Partiamo dal nome. Chester Arthur Burnett, nato a White Station, Mississippi, nel 1910, non aveva certo bisogno di una spiegazione al suo nome d’arte: aveva una voce che da sola bastava a spiegarlo. “Howlin’ Wolf” non è un nickname da rockstar da tabloid, è una descrizione. Un uomo di quasi due metri che urlava dal Delta con una ferocia che faceva tremare i vetri dei juke joint, e che poi, trasferitosi a Chicago nel ’53, trasformò quel ruggito acustico in un suono elettrico, urbano, spietato. Con la Chess.
Sam Phillips lo registrò a Memphis nel ’51 — “Moanin’ at Midnight”, “How Many More Years” — e fu abbastanza onesto da dire, fino alla fine dei suoi giorni, che Wolf era l’artista più profondo con cui avesse mai lavorato. Ma fu la Chess a vincere la guerra contrattuale e a traghettarlo sulla costa dei Grandi Laghi, dove Wolf si costruì una seconda vita tra i club del South Side e gli studi di Michigan Avenue.
The Real Folk Blues (originale 1965, Chess LP-1502) non è un album in senso stretto: è una raccolta di singoli registrati tra il 1956 e il 1965, curata da Marshall Chess in un momento in cui la British Invasion aveva trasformato il blues in un oggetto di culto per un pubblico che fino a pochi anni prima non sapeva nemmeno dove si trovasse il Delta. Dodici tracce, circa trentadue minuti, e un solo obiettivo: mostrare il Wolf elettrico nella sua forma più concentrata. “Killing Floor” (che i Led Zeppelin trasformarono in “The Lemon Song” senza chiedere il permesso a nessuno), “Sittin’ on Top of the World”, “Poor Boy”, “Nature” — un catalogo compatto e letale.
La ristampa del 2026 arriva nella serie Chess 75th Anniversary / Acoustic Sounds, dedicata a celebrare i settantacinque anni dell’etichetta con ristampe versione audiophile. Vinile da 180 grammi stampato da Quality Record Pressings, mastering di Matt Lutthans al The Mastering Lab, formato mono, copertina fedele all’originale. Catalogo ACHE-39990, etichetta Chess/Interscope.
Un dettaglio che merita una menzione: nonostante il claim ufficiale di “remastering dai nastri analogici originali”, almeno un recensore attento su Discogs ha notato che il mastering sembra provenire da una sorgente digitale. Il suono è comunque ottimo, e per chi non ha mai avuto questo long playing tra le mani, è un’occasione per averlo in una veste che non sfigura accanto all’originale.
Il prezzo dell’ellepì è piuttosto alto, ma ormai è una consuetudine per i nuovi vinili (ristampe incluse): in Italia è disponibile da Feltrinelli a 49,19 € (prezzo barrato 54,66 €, quindi con uno sconto del 10% già applicato). Etichetta indicata: Verve, disponibile dal 22 maggio 2026.
Come riferimento, il prezzo di listino USA è $38,98 (Chess Records Official Store / Acoustic Sounds). Per chi segue il Chicago blues — e chi scrive lo segue con la testardaggine di chi non si arrende — è il tipo di ristampa che si compra nonostante il prezzo, non solo per il packaging, ma per le dodici canzoni.
Killing Floor (1965) è un blues veloce di due minuti e quarantotto secondi in cui Hubert Sumlin ti pianta il riff in testa come un chiodo e non te lo toglie più. Il titolo fa riferimento al luogo dove gli animali venivano macellati, e il “pavimento della macellazione” — espressione che Skip James aveva già intitolato a una sua ballata del ’31, Hard Time Killing Floor Blues, dove il macello era la Depressione stessa — qui diventa, per le parole dello stesso Sumlin, la metafora di una donna che ti tiene a terra e ci pesta sopra. Il resto lo fa la voce di Wolf, che in questo caso non urla: ringhia. I Led Zeppelin ne fecero The Lemon Song nel ’69, e ci volle una causa — risolta con un accordo extra-tribunale — perché il nome di Chester Burnett comparisse finalmente nei crediti. Jimi Hendrix stesso ne fece una versione leggendaria. Il riff, e dunque la canzone, è diventato di diritto uno degli esempi di blues più profondi e ricchi di tensione. Uno dei momenti più alti di questa musica.
Louise (1965) è un blues tipico ma questo non toglie nulla all’intensità in esso contenuta. HW la canta con la consueta presenza interiore e Hubert Sumlin la suona da par suo.
Una gran bella armonica apre Poor Boy (1958), blues che in pratica mette nero su bianco il sentimento che HW provò per tutta la vita. Fu buttato fuori di casa a dieci anni da una madre instabile a causa di un fervore religioso ingombrante. In pieno inverno, in piena campagna, arrivò a piedi alla casa di uno zio distante diverse miglia, dove restò per circa tre-quattro anni. Non fu un periodo piacevole: lo zio lo faceva lavorare come uno schiavo e lo picchiava costantemente. A tredici anni — ripeto, tredici anni — Chester Arthur Burnett decise che ne aveva avuto abbastanza, lasciò la casa dello zio e camminò fino a trovare il padre, nel Delta. E lì, finalmente, iniziò a vivere. E questo, mie cari, è il senso del Blues, con la B maiuscola.
Insomma, “sono un povero diavolo lontano da casa ma qualunque cosa facciano gli altri, il mondo non può farmi del male”. Autoconsapevolezza e cazzimma.
I’m a poor boy, I’m a long way from home
I’m a poor boy, I’m a long way from home
What the others do, the world can’t do me no harm
I’m a poor boy, a long way from home
Babe I can’t stay here long, babe I can’t stay here long
What the others do, the world can’t do me no harm
I’m a poor boy, I’m a long way from home
Well my, baby’s dead and gone
Well my, baby’s dead and gone
Well, well, well, well I’m a long way from home
I’m a poor boy, I’m a long way from home
And the world, can’t do me no harm
And the world, can’t do me no harm
Oh, no no no no, I’m a long way from home
World can’t do me no harm
World can’t do me no harm
World can’t do me no harm
Sittin’ On Top of the World è un altro esempio di autodeterminazione. Lei se ne è andata, io ho lavorato tutto l’estate e tutto l’autunno, ho passato il natale in tuta da lavoro, adesso me ne andrò su un treno merci. Lei se ne è andata e il lavoro è diventato durissimo, ma non mi importa, perché sono in cima al mondo.
Con una determinazione del genere si sopravvive a qualunque intemperia. Da notare anche il sound incredibile delle registrazioni: palpitante, chiaro, vero. Una meraviglia. La Chess Records, patrimonio dell’umanità.
One summer day
She went away
She gone an left me
She gone to stay
But now she gone
An’ I don’t worry
‘Cause I’m sittin’ on top of the world
Worked all the summer
And worked all the fall
I had to take my Christmas
In my overalls
But now she’s gone
An’ I don’t worry
Because I’m sittin’ on top of the world
Goin’ down to the freight yard
Just to meet a freight train
I’m gon’ leave this town
Work done got hard
But now she’s gone
And I don’t worry
Because I’m sittin’ on top of the world
Assai famosa (e straordinaria) la versione che ne fecero i Cream nel 1968.
Nature è un blues insistente e pulsante, con l’armonica di Wolf che fa da protagonista in modo quasi selvaggio. Non è cupo come Killing Floor, ma più sciolto e con un’energia diversa.
My Country Sugar Mama ricalca i canoni tradizionali. È un Chicago blues shuffle costruito su un tema che risale al 1934 (Yank Rachell, Sugar Farm Blues), ripreso da Tampa Red e Sonny Boy Williamson I nel ’37. Il testo mescola elementi di tutte e tre le versioni. Un blues di famiglia dunque, con una genealogia precisa che va indietro di trent’anni.
Tail Dragger (1964) e Three Hundred Pounds of Joy (1963) sono entrambe di Willie Dixon, e in entrambe il basso è il motore — qui suonato da Jerome Arnold, non da Dixon in persona. La prima si trascina con ostinazione: il riff di basso è un trascinamento letterale, e il titolo — che in aeronautica indica l’impennatura di un biplano che trascina la coda a terra — indica che qui è la donna che ti tiene a terra e non ti lascia volare. La seconda è più spensierata, quasi buffa: trecento libbre di gioia, una donna grande e bella che Wolf non nasconde ma sbandiera. È il Dixon che scrive per far ridere, non per far male.
Essendo un appassionato lettore dei grandi romanzi del compianto Greg Iles sono legato in modo particolare a Natchez Burnin‘ (1956). Si parla ovviamente dell’incendio divampato al Rhythm Club del 23 aprile 1940 nella cittadina di Natchez, Mississippi, dove rimasero uccisi 209 afroamericani.
Il Rhythm Club di Natchez non era un nightclub in senso stretto: era un ex garage per auto rivestito di lamiera ondulata, sulla St. Catherine Street, con un’unica porta d’uscita e ventuno delle ventiquattro finestre inchiodate da fuori. Il 23 aprile 1940, poco dopo le undici di sera, circa settecento persone — per lo più giovani, età media ventiquattro anni — erano dentro a ballare al suono di Walter Barnes and His Royal Creolians, orchestra jazz di Chicago. Si ritiene che una sigaretta o un fiammifero, abbandonati vicino al banco degli hamburger, abbiano appiccato il fuoco su una massa di muschio spagnolo secco che il proprietario aveva appeso alle travi come decorazione, trattata con un insetticida a base di petrolio. Il muschio prese fuoco in un istante e, spinto dalle ventole del soffitto, percorse la lunghezza del locale in pochi secondi.
Il risultato: 209 morti, oltre duecento feriti. Tutti neri. Barnes e nove dei dodici musicisti della sua band compresi. I soccorritori trovarono corpi impilati contro la porta d’uscita. Il Chicago Defender — il principale giornale afroamericano dell’epoca — raccontò che al funerale di Barnes presero parte quindicimila persone.
Il dettaglio che fa male, oltre a tutto il resto: quando il fuoco scoppiò, Barnes continuò a far suonare la band — Marie, una slow swing di Irving Berlin — per cercare di calmare la folla. L’orchestra non la finì mai. Il tetto crollò sul palco.
La città di Natchez aveva un codice antincendio nel 1940. Semplicemente non lo applicava al quartiere nero.
Pur non essendo un blues in minore, dunque non ha un’atmosfera triste, il pezzo parla esplicitamente dell’incendio e delle vittime. Nel finale però vi è un lamento sussurrato che la dice lunga.
Did you ever hear about the burning
That happened way down in Natchez Mississippi town
Did you ever hear about the burning
That happened way down in Natchez Mississippi town
Those buildings got to burning, there’s my baby layin’on the ground
Charlotte Jones was there, Luiza was there
Rosie Mae was there, Louise was there
Did you ever hear about the burning
That happened way down in Natchez Mississippi town
I stood back, was lookin’, and the old building come tumble down
Built For Comfort (1963) è il terzo brano scritto da Willie Dixon. Di nuovo un Dixon che non morde: un slow blues sensuale, languido, con il basso di Jerome Arnold che trascina. Ne fecero una buona versione gli UFO nel ’74, su Phenomenon, con Schenker alla chitarra e Mogg alla voce: elettrica, con il basso di Pete Way che fa da spina dorsale. Non è la cover più celebre di Dixon ma è una di quelle che suonano come se la canzone fosse stata scritta per loro.

Ooh Baby, Hold Me (1965) ha un andamento non dissimile da Killing Floor, tuttavia vive di vita propria. Uno scatenato momento dedicato all’attrazione per una donna, il tutto reso con esplicita vivacità e virilità. I Fleetwood Mac di Peter Green la suonarono dal vivo al Blues Jam at Chess nel ’69, accreditandola correttamente a Howlin’ Wolf. A mio parere Long Grey Mare — brano originale di Peter Green, contenuto nell’album d’esordio del ’68 dei PG’s FM — ha una forte similitudine con Ooh Baby, Hold Me
Tell Me What I’ve Done (1965) chiude l’album in modo ortodosso.
The Real Folk Blues è alla fin fine un ottimo estratto di musica del grande Howlin’ Wolf. La ristampa è pregevole, le registrazioni furono fatte a regola d’arte per l’epoca, e Howlin’ Wolf ci mise — come d’altra parte capitò sempre — tutto se stesso.
❖ ❖ ❖
Songlist
Side A
| # | Titolo | Durata | Autore |
| A1 | Killing Floor | 2:48 | Chester Burnett |
| A2 | Louise | 2:42 | Chester Burnett |
| A3 | Poor Boy | 2:32 | Chester Burnett |
| A4 | Sittin’ On Top Of The World | 2:30 | Chester Burnett |
| A5 | Nature | 2:45 | Chester Burnett |
| A6 | My Country Sugar Mama | 2:34 | Chester Burnett |
Side B
| # | Titolo | Durata | Autore |
| B1 | Tail Dragger | 2:56 | Willie Dixon |
| B2 | Three Hundred Pounds Of Joy | 2:59 | Willie Dixon |
| B3 | Natchez Burnin’ | 2:10 | Chester Burnett |
| B4 | Built For Comfort | 2:30 | Willie Dixon |
| B5 | Ooh Baby, Hold Me | 2:35 | Chester Burnett |
| B6 | Tell Me What I’ve Done | 2:47 | Chester Burnett |
Registrati tra il 1956 e il 1965.
Musicisti
| Strumento | Musicista | Tracce |
| Voce, armonica, chitarra | Howlin’ Wolf | tutte / 3–5 / 7 |
| Sax tenore | J.T. Brown | 7, 8, 10 |
| Sax tenore | Adolph ‘Billy’ Duncan | 5 |
| Sax tenore | Arnold Rogers | 1, 2, 6 |
| Sax tenore | Eddie Shaw | 11, 12 |
| Sax baritono | Donald Hankins | 8, 10 |
| Piano | Johnny Jones | 1, 2, 6, 7 |
| Piano | Hosea Lee Kennard | 3–5, 9 |
| Piano | Lafayette Leake | 8, 10 |
| Piano | Otis Spann | 9 |
| Piano | Lee Eggleston | 11, 12 |
| Chitarra | Hubert Sumlin | 1–4, 6–8, 10–12 |
| Chitarra | Willie Johnson | 5, 9 |
| Chitarra | Otis “Big Smokey” Smothers | 5, 9 |
| Chitarra | Buddy Guy | 8, 10–12 |
| Basso | Andrew Palmer | 1, 2, 6 |
| Basso | Alfred Elkins | 3, 4 |
| Basso | Willie Dixon | 5, 9 |
| Basso | Jerome Arnold | 7, 8, 10 |
| Basso | Andrew “Blueblood” McMahon | (n.d.) |
| Batteria | Junior Blackmon | 1, 2, 6, 7 |
| Batteria | Earl Phillips | 3–5, 9 |
| Batteria | Sam Lay | 8, 10–12 |
Produttore: Marshall Chess.
Dati tecnici della ristampa 2026
| Serie | Chess Records 75th Anniversary / Acoustic Sounds |
| Formato | LP mono, 180 g |
| Pressatura | Quality Record Pressings |
| Mastering | Matt Lutthans, The Mastering Lab (da sorgente digitale) |
| Copertina | Gatefold con tip-on jacket, fedele all’originale |
| Liner notes | Willie Dixon |
| Catalogo | ACHE-39990 |
| Etichetta | Chess / Interscope |
| Uscita | 22 maggio 2026 |




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