mente una citazione del nostro bravissimo Paolo Barone. In un suo intervento più o meno scriveva che “il rock & roll aveva poco a che vedere con la musica suonata bene, in modo pulito” (ricordo bene Paolo?) ma è anche e soprattutto una questione di feeling e di attitudine…Eh già, e i Grand Funk facevano saltare sulle sedie…A tal riguardo, ieri riascoltavo “Too Much Too Soon” dei New York Dolls. Certo, non un esempio di tecnica esecutiva (ma ogni proposta va presa per il verso giusto), però Johnny Thunders e Co. prendevano per il bavero, ti strapazzavano, e poi accidenti: ruvide, memorabili, contagiose melodie rock’n’roll! Vale lo stesso con differenti connotazioni stilistiche per i GFR di “We’re an american band”. Proto-metallic KO! Dirompenti.

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  11. mikebravo 05/12/2014 a 08:57 #

    A Detroit gira voce che Paolo Barone stia spingendo per riunirli.
    Per quello si vede spesso a Flint.
    Credo ci riuscira’.
    E non si comportera’ come Terry Knight.

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