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The Winter Solstice and The Congregation of the Enlightened Men of the Blues

21 Dic

Eccolo qui l’inverno, cielo coperto, brina nei campi e malinconia confortevole nell’animo. Oggi mi son preso un giorno di ferie, compio gli anni (e poi non ci si sorprenda se la meno col fatto che sono un uomo di blues…son nato in una fredda stazione ferroviaria nella notte più lunga dell’anno…che altro sarei potuto diventare?) e non mi dispiace stare un giorno con me stesso, ascoltare musica, scribacchiare qualcosa per il blog, crogiolarmi della nostalgia tipica di questo periodo legato alla festa del solstizio d’inverno, insomma quello che l’altra gente chiama natale. C’è ancora EMERSON PLAYS EMERSON sullo stereo…BALLAD FOR A COMMON MAN e quel piano che pur non dando risposte ai grandi quesiti della vita te la rende sopportabile.

Tra un po’ metterò il WINTER ALBUM di quest’anno.

Sfoglio facebook e mi accorgo che già un sacco di persone mi hanno fatto gli auguri. Laròby poi mi telefona mentre ordina una pasta con la marmellata in chissà quale bar di Milano, Lalàlli, Biccio, Riff e March mi mandano affettuosi messaggi. A proposito di March, il suo regalo mi ha fatto sorridere, trattasi del libro di Patrick Graham IL VANGELO SECONDO SATANA…Suto mi ha fatto avere un bel quadro-locandina dei BEATLES e Lasìmo un paio di CD giapponesi versione ristampa mini Lp appena usciti: EDGAR WINTER “SHOCK TREATMENT e COVERDALE-PAGE in versione Blu-spec CD…queste persone conoscono il loro pollo, non c’è dubbio.

Marco C, romano di Toscana, mi manda invece un dirigibile di auguri…

Ieri sera assemblea della CONGREGAZIONE DEGLI ILLUMINATI DEL BLUES. Esco dall’ufficio verso le 19,30, ho tutto il tempo che voglio, ma voglio arrivare presto e fare le cose con calma. In macchina alterno un ottimo bootleg del 1975 degli AEROSMITH e i DICKEY BETTS’ GREAT SOUTHERN…

Alle 20,10 sono già al mio posto. Sandro del Kata e la sua collega indaffarati, io lì al tavolo, da solo, a pensare al Madison Square Garden. C’è un albero di natale fatto con dei long playing e c’è quella gran figa di Tina Turner sullo schermo…

(Ieri sera al Kata – particolare: albero di dischi e quella sex bomb di Tina – foto di TT)

Gli altri arrivano alla spicciolata: Mixi, March, Jaypee, Liso, Suto e quindi Picca, Riff e Lorenz. Siamo in nove, ci siamo tutti. Ci mettiamo in cerchio e intoniamo i sacri versi di mastro Gregorio Lago:

Are you confused
To the point in your mind
Though you’re blind
Can’t you see you’re wrong
Won’t you refuse
To be used
Even though you may know
I can see you’re wrong
Please, please, please open your eyes
Please, please, please don’t give me lies

I rule all of the earth
Witnessed my birth
Cried at the sight of a man
And still I don’t know who I am

Ci togliamo il cappuccio, la tensione si scioglie e ci prepariamo a passare insieme quella che diventerà una gran serata. Pizza e birre (per gli altri, io naturalmente ordino la mia fedele compagna ACQUA NATURALE FUORI FRIGO…). Ci raccontiamo a vicenda, ci abbracciamo, ci tocchiamo (virilmente s’intende, non siamo mica finocchi)…bello stare in compagnia degli illuminati del blues. Qualche battuta sul calcio, poche perché se no Lorenz si rompe e Liso potrebbe innervosirsi (unico milanista tra un schiera di interisti), ma Lorenz è ancora un adepto del primo livello, quindi dovrebbe tacere e subire…ma siamo magnanimi, quindi solo veloci accenni alla mia teoria del BARCELLONA come esponente dell’anti calcio, alla modesta Inter di questa stagione e al Milan che sta vincendo 2 a 0 col Cagliari.

Parliamo del fatto che secondo noi i KING CRIMSON sono sopravvalutati. Hanno fatto un bellissimo primo album, importante e suggestivo ma noi pensiamo (su concetto di Picca) che fosse essenzialmente un album di Greg Lake. Infatti, aggiungo io, andatosene Lake, che altri album fondamentali per la storia del rock hanno pubblicato? Nessuno. Per non parlare degli album davvero bruttini fatti con Tony Levin e compagnia. Che bello poter parlare di queste cose senza che nessuno si scandalizzi.

Da lì arriviamo a TRILOGY degli EMERSON LAKE AND PALMER, Paolino Lisoni pronuncia le parole magiche THE ENDLESS ENIGMA, Picca urla “in piedi” in segno di reverenza e tutti ci alziamo con gli occhi lucidi di commozione e rispetto per questa suite che è così bella che ci fa girar la testa.

Adempiamo poi al dovere civico di tirare qualche madonna e quindi passiamo al momento dello scambio dei doni. Io li guardo i miei amici, allegri, sorridenti, pieni di blues e di voglia di stare insieme. Un pacchetto a te, due a me, eccone altri per tutti…il rito vecchio 5000 anni di scambiarsi un augurio di buon auspicio per la nuova stagione che verrà, festeggiando il sole che da oggi torna a splendere di più grazie all’allungarsi delle giornate. I miei amici…Paolino Lisoni cresciuto con Dylan che ora si infiamma per gli ELP e che mi scrive che riguardo JOHN MILES ho ragione io, Picca che si è fatto tutta la discografia dei FREE e di EDGAR e JOHNNY WINTER, March che sta pensando di rimettere insieme insieme i TRENI LOCALI mentre io, Jaypee e Mixi non sappiamo se scherza oppure no, sempre March che ci parla della sua nuova vita a Roma, Riff che arriva trafelato dopo un impiccio (come direbbe Polbi) di lavoro ma che si presenta vestito di tutto punto con le sue camicine fighissime modello DICKEY BETTS, Suto che sorride al pensiero che giovedì 29 ci si possa ritrovare al concerto dei TACCHINI SELVAGGI a Dinazzano, Lorenz che mi spaventa ipotizzando di andare a vivere in Nuova Zelanda (Don’t Live me this way, bro’!), i miei amici..quelli con cui discuter di negozi di dischi ormai rarissimi, di Amazon, di cd in special edition, quelli con cui posso parlare di ENDLESS ENIGMA appunto o dei WHITE TRASH di Edgar Winter o del nuovo vinile di DEATH WISH II che deve arrivarmi direttamente dal sito di Page senza essere preso per un tipo strano.

(The  brothers of the Confraternity of the Blues, da sx a dx circumnavigando il tavolo: March, Mixi, Tim, Riff, Liso, Picca, Sutus, Lorenz, Jaypee – foto di Elkata)

Come farei senza di loro? Certo, ci sono sempre Trombetti, Riva e molti altri con cui parlarne ma il contatto fisico e visivo è determinante e io in mezzo ai miei amici mi sento al sicuro, al riparo dai rigori della musicaccia che si sente oggi in giro e dei blues che questa porca vita ci fa arrivare puntualmente tutti i giorni

Che il signore dell’oscurità, il Dark Lord, ci benedica tutti fratelli e viva i Led Zeppelin, viva l’Inter, viva il sol dell’avvenire.

RITAGLI DAL PASSATO: Melody Maker Readers Poll 1977 /1978 /1979/1980

20 Dic

Mezzanotte passata, sullo stereo EMERSON PLAYS EMERSON …. verso CLOSE TO HOME e HONKY TONK TRAIN BLUES con OSCAR PETERSON…

non so come mai ma mi viene in mente il quadernone con i ritagli musicali che raccoglievo da ragazzo, fine settanta inizio ottanta…vado nel sottotetto, cerco tra le mie cose e lo trovo subito…ah…

Vecchio quadernone
Quanto tempo è passato 
Quante illusioni 
Fai rivivere tu 
Quante canzoni 
Sul tuo passo ho cantato 
Che non scordo più 

I Referendum dei Lettori del MELODY MAKER erano una cosa seria allora, se ne discuteva per settimane…

(Il Quadernone dalla copertina fine anni settanta)

(Da un Ciao 2011 fine 1977/inizio 1978)

(Da un Ciao 2011 fine 1978/inizio 1979)

JULIA 159 / SHANGAI DEVIL 3

19 Dic

JULIA 159 “Il Collezionista Di Scalpi” (Bonelli / dicembre 2011– euro 3,20)- TTTT

Buon numero, soggetto sempre di Berardi e disegni di Michelazzo.

SHANGAI DEVIL “L’alluvione” (Bonelli / dicembre 2011– euro 2,70)- TTTT

Godibile anche questo. Disegni di Stefano Biglia, soggetto e sceneggiatura di Gianfranco Manfredi…

(dall’album Ma Non E’ Una Malattia del 1976)

Un po’ di spirito natalizio…al piombo zeppelin però.

19 Dic

Riorganizzazione dei cd blues

18 Dic

Una delle cose peggiori  che un uomo di blues deve affrontare è il cambiar vita, perché questo significa  anche dover risistemare e riorganizzare i cd.

Lasciare il nido, avere il batticuore, annaspare tra un  miscuglio di sentimenti, tatuarsi i dolori per la vita lasciata dietro di sé, dire addio a persone a cui si è voluto bene…grama la vita per un uomo di blues in quelle condizioni…

Poi, dopo aver dormito per diciamo un sei mesi in un rifugio provvisorio, inizi a pensare che un nuovo inizio non dico sia possibile ma perlomeno (faticosamente) ipotizzabile. Trovi un altro nido che ti pare caldo e confortevole, un nido dove accatastare momentaneamente buona parte delle tue cose…ma arriva il giorno in cui queste cose le dovrai risistemare e giunto alla voce CD, inizia la tragedia.

Togliere i CD dal posto provvisorio ma stabile in cui li avevi ficcati  mica è un lavoro semplice. Inizi un giovedì sera a ridosso del natale e il venerdì hai più o meno finito, ma il vedere i tuoi cd ammucchiati senza (apparente) senso di continuità è una fitta continua al fianco.

(I miei cd al freddo e al gelo – foto di TT)

Sei lì che li rassicuri circa la provvisorietà di quella situazione, che te li coccoli, con Lasàurit lì dietro che ti dice “Sembra New York”…una New York di CD…

(Ancora ii miei cd al freddo e al gelo – foto di TT)

Lasàurit, oltre ad essere la mia bassista preferita (Scusa Jaypee, lo sai…non sei più tu…ma sei sempre al secondo posto)…una di quelle che per addormentarti ti suona come ninna nanna le linee di basso di CUSTARD PIE dei LED ZEPPELIN, era anche nipote di un genio della carpenteria, Nonno Inigo, e da lui deve aver ereditato la manualità straordinaria di cui è dotata.

Io, capace tutt’al più di scrivere qualche semplice canzoncina e magari qualche articolo miserello, fungo da aiutante un po’ “nessi” e la guardo montare col suo tocco magico i nuovi scaffali “Besta” (i migliori per i CD) dell’Ikea (naturalmente), i faretti e assicurare il tutto ai muri.

Arriva così il momento di riposizionare i CD nella nuova sistemazione. Ordine alfabetico, ordine per classi (Led Zeppelin & Related / Rock Inglese / Progressive / Rock Americano / Blues & Rock And Roll neri / Musica Italiana…) o un misto delle due come era fino ad ora? Tre scaffali in ordine alfabetico, uno con i LZ & Related, il Blues e gli italiani. Ok, deciso. Cerchi di  far tutto per bene, di non farti sfuggire nulla, hai buone capacità organizzative come recita il tuo curriculum, non farai casino…ma arrivato alla lettera M…JOHN MILES, STEVE MILLER BAND, JONI MITCHELL, MONTROSE, GARY MOORE, MORRICONE, VAN MORRISON, MOTLEY CRUE, MOTT THE HOOPLE, MOTORHEAD, MOUNTAIN, MR BIG e ALANNAH MYLES ti accorgi che quando hai messo a posto la lettera H ti sei scordato di inserire i 24 cd degli HEART che avevi proprio davanti al naso. Là, a post! Rifar scalare di un ripiano tutto con la schiena che è  ormai un pezzo di legno fossilizzato.

Passi il sabato sera così, dopo aver accudito e portato in giro Brian (oggi oltre alla pasta, il caffè e il crodino anche spremuta d’arancia con un Brian contento con un bambino) e adempiuto ai soliti impegni, verso mezzanotte contempli – tutto soddisfatto – il tuo nuovo angolo CD.

(L’angolo Cd di TT – foto di un esausto TT)

Guardi di nuovo la tua nuova discoteca, pensi che hai più di 2500 dischetti, appoggi lo sguardo sul reparto “Deluxe & Digipack Edition”, pensi agli altri 555 cd ( LZ & Jimmy Page Bootleg) che hai nel sottotetto, vorresti qui anche loro…ma lo spazio è quello che è…”perciò accontentati e sarai un signore negli affari d’amore (per i CD)” come cantava il  grandissimo IVAN GRAZIANI.

DETROIT ROCK CITY (parte 2) di Polbi

16 Dic

Seconda parte del reportage di Polbi.

Complice anche il bassissimo costo delle case, del tipo che una super casa a tre piani con giardino te la compri a cifre comprese fra i cinquemila (!) e i massimo cinquantamila dollari, a seconda del livello di pericolosita’ sociale dell’area in cui si trova. E spazi, spazi disponibili quanti ne vuoi a prezzi irrisori. C’e’ un intera area ex industriale, si chiama Russel Center, che e’ stata adibita a laboratori artistici. Chi vuole affitta il suo studio, che puo’ essere anche grande, grandissimo, e paga pochi dollari.

(Russel industrial center)

(Russel industrial center)

Un mio amico alle volte mi guida in questa grande babele artistica. Lui nella vita si occupa di pittura e grafica, con particolare riferimento al mondo rock. Ha fatto poster, copertine ed illustrazioni per migliaia di club, artisti, etichette e quant’altro. Mite e dolcissimo, ti racconta di quando Patti Smith lo aveva invitato a New York per la presentazione del nuovo album, e lui era finito a parlare e bere per ore con Keith Richards. Oppure di quella volta che in acido credeva di essere diventato un pavone con le piume di vetro, e se ne andava in giro per la citta’ innevata. il suo laboratorio e’ immenso, e in qualsiasi altra città gli costerebbe una fortuna, non potrebbe permetterselo. Ma qui a Detroit, in questa città strana, si può fare. Ecco, forse e’ questa l’altra faccia della medaglia che rende la Motorcity cosi’ affascinante. Il fatto che qui essendosi quasi dissolta ogni forma di autorità e stato, si può fare quasi tutto. A differenza del resto degli States, bigotti e rigidi, qui, ma un po’ in tutto il Michigan, si respira un aria libertaria, tollerante. Non quella un pò falsa e turistica che associamo alla California, dove forse ancora qualcosa resiste a San Francisco ma non più di tanto, e se hai i soldi per poterci abitare. No, qui la tolleranza viene dalle persone, dal basso, dalle difficoltà. Da quella saggezza che ha chi ne ha viste tante, troppe per pensare che ci sia solo un torto e una ragione. Sarà che ho la testa piena di De Andre’ e Pasolini, sarà che come dici tu Tim, siamo uomini di blues, ma a me la dignità di questa città sconfitta, di questa gente, di queste vite ai margini e strampalate, tocca il cuore.

Oltre che per la gloria automobilistica, la Motorcity e’ famosa per un altro motivo: La Musica. Parliamo di una tradizione musicale ricchissima che credo non abbia eguali al mondo per varieta’ e qualita’. Proviamo a dargli un occhiata un pò più da vicino, partiamo dall’inizio, il blues. Credo sia per tutti facile pensare a cosa suonasse questa massa proletaria afroamericana in fuga dal sud e dalla miseria. Tantissimi artisti crearono qui e a Chicago quel blues elettrico che abbiamo sentito così vicino alle nostre anime tormentate in Europa. Certo, Chicago ebbe più esposizione mediatica, più etichette, Chess Records su tutte. Ma Detroit non era da meno, basti pensare al grande John Lee Hooker. Etichetta principe del blues urbano di Detroit era la Fortune Records.

Una piccola impresa familiare dove gli spiriti inquieti del blues trovarono una casa accogliente. Molti artisti, di grande spessore ma non famosi al grande pubblico, crearono un patrimonio di blues elettrico e acustico che rischia di essere perso e dimenticato. La Fortune non esiste piu’ e il materiale originale non e’ piu’ disponibile. Meno male che gli appassionati sono riusciti a salvare parte di questo grande archivio sonoro e traghettarlo fino ai giorni nostri. Se avete voglia di farvi un idea su chi fossero i tipi che incidevano per la Fortune, date un occhiata alla biografia di Eddie Kirkland, oggi facilmente reperibile in rete, e capirete di che pasta erano fatti questi uomini blues di Detroit. Sempre in ambito di musica nera, se parliamo della motorcity, motor town, stiamo parlando della Motown Records. Gli studi di questa gloriosa label sono a un quarto d’ora da casa mia, ancora visitabili.

(l’edificio della Motown)

(Motown Museum, un tempo la prima sede della prestigiosa etichetta soul)

E’ qui che giganti del Soul e del r’n’b’ iniziarono e fecero le loro cose migliori. L’elenco sarebbe infinito, tanto per fare qualche nome, Aretha Franklin, Steve Wonder, Marvin Gaye, Supremes, Jackson Five…loro e altri , sotto la regia di Barry Gordy, patrono della Motown, cambiarono il corso della musica pop in maniera profonda, radicale. Un cambiamento musicale ma anche e soprattutto sociale. Era un etichetta che produceva una musica nera e suonata da neri, ma per essere ascoltata da tutti, senza barriere, ovunque in qualsiasi parte del mondo. Sotto auspici molto meno gioiosi nascevano in città Stooges e MC5, i più famosi esponenti di quell’ Hard Detroitiano, portatore di una rivoluzione sonica che vedrà nel punk i suoi frutti. Sul versante garage Rationals e gli Amboy Dukes di Ted Nugent. Sempre da Detroit, Sun Ra partiva per portare il Jazz in giro nelle galassie, mentre qualche strada più in là George Clinton accendeva i motori funk dell’ astronave sexy Funkadelick, per non spegnerli più fino ad oggi. Mitch Ryder, Suzi Quatro e Bob Seger seguirono la vocazione piu’ classicamente r’n’r’, mentre Alice Cooper iniziava, incompreso, un percorso differente, per ritornare alla nativa Detroit da eroe poprock qualche anno dopo.

(Bob Seger)

(Alice Cooper)

A fine anni settanta in questa città  nasceva e moriva senza avere alcun riconoscimento all’epoca, una delle band, a mio personale parere, piu’ straordinarie di sempre: Sonic Rendezvous Band. Riscoperta di recente in tutto il mondo dagli appassionati di hard r’n’r’, grazie a una serie di ottimi bootlegs.

(Sonic Rendevous band)

I tristi anni ’80 vedranno Madonna Ciccone, ragazza locale, portare la sua dance music in giro per il mondo via MTV. E proprio sul finire degli anni ottanta dai garage e dai club underground di Detroit partiva la pulsazione Techno. A meta’ anni novanta poi, finita la scintilla grunge di Seattle, di nuovo dalla motorcity si riaccendevano gli amplificatori blues punk di bands come Demolition Doll Rods, Dirtbombs e Detroit Cobras, dando vita ad una nuova ennesima stagione di grande r’n’r’, che avrebbe portato a sorpresa una delle tante band locali, tali White Stripes, addirittura nelle curve degli stadi Italiani. Mentre in ambito rap esplodeva il fenomeno detroitiano al cento per cento Eminem, e nel mondo del pop Kid Rock.

(Demolition Doll Rods)

(Margaret dei Demolition Doll Rods)

E si potrebbe andare avanti ancora per molto ad elencare artisti e band locali, anzi, sono sicuro che qualcuno potrebbe notare qualche mia grossolana dimenticanza, tanto ricco e vario è il patrimonio musicale di questa strana città. Così disperata, triste e vitale al tempo stesso, che nel cercare una via d’uscita, nell’esprimere se stessa, ha dato e continua a dare un grosso contributo alla colonna sonora del pianeta.

Paolo Barone (dicembre 2011) (C) – (Ricerca fotografica di TT)

GHOST – “Here Comes The Sun” (video clip montato su scene tratte da LUCIFER RISING)

15 Dic

Beppe Riva mi suggerisce di dare una occhiata al clip relativo alla cover di HERE COMES THE SUN che han fatto i GHOST, gruppo rock satanista che proviene dalla Svezia, montato da qualcuno sulle immagini tratte da LUCIFER RISING. Sono poi andato a cercare qualcosa d’altro e ho trovato il video di RITUAL, pezzo niente male che mi riporta alla mente i BLUE OYSTER CULT.

Uhm, Da tenere d’occhio questi Ghost… e Beppe….nel caso avessi il loro album e volessi scrivere due righe…noi rimarremmo in fervente attesa.

JOHNNY WINTER “Roots” (Megaforce Records 2011) – TT1/2

15 Dic

Nuovo dischetto dell’ormai vecchio e messo maluccio Johnny Winter. Solito album senile denso di ospiti e duetti. Mah. Johnny è il mio secondo chitarrista preferito, dal 1970 al 1976, quindi da AND a TOGETHER, è stato alfiere incredibile del miglior Hard Rock Blues americano che si sia mai sentito su questa terra. Malgrado il suo aspetto alieno, anche lui si è dimostrato umano, rifilandoci – dopo quel magico periodo –  una serie di album certo non memorabili. Questo qui del 2011 conferma che i vecchi leoni hanno ormai smesso di ruggire, o se lo fanno è per scacciare le mosche.

I primi quattro pezzi portano alla sonnolenza, ennesima rilettura di brani ormai insopportabili come FURTHER ON UP THE ROAD; performance discrete, piuttosto precisine e noiosette. Una cosa però: Johnny suona meglio di ciò che potevamo aspettarci. La slide di Warren Haynes nel terzo pezzo è così scontata che mi vien voglia di vomitare. Tutti a dire che è un chitarrista incredibile, a me ha sempre annoiato a morte. Gli ALLMAN meritavano di meglio.

Il primo sussulto si ha in LAST NIGHT grazie all’armonica di John Popper, era un bel po’ che non rimanevo colpito così da un armonicista. L’assolo che fa è stupendo, finalmente una armonica blues non imprigionata nei soliti tre licks. Ad un certo punto magari esagera, ma la tecnica è sopraffina e mi sembra sia davvero qualcosa di fresco.

MAYBELLINE di Chuck Berry è graziosa e se non altro spezza un po’ l’incedere tipico del blues.

BRIGHT LIGHTS, BIG CITY con Susan Tedeschi si trascina ma Johnny canta mica male e dà la paga alla Tedeschi che non riesce a tenere il suo passo.

HONKY TONK ha fratello Edgar al sax e si sente. Strumentale piacevole e fluido. Bell’assolo di Edgar, come suona il sax lui…

Altra caduta di tono con DUST MY BROOM. Ma come si fa a riproporla? E’ come se una rock band facesse una cover di Smoke On The Water. Oh, Johnny, an sin pol piò. Qui c’è Derek Trucks come ospite.

Gli ultimi due pezzi non lasciano il segno.

Da una parte quindi c’è un Johnny Winter che suona e canta bene e con un gran suonaccio alla porco dio, dall’altra – tranne due / tre eccezioni – pezzi piuttosto inutili. Di questi tempi sei fai un discodel genere o che fai un disco di blues spaventosi (come ad esempio quello che ha fatto Robert Palmer prima di morire) o è meglio lasciar stare… è già stato detto tutto, ad annoiarci ci pensa già abbastanza Eric Clapton da 28 anni.

Bah, vado ad ascoltarmi l’album (del 1971) di MCDONALD AND GILES…

DETROIT ROCK CITY (parte 1) di Polbi

14 Dic

 Polbi, il nostro Michigan Boy, che passa la vita tra Roma, Scilla e Detroit, nelle vesti di novello Raymond Carver ci racconta l’America, quella bella e quella brutta, quella vera, quella malinconica e triste e quella piena di vita e di rock and roll, quella insomma a cui noi uomini di blues siamo legatissimi. 

Eccomi qui, ancora una volta a passare buona parte dell’autunno in Michigan, nell’area metropolitana di Detroit, città unica al mondo, affascinante e dalle mille strane storie.

Costituita dai francesi su terreni in origine abitati dagli indiani, Detroit si trova affacciata sull’acqua in una penisola circondata dai grandi laghi. Il suo nome viene proprio da questa posizione sulla riva del fiume, in un punto stretto con il Canada vicinissimo dall’altra parte, che sembra quasi impossibile che si tratti di un altra nazione. E mi viene da pensare a quanto strano sia che passo buona parte della mia vita fra due stretti, quello di Messina e questo di Detroit.

Un freddo indescrivibile d’inverno, caldo umido l’estate, mezze stagioni imprevedibili, una pianura  sconfinata, laghi bellissimi, macchine e strade. E casette monofamiliari con giardino e garage, a milioni, tutte diverse e uguali al tempo stesso. A volte architetture di gran pregio, spesso semplici ma sempre dignitose. E poi i grattacieli downtown fatti per gli uffici. Edifici costruiti più di un secolo fa, con gusto, con una certa solenne eleganza. Oggi in gran parte vuoti, abbandonati e spettrali. Perche’ a Detroit sono successe tante cose negli ultimi decenni…

Come tutti sanno, in questa città il signor Ford iniziò la sua rivoluzione industriale. Macchine, automobili, non più concepite per pochi ricchi che potevano permettersele, ma autovetture piccole ed economiche, da vendere a tutti. Anche all’operaio che le produceva, per poi ricomprarsele con i soldi del proprio salario. A questo punto fu l’avvio di una rivoluzione non più solo industriale, ma culturale profondissima, nella quale siamo tutti in qualche modo nati e cresciuti. Arrivarono a Detroit da ogni parte del mondo a cercare lavoro nell’ industria dell’auto. E Detroit diede lavoro a tutti. Altri e altri ancora arrivarono, italiani, polacchi, russi, irlandesi, tedeschi, messicani, e afroamericani, tanti, dal sud povero e razzista degli states. Milioni di esseri umani, ognuno con la propria cultura, le proprie speranze e delusioni. Cibi, dialetti, religioni e musiche. Tante musiche.

Poi un giorno, alla fine degli anni sessanta, il grande sogno americano di integrazione razziale e sociale sotto la stella del capitalismo dal volto umano, all’ improvviso, crollo’ e si trasormo’ velocemente in un incubo. I posti di lavoro iniziarono a mancare, la disoccupazione a crescere senza alcun ammortizzatore sociale, creando povertaàe disperazione in chi inseguendo quel sogno aveva mollato tutto e pagato un prezzo umano altissimo. La rivolta esplose, e come spesso avviene da queste parti, fu una guerra razziale. Ma guerra nel vero senso della parola, con la guardia nazionale a presidiare le strade, i morti a decine, incendi, saccheggi e distruzione. Ad un certo punto fini’, ma le ferite non si guarirono più. Ormai le grandi aziende automobilistiche avevano trasferito buona parte delle produzioni altrove, la disoccupazione nel settore auto fu inarrestabile, chi poteva si trasferì fuori citta’, creando la grande area metropolitana dove viviamo oggi, e la città venne in gran parte abbandonata al suo destino. La prima fabbrica di Ford è ancora li’, con la sua architettura semplice ed elegante al tempo stesso. Vuota da anni ormai, le finestre rotte, il portone sfondato. La guardi e i muri sembra vogliano raccontartela questa storia americana.

E’ una strana sensazione quella che ti prende quando giri per Detroit. Tutto sembra durissimo e irreale al tempo stesso. Come in una zona di guerra, nello stesso isolato case bruciate, abbandonate, negozi chiusi o distrutti, poche persone che camminano come zombie senza meta, pieni di alcool,crack e miseria.

Ma poi, poco piu’ in la’, i bambini escono da scuola, qualcuno si avvia a casa con le buste della spesa, come meglio puo’, come se niente fosse. Passi di notte in queste vie deserte spazzate dal vento, tutte le case buie disabitate, e poi una o due con le luci accese e gli addobbi di natale che risplendono luci rosse intermittenti, che interrompono il buio, che si aggrappano ad una impossibile normalita’. Oppure giu’ all’angolo, downtown, fra le torri nere dei grattacieli vuoti, trovi ancora aperto, a notte tarda, il Coney Island, la tavola calda degli hot dog. Che resiste, sempre aperta e sempre li’, da piu’ di sessant’anni. Ti verrebbe voglia di abbracciarla tutta questa gente, queste anime, questi superstiti del grande naufragio americano. Vorresti abbracciarli e mentire con dolcezza dicendogli  che va bene, e’ tutto ok, e’ solo un momento ma poi passera’, anzi, no, e’ gia’ passato, il peggio e’ alle spalle ormai…Questo vorresti dire mentre gli passi vicino e gli sorridi in silenzio. Detroit per gente come noi, per chi guarda un po’ oltre l’apparenza delle cose, è un sovraccarico, un cortocircuito di emozioni. Ti lascia a bocca aperta senza parole. Ti chiedi come sia potuto succedere tutto questo, e come sia possibile che non si trovi una via d’uscita. Giri e rigiri nella tua mente europea, abituata ad un altro mondo, dove il capitalismo non è arrivato ancora a questo livello di barbarie sociale. Dove ancora puoi andare in un ospedale gratis e se non paghi una rata del mutuo non hai perso la casa. Dove ancora un po’ di diritti sindacali e sociali esistono ad arginare queste frane. Li porterei tutti qui i liberisti di casa nostra, venissero tutti a vedere cosa può succedere quando si lascia il mercato senza vincoli, libero di prendere il posto di comando in assoluta autonomia, senza la politica a porre freni e regole. Venite a vederla la… non so come dire, la profondità della povertà dei poveri in america.

Il Blues, quello vero, qui lo trovi e lo senti ovunque. Ad ogni semaforo con i veterani di vietnam e Iran costretti a chiedre l’elemosina in sedie a rotelle. Negli incroci con i tombini fumanti in mezzo alla strada. Nei bar, nel vecchio mercato all’aperto, alla grande stazione ferroviaria abbandonata. Nella citta’ di John Lee Hooker il blues scende giu’ pesante, senza virtuosismi a renderlo meno amaro.

Pero’ esiste anche un altra Detroit per chi la vuole cercare. Una Detroit underground, fatta di ragazzi e ragazze, di vecchi rockers, di artisti e anime salve. La puoi trovare di notte, ogni notte, nei tanti bar r’n’r’ che ci sono in citta’. Posti non proprio eleganti, a volte al limite del praticabile, ma pieni zeppi di musica, gente, energia. Centinaia di bands, migliaia di amplificatori e chitarre vintage, infuocano serate che sembrano set cinematografici, invece no, ancora una volta, pure questa è realta’. Praticamente bandite le cover bands, ognuno suona la sua musica, produce i suoi dischi, organizza serate, si batte e si sbatte, creando una scena underground con pochi uguali negli states, riconosciuta e rispettata in tutto il mondo da chi si occupa di queste faccende. E così passi la serata con tre band che si alternano sul palco, mentre cerchi di ascoltare e capire la parlata americana del vecchio rocker che ti racconta dei Led Zeppelin alla Grande Ballroom, quando ancora nessuno li conosceva e finito il concerto scendevano dal palco in mezzo al pubblico, come la band che ha appena finito di suonare due minuti fa. Poi, magari dieci minuti dopo, ti ritrovi a ballare sotto il palco con dei ragazzi che potrebbero essere tuoi figli se mai ne avessi avuti. Domani sera qualcuno di loro sarà all’apertura di una mostra fotografica di un mio amico, altri andranno alla sfilata di moda indipendente SM, e altri ancora si perderanno nelle mille iniziative della Detroit artistica. Perchè un posto con una storia come questa non poteva che attirare anime inquiete, artisti, pazzi e sognatori da tutto il mondo.

(Detroit: la leggendaria COBO HALL)

…CONTINUA…

Paolo Barone (dicembre 2011) (C) – (Ricerca fotografica di TT)

DYLAN DOG 303 / MARTIN MYSTERE 318

12 Dic

DYLAN DOG “Il Divoratore Di Ossa” (Bonelli / dicembre 2011– euro 2,70)- TTTTT

Numero molto togo questo, e parecchio spaventoso. Soggetto e sceneggiatura di Giovanni De Gregorio…proprio bravo.

MARTIN MYSTERE “La Terza Stirpe” (Bonelli / dicembre 2011/Gennaio 2012– euro 2,70)- TTTTT

Soggetto e sceneggiatura di Paolo Morales…anche questo gran numero.