Moto ondoso in aumento

18 Set

Quando intorno alle nostre vite ci si accorge che il moto ondoso è in aumento, credo occorra rimanere lucidi e tenere saldamente la barra a dritta. La costa sembra allontanarsi, il mare aperto pare contenere le uniche coordinate che i pensieri seguono e persino il proprio posto in riva al mondo sembra nascondere insidie. È allora che lo stato d’animo va tenuto sotto controllo e va osservata con attenzione la volta celeste, per ricercare quella luce guida che possa indicare il cammino.

Farsi una camminata a passo sostenuto per la città o, nel mio caso, tra le campagne della fetta di pianura in cui mi trovo, sul filo del tramonto, diventa allora un’ottima idea.

Borgo massenzio Skyline – la luce calante del tardo pomeriggio – tarda estate 2026 – foto Tim Tirelli

Ordinare le rappresentazioni mentali, vagliare idee, soluzioni, riflessioni, meditare sul da farsi, osservare il mondo circostante, analizzare considerazioni, seguire intuizioni e soprattutto mantenere Ittod, uno dei tre uomini che sono, quello sempre preso dalla furia iconoclasta, confinato nelle segrete, laggiù, nei posti più bui del mio io.

È un martedì qualunque di settembre, la squadra di calcio che amo con tutto me stesso ha iniziato benissimo la stagione, pur con un approccio stravagante ed artistico, questo influisce parecchio sul mio stato d’animo e dunque dovrei essere carico come uno schioppo, come si dice qui in Emilia, eppure eccomi di nuovo qui, con i riflessi aranciati del tardissimo pomeriggio in faccia, a contemplare le possibilità di uno scarto di lato, di un nuovo inizio, di trovare una stella che sia tutta mia.

Il tamburellio delle onde sul mio animo si fa insistente, in cuffia Karn Evil 9, l’intera suite, 30 minuti di musica magniloquente tratta dall’album Brain Salad Surgery del 1973. Su questa raffinatissima aria sonora sono sospinto verso orizzonti mentali ampi e inimmaginabili. I meno attenti potrebbero pensare che questa sia musica fuori dal tempo, ma in un mondo in cui la musica ha perso consistenza, bellezza e aspetto creativo (le eccezioni sono rarissime e quasi insignificanti), un nuovo battesimo in queste acque musicali cristalline è di vitale importanza per mantenersi vispi.

l titolo è un ovvio riferimento al Carnival. Strutturato in tre “Impressioni”, il pezzo mette da parte i virtuosismi fini a se stessi per costruire un concept fantascientifico solido, sorretto da una narrazione ben precisa.

1st Impression: l’incubo da baraccone

La prima parte apre con uno scenario di decadenza sociale ed ecologica, per poi scivolare nella sezione più celebre dell’intero brano. Greg Lake veste i panni di un imbonitore circense che invita il pubblico ad assistere alle attrazioni di un luna park distopico. In questo circo del futuro, ciò che è andato perduto nel mondo reale — la natura, i girasoli, persino gli esseri umani autentici — viene esibito sotto vetro come rarità e fenomeno da baraccone.

2nd Impression: la cerniera strumentale

Un passaggio interamente pianistico guidato da Keith Emerson. Nessun orpello: il ritmo e i temi musicali raccontano da soli il passaggio progressivo dal mondo biologico e naturale a un ambiente rigido, meccanizzato e sintetico.

3rd Impression: la resa dei conti con la tecnologia

Entrano in gioco i testi scritti insieme a Pete Sinfield, già paroliere dei King Crimson. È lo scontro aperto tra l’umanità e la tecnologia super-intelligente creata per gestirla. Gli uomini combattono e riescono a prevalere, ma nel tentativo di riorganizzare una società allo sbando finiscono per riaffidare il potere al computer centrale.

Il finale della suite chiude la vicenda con poche parole e un sintetizzatore Moog che accelera fino a congelarsi: l’intelligenza artificiale prende il sopravvento assoluto e pronuncia l’ultimo, glaciale verso:

“I am all there is… I load my memory. I am all there is.”

Un brano di circa trenta minuti che, a distanza di oltre cinquant’anni, conserva intatta la sua capacità di raccontare un futuro che, per certi versi, non sembra poi così lontano.

Le previsioni sul futuro, nel mondo reale, cominciano a farsi piuttosto fosche. Non sono più soltanto i minus habens da bar, o quelli che passano le giornate dietro una tastiera a profetizzare l’apocalisse, a mettere in guardia dai possibili sviluppi dell’intelligenza artificiale. A farlo sono scienziati, ricercatori e uomini che questa tecnologia l’hanno costruita o contribuito a costruirla.

Dario Amodei, numero uno di Anthropic, sostiene che senza un rallentamento nello sviluppo dell’IA, entro sei-dodici mesi potremmo trovarci davanti ad agenti capaci di prendere il controllo di porzioni importanti dell’infrastruttura internet. È una previsione, non una certezza, e altri esperti la considerano estremamente improbabile, ma il fatto che venga pronunciata da chi lavora ai massimi livelli nello sviluppo dell’IA fa comunque riflettere.

E poi c’è Geoffrey Hinton, premio Nobel per la Fisica nel 2024 e uno dei padri dell’intelligenza artificiale moderna, che da tempo avverte del rischio che sistemi più intelligenti dell’uomo possano diventare impossibili da controllare. Hinton ha stimato tra il 10 e il 20 per cento la possibilità che l’IA possa portare all’estinzione dell’umanità entro i prossimi trent’anni. Una percentuale che, detta da uno dei protagonisti della nascita dell’IA moderna, fa un certo effetto.

Nel frattempo qualcuno comincia anche a lasciare le grandi aziende tecnologiche proprio per ragioni di questo tipo. Ricercatori che hanno lavorato dentro Google DeepMind e Anthropic hanno spiegato pubblicamente le proprie dimissioni con la convinzione che la corsa verso sistemi sempre più potenti stia procedendo più velocemente della ricerca sulla sicurezza.

Insomma, forse vale la pena fermarsi un momento, togliersi le cuffie e guardare cosa sta succedendo. Perché questa volta il futuro non sembra più soltanto qualcosa che arriverà domani: sta già bussando alla porta, e non è affatto detto che sappiamo chi troveremo dall’altra parte.

A complicare il quadro c’è anche la deriva politica di questi ultimi anni.

In Germania, tanto per restare dalle nostre parti, alle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt l’AfD ha raccolto circa il 44% dei voti, diventando il primo partito del Land e conquistando 39 dei 83 seggi. Un risultato storico per la destra estrema tedesca, che però non le consegna da solo la maggioranza assoluta.

E allora mi capita di riguardare la prima stagione dell’Eternauta e di pensare alla straordinaria metafora costruita da Héctor Germán Oesterheld e Francisco Solano López, una storia di fantascienza che, con il passare degli anni, è diventata anche qualcosa di molto più inquietante: una riflessione sul potere, sulla sopraffazione, sulla perdita della libertà e sulla necessità di unirsi quando tutto intorno comincia a crollare.

Il fumetto originale nacque tra il 1957 e il 1959, quindi molto prima della dittatura militare argentina, ma Oesterheld tornò successivamente sul personaggio accentuandone enormemente la dimensione politica. La versione del 1969, disegnata da Alberto Breccia, divenne una critica esplicita al potere autoritario e all’imperialismo; pochi anni dopo, Eternauta II avrebbe assunto toni ancora più politici, proprio mentre l’Argentina precipitava verso la dittatura del 1976.

Oesterheld, del resto, avrebbe pagato carissimo le proprie idee: venne sequestrato nel 1977 e da allora scomparve nel nulla. La sua storia personale e quella del suo personaggio finirono così per intrecciarsi in maniera quasi terribile, come se la realtà avesse deciso di entrare dentro le pagine del fumetto.

Ed è forse per questo che oggi, mentre guardo Juan Salvo muoversi dentro una Buenos Aires trasformata in un inferno bianco, la storia mi sembra parlare anche del nostro presente. Non perché ogni nevicata nasconda necessariamente un’invasione aliena, per fortuna, ma perché le metafore funzionano proprio così: cambiano significato mentre cambiano i tempi.

E allora continuo a guardare l’Eternauta, aspettando la seconda stagione, prevista per il 2027 e composta da altri otto episodi.

Con la sensazione, non proprio tranquillizzante, che certe storie di fantascienza smettano di sembrare fantascienza proprio quando il mondo reale comincia ad assomigliargli un po’ troppo.

Per il ragazzino che ero laggiù, negli anni Settanta, tutto questo sembra impossibile… Cinquant’anni passati e, invece di una società più giusta, equa, solidale, rispettosa dei diritti di ciascuno, ci stiamo dirigendo verso quel futuro distopico che pensavamo potesse esistere solo nei fumetti o nei film.

Mettiamo sugli scranni del potere personaggi orribili, non riusciamo a produrre una leadership degna di nota, siamo nel 2026 e ancora facciamo guerre, odiamo chi è diverso da noi, mentre il pianeta è allo stremo a causa dei nostri comportamenti.

Rita Levi Montalcini diceva: «Il cervello arcaico ha salvato l’australopiteco, ma porterà l’Homo sapiens all’estinzione. La scienza ha messo in mano all’uomo potenti armi di distruzione. La fine è già alla portata.»

Già, l’umanità non è ancora “pronta” e quel cervello arcaico rappresenta un pericolo. Avremmo bisogno di tantissimo tempo per continuare la nostra evoluzione, ma sfortunatamente, di tempo, mi sa che non ce ne sia più.

GATTI ALLA DOMUS

Quando capito sui social mi soffermo spesso sui post che parlano di gatti. In alcuni di questi ci sono umani che si impegnano a spiegare cosa significhino certi gesti, certi atteggiamenti, certi sguardi dei nostri amici felini; il più delle volte mi sembrano interpretazioni piuttosto fantasiose, costruite più sui nostri desideri che su quello che realmente sappiamo.

Quel poco che possiamo interpretare lo dobbiamo alla scienza.

La scienza pensa che i gatti sappiano perfettamente che noi non siamo gatti, anche se è assai probabile che non formulino il concetto nella maniera astratta con cui lo facciamo noi: “questa è un’altra specie”. Il gatto, molto più semplicemente, sembra costruirsi una sorta di modello mentale dell’essere umano attraverso quello che conosce meglio: il comportamento.

Ci distinguono dai loro simili. Con noi utilizzano vocalizzazioni, posture e modalità di comunicazione diverse da quelle che usano con altri gatti e riconoscono le singole persone attraverso l’odore, la voce, l’aspetto e il comportamento. Non siamo quindi semplicemente “un umano”: siamo quelle determinata persona che loro conoscono.

E poi adattano il loro comportamento a noi. Il famoso miagolio, per esempio, è una faccenda interessante: il gatto adulto lo utilizza molto più nella comunicazione con gli esseri umani che in quella con altri gatti adulti. Insomma, a quanto pare, hanno imparato a parlare con noi in un modo che noi possiamo comprendere.

Possono inoltre considerarci una figura sociale e affettiva. Alcuni studi sul comportamento di attaccamento mostrano che molti gatti cercano il proprio umano come fonte di sicurezza, soprattutto quando si trovano in situazioni nuove o stressanti. E qui arriva la parte che trovo più bella: alcuni comportamenti che riservano a noi ricordano quelli della relazione madre-gattino. Ci seguono, cercano il contatto, vocalizzano, si strofinano contro di noi e qualche volta ci portano persino qualcosa.

Naturalmente c’è una precisazione importante: non sappiamo se nella testa di un gatto esista il concetto “umano = Homo sapiens”. Non possiamo entrarci, in quella testa. Possiamo però osservare che distingue molto bene un gatto da un essere umano, da un cane e dagli altri animali con cui entra in relazione, e che con ciascuno adotta comportamenti differenti.

E secondo me c’è una cosa ancora più bella.

Probabilmente il gatto non ci considera semplicemente “un animale di un’altra specie”. Nella sua esperienza quotidiana io ad esempio sono Tyrrell: una presenza sociale conosciuta, con un determinato odore, una determinata voce, certi gesti, certe abitudini e un certo modo di stare insieme a lui.

Insomma, non credo che i miei quattro gatti pensino: “Ecco un Homo sapiens”.

È più probabile qualcosa di molto più felino:

“Ecco il mio umano.”

E questa, per un gatto, è una distinzione mica da poco.

Honecker alla Domus – settembre 2026

IL RITORNO DEL CD

I giovani comprano lettori CD. E hanno ragione.

Il Guardian del 22 agosto pubblica un pezzo che mi ha fatto alzare il sopracciglio — nel senso buono.

Titolo: “It brings me joy”: how young people are making CDs cool again. Sottotitolo: la rinascita del CD, guidata dalla Gen Z.

Non sto parlando del solito articoletto nostalgico scritto da qualche cinquantenne che rimpiange il walkman. No: i dati dicono che i ventenni di oggi stanno comprando lettori CD all-in-one — quegli impianti compatti con giradischi, radio e appunto lettore CD — spendendo anche £150 a botta. Le vendite sono in aumento, John Lewis riporta un incremento significativo della domanda, e i negozi di musica fisici tornano a respirare.

Il motivo? Stanchezza digitale, dicono gli esperti. I ragazzi cresciuti su Spotify e YouTube sono stufi dello scroll infinito, della musica come flusso anonimo di bit. Vogliono qualcosa di tangibile. Un disco da tenere in mano, una copertina da leggere, il rituale del metti il CD, chiudi il coperchio, premi play.

Insomma: vogliono quello che avevamo noi.

Mi viene da ridere — con affetto. Perché queste cose le sappiamo. Le abbiamo vissute. La musica come oggetto fisico, come presenza nella stanza, come scelta consapevole e non algoritmica: non è nostalgia, è semplicemente il modo giusto di ascoltare musica.

Il vinile aveva già rotto il ghiaccio. Ora tocca al CD, quel formato che per anni è stato deriso come il simbolo goffo degli anni Novanta. E forse, dopo il CD, riscopriremo anche che i concerti si ascoltano dal vivo e non dallo schermo del telefono alzato in aria.

Ci vuole tempo, chissà mai se questa nuova tendenza avrà fondamenta concrete, se non altro oggi qualcuno ha ripreso la giusta direzione.

https://www.theguardian.com/business/2026/aug/22/young-people-buying-all-in-one-cd-players

SERIE TV

_Death By Lightning (USA 2025) – TTT¾

Miniserie Netflix che racconta la breve e drammatica presidenza di James Garfield e l’assurda vicenda dell’uomo che lo assassinò, Charles Guiteau, nel 1881. Una piccola pagina della grande storia americana, fatta di politica, ambizioni, fanatismo e follia. Quattro episodi ben costruiti, con due ottimi Michael Shannon e Matthew Macfadyen, che riportano alla luce un episodio forse poco conosciuto, ma affascinante.

_ Un Sacrifico Di Sangue (SVEZIA 2026) – TTT¾

Nordic noir che affonda nella parte più oscura e inquieta della provincia scandinava. Un’indagine che procede lentamente, tra silenzi, paesaggi freddi e personaggi segnati da segreti e vecchie ferite. Non è soltanto un giallo da risolvere, ma soprattutto una storia di colpe, solitudini e rapporti umani complicati. Atmosfere cupe, ritmo misurato e quella malinconia tutta nordica che, quando funziona, lascia il segno.

_Fauda – V stagione (Israele 2015 – 2026) – TTTT

Dopo un’attesa carica di tensioni visto il panorama mediorientale drammaticamente mutato, la quinta stagione di Fauda si trova ad affrontare la prova più difficile: raccontare la finzione all’ombra di una realtà dolorosa e complessa. Gli autori hanno dovuto riscrivere completamente ciò che avevano già progettato visto gli eventi del 7 ottobre 2023.

La serie ideata da Lior Raz e Avi Issacharoff ha sempre fatto del proprio nome—caos, in arabo—una cifra stilistica, mostrando la violenza, l’adrenalina e soprattutto le cicatrici psicologiche di chi quel conflitto lo vive ogni giorno, da una parte e dall’altra. In questi nuovi episodi, la vera sfida non sta soltanto nel ritmo dell’azione, ma nella capacità di restituire la tragica e irrisolta complessità del contesto senza cadere in facili manicheismi. Gli autori sono sionisti, e dunque la serie mostra il punto di vista israeliano, tuttavia traspare l’inutilità della vendetta, faccenda che non porta mai da nessuna parte.

Che la si analizzi come spietato spy-thriller o come drammatico specchio di una ferita geopolitica aperta, la nuova stagione di Fauda farà discutere e ci ricorda, ancora una volta, quanto la linea tra tragedia e sopravvivenza rimanga sottile.

FILM

-Il fantasma In Guerra (Spagna 20225) – TTT¾

Fantasma in guerra è un thriller spagnolo che racconta la lunga infiltrazione di una giovane agente della Guardia Civil nell’ETA. Una storia di identità nascoste, attese, silenzi e doppie vite, raccontata senza fare troppo rumore e con un ritmo volutamente misurato. Non è il solito thriller tutto sparatorie e inseguimenti: qui la tensione sta soprattutto nel vivere per anni una vita che non è la propria.

PLAYLIST

_Eric in Giappone nel 1981 con Gary Brooker

_La Marshall nel 1974

_Joni nel 1982 sotto la luce dei lampioni

_ Guccini e la morte di Che Guevara

_ Jarrett e le rose. 1976

_Il Dark Lord & the boys dal bootleg Bonzo’s Birthday Party

_gli schizzi di flamenco di Miles, 1959

POUR FINIR

Schiacciato dai pensieri cupi circa il futuro dell’uomo e del pianeta, cerco tuttavia di andare avanti con la mia vita, godendomi quel po’ di campagna che ho intorno a casa,

Nei pressi della Domus – tardo agosto 2026 – foto Tim Tirelli

dove arrivano persino i caprioli

capriolo alla Domus – tardo agosto 2026 – foto Tim Tirelli

La speed queen con cui vivo torna a gareggiare in Kart sulla pista di Finale Emilia e, ovviamente, alla fine è la sua squadra (composta da tre piloti, lei compresa) a portare a casa il primo premio. Lei entra in gara con il suo team al 5° posto e, alla fine della manche, riesce a portarlo al 1° posto. Che caxxo di talento.
Ovviamente erano tutti maschi, a parte lei e un’altra ragazza arrivata comunque terza. Women have the power!

Saura sulla pista di Finale Emilia – settembre 2026
Trofeo primo classificato vinto dalla Speed Queen.

Mi trovo poi con il mio amico Lorenz, guitar player extraordinaire, a registrare alcune delle mie canzoni: è la mia attività preferita e mi diverto un sacco. E poi, io e Lor siamo the Gibson Twins, nonché grandi estimatori del Texas Tornado, alias Johnny Winter (periodo 1970/75).

Lorenz & Tim – Blues Brothers at work – settembre 2026 – autoscatto
(Blues) men at work – Lorenz & Tim settembre 2026 – autoscatto

Ogni tanto, per ritrovare un po’ di pace in questo mondo infame, torno a Nonatown. Fare colazione nella baracchina del Parco della Pace, ritrovo storico per il paese dalla seconda metà degli anni Settanta, è un tonico per l’animo.

NNT la Baracchina – Parco della Pace inizio settembre 2026 – Foto Tim Tirelli

E allora, pur con le storture di questo mondo, pur con l’ombra del destino funesto, il doom and gloom blues, che pare esserci sulle nostre teste, cerchiamo di rimanere noi stessi, proviamo a tenerci stretti i valori universali, incontriamoci nei nostri sogni, nell’universo parallelo dove possiamo essere chi in realtà siamo e chi vorremmo essere davvero.

One Response to “Moto ondoso in aumento”

  1. Avatar di Lucatod
    Lucatod 20/09/2026 at 13:06 #

    Per quelli che come me, che sono cresciuti leggendo Philip K. Dick e simili e guardando film come 2001 (HAL 9000), Terminator (Skynet 1984), Blade Runner (la Tyrell), Alien (Mother e la Weyland-Yutani), alcune di queste esternazioni fanno spavento quanto feroce ironia. Ad ogni modo, dubito fortemente che la cosa subirà un rallentamento.

    Il problema del reflusso fascistoide di questo periodo lo dobbiamo ovviamente agli attuali governi nazionalisti europei (e non solo) che lo hanno definitivamente sdoganato. Il fascismo, come sappiamo, ha sempre fatto leva sul malcontento dei più ignoranti, che è tanto. I più giovani non sono da meno, tirati su da genitori miei coetanei che non sono mai cresciuti e pensano solo al loro orticello. Ma la colpa è in gran parte anche dei nostri politici di sinistra, che trovo privi di qualsiasi qualità. Guardo un loro intervento e mi ritrovo a citare Nanni Moretti nel film Aprile.

    Ritorno del CD? Ritorno dell’analogico? È solo effetto nostalgico o da collezionisti. Sono diversi anni che non acquisto più nulla. Solo a sentire o leggere il termine “vinile” mi girano le balle. Gente che spende un sacco di soldi per la millesima ristampa di Floyd/Queen.. e nemmeno li apre e ascolta. Tanto valeva scaricarli. La vera fine della musica.

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