Blue note blues: gli effetti che certe canzoni hanno sugli uomini di blues di una (in)certa età – di GC

23 Feb

Il nostro GC riflette sugli effetti che certi canzoni, certi testi, certi assolo hanno su di noi, e mentre lo fa non può che riconoscere che as time goes by il nostro animo tende spesso sempre più alla tenerezza. Sì, questo un il blog per l’uomo di blues, avevate qualche dubbio?

 

Con una frase tanto scontata quanto banale, potrei dire che… “il rock and roll mi ha salvato la vita”. Una passione bruciante, un deliquio giovanile, trasformato negli anni in una parvenza di lavoro professionale. Un modo come un altro di vivere. Un lavoro improvvisato, che non ha avuto maestri, che mi sono inventato da solo, con tanta faccia tosta e una notevole dose di culo. Perché le sliding doors, i casi della vita, esistono. Sono quelli che fanno sì che uno studente universitario abbia la possibilità di lavorare in strutture dove solo i qualificati, o i raccomandati, riescono ad arrivare. Ed io non ero, non sono, né l’uno, né l’altro. Un uomo fortunato, un abile truffatore, un mestierante astuto in mezzo a una pletora di capre ignoranti, cascate lì per velleità o desiderio di fama. O presunzione, millantatori sfacciati dalla doppia vita : una reale ed una cui aggrapparsi per credere di essere ciò che non si sarà mai. E in mezzo alle capre, anche un pollo può fare la sua figura. Non importa esattamente quale sia l’ambiente, non è di questo che vorrei parlare. Penso solo, molto spesso, che fine avrei fatto se non avessi amato quelle note, se non mi fossi inventato un modo di sopravvivere…chissà. Ma neppure questo è importante. Vorrei riflettere d’altro. Come se davvero fossi da solo, come sono davvero in questo momento.

alone

Non sto effettivamente scrivendo, sto solo cercando di fissare i miei pensieri su uno schermo con la speranza di capire cosa mi stia succedendo, per realizzare se sia l’unico ad avere certe…reazioni. Forse mi accade perché parlo sempre meno. Anche di musica. Perché trovo sempre più superfluo scriverne. Perché non ho contraddittorio o perché ho sempre avuto difficoltà a esprimere i miei sentimenti, qualunque essi fossero. O perché con il tempo le reazioni cambiano, si raffinano, diventano come piccoli bisturi che sezionano i tuoi pensieri, specialmente quando provi a raccontarli, a voce, a qualcuno. Chiunque esso sia. La verità è che mi riesce sempre più arduo, raccontare anche i miei più banali perché al mio interlocutore. Non riesco più a dire quel che provo senza scivolare, perdere equilibrio, senza trovarmi un nodo alla gola che imbarazza me e chi mi ascolta.

C’è stato un tempo in cui mi succedeva quando ero solo. Ascoltavo un brano che amavo in modo particolare e ad occhi chiusi, muovendo le mani, inventando assolo immaginari con le mie mani, sentivo letteralmente alzarsi i peli delle braccia, un brivido lungo la schiena, una frazione di secondo mi scuoteva mentre davanti agli occhi mi passavano dozzine di frame, di frasi dette e dimenticate, di episodi quasi non vissuti. Ma reali. Ma ero solo, potevo. Certamente, mi domandavo se quei micro-orgasmi acustici fossero comuni ad altri, se tanti, come me, vivessero certe sonorità come una esperienza letteralmente fisica. E per assecondarmi mi dicevo sempre di sì. Sono sempre stato rassicurante con me stesso. Era sempre e solo il potere della Musica.

potere-della-musica

Adesso, però, l’asticella si è alzata. Posso solo dire che non mi accada sempre, ma la frequenza con cui mi trovo a combattere con il Mostro Cattivo che mi vuole veder balbettare è sempre più ravvicinata. No, non riesco più a spiegare, a raccontare, a descrivere certe cose senza trovarmi a lottare con un groppo alla gola. La voce si spezza, tossisco per camuffare, sento le lacrime negli occhi, sono costretto a evitare le parole che sarebbero adatte e a ricorrere invece a futili banalità, asciocche perifrasi per descrivere quello che, al contrario, vorrei far risaltare. Quello che per me, merita di essere compreso, assimilato in tutta la sua bellezza. Mi commuovo, insomma. Vengo assalito da una avvolgente nostalgia, dalla paura di esprimermi, fatico ad andare avanti…come descrive Gaber nel suo “L’anarchico”… “A un certo punto ho sentito una sporca dolcezza, una schifosa pietà prendermi alla nuca e anche alle gambe”…ma mentre lui, l’Anarchico, sviene, io resto in piedi, con il mio imbarazzo.

 

La prima volta fu alcuni anni fa, quando, ascoltando “Wish you were here” e sentendola descrivere come la canzone della mancanza, tentai di spiegare che, per me, era invece il brano del disastro esistenziale, del fallimento assoluto, della rovina psicologica, del racconto di chi non aveva saputo dire le parole giuste e le cercava quando era ormai troppo tardi. E ricordo perfettamente che la mia emozione venne scambiata per uno specifico ricordo personale. Comodo, ma forse non era proprio così.

Mi accadde ancora, e ancora, con testi e musiche più disparate… Mina, Dylan, Young. Cento altri. Ricordo ancora che un giorno, qualche anno fa, attraversando il cimitero dove riposano i miei, capitai per caso davanti alla tomba di un poeta e chansonnier locale, uno bravo. Non mi angosciano i cimiteri, anzi, a volte, quando ho tempo, li attraverso, cercando qualche amico, qualche volto che ho incontrato negli anni. Ma quando lessi l’iscrizione sulla lapide, una frase checon mio padre avevo ascoltato cento volte, in viaggio in auto, scappai via per non perdere l’equilibrio. Ma c’è di peggio. Pochi giorni or sono, traducendo per caso la introduzione di “Got to give it up” dei Lizzy fui costretto a chiudermi in bagno, per pochi secondi, prima di tornare a raccontare che, sì, quella canzone era l’ammissione della resa, la speranza di una sopravvivenza che non ci sarebbe stata, la sfida alla propria guerra personale. Persa. Avevo somatizzato una battaglia non mia.

Ma è durissimo. E difficile sapere di potersi trovare, in un attimo, con quel rospo in gola che ti assale e ti lascia lucidissimo, ma altrettanto debole. Indifeso e trasparente. Come se in quel momento i ricordi e le memorie di una vita, senza manifestarsi, decidessero, tutte insieme, di venir fuori lasciandoti nudo come un verme davanti al giudizio altrui. No, non riesco più, in certi giorni, ad ascoltare l’assolo di Watermelon e spiegarne l’essenza del contenuto a chi ho davanti,

o ad affrontare quello di Confortably Numb; non ce la faccio a sentire Page che schiaccia il pedale o ascoltare Rory che dipinge il suo bar vuoto, con la chitarra. Sono diventato… “un caruso debole”, come direbbe un mio amico siciliano e non è sempre possibile mostrarsi per ciò che si è. O si è divenuti.

Cerco di giustificarmi, di dare una spiegazione razionale a tutto questo. La razionalità è sempre nemica delle emozioni. E mi dico che è il trascorrere del tempo, l’invecchiare, che ci fa venire a galla quei ricordi che non aspettano altro di aggredirti non appena mostri il fianco. Ma in questi ultimi tempi mi accorgo di emozionarmi anche per…un film, una frase, una fotografia, un oggetto che riemerge da un cassetto, un brandello di vita che, chissà perché e chissà come, sbuca dalla fossa del nulla dei ricordi e ti si aggrappa alla gola.

Mi sforzo di capire perché, ad esempio, parlando con una amica del rapporto che legava Dylan alla Baez e poi alla moglie Sara, scivolo sul testo di “Diamonds and rust” e mi blocco, non riesco a spiegare come e perché per me quei ricordi della Baez siano la cristallizzazione del dolore assoluto, della perdita della persona più amata, quella per cui “moriresti lì ed in quel momento”…semplicemente ricordando una passeggiata al freddo. Così deglutisco e faccio uno sforzo immane per non chiudere gli occhi, pieni di lacrime che mi sembrano sempre più incomprensibili.

O forse no. Forse sono scampoli di vita che chissà come e perché si sono legati a note, parole emozioni aliene e che sono divenute, per qualche scherzo inconsapevole del destino, elementi scatenanti di ricordi che credevi di aver rimosso : la musica come archivio subliminale della tua stessa vita. Forse è solo perché ti rendi conto che ti sta volando via sotto il sedere anche se ti senti ancora un ragazzino. Così scelgo di non provare più a commentare quello che ascolto, di non spiegare più a nessun estraneo il come ed il perché di una storia che per me ha avuto, ed ha sempre più, un ruolo importante in quel mosaico casuale che è la mia esistenza. Tengo tutto per me, nascondo, fingo di dimenticare, mi sforzo di non riflettere. Ed esattamente come “l’Anarchico” di Gaber gioco con la mia finta cattiveria, divenuta infine una tenera pietà, truffando ancora una volta me stesso. Ed ancor più precisamente, proprio come il personaggio di “If you see her say hello” di Dylan, rivivo il mio passato, attraverso la musica, avendone nel cuore ogni immagine, che è volata via troppo velocemente. Ha ragione il Bob : “Non mi sono mai abituato, ho solo imparato a nasconderlo… al tempo stesso sono troppo sensibile o sto diventando tenero”…ecco…un’altra canzone di cui sarà bene non trovarmi mai a parlare in pubblico… Cercherò di convivere con questa piccola maledizione, con questa schifosa tenerezza che sta diventando la mia compagna di ogni giorno e, lo giuro, ascolterò e farò ascoltare ai miei ospiti occasionali solo dozzinali ritmiche, toste e prive di qualsiasi appiglio alla vita che purtroppo ci rende così stupidamente trasparenti e aggredibili con il suo profumo di nostalgia irripetibile. Continuerò a commuovermi da solo, davanti a quella inevitabile consapevolezza della semplicità delle nostre vite che la stupidità della gioventù mi aveva nascosto. Senza sapere se tutto questo accada anche ad altri. Non importa. O forse sì.

GC©2017

Una Risposta to “Blue note blues: gli effetti che certe canzoni hanno sugli uomini di blues di una (in)certa età – di GC”

  1. gialloesse 30/04/2017 a 19:33 #

    Accade si, accade anche ad altri. Non a tutti ma di sicuro a chi suona o ha tanto suonato in passato, che poi uno non smette mai di suonare nella testa e nel cuore. Quando guida o quando lavora o fa l’amore, che so. Io suono sempre insomma, ma cerco di evitare i CHICAGO o BS&T . Dove sono andati i miei vent’anni, la mia mini e le ragazzine che m’aspettavano fuori dal locale. E la tromba e il sax e le tastiere la fantastica batteria che non ci sono più, portati via dal fiume del tempo e dagli anni che sembra debbano scorrere e che invece scattano all’improvviso con una scusa qualsiasi : infarto, tumore….. Alle volte mi capita di sognare ad occhi aperti: ci rivedremo da qualche parte fuori dal tempo e dallo spazio e rifaremo la formazione, io sarò l’ultimo credo (ero il più giovane) caso mai si tratterà di aspettare pochi altri: il trombone, il cantante e la chitarra ( una preziosa 235 rossa ). Si rifaremo il gruppo, non può certo finire così.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: