L’altra sera sono andato a vedere John Cale. Lui in persona, quello che con Lou Reed, Sterling Morrison, Moe Tucker & Nico ha dato vita ai Velvet Underground.
Il concerto si teneva in un nuovo locale subito fuori il raccordo anulare, a Ciampino. Una cosa un po’ strana questa, l’ultima volta che era passato dalla capitale, Cale aveva suonato all’Auditorium. Stavolta in un piccolo locale all’estrema periferia. Mah, poco male, mi son detto, magari il posto e’ carino e il concerto sara’ piu’ diretto. Personalmente non amo i grandi spazi per la musica, mi piace poter essere vicino al palco in un atmosfera informale. E poi in genere i concerti che piacciono a me non attirano grandi folle, anzi, per cui la dimensione del club e’ anche quella a cui sono piu’ abituato. Devo dire pero’, che vista la storia di John Cale avevo paura andassero esauriti i biglietti, cosi’ che, senza nemmeno saper bene come fare, li comprai via internet in prevendita, non si sa mai. Cosi’, tutto contento con la mia email di conferma in tasca, ho guidato verso Ciampino in una serata strana per il clima di Roma, umida e con un po’ di nebbia. Il locale si trova in una di queste zone un po’ industriali, un po’ da ipermercati con i parcheggi affollati di giorno e deserti di sera. Qualche abitazione nei paraggi, il raccordo a due passi. Il pullman di Cale nel parcheggio del locale, probabilmente dal pomeriggio. Va bene che a Roma ci sara’ venuto diverse volte, pero’, come dire, uno come lui lo si poteva far suonare in un locale, un teatro, che so’, insomma in un posto piu’ centrale… Comunque sia vado all’ingresso, neanche mi danno i biglietti, mi lasciano entrare direttamente. Il locale dentro sembra una discoteca anni ’80, tutto pieno di tubi neon verdi. Non piu’ di cento persone, eta’ fra i venti e i sessantacinque, look dal post punk al pensionato vintage, passando per tutte le possibili sfumature. Tutti un po’ straniti dalla luce dei neon, tutti un po’ delusi nel ritrovarsi in cosi’ pochi. Dopo una manciata di minuti qualcosa si muove sul palco, noi ci avviciniamo ancora un po’, e John Cale arriva, a non piu’ di tre metri da me, sorridente e rilassato, come se fosse nel salone di casa sua a New York.
(J.Cale Roma marzo 2012 – foto di Polbi)
Lo guardo piu’ che ascoltarlo, quest’uomo magnetico. Questo settantenne elegante e in ottima forma. Tutto nero vestito, capelli bianchissimi, sguardo penetrante.
Lui canta e suona tastiere, chitarra elettrica e acustica. Nel gruppo ci sono un chitarrista alto e magro che sembra un finlandese, un batterista afroamericano e un bassista asiatico. Fanno il loro lavoro con passione, inventiva e precisione, divertendosi pure parecchio. Cosi’ come Cale, anche lui sembra proprio divertirsi molto con questo nuovo proggetto. I minuti passano, la musica pure, e io mi ritrovo perso nei miei pensieri. Questo signore che canta davanti a me, e’ stato forse il primo musicista ad aver portato nella musica rock l’avanguardia, la musica “colta”, non in una semplice e momentanea comparsata, ma creando un suono nuovo, tutt’ora sorprendentemente nuovo. Il suono dei Velvet Underground. Lou Reed e Sterling Morrison erano il rock and roll, John Cale era altro. Intanto non era americano ma europeo, gallese per la precisione. Mentre gli altri suonavano r’n’r’ in cantine polverose e bar malfamati, Cale frequentava la scuola di La Monte Young, il Dream Syndacate, situazioni e persone che rivoltavano la musica contemporanea occidentale come un pedalino. Unire chitarre elettriche e viola, scrivere canzoni rock rompendo con ogni tradizione, questo fecero i Velvet Underground nel lontano 1966.
(J.Cale Roma marzo 2012 – foto di Polbi)
La psichedelia peace & love stava sbocciando in mille colori fra Londra e la California, mentre loro a New York vestivano di nero anfetaminico. Raccontavano storie di tossici, alienazione metropolitana e perversioni sessuali, con tonnellate di feedback, il suono straniante degli archi, la voce teutonica di Nico, altro elemento europeo nel gruppo, e la batteria tribale di Moe Tucker. Il tutto alla corte di Andy Warhol, la cui Factory era casa, quartier generale e sala prove dei primi Velvet. Una gang di teppisti di strada, intellettuali e artisti, proprio quello che ci voleva per farsi amare dal mercato americano, che infatti li ignoro’ completamente all’epoca e continua a farlo ancora oggi. D’altronde loro per primi lo sapevano, non si va in classifica con pezzi come Venus in Furs o Sister Ray.
Intanto il concerto prosegue con brani dell’ultimo disco. Non ne conosco nessuno, e non credo di essere il solo guardando le facce di chi mi sta intorno. Siamo tutti perplessi e contenti al tempo stesso. Lui va avanti e sembra divertirsi sempre di piu’, la band lo segue c’e’ molto feeling sul palco, e’ palpabile, i pezzi scorrono bene, il tempo passa. Mi ritrovo per meta’ del tempo a vivere il presente, specialmente in un alcuni momenti Cale ti rapisce con quella voce profonda e bellissima, cavalcando una musica ritmata e potente. Arrivano un paio di classici del primo periodo solista, non piu’ di tre canzoni in tutto. Per il resto del tempo spesso viaggio fra i miei pensieri, lo osservo e lo immagino in studio quando produceva i dischi di esordio di Stooges e Patti Smith, lasciando ancora una volta un orma indelebile nella storia del rock. Oppure negli anni con Nico, mentre nessuno riusciva a lavorare con lei, John Cale la affiancava sempre, riuscendo a stabilire un rapporto artistico e umano di rara profondita’. Marble Index, forse la loro collaborazione piu’ riuscita, un monumento sonoro alieno a qualsiasi catalogazione ed etichettatura, imparagonabile a qualsiasi altra musica.
(J.Cale Roma marzo 2012 – foto di Polbi)
Dopo quasi due ore il concerto finisce, Cale saluta e si avvia verso il camerino. Niente bis, niente pezzi dei Velvet Underground. L’aria fresca della notte ci aspetta fuori dal locale, tutti ci avviamo alle macchine con uno strano stato d’animo. Il fan in noi e’ spaesato e deluso, al tempo stesso pero’ la nostra parte piu’ razionale ci dice che e’ stato bello. Si, e’ stato bello vedere un uomo di quell’eta’ con ancora la voglia di andare in giro a suonare, facendo quello che gli va di fare, ancora una volta senza compromessi. John Cale rimane fedele a se stesso, non e’ un tipo da karaoke, non e’ la cover band di cio’ che e’ stato, prendere o lasciare. In fondo con lui e’ sempre stato cosi.
Paolo Barone – marzo 2012

































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