GRATEFUL DEAD’S Sunshine Daydream di Giancarlo Trombetti

3 Gen

Giancarlo Trombetti mi ha commosso con questo pezzo, i DEAD sono il mezzo, il fine è la nostra idea di Rock, quello che non è solo genere musicale. Il blog chiude e inizia bene l’anno con le firme di due special guest che ci onorano con la loro presenza, Barone e Trombetti appunto, nella speranza che anche gli altri due ci regalino qualcosa presto. Buona lettura.

Ci sono occasioni in cui riflettere di musica, della nostra musica, ci porta lontano. Molto di più di quanto vorremmo o spereremmo di fare se solo scegliessimo di intraprendere una riflessione comune su un argomento importante, condiviso.

A me, sarà l’età, saranno le situazioni, accade sempre più spesso quando sono solo, quando, anche occasionalmente, mi metto a seguire il filo di un ragionamento, talvolta vago, illogico e privo di un suo scopo preciso. Mi accade quando guido e ascolto la mia musica da solo, mentre mi scorre la strada sotto al sedere…un po’ come nell’ Illogica Allegria di Gaber, oppure mentre mi dedico ai lavoretti in campagna, o quando – tralasciato per un paio d’ore la perdita di tempo dei social, spenta la televisione, messo da parte il libro, scelto di non scrivere ulteriori sciocchezze per gli altri che tanto finiranno per non capirne il senso perché comprendersi è diventato sempre più difficile, mi sdraio sul mio divano e ascolto quello-che-ho-scelto-accuratamente-di-ascoltare. Ed è lì che la mia mente alla Homer Simpson mi parla, costringendomi, spesso, a prendere appunti per ricordare cosa mi stia dicendo, sperando nella mia attenzione.

Simpsons_Homer_Headphones_Yellow_Shirt

Noi musicofili siamo l’ultima frontiera della discografia. Siamo l’ultima speranza, l’ultimo target cui tentare di continuare a vendere quegli oggetti circolari; che siano neri o meno poco importa. Noi sbuffiamo, ci diciamo che siamo stufi, lo scriviamo e lo giuriamo ad amici e fidanzate. Poi, alla prima occasione, decidiamo di nuovo di trovare un budget ed uno spazio per l’ultimo oggetto. Che sappiamo benissimo che non sarà mai l’ultimo, almeno finché saremo in grado di stare in piedi da soli davanti a un banco-contenitore.

Avevo resistito per un paio d’anni, leggendone qua e là, anche perché pur essendone un appassionato estimatore, grazie a Dio non sono mai diventato un fanatico collezionista del live dei Grateful Dead. E meno male: avrei già dovuto fare a meno della mia auto solo per comprare i centoquaranta – dicono, ma secondo me è stima al difetto – live, box, cofanetti del gruppo di Garcia. Poi un amico mi manda una foto sul cellulare; l’interno di “Sunshine Daydream”, cofanetto di tre cd ed un dvd, uscito per la Rhino. All’interno una frase cui nessun appassionato avrebbe mai potuto resistere: “Veneta è senza dubbio, e di gran lunga, il concerto più richiesto di cui abbia mai sentito parlare – scrive l’estensore delle note. Ho ricevuto una quantità di email dai Dead Heads, con suggerimenti e richieste, ma le richieste del concerto del 27 agosto del 1972 sono costanti.”.  Segue accurata spiegazione.

Grateful Dead sunshine daydream

Ma sarebbe stato più che sufficiente questo a convincermi. Così mi sono ritrovato con quel box in mano e dedicato all’ascolto, ho compreso perché, effettivamente, ci fosse un qualcosa di speciale, in quella sera. Un Jerry Garcia particolarmente ispirato e molto spesso attaccato alla scatolina del wha-wha, una cosa non particolarmente comune; un Phil Lesh debordante, una ritmica veramente dedicata al cesello di supporto alla solista, la scelta delle canzoni… bello. Possiedo molte cose dal vivo dei Dead, ma questa, in effetti mi pareva e mi pare più che meritevole.

Ma non avevo mai avuto voglia di mettere su il dvd. La musica mi ha sempre più catturato delle immagini…anche quando ero io a farle produrre.

Errore gravissimo. Cui la mano fatata del destino ha deciso di por fine stamattina, in un momento di pioggia e di assoluta mancanza di voglia di fare qualsiasi altra cosa.

No, niente effetti speciali, nessuna regia creativa, nessuno di quei mille trucchi cui Scorsese o i registi più prossimi al rock ci hanno abituato. Esattamente il contrario. Un filmato che probabilmente nessuno di noi girerebbe mai con il suo telefonino sapendo fare di meglio, come inquadrature e qualità; una ripresa amatoriale di quello che, per la città di Veneta, Oregon, era probabilmente un avvenimento fuori da comune. Una grande band in un campo nel mezzo di un bosco in una calda sera d’estate.

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Ed è così che la semplicità di quei minuti iniziali mi strappano dalla freddezza della mia era e mi gettano a forza all’interno di una stringa temporale che mi circonda di quello che era l’America dell’inizio degli anni settanta. Una manciata di ragazzi a torso nudo, capelli lunghi, barbe e baffoni, segano, martellano, assemblano un palco quantomeno improbabile, un palco su cui nemmeno l’orchestrina di paese avrebbe il coraggio di montare. Un albero, quasi sicuramente un abete, viene trascinato insieme ad altri, per costituire l’ossatura di un tavolato che viene circondato da una rete da polli che separerà il gruppo dai 20.000 (…ma chi è stato lì a contarli? Si domandano i titoli di coda) ragazzi del pubblico. C’è voglia di Woodstock, ci sono bambini nudi che giocano con i cani, ragazze seminude e ragazzi decisamente nudi. Non c’è il fango del terzo giorno di tre anni prima, ma ci sono facce bellissime. Ci sono espressioni pulite, occhi vivi, speranze, desideri. C’è una gioventù meravigliosa, come adesso, a noi anziani, non capita più di vedere in giro. C’è semplicità e voglia di stare insieme, senza nessun dogma, nessuna bandiera, nessuna bugia. Ci sono ragazzi e ragazze che scoprono note che li tengono insieme e che sembrano promettergli che tutto quello che non va sta per essere sanato. Sì, certo, si vedono oggetti da fumo delle forme più svariate, soggetti visibilmente poco lucidi, c’è Ken Kesey che circola e ancora, forse, crede che negli acid tests siano nascoste le porte della percezione. Ci sono sei musicisti su un palco sgangherato che se solo scendessero in mezzo alla gente non si distinguerebbero dalla folla. Sono tutti uguali : un gruppo già al sesto anno di carriera e in crescita esponenziale e il suo pubblico. C’è la possibilità di capire, dopo pochi secondi, che quello che davvero contava – un mio vecchio discorso ricorrente, lo so – era “la Musica”. E con jeans e magliette non esisteva necessità di una uniforme.

Un telo in apparente plastica copre malamente la zona del piccolo palco e gente va e viene dal medesimo; una bambina dai capelli lunghissimi inclusa. Alle spalle del gruppo, appollaiato su un palo, un ragazzo completamente nudo balla tutte le canzoni e se ne stacca solo per applaudire. Nessun regista, nessun assistente a toglierlo dall’inquadratura.

Sembra di essere spettatore di riprese aliene, non di questa Terra. La certezza la si ha quando, in un piccolo contributo girato a bordo di un bus colorato con le bombolette, attraversiamo la città, diretti al bosco di Veneta…sa Iddio come controllato nelle entrate e negli accessi. La gente per strada, che si gira a metà tra disgusto e curiosità, è la tipica gente americana dei sessanta che non sono ancora spariti, laggiù nell’Oregon.

L’America dei film in bianco e nero, quella che noi…lo capiamo esattamente in quella visione, in quel momento, in quei pochi secondi rivelatori…non capiremo mai. Noi, di quella gente, di quella cultura, di quegli anni, è cosa certa, non capiremo mai niente, anche se guardando quei ragazzi avremmo assolutamente desiderato essere lì, nei nostri sedici, diciassette anni.

Avremmo voluto essere in mezzo a quella moltitudine di belle facce, bei fisici, non ancora obesi e sovrappeso come l’America degli anni a venire, avremmo voluto toglierci la maglietta e stare in piedi a guardare lo spettacolo della musica e di una generazione che ci ha mangiato la pappa in capo senza aver avuto un briciolo della cultura e del glorioso passato che noi abbiamo vantato. Una generazione che con nulla ha cambiato ANCHE il nostro mondo, anche se poi c’è stato chi, bravissimo, li ha cancellati vendendogli una libertà invendibile. Non particolarmente diversa dalla nostra, ottenuta con altri percorsi ma altrettanto fallimentare.

Avremmo pagato qualsiasi cosa per essere lì e capire la lezione della musica prima che il Grande Mercato ce la rivendesse, prima che cappellini, tagli di capelli, giacche e uniformi ci rendessero tutti uguali. Prima delle grandi amplificazioni, dei palchi da Guerre Stellari, prima delle luci, di quelle luci com-ple-ta-men-te assenti su quel palco, tant’è che la registrazione termina con l’arrivo del buio, quando il gruppo sarebbe andato avanti per altre due ore, ma lontano da quelle telecamerine amatoriali. L’ultimo brano del video ci mostra il tramonto, con la voce di Donna Jean che ci abbraccia e ci chiede cantando “Sing me back home”….un groppo alla gola.

Mentre dal palco volano note assolutamente affascinanti, suonate da sei ragazzi che sono quanto di più lontano possiamo immaginare da quella iconografia rock e dalle sue pose. Statici, attenti, sorridenti, sereni, come avremmo voluto essere noi, esattamente in quegli anni.

Ecco sia benedetta la passione di chi ha recuperato quel concerto e quell’oretta di immagini, tanto simili a Bethel e al tempo stesso così lontane. Testimoni di un’era temporale che non potremo mai più rivivere né comprendere.

Qualsiasi cazzata ci venga suggerito di leggere.

Giancarlo Trombetti©2016

 

8 Risposte to “GRATEFUL DEAD’S Sunshine Daydream di Giancarlo Trombetti”

  1. mikebravo 03/01/2016 a 12:02 #

    Grande!!!!!!
    Il morto riconoscente per la passione che ci tiene in vita.

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  2. bodhran 05/01/2016 a 10:55 #

    Non sono un fan dei Greatful Dead, ma mi riconosco completamente nelle parole di Trombetti. L’inizio dell’epopea rock è anche secondo me il più affascinante. Innanzitutto perchè in quei pochi anni (fine ’60 e inizio ’70) praticamente è stato fatto tutto; non che il seguito sia da buttare, tutt’altro, ma lì ci sono i semi le radici e piante cresciute, in pochi, pochissimi anni. E poi quello è il periodo in cui davvero si ascoltava la musica pensando di cambiare il mondo, non che il mercato non facesse i suoi interessi (basti pensare alle liti tra ex Beatles e manger, o tra Zappa e casa discografica) ma ancora era tutto così naif che andava tutto bene. Si compravano i dischi pensando di appartenere realmente ad una comunità di intenti. E bastavano 4 fari e un palco scalcagnato per accendere la magia.

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    • mikebravo 07/01/2016 a 07:52 #

      Condivido in toto la tua affermazione IN QUEI POCHI ANNI
      ( FINE ‘ 60 e INIZIO ’70 ) PRATICAMENTE E’ STATO FATTO TUTTO.
      Non che il seguito sia da buttare. Parole sante.

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  3. Paolo Barone 05/01/2016 a 18:16 #

    Molto bello questo pezzo, grazie Giancarlo!
    Si, come diceva anche bodhran, era forte il senso di appartenenza ad una comunità che esprimesse una visione esistenziale e sociale radicalmente alternativa. E questo si e’ espresso forse con i Dead più che con ogni altra band nella storia del rock. Una gran parte della società americana non glielo ha mai perdonato. Hanno rappresentato e portato in giro per il paese una comunità fortemente libertaria e critica, che nei loro concerti trovava un momento di aggregazione molto importante. Conosco qualcuno qui che li ha seguiti in tour, e mi racconta che nell’area intorno al concerto, in ogni citta’ americana, si radunava questa comunità stanziale e nomade al tempo stesso, rappresentante di ogni esperienza controculturale. Dallo yoga alle diete alternative vegetariane, alla stampa underground, ai tentativi di comuni e microeconomia solidale, tutto questo viaggiava con i Dead. E poi le droghe. Erano una parte fondamentale, e nessuno nella band ne ha mai fatto mistero, anzi. Anche in questo non credo che ci sia mai stata nessuna band nella storia del rock così profondamente coinvolta con la scena e la cultura psichedelica, nemmeno gli Hawkwind era Lemmy o i primi Pink Floyd. Anche questo non gli e’ stato mai perdonato ai Dead, non soltanto nel mondo “normale”, ma anche in ambito rock. Ed e’ particolarmente duro pensare che dopo tanto aver parlato di allucinogeni e favolosi trip cosmici, il povero Garcia se ne sia andato con una tristissima e molto poco alternativa overdose di eroina.
    Resta il loro meraviglioso percorso artistico, tracciato in una marea di registrazioni live, alcune veramente capaci di portarci in altre dimensioni, e le loro canzoni, i loro testi bellissimi, i filmati, i libri e tutto quanto. Amo i Dead pur non essendo un fan in senso stretto e ringrazio ancora Giancarlo sia per la segnalazione di Sunshine Daydream che per le interessantissime riflessioni.

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    • Giancarlo T. 07/01/2016 a 09:23 #

      Le tue riflessioni sono sempre puntualissime, non un inutile sottolineatura. Te ne ringrazio, Paolo. Perché pensare non è più cosa comune; al massimo ci si limita a dare la propria opinione o a contraddire. Espandere resta sempre più difficile. Grazie…..un solo minuscolo dubbio : Garcia è morto in un centro di recupero e riabilitazione dove lui, come mille altri, vanno a farsi “rimettere in sesto” in fegato quando, per alcol, droghe o qualsiasi altro eccesso, il fisico non regge più. Ed è morto per infarto. Questo io so, sapevo, e, sinceramente, credo realistico. Captain Trips era il suo soprannome, dunque nessuna sorpresa “alla Lemmy”, dove – ho messo un post sul mio inutile fb e mi hanno massacrato in molti – pare che tutti si siano stupiti di una morte giunta a 70 anni dopo una vita dedicata agli eccessi. Casomai lo stupore avrebbe dovuto essere tutto per aver raggiunto quell’età… e in quella occasione (magari sono fuori argomento, ma mi permetto lo stesso) ho letto deliri, perché tali sono, di persone che conducono una vita normale, come tutti, che hanno esaltato il “vivere al massimo, morire giovani” e poi piangevano per la morte di un 70enne. Insensato, mi pareva. Così come l’esaltazione, contemporanea, di una vita spericolata da parte di chi, solitamente, esce di casa con la maglina di lana e al primo sternuto si mette la sciarpa. Una ragazzina in particolare, dopo avermi dato dell’anziano semideficiente (…non che non sia vero, ahimè), esprimeva tutto il tuo amore per quella vita a cento all’ora, da bruciare subito e, immediatamente sotto, suggeriva di partecipare a una manifestazione… a favore dei gattini abbandonati… ecco… è in quel momento che mi è venuta in mente la frase di Gaber per cui “…anche l’avventuriero più spinto muore, dove gli capita, e nemmeno tanto convinto”…. Ed è l’esatta immagine della morte che ho di tutti quelli che hanno vissuto, egoisticamente ma facendosi una famiglia, in modo spericolato. Io sono e resto certo che in quegli ultimi istanti, nessuno di loro fosse…tanto convinto. Nemmeno Cpt Trips, nemmeno Lemmy, certamente molti altri.

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      • Paolo Barone 08/01/2016 a 05:08 #

        “…Anche il Rocker più spinto muore, dove gli puo’ capitare, e neanche troppo convinto” si Giancarlo, da fan di Lemmy ne sono anche io certo di questa cosa. Una vita di stravizi, tour non sempre comodi da rockstar, anni nemmeno troppo giovanili di vita sbandata, e chi più ne ha più ne metta, e poi se ne va con un cancro e un diabete, praticamente ancora in tour a 70 anni…Per chi lo seguiva davvero non e’ stata per niente una sorpresa, lo abbiamo visto peggiorare di concerto in concerto negli ultimi due anni.
        Grazie per la correzione riguardo la morte di Garcia, credevo fosse stata l’eroina, invece e’ andata diversamente. In parte meglio così, ma resta il dispiacere di vedere il cavaliere psichedelico Cpt Trip andarsene ancora troppo giovane e in quelle circostanze. Capisco quello che vuoi dire, quando parli di aspiranti rocker che passano la vita in pantofole. Ma forse per tante persone la passione per il rock e le rockstar, e’ anche un modo di vivere in terza persona avventure ed emozioni altrimenti impossibili. E proprio ricordando il (a me) caro Lemmy, auguriamo a tutti un bel “Live Fast, Die Old”!

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  4. lucatod 05/01/2016 a 21:03 #

    da qualche parte devo ancora avere un triplo cd live , acquistato usato anni fa , della serie Dick’s Pick’s (mi pare) vol 12 di un concerto del ’74 .. quindi – credo – già orizzonti perduti . Probabilmente sono stati tra i pochi a credere nella comunione tra musicisti e pubblico . In genere a questo aspetto ci credo sempre poco (non parlo dei Dead) , molti grandi nomi del passato hanno iniziato disprezzando il mainstream rock e poi ci sono caduti dentro , magari suonando (o facendo da gruppo spalla) allo Shea Stadium . A dire la verità la cosa non mi stupisce affatto .

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  5. mikebravo 07/01/2016 a 07:55 #

    Confesso di non avere fatto molti trip coi grateful dead e di non avervi dedicato
    molto tempo, ma AOXOMOXOA è un album immenso .

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