QUELLA VECCHIA LOCANDA (Black Sabbath Blues)

3 Nov

Ad inizio blog, nella prima parte del 2011, pubblicai qualche mio breve racconto, poi smisi. Oggi ho deciso di riprendere. 

Perché mi trovi a camminare di sera sotto la pioggia battente non so spiegarmelo con esattezza. Probabile che, dopo essere tornato ad abitare nel borgo natio, avessi bisogno di riappropriarmi dei posti della mia giovinezza. Camminare mi è utile, mi sostiene l’animo quando sento che sto per precipitare e mi aiuta a sistemare i neri pensieri che franano sulle stradine della mente. Perché farlo in una fredda sera di fine ottobre, dove sul paese piomba un’ombra funerea e sul mio cammino trovo solo foglie morte e pozzanghere, rimane tuttavia un mistero.

Indosso un lungo impermeabile e un cappello a falde larghe trovati nelle vecchie cose di mio padre. Il passo è sostenuto. Via dei Prati porta fuori paese, verso il bosco. Un amico mi ha parlato della locanda che hanno aperto dove decenni fa c’era un mulino ad acqua. Ogni tanto volgo lo sguardo a destra e a sinistra, al di là del bavero intravedo case che un tempo furono di vecchi amici. Là abitava Fabrizio, lì abitavano Gabriele e Gian Luca, quella, dietro le cancellate bianche, è la villa della contessa, nel cui boschetto le maestre elementari ci portavano a volte in visita. Stringo le spalle, è vita passata, non voglio rimanere impigliato di nuovo negli arbusti della nostalgia.

Proseguo con fare risoluto. E’ passata ben più di mezz’ora da quando sono partito. Tra la cortina della pioggia intravedo la locanda. E’ adagiata su di una altura sulla riva del canale, poco prima del pentacolo di strade che portano nel bosco o in campagne sperdute, quelle che da sempre considero la twilight zone dei territori in cui sono nato.

Do una veloce occhiata all’edificio, sembra abbiano fatto un ottimo lavoro con la ristrutturazione. Il sapore del passato e delle semplici architetture retrò è ancora presente e ben si sposa con quello che chiamano urban style, il tutto non stride con l’ambiente rurale.

Sotto lo scroscio dell’acqua e della luce gialla dei lampioncini del portone do un’ultima occhiata in giro ed entro. Mi tolgo impermeabile e cappello, sono fradici, li appendo nel vano che precede l’entrata vera e propria.

Il locale è a forma di L, sul lato lungo il bancone del bar e i tavoli, nel lato corto divani, tavolini e tutto quanto può servire per rilassarsi dopo aver cenato. Domina il legno, direi rovere, scuro. Luci indirette, rilassanti, buon odore.

Sulla destra, due tavoli occupati da altrettante coppie. Al banco un paio ragazzi intenti a guardare lo schermo della TV. In sottofondo Chris Rea.

Il gestore del locale mi si avvicina, al di là del banco:

“Buonasera. Serataccia eh?”

Gli dico che mi manda un amico comune, lui annuisce, faccio per presentarmi ma non ho il tempo di pronunciare il mio nome, mi riconosce, lo vedo scavare con convinzione là nella memory lane e mettere a fuoco.

“Certo, sei Rinaldi. Abbiamo fatto le medie negli stessi anni, tu eri in terza io in prima, direi”. Un paio di minuti per allacciare le stringhe delle nostre vite sono sufficienti. Siamo conoscenti, non amici, nonostante ciò capto immediatamente la giusta sintonia.

“Devi cenare?” dice allungandomi il menù.

“Sì. Prima mi dai da bere qualcosa? Posso mettermi là?” e indico la parte sinistra del locale.

“Certo fai pure, tanto stasera mi sa che non arrivi più nessuno visto il tempo”

Sorseggio una sambuca, mi avvicino alle vetrate. Il canale scorre veloce a pochi metri e poco più sotto si stende l’abitato de Le Casine, piccola frazione del paese. La pioggia continua a cadere.

Poco dopo il cuoco mi porta al tavolo la bistecca che ho ordinato. Da un po’ di anni  cerco di mangiare poca carne, ma stasera è una di quelle sere in cui una bistecca e una Weiss mi ci vogliono.

Mangio lentamente; il tepore del locale, la birra che freme nel lungo bicchiere di vetro, l’ampio spazio a disposizione smussano gli angoli del mio essere.

Entrano due donne. Maledicono, ridendo, il tempo. Mi domando perché non siano restate a casa. Ordinano qualcosa e si mettono al banco.

Termino la cena, mi alzo e vado verso il giradischi che sta tra i divani e le vetrate. Ci sono alcune cuffie wireless. Scorro gli lp che sono riposti con cura nello scaffale. Incappo nel primo dei BLACK SABBATH. Lo prendo in mano. La copertina mi ha sempre attratto.

Il Mapledurham Watermill in secondo piano e la donna misteriosa che mette paura lì’ davanti, rendono perfettamente l’atmosfera dalla musica registrata tra le pieghe di quel vinile.

locanda-2

 

Con un cenno chiedo a Roberto il permesso di ascoltarlo. Mi infilo le cuffie. Di nuovo la pioggia. Pochi attimi e rifletto sulla sincronicità, la pioggia che batte sui tetti e tra i solchi del vinile, i vecchi mulini ad acqua sulla copertina e sotto ai miei piedi. Rintocchi di campane e quel riff di chitarra così cupo giocato su intervalli musicali considerati demoniaci, Satana che compare nelle parole cantate, mi avvicino alle vetrate e controllo se davvero Old Scratch, come lo chiama il mio amico Bill, non stia arrivando da dietro la curva del canale. Il pezzo Black Sabbath è per davvero uno delle composizioni più inquietanti del vecchio Rock.

Quando parte The Wizard torno a riflettere su quanto il primo album di questo gruppo inglese mi faccia comprendere la grande libertà di espressione lasciata agli artisti in quegli anni, qui in particolare a quelli della scena britannica. Gli arrangiamenti e le parti ritmiche sono grezze, ma l’accezione da dare al termine è quella più positiva e non quella figurata. Sono intelaiature di base, spartane, non rifinite adeguatamente o trattate ma proprio per questo dense di un fascino particolare.

In Behind The Wall Of Sleep ci ho sempre sentito i Free di Moonshine e anche questa volta questo succede. Ho lo sguardo fisso sulla copertina del disco che tengo tra le mani come facevo da ragazzo, quando passavo i sabati sera a contemplare l’artwork degli lp appena comprati. Mi avvicino al banco, chiedo qualcosa da bere. Una delle due donne ha un piede appoggiato ad una traversa dello sgabello, il cappottino blu e la gonna lasciano intravedere lunghe gambe fasciate da collant neri. La donna mi scruta e poi torna a parlare con la sua amica.

Di nuovo sul divano. Di nuovo i Black Sabbath. NIB. Lucifero alle prese con problemi amorosi. Ancora costruzioni ritmico-melodiche essenziali e dirette. Non sono mai riuscito ad ascoltare il rifacimento di  Evil Woman dei Crow senza pensare a Black Night dei Deep Purple. Torno a guardare le gambe della donna sullo sgabello mentre sorseggio il Southern Comfort. Alzo lo sguardo, sta bevendo. Ha quel tipo di bocca che mette agli uomini idee strane. Mi viene in mente una oscura bonus track di due musicisti inglesi… Whiskey From The Glass.

L’inizio di Sleeping Village mi riporta sulle verdi colline dei Free, poi rotolo giù trascinato dalla Gibson SG del chitarrista. Warning è una canzone degli Aysley Dunbar Retalation che il gruppo scelse per chiudere l’album. Dieci minuti di foschi ricami metallici spezzati dal tumulto elettrico del chitarrista. Davvero, quanta libertà avevano i musicisti allora.

Ripongo l’ellepì e le cuffie. Mi risiedo sul divano. Guardo il grande orologio che sta tra le due vetrate. Nemmeno le 23. Il tepore del locale è gradevole ma sento l’umidità nelle ossa, che poi è solo un modo di dire, una suggestione. Mi riavvicino al bancone e chiedo a Roberto se mi prepara qualcosa. Sono venuto a piedi forse anche per questo, per poter bere un bicchiere di più. Controllo il cellulare e torno sul divano. Mi sarebbe davvero piaciuto, anni fa, avere un locale così  a disposizione. Venire a cena con gli amici e quindi sostare nell’area relax tra dischi, liquori e vista sulle campagne.

“Ecco qui la tua China calda” mi dice la donna che avevo guardato più volte. “Come ti è venuto in mente di ordinarla? Non ricordavo nemmeno più che esistesse”. “Non lo so nemmeno io” rispondo “un riflesso della mia infanzia. Andavamo al mare in settembre, alcune serate erano fresche e mia madre, quando ci sedevamo ai tavolini all’esterno di un bar, ordinava spesso una China calda. Visto  il tempo che c’è stasera mi è sembrata appropriata.”

“Posso assaggiarla? Uhm, buona, però non sembra un liquore da uomo” mi dice.

“Non sarai mica una di quelle che pensano che solo chi beve un Macallan 12 anni double cask è un vero uomo eh? No perché io bevo Southern Comfort che è un, anzi è il bourbon fruttato di New Orleans. Ti dirò di più, se devo scegliere tra una Ceres e una Corona, scelgo la bionda messicana. E’ un problema?”

Mi guarda con gli occhi spalancati e ride. “Ma lo sai che sei un bel tipo? E comunque io ti conosco. Sono la sorella della Lea. Mi chiamo Milva, come la cantante. Non so se ti ricordi, mia sorella era nella tua compagnia, andavate al cinema d’essai a San Matteo della Decima. Io vi guardavo quando la venivate a prendere, mi sarebbe sempre piaciuto venire con voi. Avevo una simpatia per te.”

“Cosa sta succedendo?” mi chiedo, fino ad un minuto fa non conoscevo questa donna ed ora…

Sono stupito del frizzante scambio di battute, dello scorrere fluido delle parole, della confidenza che si è instaurata in un attimo, immagino che quel pochino di alcol che abbiamo entrambi in circolo abbia facilitato la cosa.

Cerco in fretta nella memoria. Ricordo che in inverno andavamo a Decima al cineforum a vedere film soprattutto musicali. Mi sembra fossimo in due o tre macchine, rammento Lea ma non la ragazzina che questa donna doveva essere allora. Parliamo un po’, riannodo le stringhe sciolte dei ricordi, riaffiora la mia giovinezza. Sembra proprio che sia chi dice di essere. Non ero io quello della compagnia che attirava le donne, ma ne avevo sempre qualcuna intorno attirata in qualche modo dal mio essere uomo di blues. Possibile che avessi fatto colpo anche su di una ragazzina che immagino fosse molto carina?

Mi guardo intorno. Le due coppie al tavolo sono ancora al loro posto, i ragazzi ora sono quattro e stanno guardando un programma sportivo alla TV e l’amica della donna che è seduta qui accanto a me è china sul cellulare.

Milva deve avere bevuto uno Spritz di troppo, sembra ben disposta più del dovuto nei miei confronti. Se anche fosse vero il fatto che da giovinetta avesse avuto una simpatia per me, mi pare incredibile che sia così candida con me dopo nemmeno un quarto d’ora dalle presentazioni. Sebbene me la meni parecchio circa una mia presunta (e francamente noiosa) etica, sono un uomo ed essendo tale è meglio che cerchi di pensare ai Black Sabbath per scacciare certi pensieri. Milva ha la primavera sulle labbra e un delizioso profumo fruttato, me ne sono accorto quando con la scusa di una risata mi si è avvicinata al viso. La pioggia, il calduccio del locale, il Rock ed ora questa donna piuttosto attraente e un po’ brilla qui di fianco. Finisco la mia China, mangio anche la fettina di limone. Le guardo le gambe avvolte in quelle belle calze scure, la prendo per un braccio e le faccio “Dai, andiamo”. Ci dirigiamo al bancone, pago la cena e i miei e i suoi drink. La riconsegno alla sua amica.

“Sono tornato ad abitare in paese, Milva. Sono certo che ci saranno altre occasioni per rivederci. Ciao”.

Due parole con Roberto e sono fuori. La pioggia continua a scendere seppur in maniera meno pesante. Dal bosco escono spesse le tenebre. Mi stringo tutto intorno a me. Ho ancora un po’ di liquore in circolo, i blues se ne stanno raggomitolati negli angolini dell’animo. Scuoto la testa, penso alle gambe di Milva. Mi rimetto in cammino.

…never talking, just keep walking…

 

 

 

Tim Tirelli © 2016

9 Risposte to “QUELLA VECCHIA LOCANDA (Black Sabbath Blues)”

  1. Tom 03/11/2016 a 18:36 #

    …mhmm…racconto, storia-fantasia o realtà pensavo ad un finale diverso tipo Inter-Bayern 2-0, tanto più se è una questione di gambe….!!

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  2. lucatod 03/11/2016 a 20:17 #

    Mentre leggevo il tuo racconto avevo in mente il film di Alan Parker – Angel Heart , così luciferino , il richiamo a New Orleans , la pioggia . Come colonna sonora JJ Cale sarebbe stato perfetto .

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  3. Paolo Barone 04/11/2016 a 10:19 #

    Leggere le tue cose e’ sempre bello e apre riflessioni!

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  4. timtirelli 04/11/2016 a 10:52 #

    Grazie per esservi presi la briga di leggere e di commentare. Apprezzo molto.

    TOM: finali come Inter-Bayern 2 a 0 li ritrovi spesso nei romanzi o nei film, nella vita – più o meno reale – è più probabile che il risultato sia uno 0 a 0.

    LUCA: se fossimo io e te i titolari della locanda la musica trasmessa sarebbe di certo quella di JJ Cale in una serata come quella (o Dr John), ma che vuoi …oggigiorno è già tanto se trasmettono Chris Rea anche in un locale come quello comunque attento alla buona musica.

    POLBI: thank you man.

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  5. Tom 04/11/2016 a 16:15 #

    …sarà per la pioggia ma un posticino per “Raiders on the storm” dei Doors e “Stormy Monday Blues” degli Allman Brothers bisognerebbe trovarlo e chissa quante altre!!

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  6. Lorenzo Stefani 04/11/2016 a 21:36 #

    Bel racconto Tim, mi sento a casa con tutti questi riferimenti al sabba nero. Sono molto legato ai BS, anche se più a Ronnie che ad Ozzy. Mai però avrei pensato che tu potessi dedicare un racconto come questo a questo gruppo. Certi riff di Iommi per me restano pietre miliari della storia del rock e del mio personale viaggio nella musica e poi certi titoli evocativi come “Behind the Wall of Sleep” valgono da soli metà della canzone.

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  7. Paolo Barone 05/11/2016 a 09:38 #

    Usciva anni fa una rivista chiamata “Avvenimenti”. Si occupava di tante cose, e dedicava un discreto spazio alla musica. Ogni settimana usciva la recensione di un disco, fatta con un racconto di fantasia. Ricordo molto bene quello (racconto/recensione) sull’esordio dei Nine Inch Nails, ma anche altre a seguire. Era un ottima idea, e questo tuo breve racconto mi ha riportato alla mente questa cosa. Bravo Tim.

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  8. bodhran 05/11/2016 a 20:43 #

    Mi sembrava di avere avuto un’idea nel chiedere stasera a TIm di raccontarci gli album che più gli piacciono con dei racconti. di fantasia, veri o veritieri che siano. Mi avevano anticipato di una ventina d’anni.

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  9. Paolo Barone 06/11/2016 a 00:00 #

    Cio’ non toglie che sia un ottima idea.

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