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La PICCA’s GUIDE alle grandi canzoni in ordine sparso – MORE THAN A FEELING – Boston 1976

10 Gen
Boston – More Than A Feeling
Ovvero: Tom Scholtz, deus ex machina del progetto Boston,  inventa l’A.O.R., l’Adult Oriented Rock, e il primo lp della band vende fantastiliardi di copie. E’ l’apogeo dello ‘stadium rock’ di metà ’70, quando i grandi stadi aprono ai tours con frequenza sistematica e c’è bisogno di pompa sonora per raggiungere le orecchie più lontane, mentre le radio FM spuntano come funghi e rinnovano il catalogo dell’immaginario canzonettaro.

‘Ordine e disciplina’ potrebbe essere il sottotitolo a questo meraviglioso singolo dei Boston che conferì nuovi significati alla locuzione ‘ascoltare musica in macchina’. Qualcuno sosteneva (Gino Paoli?) che in Italia non è possibile fare del rock perché per strada ci sono troppe curve e troppi semafori. E’ probabilmente vero. Il flusso di un classico da car stereo come MTAF prevede freeways sgombre e rettilinei privi di scarti sia per concepire ma anche soltanto per godersi i nuovi canoni (per il ’76 s’intende) del sound americano: cantante con falsetto da castrato però privo delle sporcizie blues degli urlatori hard, chitarrismo virtuosistico ma estremamente melodico e controllato spurgato dalle imprecisioni e dalle improvvisazioni sbrodolate, facilità di assimilazione della melodia tenuta quasi sul dirupo della banalità.
L’ordine e la disciplina di cui sopra, insomma.

Stupisce anche l’anonimato che permea la band, anche se completa del look quintessenziale del periodo, righe in mezzo fonate, salopettes a torso nudo, platform shoes da dodici cm, batterista cavernicolo con capello afro e proliferazione di baffi,  le cui personalità vengono  annullate dall’ impatto del mostruoso successo del disco. I Boston, seppur grandissimi nei primi due albums,  rappresentano loro malgrado il Bignami di quel genere rocchettone yankee che si potrebbe definire ‘Se si rompe il distorsore sembriamo i Cugini di Campagna’ che poi renderà felicissimi i contabili di gente come Journey, Styx, REO Speedwagon fino a Jon Bon Jovi. Musica per ingasarsi in macchina con lo stereo 8 a tutto volume mentre si sgomma verso il diner a masticare burgers e a riempirsi la pancia di birra, nella speranza che la Wendy o la Jenny di turno finalmente te la smollino sul ribaltabile della Chevy.

 

 

Parole, ricerca fotografica e video di Stefano Piccagliani – (C) 2012

La PICCA’s GUIDE alle grandi canzoni in ordine sparso – BURN DOWN THE MISSION – Elton John 1970

9 Gen
Prima di trasformarsi in una specie di stucchevole bambolotto da mondano jet-set e in pianobarista di lusso per servizi funebri di principesse-pop scomparse (pianobarista nel senso di bara), Elton John eruttava canzoni con la naturalezza con cui noi mortali liberiamo gas in eccesso dopo una fagiolata. Dal 70 al 77 se gli davi un piano, un po’ di liriche del suo pard Bernie Taupin e un paio d’ore, se ne sarebbe uscito con un greatest hits. Il suo secondo album Tumbleweed Connection è il mio disco di Elton preferito assieme a Madman Across the water, proprio perché in quel disco E.J. riuscì nella titanica impresa di non inserire nessun epocale successo a 45 giri, nessuna ingombrante canzone-mostro che si mangi tutto il resto (i tumbleweeds sono quelle sfere di sterpaglie che classicamente attraversano le strade del west, almeno nelle ricostruzioni hollywoodiane).
Tumbleweed, un affresco seppiato dell’Old America probabilmente influenzato dal Big Pink della Band, uno dei dischi più decisivi del cambio di marcia del rock di allora che stregò anche il Clapton stanco dei Cream e l’Harrison di All Things Must Pass, si concludeva con questa cavalcata sinfonicamente western dai repentini cambi di tempo in cui coesistevano la melodia british e magistralmente ruffiana dell’Elton di allora e la liberatorie frenesia white-gospel dell’idolo di Elton, Leon Russell. E’ un brano epocale ma non da Best Of: un brano da box set, insomma. L’altissimo artigianato di Elton permette anche due cambi di tonalità abbastanza arditi nei ritornelli, impreziositi da uno dei più piacevoli falsetti mai sfoderati da un cantante pop, da assaporare in parossistico fervore anche nella scarna versione dal vivo in trio (!), smagrita dall’orchestrazione pomposa di Buckmaster e decorata da facezie honky tonk e settime da funzione metodista, offerta nel primo live di Elton, ove le manine cicciotte e inadatte al pianismo del nostro brevilineo eroe dimostrano che nel rock il fisico conta sì, ma fino a un certo punto.
Elton pagherà la sua strepitosa bulimia compositiva (10 albums dal ’70 al ’76, di cui due doppi, pieni di numeri 1, tre live, singoli e altra abbondanza) ridimensionando verso il basso il suo talento per affrontare la cialtroneria anni ’80, e sarà penalizzato dalla messe di epigoni più o meno ispirati (destino comune dei veri precursori) che ne inflazioneranno il sound annacquandone l’impatto (Leo Sayer, Gilbert O’Sullivan, il primo Billy Joel).

 
Parole, ricerca fotografica e video di Stefano Piccagliani – (C) 2012

La PICCA’s GUIDE alle grandi canzoni in ordine sparso – Track one: JUNGLELAND – Bruce Springsteen 1975

7 Gen
Parlavo con Beppe Riva un po’ di tempo fa, del blog e dei miei amici collaboratori, giunto al nome Picca non potei che fargli sapere una volta di più quanto bene e quanta stima avessi per l’amico in questione, raccontandogli in sintesi che razza di personaggio fosse Stefanino Piccagliani. Beppe mi disse che non gli sarebbe dispiaciuto leggere qualcosa di suo che fosse legato in senso stretto alla musica.  Era quello che avrei voluto anche io. Il fatto è che chiedere agli amici di scrivere per il tuo blog, non è semplice né automatico. Se lo chiedessero a me non so mica se direi di sì. Con Picca però sono amico ormai da 32 anni, da cinque anni ci frequentiamo più o meno assiduamente e posso dunque permettermi di spingere sull’acceleratore . Glielo chiedo, mi guarda con un mezzo sorriso e fa un cenno col capo, non chiarissimo. Qualche giorno dopo mi inizia ad arrivare qualche sms con idee circa una sua rubrica più o meno fissa. Prima mi propone un  cosa, dopo due giorni cambia completamente idea e mi propone questa che state per leggere. Ne parliamo come se dovessimo decidere la linea editoriale di una rivista e non di un bloggettino provinciale e campagnolo sperduto nella black country di Reggio Emilia. Che professionalità, ragazzi. Ieri mi è arrivato il primo pezzo, questo su Springsteen e nel leggerlo mi sono esaltato e compiaciuto che una cosa del genere finisca sul mio blog e dispiaciuto perché una cosa del genere finisce solo sul mio blog invece che sulle pagine di Mojo. Picca si incazzerà, non vuole mai complimenti, ma non posso esimermi dal farglieli. Cazzo, questa è roba forte.
Terminata la sbandata psichedelica ‘acid’, sfumata la sbornia country rock e metabolizzata l’indigestione progressive che agli americani non andò mai giù del tutto, ecco che nel ’75 arriva Bruce armato di estetica pre-Beatlesiana con la sua liturgia retro-rock dell’album Born To Run, un disco che avrebbe potuto intitolarsi ‘riportando tutto a casa’ se Dylan non ci avesse già pensato 10 anni prima. L’America ritorna alle origini della musica che si era vista scippare da più di una British Invasion, riparte dal Muro Del Suono di Phil Spector, dalla mistica ‘american way’  dei ‘glory days’ dei melodrammi pop delle Ronettes, delle Shangri-Las, dei Righteous Brothers e di Frankie Valli, al romanticismo virile da Fonzie al calcinculo stile West Side Story. Jungleland sarebbe stata intonatissima nel libretto di Bernstein con i suoi Romeo & Juliet portoricani grazie alle suggestioni da ‘beautiful loser’ delle liriche, le tastiere e la batteria a contrappuntare Broadway-style, con la voce stentorea e operistica di Bruce  carta-carbonizzata sullo stile di Roy Orbison nel tentativo, riuscito, di riportare la musica U.S.A. alla sua Età Dell’Innocenza, prima che i capelloni, la protesta folk, Charles Manson e Frank Zappa arrivassero a incasinare il tutto.
Jungleland (e tutto Born To Run) si rivela un coraggioso musical in odore di Gioventù Bruciata che funziona meravigliosamente rimanendo sul ciglio del ridicolo senza mai precipitare. Dal vivo Springsteen offre concerti fiume fino allo sfinimento fisico e psichico, recuperando covers lasciate ad impolverare dalla cricca West Coast che aveva dominato fin lì la scena, robe di Jackie Wilson, Mitch Ryder, Manfred Mann. In fondo compie l’operazione del punk e del ‘back to the real stuff’ ma senza fare polemiche, senza nichilismo e con la rabbia ribelle sotto controllo nel sorriso sghembo della basletta pronunciata ancora coperta da una barbaccia ‘early seventies’. E per introdurre il drama dei suoi brani, sul palco racconta storie divertenti e affascinanti sul tema dell’amato boardwalk di Asbury Park sfoggiando uno spiccato accento del New Jersey (uno degli accenti più ridicolizzati negli States) che chi in seguito seguirà i Sopranos ritroverà magicamente. E’ perfettamente inserito nel cosmo del cinema di allora, il cinema dei blue collar heroes inurbanizzati di Coppola, Scorsese e Schrader, con le facce di Pacino e De Niro e (perché no?) dello Stallone di Rocky a esaltare la figura del ‘gumba’ italo-americano  (gumba sta per compare in slang broccolino). Dopo il successo planetario di Born in The U.S.A. il Boss abbandonerà quell’accento, scegliendo un twang del midwest con influenze sud-californiane, e purtroppo abbandonerà anche la grandiosa ambizione compositiva di brani come Jungleland, in un certo senso il suo brano più ‘prog’, capendo che con tre accordi semplici, un testo socialmente corposo e un po’ di carisma e Bruceness si potrà portare lo stesso a casa la pagnotta.
Molti avranno nostalgia del Bruce grandioso e felicemente retorico del ’75, col fiato della CBS  sul collo pronta a scaricarlo e a preferirgli il più vendibile Billy Joel. Meat Loaf e Jim Steinman, in combutta col perfido Todd Rundgren, scriveranno un intero album ‘presa per il culo’ di Bruce qualche tempo dopo l’uscita di Born To Run: il bombastico,  fumettistico e vendutissimo Bat Out Of Hell.

 
Parole, ricerca fotografica e video di Stefano Piccagliani – (C) 2012

VINYL RIP MANIA di Picca

16 Nov

(Modena)

Domenica mattina, barba fatta, caffè preso, ascella deodorata, mi avventuro in un giro a piedi nel centro di Modena con le cuffiette dell’IPod inserite nelle orecchie. Modalità shuffle (pezzi a caso scelti dall’ aggeggio). La novità epocale consiste nel dettaglio che nell’HD portatile ho solo ‘vinyl rips’ ovvero brani scaricati delinquentemente dal web tratti da vinile digitalizzato, insomma un cazzone di Pittsburgh si mette lì e trasforma un lp magari giappo di stampa superba in un file lossess. Lo so che è mania da rincoglioniti (sia la mia che quella del tizio di Pittsburgh) ma i tempi sono questi.

Tutto sommato fa piacere sentire qualche cik e ciak mentre va la canzone e il suono è, nonostante l’appiattimento inevitabile della digitalizzazione, più corposo, o almeno mi sembra, tanto ormai tra remasters, black triangles, SHM, vinile a 180 grammi, dolby 5.1, surround, prime edizioni e immersion editions non ci capisco più uno stracazzo e la mia capacità di scindere tra realtà e percezione della stessa è ormai fritta.
Ry Cooder, Little Feat, uno Zep, un paio di Cream (in vinile seppur farlocco i Cream ci guadagnano un tot) si alternano con piacevolezza.
(Little Feat)
(Cream)
In attesa del vinile blue ray (prima o poi arriverà, state certi).
Picca 2011 (c)

ANNO NUOVO, MORTE NUOVA di Giancarlo Trombetti (ovvero la fine del CD e gli scenari possibili)

14 Nov

Non è vero che Feisbuk non serve a niente. Ogni tanto c’è l’amico che ti segnala un articolo o una notizia che a te era sfuggita e che proprio ti fa piacere leggere. Marco mi segnala un articolo che compare, ripreso, sul Rockol.it diretto dal mio amico Zanetti : “Major pronte ad abbandonare il Cd nel 2012”. Leggo avido le prime righe: secondo un magazine di rete, Side Line, le rimanenti quattro (…o tre? mah?) Grandi Etichette, starebbero per accordarsi sull’interruzione della produzione del compact disc entro il 2012. Nessuna delle etichette coinvolte smentisce, cosa che farebbe pensare a una solida base di realtà nell’affermazione. “Il piano “segreto” dell’industria discografica prevedrebbe la sostituzione pressoché totale e in tempi brevi dei cd con la musica in streaming e in download distribuita attraverso piattaforme come Spotify e iTunes.” continua il pezzo…

stupisco: meraviglioso….vado avanti: “La produzione di supporti “fisici” resterebbe conseguentemente confinata alle costose edizioni limitate e di lusso destinate al pubblico dei fan e dei collezionisti e che in effetti proliferano già sul mercato o ai packaging speciali di dischi nuovi come il recentissimo “Lulu” di Lou Reed e Metallica”.

Geniale, creativo, spettacolare! Resto di sasso. Non avevo mai assistito a un suicidio in diretta e vederne uno per la prima volta con il sangue che ti schizza addosso fa sempre un certo effetto. Mi godo il momento, un po’ come i fan dello splatter vedono e rivedono al rallentatore la testa del protagonista che esplode nel corso del cineforum organizzato a casa dell’amico di turno. E concludo: ma certo, quando uno è una capra priva di qualsiasi riflesso che non sia quello condizionato, quando si è di fronte all’assoluta mancanza di conoscenza del mercato, quando si è giunti al posto che si occupa solo per una concatenazione di eventi, spararsi nelle palle perché stamani al capanno non passano tordi mi pare la soluzione più logica. Ed il fucile va pur sempre scaricato, no?

Un momento. Un paio di respiri profondi e riflettete con calma. Perché il massacro prossimo venturo cui state assistendo non è cosa che non vi tocchi; forse lo credete con un po’ di ingenuità, ma così non è. Tentiamo di riassumere brevemente: il passaggio dal vinile a 45 giri a quello a 33 molto più remunerativo e importante non avvenne per una precisa previsione del mercato. Fu un passaggio dettato dalla scoperta del mercato stesso che ciò che stava sottoterra era diventato di uso comune e che il mainstream, la cresta dell’onda, era diventata l’onda stessa. Con il 33 giri, per vent’anni esatti, la discografia riuscì ad incassare l’incassabile, spesso per caso, molto più spesso per fortuna cieca che viene comunemente definita come “culo mostruoso”. Le storie sul rifiuto dei più grandi artisti da parte di direttori artistici rincoglioniti sono note a tutti.

Così venne la fine degli ottanta, quando la guerra del “supporto magico” intrapresa tra l’olandese Philips e la giapponese Sonyallo scopo di moltiplicare percentuali attive diminuendo contemporaneamente costi e giacenze condusse all’invenzione del compact disc. Il tempo di strappare dalla bocca degli acquirenti/dipendenti il vinile fornendogli il solo cd come tramite e lasciar digerire loro un raddoppio dei costi a fronte di un dimezzamento, o quasi, delle spese e qualcuno scoprì la rete. Econ essa la necessità, oltre che il piacere, di condividere, scambiare e passare file da un capo all’altro del mondo civilizzato in un batter d’occhio. La valanga prese dimensioni incontenibili con la diffusione di quell’infernale aggeggio per imberbi creato dal genio di Jobs: l’ iPod. Da quel momento la musica, la sua fruizione, la diffusione e, conseguentemente, la vendita non furono più le stesse. E il sistema, inteso come mercato se ne andò bellamente a meretrici; lo abbiamo detto più volte e diamolo pure come fatto acquisito. Il fatto che al fiuto e all’orecchio, alla creatività e all’istinto si fosse sostituita una macchina da guerra in grado di gestire i mercati ma non di crearne di nuovi fece il resto.

In sostanza, da quel calcio negli organi riproduttori, il music business non si riprese più. Sì, qualcuno si mise a far causa alla casalinga di Seattle piuttosto che al ragazzino di Boston, chiedendo qualche centinaio di milioni di dollari di danni, giusto per far ridere il lettore del quotidiano di turno, ma nella pratica i discografici si misero serenamente a sedere sull’altro lato della strada a osservare la propria azienda che bruciava. Lasciando che negli ultimi vent’anni crescessero nuove generazioni totalmente prive dell’istinto e della volontà di acquisto; per i ragazzi di oggi la musica è una “cosa” che si trova sul web e che si ascolta dopo averla scaricata gratuitamente. Una strana evoluzione del concetto dei settanta “la musica è nostra e non paghiamo!”. Questo fino ad oggi. Perché oggi, nella tragicomica vicenda arriva il colpo di teatro, l’essenza del genio, l’intervento del deus ex machina che tutto risolve. Il mercato è a pezzi? Il cd è durato poco o nulla, certo meno del previsto? La possibilità di riprodurselo all’infinito con una lira a casa propria ha ucciso la diffusione del supporto ufficiale? Il web ha fagocitato qualità ed ha inibito le facoltà intellettive di chi sarebbe pagato per trovare soluzioni? Bene! E loro con una rete che distribuisce e accoglie come un’immensa ameba in perenne espansione qualsiasi espressione musicale che fanno? Decidono di tagliare fino in fondo la voce costi! Se non produrremo più cd non spenderemo più inutilmente un penny per stamparli, distribuirli e vederli invenduti. La soluzione? Ma esattamente quella che ha ucciso la musica stessa: il download a pagamento. Incredibile, stupefacente. In particolare nel primo corollario di quella legge che decreta la morte della musica commerciabile: però il cd esisterà sempre nelle edizioni speciali, costosissime e vendute a un pubblico ben individuato. E nel mondo, i restanti coraggiosissimi rivenditori ancora in attività, che si barcamenano tra edizioni da duecento euro e ristampe a 9,90, terminate le scorte, ripuliranno le vetrine, licenzieranno i dipendenti e attenderanno tranquillamente che le quattro (o tre?) majors forniscano loro qualche edizione speciale a qualche centinaio di euro o dollari per il loro pubblico speciale.

Praticamente delle gioiellerie. A meno che Amazon non si prenda la responsabilità di gestire tutto il mercato.

E mentre i ragazzini continueranno a scambiarsi file compressi buoni solo per le loro scatoline di fiammiferi, progressivamente la musica che ci circonda – nei centri commerciali, nei negozi, negli altoparlanti sparsi ovunque intorno alle nostre vite – diventerà dapprima sempre più banale per trasformarsi in sempre più rara e massificata; inutile.  Il blues suonato con le gocce di sudore che cadono sulle sei corde, il jazz che trascina e avvolge, il rock che ti fa saltare e aumentare il battito, il country che profuma di erba e fieno perderanno il loro stimolo vitale per sopravvivere solo nell’esibizione dal vivo, nel luogo dove tutto diverrà conosciuto e noto senza promozione, senza mercato, su passaparola, esattamente come il mainstream del 1969 rappresentò quella cresta dell’onda che spostò il baricentro dal 45 giri al 33 sulla base dell’ignoto che diventava noto, comune a tutti. Ed andrà a finire, così, che forse tra vent’anni rinascerà una nuova classe di discografici che capirà come si gestisce un’Arte e la si vende senza banalizzarla, senza ucciderla.

Non so se vivrò abbastanza da vedere questa ulteriore fase del ricorso storico, ma una cosa per certa: ho abbastanza viveri nella mia discoteca per andare tranquillamente a letto strafregandomene del file scaricato da internet su un HD che potrò collegare al mio pc così come al mio televisore digitale e mentre navigherò utilizzandolo come browser in attesa del programma preferito, mi ascolterò….nulla. Non me ne frega proprio nulla. Finché potrò andare in camera mia, accendere il mio vecchio impianto, scegliere se ascoltare le AR o le JBL e metter su un vecchio disco del 1971, registrato in una sala da concerto che non esiste più, presentato da un promoter che è morto e la cui foto di copertina venne scattata contro il muro di un piccolo ristorante tenuto da una anziana nera chiamata Mama Louise che a quei ragazzi faceva credito finché non fossero stati in grado di pagarle i pranzi con il loro lavoro

….mi sono barricato, cancellate tutto quel che volete, datemi solo il tempo di metter da parte un paio di puntine di riserva per il mio braccetto e posso campare a lungo.  Cazzi vostri.

Giancarlo Trombetti 2011 (c)

Considerazione su Clarence Clemons

11 Nov

Francesco lo conosco ormai da diversi anni, tramite Polbi; romano trapiantato in Emilia, fratello di sangue black and blue, fratello di sangue rock e di affinità elettive. Francesco ama il rock americano di Springsteen quanto io amo l’hard rock blues inglese. Francesco è uno con cui ci si può sedere ad un tavolo e parlare di illumismo, oltre che di calcio e di figa. Pubblico dunque con piacere questa sua riflessione su Clarence Clemons, il nero sassofonista di Bruce che se ne è andato questa estate.

Questa estate, a Scilla, parlando di musica fra un’immersione e l’altra con Paolo, è venuto fuori qualcosa sulla recente scomparsa di fratello Clarence Clemons e sulla sua importanza nell’economia del suono della E-Street Band. Inutile dire quanto questa perdita mi abbia colpito, io springsteeniano almeno nella stessa misura in cui sono interista, cioè non dalla nascita ma da vite precedenti. La domenica di giugno in cui ho appreso la notizia ho pianto come un bambino, e c’è voluto un po’ per spiegare a Clara che andava “tutto bene, papà non ha niente, però…” Frase fatta, lo so, “sono sempre i migliori che se ne vanno” però poi leggendo certe notizie sulle vicende politiche di casa nostra scopri che… è proprio così! E allora Paolo mi ha invitato a scriverti qualcosa per il blog.

Lo faccio ora, con la mente (e il cuore) più lucidi e sollecitato dalla visione del bellissimo documentario sul “Making of Darkness on the Edge of Town” contenuto nello splendido cofanetto uscito lo scorso anno. In un passaggio dell’intervista in cui ricorda la lavorazione di quell’album Bruce dice che faticava ad inserire nei vari pezzi il suono del sax di Clarence: ecco, quella è stata la conferma alla mia “teoria della speranza” che si sprigionava ogniqualvolta Clarence dava fiato – e “pompa” – al suo strumento.

Bisogna fare un piccolo passo indietro, a quel “Born to Run” che sancì definitivamente la grandezza di Springsteen, della sua musica e delle sue “sceneggiature” di tre-quattro minuti. Già il titolo è un manifesto, born to run, rende subito l’idea di dinamismo, di qualcosa che si muove e non vuole – non può – fermarsi, qualsiasi cosa stia succedendo intorno. I testi di Bruce parlano di vita vissuta, spesso ai margini, lavorando tutto il giorno inseguendo quel “sogno americano” che, per la maggior parte degli americani, resta appunto un sogno e basta. Però in BTR (vado con gli acronimi) la speranza è sempre viva, anche quando sembra che vada tutto storto: e nel suono questa speranza è scandita proprio dal sax di Clarence. Quando la canzone si “apre” ed entra il sax, eccola lì la speranza: magari effimera, illusoria, ma speranza diamine! E infatti in quel disco Clarence è uno dei protagonisti indiscussi – a partire dalla splendida copertina – insieme al piano di Roy Bittan. Senza il suo sax quelle corse in macchina non porterebbero da nessuna parte e magari Wendy avrebbe detto no, e Mary non avrebbe mai potuto abbandonarla quella città di perdenti, le strade secondarie sarebbero rimaste per sempre vicoli bui e maleodoranti e non luoghi ove comunque poter vivere la propria giovinezza, non ci sarebbe stato nessun Eddie a darci un passaggio e magari insieme a Magic Rat sull’asfalto ci sarebbe rimasto pure qualcun altro. Ecco, l’assolo di “Jungleland”, quello che Gianluca Morozzi ha definito “strappa ginocchia”, a chiudere un disco malinconico ma forte, sconfitto ma mai domo, stanco ma sempre in corsa, disilluso ma fiero!

Tutt’altra cosa “Darkness on the Edge of Town”, anche qui già a partire dal titolo. Stavolta ai margini della città c’è solo buio, un buio minaccioso e avvolgente che ci impedisce di guardare oltre, di vedere una speranza, un sogno, un amore. Già, proprio questo è il punto: non c’è una canzone d’amore in “Darkness”, e Bruce stesso lo conferma nell’intervista cui accennavo prima: neanche “Candy’s room” la si può considerare tale. Avrebbe dovuto esserci nientemeno che “Because the Night” ma fu esclusa all’ultimo momento e poi sappiamo come andò a finire. Incidenti in autostrada, fabbriche che ti portano via la vita, strade di fuoco e terre promesse che poi tanto promesse non sono, padri che incolpano i figli del proprio fallimento, ma amore niente. E senza amore, beh, quale speranza potrebbe esserci? E allora No speranza No Clarence, il suo sax relegato in secondo piano, quasi avesse paura di disturbare l’elaborazione del dolore che viene fuori dai solchi del disco. E sarà sempre così, tutti i dischi più “cupi” e drammatici di Springsteen faranno a meno della speranza e della forza sprigionata da questo grande uomo (grande in tutti i sensi): “Nebraska”, “The Ghost of Tom Joad”, “Devils and Dust”. Così è la vita, per tutti: si passa dalla speranza all’ansia di non farcela e poi di nuovo alla speranza, e così via. E Bruce, da 40 anni, non fa altro che raccontarela vita.

Nessun addio fratello Clarence, tanto lo sappiamo che tu sarai sempre qui con noi, e ogniqualvolta avremo bisogno di sperare ci basterà far partire un tuo assolo…”

Francesco Prete (C) 2011

MISTY ALLMAN HOP: un salto alla Big House, the Allman Brothers Band Museum

8 Nov

Il nostro Polbi oggi compie gli anni, e noi gli pubblichiamo questo bell’articolo. Auguri Polbi, dai tuoi brothers and sisters del blog.

Dal nostro corrispondente negli States, Polbi:

Vecchio mio, questa te la devo proprio raccontare.

Sono appena tornato da un viaggio in macchina con Margaret da Detroit ad Orlando in Florida per motivi legati all’attivita’ subacquea. Una fiera, delle immersioni in grotta, tutte cose molto interessanti e andate benissimo. Ma non e’ di questo che volevo parlarti.

Allora… quando si viaggia in macchina in america, le stazioni di servizio sono fuori dall’autostrada, mentre lungo il percorso trovi diverse aree di sosta molto bene organizzate. Durante l’ andata, due giorni praticamente non stop tanto per capirci, ci siamo fermati nell’area di sosta di Macon, Georgia.

(Macon all’inizio del secolo scorso)

Come spesso accade, c’era uno spazio informativo realtivo alla citta’, con personale e materiale turistico vario. Margaret, sperando in una sosta nel viaggio di ritorno, ha iniziato a chiedere un po’ di cose. Io in Georgia non c’ero mai stato, ed e’ un posto famoso per la bellezza delle architetture, la storia, i paesaggi e mille altre cose, che probabilmente sai meglio di me. E cosi’ parlando con un simpatico addetto al pubblico, scopriamo che Macon e’ anche un posto  con una grande tradizione musicale. Otis Redding e Little richard sono nati qui e c’e’ anche uno storico teatro che ha ospitato le primissime esibizioni di Bessie Smith, James Brown e numerosissimi altri geni della musica nera americana. Ci sono tante testimonianze della guerra civile, chiese molto belle e case-museo interessanti. Fra cui una: La Big House, casa comune degli Allman Brothers. Aperta al pubblico e in parte adibita a museo della band. Un brivido mi corre lungo la schiena. Certo, come ho fatto a non pensarci, Macon Georgia e’ la citta’ dove stavano gli Allman! Che roba ragazzi, non mi sarebbe mai venuto in mente se non ci fossimo fermati a parlare con il tipo…Pero’ veramente non abbiamo tempo, dobbiamo essere in Florida in serata, e’ tempo di muoversi. Prendo al volo un paio di depliant e spero di farcela al ritorno.

(Macon oggi)

E cosi’, dopo qualche giorno di Florida e immersioni in sorgente, eccomi di nuovo sulla Interstate 75 a macinare miglia con la testa piena di pensieri, e ricordi vicini e lontani tutti mischiati insieme, come capita quando guidi in macchina per molte ore di seguito. Il paesaggio e il clima cambiano lentamente col trascorrere delle ore, dall’ambiente sub tropicale della foresta in Florida, all’autunno dolce e colorato della georgia del sud, e poi finalmente Macon. Oggi con l’aiuto dei navigatori gps e’ diventato tutto piu’ facile, e in un attimo siamo nel centro storico. Prima grande meraviglia, un centro storico in una citta’ americana. Arriviamo al Visitors Center, e scopriamo che siamo arrivati troppo tardi, sono le quattro e mezza di pomeriggio e per misteriose ragioni tutto chiude alle cinque!

Da uomo del sud quale sono, accetto il bizzarro orario al pubblico senza fare troppe discussioni, ma, al tempo stesso, proprio perche’ sono un uomo del sud, so che non bisogna mai fermarsi alle apparenze in questi casi e a queste latitudini, America o Italia che sia. Chiedo quindi a Margaret di fare una telefonata all Big House, non si sa mai, magari sono ancora aperti e ci lasciano dare un occhiata…Magari se gli dice che veniamo dall’Italia e da Detroit…Aspetto quindi con un nodo allo stomaco mentre lei digita il numero e parla con qualcuno li’… ed ecco che un sorriso le si apre sul viso. Non solo ci aspettano senza nessun problema, ma oggi nel giardino hanno organizzato un concerto, quindi andranno avanti tutta la notte a suonare, bere, mangiare e quant’altro. Ce la possiamo prendere comoda, no problem. Salto di gioia, benedico il dio del tuono e del r’n’r’ e mi vado a fare una passeggiata in tutta tranquillita’ nelle strade di Macon inondate di sole. La citta’ si sviluppa su una collina e questo le da’ un fascino in piu’. E’ piccola e a piedi si va ovunque. Architetture fantastiche, case in stile ‘800 grandi e bellissime. Qualche persona in giro, un po’ di poverta’ di troppo direi a vedere certi tipi e situazioni, ma niente di particolarmente allarmante. Noi veniamo da detroit e questo e’ niente. E poi, questi sono gli States bellezza, non si scappa alla regola.

Finalmente saliamo in macchina, e dopo un brevissimo traggitto in salita, questione di minuti,  arriviamo alla Big House. Siamo ancora praticamente in centro e la casa da lontano e’ alquanto imponente. Nel giardino sul retro stanno facendo un soundcheck, e’ un ambiente spazioso con dei grandi alberi dai colori autunnali. Un grande cancello in ferro lavorato con un fungo gigante e la scritta “ The road goes on forever” e’ la prima cosa che noto. Un uomo dai capelli lunghissimi ci sorride sul marciapiedi. Arrivati alla porta di casa suoniamo il campanello, anche esso a forma di fungo, e un ragazzo ci apre la porta dandoci un caloroso benvenuto. Ci stavano aspettando, sanno che veniamo da Detroit e Roma, sono felici della nostra presenza, l’ingresso costa otto dollari e se vogliamo possiamo fermarci per il concerto tutto il tempo che vogliamo. Poi ci da’ qualche informazione di base sulla struttura della casa-museo, una guida molto semplice e dettagliata, un altro paio di depliant e ci saluta che hanno da fare per la serata. “ Andate in giro, fate come volete, e se avete bisogno mi trovate in giardino”.

Mi guardo in torno e la prima sensazione che ho e’ quella di non essere affatto in un ambiente da rockstar, ma in una grande vecchia casa americana come ce ne sono tante, tuttora abitate spesso da ragazzi che continuano ad adibirle a casa-studio-sala prove. Certo questa e’ proprio molto grande, ma se pensiamo che ci ha vissuto a fasi alterne tutta la famiglia allargata degli Allman Brothers…stiamo parlando di decine di persone fra musicisti, roadies, compagne, bambini e animali!

Alcune stanze sono adibite a museo, con una collezione di memorabilia e materiale vario connesso alla band veramente incredibile. Non sai dove guardare, posters dell’epoca, riviste, migliaia di foto, backstage pass, dischi d’oro, vestiti colorati, di tutto di piu’. E poi strumenti. Chitarre, la Les Paul di Duane davanti ai miei occhi, amplificatori, batterie, bassi, strumenti acustici. La custodia da basso con le lettere della band che appare in copertina del live al Fillmore, messa nella stanza dove provavano quasi tutti i giorni. Brividi. Altre stanze invece sono rimaste intatte come ai tempi della band. La camera da letto di Duane. Quella di Berry Oakley, che aveva originariamente affittato la casa con la moglie e la precisa intenzione di trasferirci tutta la band. Non un filo di lusso, niente del superfluo dei nostri giorni, ma la calda eleganza di una casa padronale di duecento anni. Ancora brividi. Nel frattempo gente arriva per il concerto. Qualcuno gira per la casa, ma ho la sensazione che ci siano gia’ stati. In cucina al pianterreno c’e’ segnalato il punto dove Betts ha scritto Ramblin’ Man, e una suo personale ricordo scritto sulla sensazione di creare musica nella Big House fra il ’70 e il ’73.

C’e’ un piccolo giftshop. Ci sono tante cose belle, ma non compro niente. Non scatto foto, se non un paio che nemmeno so bene perche’. Non riesco a fermarmi su nessun particolare. Voglio solo starmene un po’ li’, guardarmi intorno con gli occhi e con i sensi. Vengo pervaso da una bella sensazione, difficile da descrivere, come una struggente nostalgia, una dolce tristezza. Gente va e viene, il concerto sta per iniziare, ci sono molte famiglie con i bambini, moltissimi ragazzi fra i venti e i trenta. Una macchina della polizia si ferma a guardare dall’altro lato della strada. C’e’ ancora una luce bellissima nonostante il sole sia tramontato da poco, tipica del sud. Continuo a guardarmi intorno rapito da questa atmosfera magica e inattesa. Adesso pero’ si e’ fatto tardi, dobbiamo andare, la strada per Detroit e’ lunghissima e siamo molto stanchi. Mi volto ancora un attimo prima di attraversare. E li vedo ancora li’, Duane e Berry e tutti gli altri, sugli scalini davanti alla porta di casa.

(At Fillmore notes – foto di Polbi)

Saliamo in macchina in uno stato emotivo molto forte, felici di questa piccola scoperta. Io di questa casa-museo non sapevo nulla e Margaret non e’ assolutamente una fan dei fratelli Allman. Pero’ anche lei mi parla di aver ricevuto particolari vibrazioni positive nella casa.Guido seguendo il navigatore con lo stereo spento mentre nelle strade di Macon si fa sera. Dopo non piu’ di un miglio, in una via in discesa, Margaret mi dice di fermare. Ha visto la palazzina della Capricorn Records! Lei ha un antenna speciale per le vecchie label, questo ormai lo so bene. Affianco la macchina, e sulla mia sinistra vedo quelli che una volta erano stati gli uffici e gli studi della mitica Capricorn. Purtroppo e’ tutto ormai abbandonato e un po’ in rovina. Ci facciamo un paio di foto e andiamo via.

(Polbi e la Capricorn Records – foto di Margaret)

Il giorno dopo mi ritrovo al volante dopo molte ore di viaggio. Abbiamo attraversato Georgia, Tennesee, Kentucky, Ohio; il tutto immerso nei colori caldi dell’autunno. Siamo in Michigan a un ora da casa, ho spento la radio che trasmette le solite cinquanta canzoni classic rock, Margaret dorme, sono le nove di sera. E ripenso a questa esperienza appena vissuta. Mi viene anche in mente una cosa: Pochi mesi fa, il giorno della morte di mia madre, ho messo su un disco degli Allman. E non e’ una cosa che faccio spesso. Ma ne ho sentito il bisogno, e ora sono certo del perche’. Perche’ in momenti di necessita’ mi e’ capitato di rifugiarmi dagli Allman Brothers. Il motivo e’ che questa band, piu’ di ogni altra, a me personalmente ha sempre trasmesso una forte sensazione di famiglia in senso libero e positivo, di comunita’, di unione. Una sensazione molto al di la’ della musica, un sentimento profondo che questa visita alla Big House ha reso molto evidente.

Tornati a casa, mi e‘ venuta ovviamente una gran voglia di sentire la loro musica. L’unica cosa che ho qui al momento e‘ un disco doppio originale della Capricorn, Duane Allman an anthology, comprato per dieci dollari in un negozio di dischi usati a San Francisco qualche anno fa. Dentro ha un bell’inserto con testi e foto. leggo in ultima pagina “…On october 29, 1971, Duane left the band’s Big House where he’d been visiting friends. He was on his cycle, and…” no, non e‘ finita cosi‘ questa storia. La Big house e‘ li‘ a testimoniarlo. The road goes on forever.

Paolo Barone (c) 2011

Dal nostro corrispondente a Detroit, Polbi: Ian Hunter live at the Magic Bag, Ferndale MI 29 oct 2011

31 Ott

Qui tutto più’ o meno bene, sul fronte più sto per partire in macchina con M per la Florida. Ritirero’ questo riconoscimento alla carriera alla fiera subacquea di Orlando e se riesco faro’ un tuffo nella sorgente di Ginne Spring. Mio vecchio sogno, speriamo bene…Poi, sempre sul fronte bene, andremo a NYC per un paio di giorni che si preannunciano di pura follia. Ti dirò’ più’ in la’.

(Ian Hunter Live 2011)

Ieri sono andato a veder I. Hunter. Che ti devo dire. .. delusione totale. Sono uscito dopo una mezzora, sono andato al bar accanto dove una nostra amica festeggiava il compleanno, sono rientrato per il finale e sono riandato via prima dei bis. Ho detto tutto. Monocorde, scontato che più scontato non si può. Sembrava suonassero sempre la stessa canzone, statico, prevedibile, innocuo, inutile. Cover banalissime, tipo Stand By Me. Locale piccolo, meta’ del Vox più’ o meno, strapieno. Tutti, dico tutti, passati i cinquanta, la maggior parte passati i sessanta. Entusiasmo, nei limiti dell’eta’, a mille. Lui in ottima forma, voce splendida, sembra impossibile che abbia settanta anni o giù di lì..Cameriere del locale da urlo, delle fiche che tremava la terra al loro passaggio. Sono ancora sotto shock.

(il Magic Bag di Ferndale, MI)

Insomma sembrava una festa privata di persone di una certa eta’, con un ottimo piano-bar, e tutti un po’ alticci a fare il karaoke pensando ai bei tempi andati. Che tristezza cosmica.
Al bar con un buon dj r’n’r’ mi sono divertito molto di più’…

(Ian Hunter con i MOTT THE HOOPLE nel 1973)

Ho un paio di idee di cose che vorrei scrivere ma per il momento non ho tempo, ma prometto che tra poco arriveranno. Vi penso sempre, e come non potrei… che qui suonano i Bad Co. ogni cinque minuti e leggo il grande Blog ogni giorno. Per conto mio, appena posso, ascolto High Tide, Danny Gerrard, Electric Wizard e Zeps live ’69.

Sto ascoltando molto anche i Big Star, band che tu mi hai presentato anni fa con il loro secondo disco e della quale sono diventato un fan. Ho anche scoperto delle cose su di loro assolutamente inedite, e personali…ti racconterò’ appena posso

Vi abbraccio, vado a preparare le zucche di Halloween con i nipoti, sperando che gli adulti trovino un po’ di pace.
A proposito, un giorno vi dirò’ quanto mi diverto con i miei tre nipoti americani e con la mia nipote romana…
Baci, Unclepolbi

-Paolo Barone 2011 – (C)

MILLE SCUSE di Giancarlo Trombetti (a proposito di Mike Nesmith’s THE ANGELS)

21 Ott

MILLE SCUSE

Ai lettori e amici di Tim devo mille scuse, sperando che le accettino. I miei ricordi sugli inesistenti The Angels band del 1966 sono del tutto inventati. La ragione di una falsa recensione esistono, però, dal mio punto di vista. Io non credo che saranno in molti a risentirsi – o almeno lo spero – perché ai miei occhi l’intera storia era piena di indizi al punto che io stesso pensavo che nessuno, ma proprio nessuno, ci sarebbe mai cascato. Potere delle cazzate che vengono scritte! E comunque ho creduto che esistesse un buon motivo per tentare l’avventura….

La prima lezione che dovrebbe essere assimilata da questa sòla che vi ho tirato è semplice : non fidatevi mai di nessuno, specialmente se chi scrive è un sedicente giornalista impreziosito da una pseudo fama rubacchiata con metodi discutibili ed in tempi lontani.  La seconda lezione è forse ancor più semplice : non fidatevi del web. Perché io immagino che alcuni siano andati immediatamente a ricercarsi scampoli di informazioni che non avrebbero certo mai potuto trovare quando, in fondo, la verità stava sotto il loro naso.  Il fatto che internet non riportasse a una traccia non doveva farvi pensare che nulla esistesse, ma semplicemente – come troppo spesso accade – che nessuno avesse ancora deciso di inserire un’informazione in rete. Perché le cose non esistono solo perché te le racconta Google.

La terza lezione è di provare a leggere dietro alle parole quando sorgono dei dubbi. E, come detto, dal mio punto di vista di indizi ce n’erano anche fin troppi! Proviamo a elencarli : il primo, il più clamoroso sta nel nome di Greil Marcus. Marcus è uno scrittore che moltissimi anni addietro recensì un disco inesistente proprio su Rolling Stone. Il disco si sarebbe chiamato “The masked marauders” e dentro quell’album sarebbero comparsi Bob Dylan, Mick Jagger, John Lennon e Paul McCartney. Qualcuno aggiunse anche Frank Zappa, ma questa informazione non venne mai scritta dal Marcus. Con un po’ di pazienza tutte le informazioni su quel disco – che venne poi realmente pubblicato dalla Columbia nella seconda metà del 1969, che io possiedo e di cui, volendo, potrei stavolta sul serio farvi una copia! – le potrete trovare sul web. La leggenda intorno a quel disco cadde a breve ma a distanza di decenni ci sarebbero indizi che riporterebbero a Zappa, dato che sul disco compare una “I can’t get no nookie” che avrebbe attinenze con la sua lunga suite di Nanook l’esquimese che non doveva…”mangiare la neve gialla” (Don’t eat the yellow snow), ossia dove i cani avevano pisciato…ma temo che siano tutte balle pure queste.

(Greil Marcus)

 Altro indizio stava nell’impossibilità fisica di mettere insieme in quegli anni Duane Allman che abitava a Macon, in Georgia, con John Cipollina e Paul Kanter che se ne stavano a San Francisco; un po’ lontano… Mentre il riferimento a Laurel Canyon era per Zappa, la cui casa è a Laurel Canyon e che con gli indizi  e con i falsi (il suo disco di “Cruising with Ruben and the Jets” che originariamente si pensò fosse un disco di doo-wap) ha sempre avuto simpatia…forse qualcuno ricorderà la sua abitudine di dare una “parola segreta” ad ogni serata che sarebbe servita per le modifiche di testi e tempi o della storia del Sofà narrata da Mark Volman dove veniva data una serie di indizi per capire cosa lui fosse in verità: a maroonish sofà suspended in the mist of the great emptiness when a light shined down from heaven….  :)

(Laurel Canyon)

Perché tutto questo? La lunga introduzione a quel pezzo avrebbe dovuto insinuarvi il dubbio. Io effettivamente non ho mai sopportato – ed ancor meno sopporto oggigiorno – quella tendenza tutta nostra ma non di tutti, a Dio piacendo!, di porsi sistematicamente in competizione sfidandosi l’un l’altro alla conoscenza di gruppi non minori bensì ignoti. E’ una attitudine tutta nostrale, penso, e sfrontatamente esposta in ogni recensione (chiamiamola così), in ogni ricordo di musica prodotta decenni or sono. Se devo dare un’origine a tutto questo, la darei all’epoca di quel foglio chiamato Metal Shock, dove la maggioranza dei collaboratori, spinti da un istinto di competizione con i nomi un po’ più noti, chiedeva o direttamente inviava pareri/recensioni su dischi sempre più sconosciuti, evitando accuratamente di volersi occupare dei…soliti nomi noti. Cosa che veniva fatta solo su esplicita richiesta redazionale.

Non vorrei dar la colpa a qualcuno in particolare per aver dato il via a questa mefistofelica abitudine ma certo è che la ritrovo appieno nei commenti che mi ritrovo su Feisbuk o nelle pagine di certi miei amici di web. Oggi, nel 2011, dire che “Dazed and confused” è una gran bella cosa è banale e scontato; è necessario possedere e conoscere i Barlafus, eccellente progr-southern band del nord del Canada.

Oggi comprarsi il box di “Dark Side of the Moon” è accondiscendere alla volontà delle infami majors. Ricercare a una convention di dischi usati il primo album dei Bazza è ficooo…un po’ come dice Bart Simpson. E cazzi tuoi se non li possiedi e non li conosci.

Prima di chiedervi nuovamente scusa ed un perdono che spero di meritare, vi racconterò una breve ma vera storiella redazionale…a Roma, alla metà degli ottanta, avevo ottimi colleghi che insieme a me portavano regolarmente a termine i dodici (dodici!) periodici che quell’editore infame ci faceva preparare; tra questi c’erano, ovviamente MS e Flash. Ricordo in particolare alcuni di loro, come Ermanno Labianca, Patrizio Nissirio, Guido Bellachioma, Roberto Paggio, Peter Sarram che oltre che bravi erano anche amici…con loro, le otto/dieci ore giornaliere se ne andavano via spesso ridendo… E la tendenza dei “miei” collaboratori di MS di scendere sempre più nell’ignoto venne un giorno identificata con un nome immaginario di una band immaginaria : The Schiekel-Grueber Happy Band, autori di un album tanto bello quanto poco diffuso “Peppermint Caterpillar of the Boot’s Hills”. Ecco, da quel giorno, tra noi, quando arrivava una recensione ignota, ci divertivamo a raccontarci degli Schiekel-Grueber, gruppo del mitico chitarrista italo-americano Mike Ciuccelebocce…. si lo so: sono belinate, ma noi ci divertivamo e servivano ad allentare la tensione.

(Giancarlino Trombetti al Festival di Reading nel 1980)

Ecco, un giorno non mi stupirei se qualcuno di quegli speleologi a tempo perso se ne andasse in cerca di quel primo, imperdibile album degli Schiekel-Grueber …che si scrive con la dieresi sulla “u”…

Ciao, Giancarlo

ROCK AND ROLL ANIMALS: Mike Nesmith’s THE ANGELS di Giancarlo Trombetti

18 Ott

Non amo ritrovarmi con gli amici quando il fulcro della serata è la gara alla scoperta della tomba del Milite Ignoto del Rock.  Mi spiego, da molto tempo ho preso le distanze dalla classica domanda: ”Ma tu li hai mai sentiti i…”? Segue nome di gruppo ignoto anche alla mamma del cantante, che non ha mai pubblicato un disco e che se lo ha fatto è stato in duecento copie per un’etichetta fallita da almeno quarant’anni e che un mese dopo la pubblicazione del disco, avendo necessità di rientrare delle spese, ha ritirato le copie dal mercato andandole a rivendere a peso di vinile. Ma una copia resta sempre in circolazione…e quella copia sta nella teca del tuo interlocutore occasionale. Sempre pronto a decantartene le lodi e le prerogative quasi sempre uniche e rare.  Già, perché in genere i veri amici non si mettono mai in competizione ed anzi, se possono, evitano la circonlocuzione odiata e al massimo entrano in argomento con discrezione. Perché la gara a chi conosce più gruppi sconosciuti a me è sempre stata sulle scatole. Eppure c’è chi pare vivere a quel solo scopo.

Chi salta scuola o lavoro, dimentica moglie e figliolanza per non perdersi una convention allo scopo di acquistare dischi tanto ignoti quanto inutili che va a ricercare con un paio di “bibbie” del settore sotto braccio e che compra a qualsiasi prezzo solo se non trova alcun riferimento all’interno di quei libri. Perché se si tratta di album recensiti o mentovati da un periodico di fama o, peggio ancora, da un tuo presunto “collega” allora proprio non val la pena di spendere il tuo denaro… Perché lo scopo è gustare l’attimo di indecisione nel tuo futuro interlocutore, il momento di smarrimento, la risposta a voce dubitativa che giunge sottovoce: “…ma sono mica quelli che…” cui rispondere con ghigno sarcastico: “No! Sono quelli capitanati da...” seguono nomi ignoti, che preludono a pezzi ignoti, con precisi riferimenti a gruppi noti. Tutti sempre nati in seguito alla formazione di quell’imperdibile gioiello del rock tanto brillante quanto sfortunato perché nessuno lo conosce o lo ha mai ascoltato. E’ la rivincita di quelli che ti schifano perché nomini sempre i medesimi gruppi, perché continui ad eccitarti ascoltando sempre le stesse canzoni, perché sei ancora convinto che al millesimo ascolto attento, una nuova nota di colore, un’emozione inattesa possano emergere.

E’ per questo che odio profondamente dare amicizia su quella minchia di feisbuk a tipi che al primo contatto iniziano a chiederti se hai i dischi di Tizio e Caio, se ti piace Sempronio e ti cliccano “mi piace” ogni volta che ti capita di mettere un qualcosa di vagamente poco comune sulla tua bacheca. Ecco perché provo a capire in anticipo come certe serate si svolgeranno quando tra i partecipanti compaiono tizi mai visti ma riconoscibilissimi dall’occhio assatanato; ecco perché mi sfogo con i miei pallini solo quando sono in compagnia fidata. Perché io odio la competizione che, al contrario, tanto adorano alcuni noti, o sedicenti tali, artigiani della tastiera. Ma per una volta vorrei venir meno a questo mio patto di sangue con me stesso e parlare per la prima volta di un gruppo che so per certo noto a pochissimi – anzi meno! – perché a volte la sfortuna esiste davvero, perché pur di fronte a opere geniali il fato si adopera per cancellare qualsiasi traccia e  perché in realtà queste perle – seppur in misura infinitesimale – esistono davvero nell’Universo.

(The Monkees)

 Fate attenzione perché queste sono forse le uniche informazioni che mai potrete reperire su questo rarissimo parto di genio…

La storia ha il suo inizio agli albori del 1966 quando Mike Nesmith era già noto per essere parte del quartetto dei Monkees; un oggetto musicalmente inesistente e messo in piedi quasi esclusivamente per dar vita a un serial televisivo statunitense; mi ricordo che, da ragazzino, qualche imprevedibile programmatore Rai ne doveva aver acquisito i diritti turbato dal successo nel paese d’origine, perché ho ancora ottima memoria delle puntate trasmesse alla metà del pomeriggio di due o tre vite fa. Ma quel che conta qui è che Nesmith aveva talento e ben prima dei Monkees, nel 1963 a Beatles quasi esordienti, aveva già tentato la scalata alla gloria senza successo. Questo prima di diventare famosissimo, ricco e attore, compositore, musicista, scrittore, uomo d’affari e autore di successi per Linda Rondstadt nonché produttore del film Repo Man. Con i primi soldi imbottati dalla serie televisiva, Mike tentò di riprendere un suo antico progetto risalente addirittura a tre anni prima: chiamato originariamente The Nesmiths, il gruppo venne re-intitolato The Angels, cosa che procurò anni luce dopo problemi ai più noti Angel perché ufficialmente il nome non venne mai dismesso. Gli Angeli erano un indescrivibile gruppo che fondeva la psichedelica dei primi Warlocks con il suono acido e blues dei Quicksilver, unito all’istinto melodico e jazzistico degli Allman di Live at Fillmore East. E non era un caso. Alle chitarre Mike aveva messo insieme i due leader dei rispettivi gruppi, John Cipollina e Duane Allman ancora non coinvolto con gli Hourglass insieme al fratello Gregg. Nesmith ne era l’eccellente cantante insieme – da non credere! – al Paul Kantner ancora indeciso se restare con Angel o scegliere i Jefferson Airplane, come poi fece da lì a pochissimo.

Ma il suono non era quello tipico della fresca era pre-Woodstock ma un aggressivo, potentissimo rock blues, psichedelico, rugginoso, violento, più simile agli attuali Gov’t Mule che ai Cream di Clapton che parevano scolarette a confronto; più tagliente dei Blue Cheer, più creativo degli Amboy Dukes, più d’impatto del gruppo che avrebbe sconvolto il rock da lì a breve, gli Zeppelin.  La leggenda narra che Page, difatti, in tour – o in studio non lo si è mai capito – venne in contatto con gli Angels finendo coinvolto in una session, registrata e che compare nel disco, che ebbe su di lui tale influenza da indurlo a re-inquadrare gli Yardbirds prima e mettere in piedi gli Zeppelin poi, proprio ricalcando quel gruppo. Page non venne citato sulla copertina per ragioni contrattuali emerse in seguito a quella registrazione che nessuno volle cancellare. Un disco tanto bello, innovativo, fresco e splendidamente composto che avrebbe dovuto fare faville, esplodere facendo dei componenti i primi miti da tramandare insieme a Beatles e Stones. Un disco che davvero precorreva i tempi a venire. Il resto era, da lì a breve, ancora da inventare.  Due lunghe suite da citare su tutto: “Evidence” quella che poi sarebbe divenuta la famosa “In memory of Elizabeth reed” e “Soul trains” in cui non è possibile non riconoscere la “Dazed and confused” di Plant/Page in embrione.  Ma il diavolo fa le pentole e non i coperchi…Nesmith, il giorno stesso dell’uscita del disco, venne denunciato e immediatamente perseguito dalla Screen Gems che non gli promise soltanto ma immediatamente bloccò qualsiasi suo emolumento dovutogli per la serie televisiva The Monkees, chiedendogli una penale così elevata che avrebbe potuto assommare a quanto egli avrebbe guadagnato con i cinque anni con i Monkees. Il problema erano, ovviamente, i legami legali che impedivano a Nesmith qualsiasi mossa non approvata dalla Screen Gems; e The Angels, così lontani dall’immagine che si voleva dare di lui, evidentemente lo erano.

The Monkees mostrava un quartetto pulito e divertente alle prese con situazioni da scuola media, costruito sull’immagine iniziale dei Beatles di Help!  The Angels evidenziava una natura “nera” e contenuti ambigui con riferimenti espliciti a sesso e droghe, con Nesmith che indossava una parrucca lunghissima esattamente come le prime band psichedeliche tanto odiate dal pubblico dei Monkees.

Il disco – un doppio con dieci pezzi ! – venne ritirato dalla circolazione in un nulla e l’unica cosa che non fu possibile impedire fu una recensione su Rolling Stone a firma di Greil Marcus che passò un mare di guai perché aveva ingenuamente ottenuto un demo che permise al suo giornale di uscire con una mezza pagina che avrebbe potuto cambiare il corso della storia del rock. La Screen Gems, facente parte della potentissima Columbia, facendo perno sulle pagine pubblicitarie che sarebbero venute a mancare al mensile, riuscì non solo a bloccarne la distribuzione, ma ad ottenerne una riedizione, cancellando dalla faccia della terra qualsiasi riferimento a quel progetto.

 

Quel che non fu possibile bloccare furono qualche centinaio di copie che, distribuite qua e là, non servirono a nessuno, dato che l’etichetta ne rinnegò la produzione e che Mike Nesmith era del tutto irriconoscibile nelle foto interne di copertina, così come gli altri, ancora non famosi, componenti del gruppo. Ora vi domando: quanti punti potrebbe valere, in un’ipotetica guerra alla ricerca del Milite Ignoto del Rock, la storia che vi ho raccontato oggi per la prima volta? E badate che solo alcuni speleologi del web potranno, forse – e dico forse – recuperare scampoli incompleti rispetto alle informazioni finali ma mai tutta la storia così come ve l’ho narrata. Storia che ho ricevuto tramandata per via orale e diretta solo perché un mio più anziano amico, tuttora residente a Laurel Canyon, Los Angeles, fu l’assistente ingegnere del suono di quel disco di cui, un Natale di oltre trent’anni or sono, come ricompensa di averlo aiutato a rappacificarsi con la attuale moglie, volle regalarmi racconto e inviarmi poi un pacchetto con copia di quel vinile al ritorno a casa…aggiungendo una frase di accompagnamento…”Tanto dirlo in giro non ti servirebbe mai a niente! Nulla e nessuno potrebbero mai confermarti anche parte di quelle vicende pena la fine di qualsiasi attività professionale sul suolo degli Stati Uniti!”. E forse il monito vale ancora oggi, dato che il silenzio su questa vicenda è assoluto ed io stesso avrei i miei dubbi se non fossi confortato da una testimonianza in vinile, su etichetta viola ed un anonimo fronte copertina non a caso analogo all’immagine dell’indimenticato Happy Trails e con interno pressoché identico all’esterno del Live at Fillmore East  che dorme tranquillo nel settore “americano” della mia discoteca. Un album davvero e purtroppo ignoto e a questo punto dimenticato persino dai protagonisti superstiti anche se certamente strozzato da decine di vincoli contrattuali incrociati e stretti negli anni successivi da quei ragazzi quel tempo liberi che divennero poi icone del rock, ma i cui indizi e citazioni paiono per loro volontà emergere nel tempo sparse un po’ ovunque anche se nessuno potrà mai avere il piacere di assaporarne il contenuto.

A meno che non venga a casa mia o faccia il più fortunato incontro della propria vita di collezionista.

PS : In caso qualcuno si fosse domandato il perché della mia citazione dei Gov’t Mule, aggiungerò che “Mule” altro non è che uno dei brani contenuti su “The Angels”…forse la verità sta iniziando a far capolino dopo quarantacinque anni…

Giancarlo Trombetti