The Human Condition

20 Set

Venerdì, sul confine della notte profonda, sto guidando sulla via Emilia, tra Herberia e Regium Lepidi. Dopo essere ritornato in città insieme ai ragazzi (yep, the boys are back in town baby), ora sono sulla via di casa. Non c’è molto traffico, la Blues mobile rolla placida sulla via consolare romana costruita nel 187 a.C.

Le insegne al neon, come pietre miliari ad indicare la distanza percorsa. Dal lettore, in riproduzione casuale, parte The Human Condition dei Canned Heat*, tratta dall’omonimo album del 1978. Il testo, come capita a tutti con certe canzoni, sembra parlare di me. In questa notte di questo settembre che inizia a declinare cado nella trappola dei bilanci tipici degli uomini di blues di una incerta età; penso alle scelte fatte e mi paiono tutte sbagliate… aspetto professionale, personale, musicale, etc etc. Mi chiedo come sia stato possibile, come abbia fatto a non intuire i sentieri da prendere e quelli da evitare. Me misero, mi ripeto, e inizio a sprofondare nel Blues, ma poi, seguendo il testo di questo pezzo contenuto nell’album che comprai nel 1978 da adolescente, inizio a farmene una ragione.

Pensi di essere l’unico, mio caro uomo di Blues? Non sei al centro del mondo, lo sai quanti milioni, forse miliardi, di esseri umani provano quello che stai provando adesso tu? Hai fatto errori nella tua vita? Embè, che ti aspettavi? Sei umano!

È il mio io che mi sta parlando e, ovviamente, non ha tutti i torti.

La condizione umana, in fondo, è anche questa: siamo destinati a sbagliare, a prendere strade errate, a inciampare nelle nostre debolezze e qualche volta persino a farci del male da soli. Non esiste un libretto di istruzioni per vivere e nessuno di noi è immune dagli errori.

Possiamo però imparare da quello che ci accade, rialzarci quando cadiamo e provare, nonostante tutto, a fare un passo ancora. Forse non possiamo liberarci dagli sbagli, dalle difficoltà e dalle cose che il mondo ci mette davanti, ma possiamo scegliere di non fermarci. Stare in piedi, tenere duro e andare avanti: alla fine, forse, è questa la nostra condizione umana.

Con questa filosofia spicciola da due soldi che gronda retorica mi risistemo sul sedile, raddrizzo la schiena, la testa, lo sguardo, alzo il volume… fino a che il Rock non mi vibra nel profondo.

In fondo, a volte sono le canzoni a salvarci.

Let there be Rock, baby.

Beh, è una specie di maledetta condizione,
che mi gira continuamente per la testa,
e sembra proprio che finirà per farmi impazzire.

E ogni essere vivente
che riesco a sentire e a vedere
sembra avere il Blues insieme a me.

Così sono andato dalla dottoressa,
mi sono seduto sul suo letto,
l’ho guardata dritto negli occhi
e questo è quello che mi ha detto:

«Sei dentro la condizione umana,
è questa che ti butta giù.
La condizione umana,
hai la faccia piena di tristezza,
devi tenere duro.»

«Sei triste, debole e stanco»,
ha continuato a dirmi,
«niente sembra andare per il verso giusto.

E anche se ci hai provato e riprovato,
non riesci mai a essere soddisfatto,
sembra che nessuno ti tratti come dovrebbe.»

«Ma c’è una cosa di cui puoi essere certo,
e che dovresti sapere:
ci sono state un sacco di persone
che sono passate da qui prima di te.»

«Sei dentro la condizione umana,
è questa che ti butta giù.
La condizione umana,
hai la faccia piena di tristezza,
devi tenere duro.»

Beh, mi sono alzato e l’ho lasciata,
e me ne sono andato lentamente,
cercando un giorno più luminoso.

E mentre ci pensavo,
un nuovo pensiero mi è venuto in mente:
forse non possiamo essere liberi.

Beh, il mondo può gettarti addosso
una quantità enorme di cose brutte,
ma devi stare dritto, forte,
è l’unica cosa da fare.

Sei dentro la condizione umana,
è questa che ti butta giù.
La condizione umana,
hai la faccia piena di tristezza,
devi tenere duro.

(Canned Heat – The Human Condition 1978)

TT settembre inoltrato 2026

* parlo della edizione della Sonet SNTF783 made in England con master/mix diverso dalla versione statunitense. La versione della perfida albione mi pare migliore. In copertina ha l’uomo vitruviano.
Consiglio caldamente questo album, magari obliquo, ma a mio parere assai riuscito.

Lascia un commento