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JOHN CALE live all’ Orion Club Roma 16/03/2012

2 Apr

L’altra sera sono andato a vedere John Cale. Lui in persona, quello che con Lou Reed, Sterling Morrison, Moe Tucker & Nico ha dato vita ai Velvet Underground.

Il concerto si teneva in un nuovo locale subito fuori il raccordo anulare, a Ciampino. Una cosa un po’ strana questa, l’ultima volta che era passato dalla capitale, Cale aveva suonato all’Auditorium. Stavolta in un piccolo locale all’estrema periferia. Mah, poco male, mi son detto, magari il posto e’ carino e il concerto sara’ piu’ diretto. Personalmente non amo i grandi spazi per la musica, mi piace poter essere vicino al palco in un atmosfera informale. E poi in genere i concerti che piacciono a me non attirano grandi folle, anzi, per cui la dimensione del club e’ anche quella a cui sono piu’ abituato. Devo dire pero’, che vista la storia di John Cale avevo paura andassero esauriti i biglietti, cosi’ che, senza nemmeno saper bene come fare, li comprai via internet in prevendita, non si sa mai. Cosi’, tutto contento con la mia email di conferma in tasca, ho guidato verso Ciampino in una serata strana per il clima di Roma, umida e con un po’ di nebbia. Il locale si trova in una di queste zone un po’ industriali, un po’ da ipermercati con i parcheggi affollati di giorno e deserti di sera. Qualche abitazione nei paraggi, il raccordo a due passi. Il pullman di Cale nel parcheggio del locale, probabilmente dal pomeriggio. Va bene che a Roma ci sara’ venuto diverse volte, pero’, come dire, uno come lui lo si poteva far suonare in un locale, un teatro, che so’, insomma in un posto piu’ centrale… Comunque sia vado all’ingresso, neanche mi danno i biglietti, mi lasciano entrare direttamente. Il locale dentro sembra una discoteca anni ’80, tutto pieno di tubi neon verdi. Non piu’ di cento persone, eta’ fra i venti e i sessantacinque, look dal post punk al pensionato vintage, passando per tutte le possibili sfumature. Tutti un po’ straniti dalla luce dei neon, tutti un po’ delusi nel ritrovarsi in cosi’ pochi. Dopo una manciata di minuti qualcosa si muove sul palco, noi ci avviciniamo ancora un po’, e John Cale arriva, a non piu’ di tre metri da me, sorridente e rilassato, come se fosse nel salone di casa sua a New York.

(J.Cale Roma marzo 2012 – foto di Polbi)

Lo guardo piu’ che ascoltarlo, quest’uomo magnetico. Questo settantenne elegante e in ottima forma. Tutto nero vestito, capelli bianchissimi, sguardo penetrante.

Lui canta e suona tastiere, chitarra elettrica e acustica. Nel gruppo ci sono un chitarrista alto e magro che sembra un finlandese, un batterista afroamericano e un bassista asiatico. Fanno il loro lavoro con passione, inventiva e precisione, divertendosi pure parecchio. Cosi’ come Cale, anche lui sembra proprio divertirsi molto con questo nuovo proggetto. I minuti passano, la musica pure, e io mi ritrovo perso nei miei pensieri. Questo signore che canta davanti a me, e’ stato forse il primo musicista ad aver portato nella musica rock l’avanguardia, la musica “colta”, non in una semplice e momentanea comparsata, ma creando un suono nuovo, tutt’ora sorprendentemente nuovo. Il suono dei Velvet Underground. Lou Reed e Sterling Morrison erano il rock and roll, John Cale era altro. Intanto non era americano ma europeo, gallese per la precisione. Mentre gli altri suonavano r’n’r’ in cantine polverose e bar malfamati, Cale frequentava la scuola di La Monte Young, il Dream Syndacate, situazioni e persone che rivoltavano la musica contemporanea occidentale come un pedalino. Unire chitarre elettriche e viola, scrivere canzoni rock rompendo con ogni tradizione, questo fecero i Velvet Underground nel lontano 1966.

(J.Cale Roma marzo 2012 – foto di Polbi)

La psichedelia peace & love stava sbocciando in mille colori fra Londra e la California, mentre loro a New York vestivano di nero anfetaminico. Raccontavano storie di tossici, alienazione metropolitana e perversioni sessuali, con tonnellate di feedback, il suono straniante degli archi, la voce teutonica di Nico, altro elemento europeo nel gruppo, e la batteria tribale di Moe Tucker.  Il tutto alla corte di Andy Warhol, la cui Factory era casa, quartier generale e sala prove dei primi Velvet. Una gang di teppisti di strada, intellettuali e artisti, proprio quello che ci voleva per farsi amare dal mercato americano, che infatti li ignoro’ completamente all’epoca e continua a farlo ancora oggi. D’altronde loro per primi lo sapevano, non si va in classifica con pezzi come Venus in Furs o Sister Ray.

Intanto il concerto prosegue con brani dell’ultimo disco. Non ne conosco nessuno, e non credo di essere il solo guardando le facce di chi mi sta intorno. Siamo tutti perplessi e contenti al tempo stesso. Lui va avanti e sembra divertirsi sempre di piu’, la band lo segue c’e’ molto feeling sul palco, e’ palpabile, i pezzi scorrono bene, il tempo passa. Mi ritrovo per meta’ del tempo a vivere il presente, specialmente in un alcuni momenti Cale ti rapisce con quella voce profonda e bellissima, cavalcando una musica ritmata e potente. Arrivano un paio di classici del primo periodo solista, non piu’ di tre canzoni in tutto. Per il resto del tempo spesso viaggio fra i miei pensieri, lo osservo e lo immagino in studio quando produceva i dischi di esordio di Stooges e Patti Smith, lasciando ancora una volta un orma indelebile nella storia del rock. Oppure negli anni con Nico, mentre nessuno riusciva a lavorare con lei, John Cale la affiancava sempre, riuscendo a stabilire un rapporto artistico e umano di rara profondita’. Marble Index, forse la loro collaborazione piu’ riuscita, un monumento sonoro alieno a qualsiasi catalogazione ed etichettatura, imparagonabile a qualsiasi altra musica.

(J.Cale Roma marzo 2012 – foto di Polbi)

Dopo quasi due ore il concerto finisce, Cale saluta e si avvia verso il camerino. Niente bis, niente pezzi dei Velvet Underground. L’aria fresca della notte ci aspetta fuori dal locale, tutti ci avviamo alle macchine con uno strano stato d’animo. Il fan in noi e’ spaesato e deluso, al tempo stesso pero’ la nostra parte piu’ razionale ci dice che e’ stato bello. Si, e’ stato bello vedere un uomo di quell’eta’ con ancora la voglia di andare in giro a suonare, facendo quello che gli va di fare, ancora una volta senza compromessi. John Cale rimane fedele a se stesso, non e’ un tipo da karaoke, non e’ la cover band di cio’ che e’ stato, prendere o lasciare. In fondo con lui e’ sempre stato cosi.

Paolo Barone – marzo 2012

UFO “Seven Deadly” (SPV/Steamhammer 2012) TTT

25 Mar

Ascoltare gli UFO senza Schenker è sempre stato difficile per me, solo i dischi dei primi anni 80 con Paul Chapman riescono a convincermi in qualche modo. Atomic Tommy K e Lawrence Archer non sono mai riusciti a piacermi del tutto. Con Vinnie Moore è la stessa cosa. Sarà anche bravo ma scivola via senza particolari emozioni. Nessun assolo che colga nel segno, nessuna sequenza di note che dica qualcosa. Tuttavia il disco non è male, calcolando che è un album di una band che ormai ha già dato tutto. Hard rock di discreta fattura, suonato con convinzione e una certa eleganza.

Mi vien da paragonarlo all’ultimo VAN HALEN, anche lì come ho scritto non ci sono pezzoni, ma si sente che un album di una vecchia band che non faceva uscire qualcosa da molti anni, c’è quindi forse una scarica in più. Gli Ufo fanno ormai dischi con continuità, forse il tutto pesa un po’, ma son dischi che si fanno ascoltare.

Dopo tre brani hard rock arriva ANGEL STATION, la prima che cattura la mia attenzione. Dolcezza per niente mielosa, un po’ triste se mi si passa l’ossimoro, su un tempo medio.

Anche THE LAST STONE RIDER si distingue, mica male davvero. Con BURN YOUR HOUSE DOWN si cerca do modernizzare un po’ le formule, il risultato non mi fa impazzire ma apprezzo lo sforzo.

THE FEAR è una specie di swing bluesato, in alcuni punti mi sembra di sentirci How Many More Times dei LZ e Walking Into Clarksdale di Page and Plant, ma magari sono solo le mie orecchie troppo piene di piombo zeppelin.

Ci sono due Bonus Tracks, la prima è un giro simile a quello della canzone appena citata, la seconda è BAG O’ BLUES…piano e voce, un blues portentoso. Sentire il nostro Phil Mogg cimentarsi in un blues così tradizionale è uno spettacolo. Nient’altro che un blues, ma è il mio pezzo preferito dell’album.

(Paul Raymond – Rhythm Guitar, Keyboards/Phil Mogg – Vocals/Vinnie Moore – Lead Guitar/Andy Parker – Drums)

MICHAEL SCHENKER GROUP “The Chrysalis Years 1980-1984″ (Chrysalis EMI 2012) – TTTT

20 Mar

Continuo a gradire queste iniziative della Chrysalis: in questo caso per 12 sterline ti porti a casa un mini box set di 5 Cd con tutto quello che devi avere del MICHAEL SCHENKER GROUP. Peccato solo che la confezione non sia digipack. Picca probabilmente descriverebbe la musica del MSG “roba da Rockpalast inizio anni ottanta”, intendendo  un hard rock un po’ tout court, dai suoni un po’ così, suonato da gente con i pantacollant, bandane e polsini. Ridacchio sempre quando lo sento fare questo accostamento. Erano anni bui quelli come sappiamo, il Rockpalast era una trasmissione live tedesca da cui passavano molti artisti e gruppi rock, con presentatori con i baffi biondi, giacca, jeans e scarpe da ginnastica.

E’ così che affettuosamente (seppur ironicamente) descriviamo quell’hard rock un po’ di plastica peggiorato dalla famosa mancanza di gusto dei popoli teutonici. Forse un po’ di tutto questo c’è, ma io amo molto quello che Schenker ha fatto nei suoi dieci anni d’oro che vanno dal 1974 al 1984, e sono pronto a difenderlo ad oltranza, anche alla faccia di quegli snob che deridono il genere e l’artista in questione. Quelli che pensano che il rock che ascoltano loro sia superiore e non così kitsch, quelli che poi hanno fatto dischi, che per dirla come un mio caro amico “fan tirare un canchero” e che a confronto il MSG sembra i LITTLE FEAT del secondo disco.

Riascoltandomi tutto il cofanetto, mi sono di nuovo reso conto che chitarrista della madonna sia stato Schenker in quegli anni. Gran gusto, bella grinta, dinamiche eleganti e assoli davvero strabilianti. MICHAEL SCHENKER GROUP (TTTT) uscì nel 1980 e si piazzò al n.8 della classifica inglese grazie al buon hard rock di ARMED AND READY, VICTIM OF ILLUSION, CRY FOR THE NATION e INTO THE ARENA.

Con MSG (TTTT) del 1981 entrano nel gruppo COZY POWELL e PAUL RAYMOND. Alla voce sempre GARY BARDEN, un tipico cantante inglese  – zona Kent  – di hard rock di seconda, forse terza fascia. Non fu e non è un cantante dotatissimo, ma era ed è un buon diavolo e seppe sempre fare la sua parte dignitosamente (eccetto quello che riguarda il look del 1984), per di più era balbuziente e questo me lo rende simpatico. READY TO ROCK, ATTACK OF THE MAD AXEMAN, ON AND ON, LET SLEEPING DOG LIE, BUT I WANT MORE, NEVER TRUST A STRANGER…il secondo album è pieno di classici dell’MSG che portano il disco al n.14 della classifica UK. Nel 1982 esce il doppio live ONE NIGHT AT BUDOKAN (TTTT): trionfo! Un doppio disco di hard rock  che nel 1982 arriva nella Top Five inglese!

Il mio preferito è però ASSAULT ATTACK  (TTTTT)  del 1982 con GRAHAM BONNET alla voce. Peccato che nel frattempo Powell se ne fosse scappato negli Whitesnake, poi rimpiazzato da Ted McKenna. ASSAULT ATTACK, ROCK YOU TO THE GROUND, DANCER, SAMURAI, DESERT SONG…anche l’immancabile strumentale ULCER…tutto gran hard rock europeo. Questo fu l’album col quale puntare sul mercato americano (grazie anche al cantante più bravo). Peccato che Bonnet se ne andò dopo il primo show, uno di quei low-key warm up gig che permettono alle band di vedere se tutto funziona, poco prima di suonare al Reading Festival come headliner.

BUILT TO DESTROY (TTT) e il live ROCK WILL NEVER DIE (TT1/2) fecero capire che il MSG sstava appassendo.

Questa confezione contiene l’inedito LIVE AT THE MANCHESTER APOLLO 1980 e alcune altre cosette mai apparse su CD.

Anche questo consigliatissimo.

GEORGE THOROGOOD & THE DESTROYERS “2120 South Michigan Ave.” (Capital Records 2011) TT1/2

14 Mar

Comprai il suo primo disco, quello del 1977, quasi in diretta e ricordo che mi piacque parecchio. La sua versione di ONE BOURBON, ONE SCOTCH, ONE BEER mi accompagnò lungo i sentieri della tarda adolescenza. Fiutai poi il fatto che quel tipo di musicista rimaneva un po’ troppo legato ai canoni di un genere che spesso risulta ripetitivo, così non ebbi mai un rapporto duraturo con questo bravo e onesto operaio del rock blues. Mi fa piacere constatare che che la carica è rimasta quasi inalterata, che la convinzione sembra quella di un tempo, ma mi chiedo a cosa servano album come questi. Capisco che un musicista di quel tipo, uno con la schiena dritta che non ha venduto mai però vagonate di dischi, debba pur continuare a vivere e quindi a suonare, ma io da ascoltatore devo riconoscere che mi annoio un pochetto nel sentire questo tipo di album.

GOING BACK è un po’ troppo simile a Tush degli ZZTOP, va bene che certi riff in un certo genere si rigenerano a vicenda ma qui mi sembra un po’ forzato. Solita apparizione di special guest (BUDDY GUY ad esempio) che non smuovono granché, solite cover che ormai sono improponibili (SPOONFUL, HELP ME, MAMA TALK TO YOUR DAUGHTER).

Stesso approccio del primo album, stesse metriche, stessi giri…si poteva fare di più. La armonica di CHARLES MUSSEòLWHITE scalda l’animo in un paio di pezzi ma…non è sufficiente …porca vacca, scrivere di questi album fa male, vorresti parlarne in maniere affettuosa ma non ci riesci. Mah.

LED ZEPPELIN “In The Court Of King James” Earls Court 24/05/1975 – bluray bootleg (Empress Valley Supreme Discs 2010) TTT

12 Mar

Il mio primo videobootleg in bluray, di cui sono venuto in possesso solo ora. La Empress Valley stavolta non ha fatto nulla di speciale, anzi…

Limited Edition Promo Edition 2010
Empress Valley (2405 EVSD BD)
BluRay Disc

Video: 1280x720p H264 AVC, 12578kbps
Audio: AC3 Dolby Digital 192kbps
Size: 20GB

01.Introduction By Nicky Horne
02.Rock And Roll
03.Sick Again
04.Over The Hills And Far Away
05.In My Time Of Dying
06.The Song Remains The Same
07.The Rain Song
08.Kashmir
09.No Quarter
10.Tangerine
11.Going To California
12.That’s The Way
13.Bron-Y-Aur Stomp
14.Trampled Underfoot
15.Moby Dick
16.Dazed And Confused (inc. Woodstock)
17.Stairway To Heaven
18.Whole Lotta Love (inc. The Crunge)
19.Black Dog

La qualità video non si discosta da quella dei migliori dvd bootleg della data in oggetto e incredibilmente per l’audio si è usato la versione mp3 192kbps.

Detto ciò, non è male avere tutto il concerto del 24/5/75 su un unico disco.

Due parole sui LZ di Earls Court del 1975. In origine i concerti dovevano solo essere tre (23/24/25 maggio) ma vista la richiesta furono aggiunte le date del 17 e del 18 maggio. Furono le prime date in Europa dei LZ a godere dell’uso degli schermi sopra al palco. E’ per questo che la band possiede le registrazioni (del 23, 24 e 25) audio-video in multitraccia (alcune apparse sul DVD ufficiale del 2003).

Le riprese non sono eccezionali perché furono fatte a beneficio dello schermo gigante appunto e non con l’idea di farne poi un filmato, tuttavia sono godibili e vedere i LZ negli anni settanta è sempre uno spettacolo. Abbiamo già detto che i LZ, quelli dell’immaginario collettivo, finirono il 29/07/1973, l’ultima data del tour americano del 1973; da lì in poi, in versione live, si è avuta solo una pallida ombra sbiadita di ciò che furono, a volte imbarazzante. I 5 concerti inglesi del 1975 si mantengono ad un discreto livello, senza mai toccare i punti bassi della prima parte del tour americano (Page con l’anulare della mano sinistra rotto e in balia dell’eroina, Plant con una bronchite cronica che ha corrotto quasi tutte le date del tour).

D’altra parte però i 5 concerti inglesi non hanno un mood particolare, tutto sembra più spento e meno divertente. In America invece alcune date (una su tutte NEW YORK Nassau Coliseum del 12/02/1975) videro la band piuttosto carica, nonostante le pessime condizioni fisiche.

Delle prime tre date inglesi – parlando della disponibilità bootleg – esistono solo le tre registrazioni  audio in versione audience, mentre delle ultime due esistono sia le due registrazioni audio in versione soundboard che i due filmati in versione pro-shoot (certo non nella versione cristallina che ha in mano Page). Gli spezzoni usati nel DVD ufficiale sono relativi solo alle date del 24 e del 25, perché nella data del 23 il microfono della gran cassa di Bonham non funzionò e nessuno se ne accorse se non a concerti finiti.

Gli screenshoot qui sotto posso darvi una idea della qualità (che non rimane la stessa durante tutta la durata del filmato).

Ripeto però che nonostante tutto, avere una data completa del 1975 /(due con quella del 25/5) dei LZ in versione video proshoot, è comunque una gran cosa…per chi ama la magnifica musica rock.

FRANCO BATTIATO “The Emi Album Collection” (EMI 2011) TTTTT

8 Mar

24,90 euro per i 5 dischi più riusciti di Franco Battiato in versione rimasterizzata. Plaudo a questa iniziativa dell’Emi. Confezione e grafica essenziale ma comunque pratica e godibile, un mini box set di tutto rispetto e ….FINALMENTE I TITOLI NET RETRO COPERTINA DEI SINGOLI CD SONO LEGGIBILI!!!

Battiato…musicista, autore, cantante, sperimentatore di una musica un po’ eterea, gradevolmente commerciale, costruita su influenze italiche, arabe, orientali , con accenti provenienti dagli Urali e con tematiche stravaganti che spesso fanno il controcanto a cose americane. Spesso le cose di Battiato contengono parti di chitarra non comuni; l’approccio è rock, ma i giri sono spesso particolari, viziosi, quelli ti innervosiscono positivamente.

L’ERA DEL CINGHIALE BIANCO (1979) – TTTT apre la fase di successo dei FB. Bellissimo il pezzo omonimo, con gli altri sei pezzi ad aprire la pista dello stile Battiato, con la batteria suonata al minimo, senza orpelli.

PATRIOTS (1979) – TTTTT anch’esso di sette pezzi (caratteristica degli album 1979/82) è forse l’album più bello: UP PATRIOTS TO ARMS, VENEZIA-ISTNBUL e la magnifica PROSPETTIVA NEVSKI. Testi intelligenti, a volte intelligentemente sciocchi, che ti toccano in modo diverso rispetto al solito. Album di buon successo. Io lo datavo 1980, ma le note di copertina dicono 1979.

LA VOCE DEL PADRONE (1981) – TTTTT contiene 4 successi (forse 5) incredibili: SUMMER ON A SOLITARY BEACH, BANDIERA BIANCA, CUCCURUCCU, CENTRO DI GRAVITA’ PERMANENTE (e forse appunto anche SENTIMENTO NUEVO). L’album ebbe un successo inimmaginabile: più di un milione di copie vendute… per un mercato come l’Italia risultato incredibile.

L’ARCA DI NOE’ (1982) TTT vede Battiato avventurarsi con più determinazione verso l’elettronica che in quegli anni raggiungeva il massimo livello (purtroppo). Certe cose sembrano provenire dritte dritte dalla new wave inglese del periodo. Come nell’album seguente, lo stile Battiato segna un po’ il passo, risulta meno spontaneo, sembra quasi che Battiato faccia Battiato. Album sempre dignitoso ma, a mio parere, inferiore ai tre precedenti.

ORIZZONTI PERDUTI (1983 ) TTT è un album per cui potrei usare gli stessi concetti espressi per L’ARCA DI NOE’. Elettronica marcata, echi che mi portano alla mente gli ULTRAVOX e canzoni meno incisive del solito. LA STAGIONE DELL’AMORE però fa sempre un certo effetto.

Se amate la musica italiana, specialmente se di qualità, questo box set non può mancare tra i vostri scaffali. Battiato era davvero originale, di spessore e molto interessante.

VAN HALEN “A Different Kind Of Truth” (Interscope 2012) TTTT

21 Feb

Ecco qui il nuovo Van Halen, un nuovo album con Diamond Dave dopo tutti questi anni, chi l’avrebbe detto? Ho già parlato del singolo TATTOO, confermo: trattasi di un bel rock non banale  con una bella melodia. SHE’S THE WOMAN, così come altri brani dell’album, proviene dal passato: un’idea presa da scampoli di canzoni esistenti e mai pubblicate a suo tempo. Questa ha il tipico incedere dei primi due album del gruppo. Buona anche YOU AND YOUR BLUES, dove DLR canta di una communication breakdown. CHINA TOWN e AS IS sono due di quei tempi velocissimi che si trovano ogni tanto nei dischi dei VH, a me non sono mai piaciuti tanto. Di nuovo melodia in BLOOD AND FIRE. E’ bene specificare però che non si tratta di melodie tipo AOR, i disegni melodici di questo album sono a a tratti accattivanti ma mai ruffiani.

Eddie suona molto bene, sembra meno prigioniero delle sue bizzarrie, quelle che avevano reso assai discutibili l’ultimo disco da studio (VH III) e l’ultimo tour insieme a Sammy Hagar. Non riesco a valutare il basso. Nulla di estremamente fuori posto, ma quel che fa Wolfang tende a non piacermi. Temo di rimpiangere Michael Anthony, il che è tutto dire.

BULLETHEAD, HONEYBABY SWEETDOLL e OUTTA SPACE  le trovo un po’ così, senza nessun brivido particolare, certo però che quando EVH suona alla fine qualcosa di speciale poi lo trovi sempre.

THE TROUBLE WITH NEVER nella scrittura riporta a galla vecchie formule VH. Assolo di Eddie col wah wah. Ascoltarlo è sempre una gioia. Il cantato di David Lee Roth in tutto l’album non è affatto male. Non è mai stato un cantante dotatissimo, ma ha sempre saputo, almeno su disco, cavarsela con personalità. Alex rimane sui suoi livelli.

STAY FROSTY è la nuova Ice Cream Man, un rock blues tirato, moderno e un po’ bislacco. Ah, che bello risentire questi VH e per un momento ritornare il 18enne colpito dai loro primi due album. Ancora classic VH in BIG RIVER e BEATS WORKIN’.

Questo è un buon disco rock, rock in senso stretto: voce, chitarra, basso e batteria. Costruzioni interessanti, rifiniture di pregio, un bel mood di fondo, nessuna deriva commerciale, nessun rock senile. Forse mancano un paio di brani melodicamente più incisivi però non va sottovalutato il fatto che l’album è credibile, indiscutibilmente rock e davvero niente male.

UFO “The Chrysalis Years 1973-1979” (Chrysalis EMI 2011) – TTTTT

10 Feb

Questa iniziativa della Chrysalis vale il massimo dei voti: tutto il periodo Schenker (quindi l’epopea storica del gruppo inglese) degli UFO racchiuso in un cofanetto da 5 cd contenenti i cinque album da studio, il disco dal vivo, un concerto del 1974 inedito, qualche BBC session e qualche rarità che appare per la prima volta in cd. Il tutto ad un prezzo contenuto: 15 euro o poco più. FORCE IT (1975), LIGHTS OUT (1977) e il live STRANGERS IN THE NIGHT (1979) è tutta roba da cinque stelle, hard rock inglese ( europeo?) di massimo livello. Il resto è uno o due gradini sotto, ma comunque sempre apprezzabile. Hard rock geometrico, preciso, compatto, con una chitarra splendida, un cantante bravo e grintoso e un gruppo solido.

Consigliatissimo.

JEREMIAH JOHNSON (1972): film e colonna sonora – TTTTT

7 Feb

Sabato scorso, serata trascorsa in casa, fuori nevica…solito animo in sofferenza, infilo CORVO ROSSO NON AVRAI IL MIO SCALPO nel lettore e mi rigetto per l’ennesima volta tra le braccia del mio film preferito. Non voglio fare recensioni, ma in breve è la storia di un ex soldato disilluso (trattasi della guerra tra Stati Uniti e Messico) che cerca riparo per la sua anima tormentata tra le montagne rocciose, diventando così un vero mountain man. La storia è presa da un paio di libri: Mountain Man di Vardis Fisher e  “Crow Killer: The saga of Liver-Eating Johnson” (“L’uccisore dei Corvi: la saga di “Mangiafegato” Johnson“) di  Raymond Thorp e Robert Bunker. Il film insomma è basato sulla vita reale di tal John Johnston, soprannominato mangiafegato perchè – si diceva –  era solito mangiare l’organo in questione dei nemici che uccideva (ma in verità sembra non fosse esattamente così). Johnston ebbe una vita straordinaria, chi volesse approfondire può cliccare su questo link: http://www.johnlivereatingjohnston.com/

Il film tuttavia ridisegna i tratti del personaggio principale con maggior eleganza e fascino pur mantenendo una certa crudezza di fondo. JEREMIAH JOHNSON (titolo originale del film) fu il primo film a trattare gli indiani con una certa dignità: certo, ostili all’uomo bianco, ma dipinti con il dovuto rispetto alla loro cultura e tradizioni. Da questo film BERARDI e MILAZZO trassero ispirazione per il fumetto KEN PARKER, guarda un po’ il mio preferito in assoluto.

L’accoppiata SYDNEY POLLACK e ROBERT REDFORD è azzeccatissima, il film raggiunge vette (è il caso di dirlo) così struggenti da sistemarci l’animo per anni interi. La maestosità dei paesaggi, il fascino spaventoso di una solitudine totalizzante, il senso blues continuo e ininterrotto, l’essere umano ripreso nei suoi tratti più naturali…cazzo, niente è meglio di questo film.

La colonna sonora è indimenticabile, soave, struggente, magnetica. Composta da John Rubinstein e Tim McIntire e disponibile fino a poco solo in LP, ora ristampata con materiale in più e naturalmente ripulita. La sto ordinando, la versione lossy in mio possesso non mi basta.

ROBERT PALMER “Drive” (Universal – 2003) TTTTT

2 Feb

Di questo disco me ne parlò PICCA mesi fa. Eravamo ad uno di quegli incontri della Congregazione degli Illuminati del Blues quando tirò fuori questo titolo e disse “E’ molto bello”. Quando Picca dice che un disco è molto bello, meglio credergli.  Lo ordinai poco dopo su Amazon ma mi arrivò molto più tardi, qualche settimana fa. Questo è un disco di blues, di blues vero, un disco con la stessa credibilità dei dischi di Muddy Waters fatti con la Chess. Robert Palmer ci sapeva fare, che il demonio lo abbia in gloria. Questo è uno di quei dischi di blues che dovrebbero essere portati ad esempio, che dovrebbero essere insegnati a scuola. Niente accademia, niente giri rompipalle, niente blues annacquato che piace anche a chi guarda i programma Mediaset. Un disco di blues fatto nel 2003 che sia credibile, sembra un ossimoro, eppure RP ci è riuscito.

MAMA TALK TO YOUR DAUGHTER di J.B.Lenoir è un blues feroce, affrontato con una convinzione porca e che apre le porte ad una serie di episodi che toccano le varie sfumature del blues, TV DINNER degli ZZTop inclusa , fighissima. Sei lì ormai perso in un groove spirutuale denso di blues quando – appena introdotta da LUCKY – arriva STELLA, un’onda dal mar dei caraibi che arriva a spruzzarti. Sul momento rimani stupito, ma poi capisci che fa tutto parte dello stesso quadro.

DR ZHIVAGO’S TRAIN si dipana lungo matasse di binari americani con un  senso di disperata tristezza che evapora non appena parte AIN’T THAT JUST LIKE A WOMAN un blues veloce alla CANNED HEAT. Ancora ferocia ed eleganza sguaiata in HOUND DOG per poi scivolare sul fango della Louisiana con CRAZY CAJUN CAKE WALK BAND. Bello poi notare che anche le scelte meno originali come I NEED YOUR LOVE SO BAD e IT HURTS ME TOO sono corroborate da performance di rilievo che evitano che il ditino agisca sul telecomando per andare alla prossima canzone. Chiusura alla porca madosca con IL BLUES DEL VITELLO DELLA MUCCA DA LATTE (sì, certo, MILK COW’S CALF BLUES) del nostro padre putativo, ROBERT JOHNSON.

Gran disco dunque, per quelli come noi un disco da avere, in versione originale. ROBERT PALMER, we salute you…già, ti rendiamo onore, Roberto.