La vedo brillare lassù, Sirio è sempre uno spettacolo. In latino Sirius, in greco Séirios … “splendente”. La costellazione è quella del cane maggiore, da cui deriva il termine latino canicula (“piccolo cane”). Sirio si leva e tramonta con il sole da fine luglio a fine agosto, periodo associato alla canicola appunto. Per gli egizi la stella avvertiva (come un cane sempre sull’attenti) il periodo delle inondazioni del Nilo, per i Greci lo scintillio così potente poteva danneggiare i raccolti, alimentare la siccità e portare epidemie e rabbia. I Romani invece, per evitare gli effetti che pensavano nefasti della stella, sacrificavano un cane e una pecora. Il periodo in cui si tenevano queste cerimonie era detto “i giorni del cane”, dunque la parola canicula fu presto associata al caldo afoso.
Sirio in realtà è una meraviglia capace di regalarci suggestioni cosmiche. La osservo in queste ultime settimane di agosto dove qui in pianura il caldo ritorna prepotente, umido, totalizzante.
Ieri, sabato, è comparsa persino una nebbia mattutina imprevista. Procedere con la propria vita avvolti in questo caldo soffocante non è immediato, se ci si avventura all’aperto si seguono le linee d’ombra obbligate e non ci si augura null’altro che tornare a subire la condanna dell’aria condizionata.
Sono gli ultimi giorni di città semideserte, prendere il treno al mattino per recarsi al lavoro è piacevole, intere carrozze a tua disposizione senza il cicaleccio irritante di umani senza riguardi.
carrozze vuote – regionale Piacenza-Bologna fine agosto 2023- foto TT
Mi scappa l’occhio su di una storia di un mio contatto stretto instagram, la foto ritrae la donna in questione di schiena, mentre contempla il mare accanto ad una amica, la musica a corredo del post è Going To California dei Led Zeppelin. Quei 30 secondi musicali mi riempiono l’anima, quasi come fosse il mio primo approccio ad una gemma del genere. Felice nel constatare che la mia super amica si dia per una volta tanto a musica così splendente e si prenda una pausa da quella da depressi che ascolta regolarmente, vengo nuovamente rapito dalla bellezza della musica che da sempre amo infinitamente.
Il parallelo con Sirio è immediato: i LZ come mia stella guida, splendenti, brillanti, financo accecanti. Musica totalizzante, espressiva, articolata, perfettamente bilanciata tra testa e pancia. Ritornato alla house of blues corro nello studio, sfilo Physical Graffiti (le Terme di Caracalla del gruppo di Page) dallo scaffale e lascio partire il lato 3, per quanto mi riguarda il lato (di long playing) più riuscito della storia del Rock.
L’esoterica dicotomia di In The Light (Jones/Page/Plant – January–February 1974, Headley Grange), con l’alternarsi di luci e ombre, il senso del mistero e dell’ignoto alternato al pensiero solare e positivo del ritornello…
Bron-Yr-Aur(Page –July 1970, Island Studios, London – Led Zeppelin III outtake) col suo immacolato arpeggio sulla chitarra acustica in accordatura aperta …
la spensierata e al contempo riflessiva Down by the Seaside (Page/Plant – February 1971, Island Studios, London – Led Zeppelin IV outtake), un quadretto dipinto con colori tenui ma ad alta intensità …
e infine la mirabolante Ten Years Gone(Page-Plant – January–February 1974, Headley Grange), mia canzone preferita in assoluto, un tessuto emotivo damascato, la forma Rock che si dilata grazie a capacità descrittive inusuali, songwriting siderale e la certezza che “sebbene il loro corso a volte possa cambiare i fiumi sempre raggiungono il mare” che nel mio vocabolario significa che se anche i sentieri intrapresi non siano esattamente quelli chi ti aspettavi, tu comunque porterai a compimento la tua vita.
Dopo tanta bellezza l’anima torna a riallinearsi, tutto sembra affrontabile e relativo e persino la spesa alla coop del sabato mattina appare sotto un’altra luce. Al Caffè Delle Antille, davanti alla torta di riso e al cappuccino, ripenso all’assolo di chitarra di Ten Years Gone del Dark Lord e con la donna che ho davanti affronto tematiche profonde, dove persino la “teoria del caos” appare tollerabile. Nel mezzo del mio solito comizio dove divento tutt’uno con i concetti che sto esponendo arriva un ex collega ormai in pensione della Yamaha Girl. Si abbracciano con grande affetto dopo di che si rivolge a me con un “E il Jimmy Page qui come sta?”. Nei meandri oscuri della memoria ripesco la sua presenza ad un nostro concerto alla Perla Verde di Savignano Sul Panaro (dal nome latino di persona Sabinius con l’aggiunta del suffisso di appartenenza -anus. La specifica si riferisce al fiume che scorre nei pressi.) e il suo grande apprezzamento alla nostra versione di Fool In The Rain.
Li guardo parlare fitto della loro azienda di appartenenza, di moto e dello stato attuale della loro vita. Repentino cambio di scenario: davanti al bancone gastronomia, mentre aspetto il mio turno contemplo l’interazione tra la commessa e un cliente che evidentemente conosce. Dentro alla sua polo a maniche lunghe e rossa della Coop la signora usa un tono confidenziale ma asciutto, usa un italiano quasi corretto ma l’accento spartano e un uso curioso delle preposizioni la collocano nei territori dell’est Europa. “Luciano” – uomo tra i sessanta e i settanta – invece sfodera il suo accento reggiano con un approccio bonario sebbene a tratti troppo enfatico. Sembrano amiconi, in realtà sono una commessa e un cliente che a furia di vedersi tutti i sabati hanno instaurato una sorta di rapporto, magari rafforzato da qualche casuale conoscenza comune. La signora pare al contempo contenta e delle proprie origini e della reggianità acquisita. Visto il bel mood in cui sono interpreto questa interazione come un filo di speranza per il futuro di una umanità in regredire.
Termino la spesa, torno alla Domus, sistemo il mio studiolo, penso al da farsi, a stasera e al fatto che che con Mario e la Patty andremo alla Festa dell’Unità di Reggio, ai prossimi giorni in cui dovrò tornare al lavoro e all’estate che con ogni probabilità avrà una brusca frenata.
Ma Sirio continua a brillare su di me, mi indica la via, corrobora l’umore e costato dopotutto che, come cantava Paul Rodgers, I’ve always been a believer in the good things of life.
E la mente torna alla side three di Physical Graffiti …
Then, as it was, then again it will be And though the course may change sometimes Rivers always reach the sea Flying skies of fortune, each a separate way On the wings of maybe, downing birds of prey Kind of makes me feel sometimes, didn’t have to go But as the eagle leaves the nest, got so far to go Changes fill my time, baby, that’s alright with me In the midst I think of you, and how it used to be
Did you ever really need somebody And really need ‘em bad? Did you ever really want somebody The best love you ever had? Do you ever remember me, baby? Did it feel so good? Cause it was just the first time And you knew you would
Through the eyes and I sparkle, senses growing keen Taste your love along the way, see your feathers preen Kind of makes me feel sometimes, didn’t have to grow We are eagles of one nest, the nest is in our soul
Vixen in my dreams, with great surprise to me Never thought I’d see your face the way it used to be Oh darling, oh darling Oh, oh darling, oh yeah, oh darling
I’m never going to leave you I’m never going to leave Holding on, ten years gone Ten years gone, holding on, ten years gone I’m never, I’m never Ooh, yeah
Arrivo a questa biografia con molto ritardo, ci è voluto il mio amico Liso per convincermi (“Tim, io l’ho letta due volte sia in inglese che in italiano, credimi, merita.”).
Le autobiografie delle vecchie rockstar spesso non sono il massimo ed è per questo che mi peritavo a comprare questa di Clapton, fortunatamente ho dato ascolto al mio amico perché mi è piaciuta davvero tanto.
Un Clapton, sincero, umano, coraggioso nel mettersi a nudo, nel parlare dell’uso di droghe e dell’incredibile quantità di alcol ingurgitata nel corso di vari decenni. Un Clapton autocritico a proposito del suo sciovinismo e maschilismo, capace di affrontare delicati temi personali.
Come capita spesso in questi casi, nessuna info tecnica o pietre miliari che ci diano il senso del percorso e della distanza. Parecchi album sono in pratica saltati a piè pari…mi sembra incredibile che non sia citato Wheels Of Fire (1968) dei Cream, uno dei dischi fondanti della musica Rock. Troppo facile da parte sua poi giustificare e dunque sorvolare certe uscite assai discutibili (eufemismo) del 1976 a proposito dei neri che abitavano l’Inghilterra e il suo appoggio al politico inglese Enoch Powell. Per quanto mi riguarda poi trovo ingiustificabile il rivendicare il suo diritto alla caccia (e alla pesca)…l’ho già scritto qui sopra, uccidere mammiferi e animali in genere solo per il proprio divertimento mi pare una faccenda vergognosa.
Detto questo rimane una biografia rivelatrice, Clapton in qualche modo si mette a fissare l’abisso che ha dentro di sé con caparbietà e solerzia.
Le pagine dedicate agli ultimi tre/quattro lustri della sua vita sono piuttosto stucchevoli ma in in parte comprensibili, dopo una intera vita allo sbando l’essere diventato sobrio, avere messo in piedi una famigliola stabile e classica deve essere stato un momento importante per lui.
Copertina semplicissima e inserti fotografici godibili.
Biografia da leggere.
Dalla quarta di copertina
“Una delle migliori autobiografie rock di sempre” – Houston Chronicle In questa autobiografia onesta e commovente, Eric Clapton racconta con impressionante candore l’avvincente storia della sua vita. Eric Clapton è universalmente riconosciuto come il chitarrista più talentuoso e influente nella storia del rock. Vincitore di ben diciassette Grammy, è l’unico artista ad essere stato introdotto nella Rock and Roll Hall of Fame per tre volte (sia come membro degli Yardbirds e dei Cream che come artista solista). Ma più che una rockstar, Eric Clapton è un’icona, l’incarnazione vivente della storia della musica rock. Ben noto per la sua riservatezza in una professione contraddistinta da apparenza ed eccentricità, Eric Clapton ci racconta, per la prima volta, le sue straordinarie avventure, sia professionali che personali. Eric Clapton è la storia travolgente di un sopravvissuto, di un uomo che ha raggiunto l’apice del successo nonostante i suoi particolari demoni ed è, per questo, una delle biografie più avvincenti del nostro tempo. “Proprio come i bluesmen che lo hanno ispirato, Clapton porta in sé il suo bel carico di cicatrici… la sua autobiografia è un’opera carica di sentimento” –People “Un racconto avvincente di arte, decadenza e redenzione” – Los Angeles Times
Ecco, in un lento pomeriggio di metà agosto mi capita di ascoltare Brownsville Girl di Bob Dylan, ne rileggo il testo e finisco per chiedermi se c’è qualcosa in questa mia vita che non sia tutto relativo. Nella canzone vi sono 17 strofe che mi strapazzano il cuore, tipo questa
Well, we drove that car all night into San Anton’ And we slept near the Alamo, your skin was so tender and soft Way down in Mexico you went out to find a doctor and you never came back
I would have gone on after you but I didn’t feel like letting my head get blown off
o questa
Well, we’re drivin’ this car and the sun is comin’ up over the Rockies Now I know she ain’t you but she’s here and she’s got that dark rhythm in her soul But I’m too over the edge and I ain’t in the mood anymore to remember the times When I was your only man And she don’t want to remind me she knows this car would go out of control
Dylan canta di un viaggio di un uomo sballottato tra amore, perdita e redenzione. Relazioni passate, lunghi viaggi, il deserto statunitense, San Antonio, Amarillo e Brownsville … la vita che a volte in maniera repentina può prendere pieghe imprevedibili, i legami umani, l’amore … l’amore! Alla fin fine qualunque sia stata la vita che ci si è giocati, ognuno di noi non dovrebbe essere troppo esigente con sé (l’accento è voluto) stesso, se si sono vissute storie d’amore profonde non tutto è da buttare.
Dopo canzoni del genere mi sovviene di pensare che non posso proprio più accontentarmi, non posso ascoltare musica che sia al di sotto del livello di Brownsville Girl o per dire di Physical Grattifi dei LZ, dei Free, dei Little Feat, di Rachmaninov, non posso più leggere libri che non siano scritti da Hemingway, Jack London, Italo Svevo, Tolstoj e compagnia … ma come si fa, in un mondo che invece tende al ribasso?
Pur rimanendo un tipetto umbratile, ricco d’ombra e di blues dunque, con queste sollecitazione mi si aprono squarci di luce fortissima e con essa la voglia di sensazioni intellettuali forti, di emozioni che sappiano scuotermi tutto, di sbuffi di passione che sembrino lo smokestack lightning dei vecchi treni a vapore.
Vien voglia di accostare l’orecchio alle mutandine della far away eyes girl e sentire il mare, il respiro maestoso dell’universo, l’impeto dei vulcani che arrivano dal centro della terra e che ribollono di lava incandescente.
Ci mancavano solo questi fiotti di passione fisica e intellettuale in questo quieto post ferragosto, sono così suggestionato che qui dalla finestra dello studiolo della house of blues mi pare di sentire i gabbiani, eppure da qui al mare ci sono sono perlomeno 170 km. Cerco di sintonizzare meglio l’orecchio, adesso quello che sento sono solo le cicale e il sussurrare inquieto dei campi non coltivati a dovere
House Of Blues – campi – agosto 2023 – Foto TT
sotto l’occhio attento di fenicotteri blu. Just another summer at the Domus Saurea.
Fenicottero blu(es) – House of Blues agosto 2023 – foto TT
SERIE TV
_Hit And Run – TTT¾
Un uomo alla ricerca della verità riguardante la morte della moglie si ritrova intrappolato in una pericolosa rete di segreti e intrighi che si estende da New York a Tel Aviv.
Lior Raz è un attore che mi piace molto e anche questa volta interpreta da par suo il personaggio che meglio gli viene.
_The Sinner – TTTT (2018-2022)
4 stagioni da 8 episodi ciascuna, 4 gialli di classe formulati magnificamente.
Bill Pullman interpreta il Detective Harry Ambrose, un arguto uomo di blues che non può che affascinare chi gironzola intorno a questo blog. Ho guardato fino ad ora le prime due stagioni e le ho trovate davvero ottime.
FILM:
_Morto per un Dollaro (2022 – USA) – TTT¾
Western di Walter Hill (al quale qui siamo tutti legatissimi) girato nel Nuovo Messico:
Chihuahua, 1897. Il cacciatore di taglie Max Borlund viene ingaggiato per trovare Rachel Price, la mogliedell’imprenditore Nathan Price. Tutti credono che la donna sia stata rapita da Elijah Jones, un disertore afroamericano, e che sia tenuta in ostaggio in Messico. Tuttavia, le ricerche di Max lo portano a scoprire che Rachel è fuggita volontariamente dal marito violento per stare con Elijah, di cui è innamorata. Sulle tracce di Max, intanto, si è messo Joe Cribbens, un fuorilegge che il cacciatore di taglie aveva consegnato alla giustizia anni prima.
Tra gli attori Christoph Waltz (Max Borlund) Willem Dafoe (Joe Cribbens).
_Empire Of Light (2022 UK-USA) – TTTT
Storia obliqua di vita comune ambientata nel 1980 in un paese della costa sud inglese, gran bel film.
Olivia Colman (Hilary) bravissima.
LIBRI
_Julia Alvarez “Il tempo delle farfalle” (1994 – Giunti 2019) – TTT
La storia romanzata delle sorelle Mirabal, le farfalle della resistenza clandestina, figure chiave della liberazione dominicana dalla feroce dittatura del generale Tujillo. Il tema mi è caro, ma il libro non mi ha preso come pensavo. Credo sia stata la mano femminile del romanzo ad avermi trattenuto, il che mi sorprende visto che ho sempre letto con trasporto le opere di Isabel Allende ad esempio …chissà perché questa volta non mi è scattato il fervore.
PLAYLIST
CODA
Sabato scorso, da Happy Casa a Nonatown, obbiettivo: comprare un materassino di scorta per la piscina a basso costo; giro per le corsie e nel reparto dedicato all’estate mi cade l’occhio su un rimorchiatore giocattolo. Ora, da sempre ho una nostalgia canaglia per il rimorchiatore che avevo da bambino, non ho foto a colori che possano testimoniarlo ma giurerei fosse blu, rosso e giallo. Lo vedo lì sullo scaffale e decido di comprarlo. In diverse occasione negli anni passati mi soffermavo a osservare i rimorchiatori che trovavo nei negozi bazar delle località marine ma ebbi sempre il buon senso di evitare l’acquisto. Stavolta semplicemente non riesco. Arrivo alla Domus e fiero lo metto in acqua … guardarlo mi fa sentire (per un momento) sereno.
Ah, questo ricercare la sensazione di felicità del passato, gli happy days che ognuno di noi si porta dentro …è tutta una illusione, come quando ricompravo le nuove edizioni di dischi che nella giovinezza avevo amato moltissimo o di fumetti per cui il Tim adolescente stravedeva (Ken Parker, Mr No, Zagor, Il Comandante Mark, L’Eterenauta, Dago … ).
Eccolo qui il mio nuovo rimorchiatore …
Rimorchiatore – Domus Saurea agosto 2023 – Foto TT
se chiudo gli occhi mi sembra di ritornare al Lido Di Pomposa decenni fa
Tim e il rimorchiatore – Lido di Pomposa – anno imprecisato – Foto Mara Imovilli (sono il terzo da sinistra, mia sorella Lalli quarta da sinistra).
Lascio il rimorchiatore galleggiare nell’acqua azzurra, mi apro una Corona ghiacciata, tiro fuori i cofanetti dei Little Feat e mi metto ad inseguire la slide di Lupetto Giorgio.
Nonantola Slim – House Of Blues, Agosto 2023 – autoscatto
E’ il tardo pomeriggio del 16 luglio 1984, insieme ad alcuni amici mi avvicino a Piazza Duomo, stasera qui al Blues Festival di Pistoia suonerà un ensemble di storici musicisti inglesi, sarà poco più di una jam session dedicata al ricordo di Alexis Korner, una delle figure di riferimento del British Blues anni sessanta del secolo scorso; tra i nomi, giganteggia (come scrisse il Resto Del Carlino) quello di Jimmy Page. Sto dunque per vedere il mio musicista preferito, quello a cui, di lì a qualche mese, avrei dedicato una fanzine che sarebbe andata avanti sino al 2003 e di lì a qualche anno una biografia edita da Gammalibri/Kaos edizioni. Ai cancelli mi aspetta una mia amica, esteticamente versione femminile di Robert Plant. anche lei amante dell’ex chitarrista dei Led Zeppelin. Si entra, ci affrettiamo, corriamo verso il palco, mi ritrovo in prima fila e mi accorgo che i musicisti hanno appena finito il soundcheck, qualcuno si è attardato sul palco, uno è appunto Jimmy Page, ed è così che vedo per la prima volta quella che al tempo era la mia rockstar preferita in assoluto.
Jimmy Page Pistoia 1984 – photo Luciano Viti
Jimmy Page – Pistoia 1984 – photo Luciano Viti
Cala la sera, inizia il concerto, Page torna on stage prima che tocchi a lui, mentre suonano altri musicisti si siede nel zona esterna, alla mia sinistra, del palco; è insieme ad una ragazza, non so perché penso che lei abbia 29 anni, sembra una tipa risoluta e in completo dominio della situazione ma in realtà è molto più giovane di quel che sembra. Sono a pochi metri da loro, guardo questo quarantenne fighissimo che a fatica sta cercando di tornare in pista dopo la tragica fine dei Led Zeppelin. Io non mi aspetto nulla dal concerto, so in che condizioni è Page, ma molti intorno a me rimangono delusi dalla sua performance.
Jimmy Page – Pistoia 1984 – foto Luciano Viti
Vi sono già indiscrezioni sul nuovo progetto che ha in mente, non vi sono ancora internet e la telefonia mobile, ma qualcosa sui giornali esteri trapela. Ciao 2011, il settimanale di riferimento della mia generazione, poco dopo Pistoia parlerà di un gruppo con Cozy Powell e Paul Rodgers. Sono nomi facili da citare, Powell in qualche modo ha un drumming riconducibile a quello di Bonham e Paul Rodgers, oltre ad essere stato l’indimenticabile cantante di Free e Bad Company (questi ultimi incidevano per la casa discografica dei LZ, la Swan Song), ha accompagnato Page nei concerti americani dell’ARMS Tour giusto lo scorso dicembre. Insieme stanno segretamente lavorando al loro progetto già da mesi, l’anno precedente i capi dell’etichetta Atlantic chiesero a Rodgers di aiutare Page a rialzarsi, l’unione tra i due sembrava inevitabile. Dapprima Page prova il batterista dei Damned Rat Scabies (visto che piaceva molto allo scomparso John Bonham), poi lui e Rodgers chiedono a Bill Brudford e Pino Palladino di unirsi alla loro nuova band. Palladino rifiuta per i troppi impegni che già ha, Bruford – un cagacaxxo fissato coi tempi dispari – probabilmente capisce che non sarebbe stata musica per lui. Vengono così assunti Tony Franklin, bassista di Roy Harper con cui Page aveva già suonato e Chris Slade, veterano del Rock britannico.
Prima che l’album esca, i Firm fanno una mini tournée europea, gli ultimi due concerti si svolgono al bellissimo Hammersmith Odeon l’8 e il 9 dicembre 1984, il secondo verrà filmato e verrà trasmesso più volte Italia nel 1985 dalla appena nata Video Music.
LucaTod, colonna di questo blog, tempo fa scrisse in un commento:
“Di questa registrazione ho la versione cdr con la cover rossa (2016) ma tendo a preferire soundboard come L.A, Oakland e Wembley arena. Ovviamente lo spettacolo filmato all’Hammersmith Odeon è il loro The Song Remains The Same. Assolo finale su Live Peace epico. In un epoca dove Van Halen e Police si contendevano il pubblico rock e pop, i Firm sono stati un progetto in bilico tra coraggio e sciatteria, volendo avrebbero potuto essere un affare più grande. Probabilmente mi piacciono proprio per questo. LED ZEPPELIN modalità DDR. Più interessanti di qualsiasi altra cosa abbia prodotto Robert Plant.”
Ecco, i Led Zeppelin in modalità DDR, la frase di LucaTod descrive benissimo il progetto THE FIRM. Progetto destinato ad essere apprezzato solo dai fan (dei LZ) che al contempo siano donne e uomini di blues. Recentemente il giornalista musicale (e amico) Gianni Della Cioppa sui social ha parlato dell’album che Page fece con David Coverdale nel 1993, il luminare del metal ne ha tessuto lodi, aggiungendo giudizi assai meno lusinghieri per il progetto FIRM. Capisco ovviamente il suo punto di vista, da una accoppiata come Rodgers e Page il grande pubblico si aspettava ben altro, ma d’altra parte eravamo nel bel mezzo degli anni ottanta, molti dei grandi nomi del Rock anni settanta in quel periodo facevano dischi tutt’altro che memorabili, a volte pessimi. Qualche esempio? I Rolling di Dirty Work (1986) … Stephen Stills con Right By You (1984), i Genesis, gli Yes, i Black Sabbath, i Deep Purple, Paul McCartney, e tanti, tanti altri.
La fanzine Oh Jimmy coincise più o meno con l’uscita del primo album. Ricordo la curiosità, l’eccitazione (pur essendo ben conscio che gli anni settanta erano finiti, che il “mio” Rock non sarebbe più stato lo stesso) e la fustinella* che avevo per le nuove uscite come questa dei miei artisti preferiti.
THE FIRM – “The Firm” (Atlantic 1985) – TTT½
Febbraio 1985, venerdì sera. Sono in giro per Modena con la mia ragazza di allora. Dopo il cinema e una pizza torniamo verso casa sua, sita nel centro storico della città. Attraversiamo Piazza Grande (the heart of the city), prima di incamminarci per Via Dei Servi mi fermo davanti al negozio di dischi di cui sono un avido cliente: in vetrina troneggia la copertina dell’album dei Firm. Sbam! Sono gli anni più caldi della mia inesauribile passione Rock e a fatica mi trattengo dal rompere la vetrina e rubare il disco in questione. L’indomani, sabato, finalmente acquisto l’ellepì che penso sia il definitivo ritorno al Rock di Jimmy Page. Non che mi aspettassi Physical Graffiti, erano gli anni ottanta, ma quanta trepidazione per il primo album dei Firm.
Closer (Page – Rodgers) parte con decisione, buon riff con cui Page gioca sul tempo e sul cambio degli accenti. Occorre abituarsi al basso fretless, non certo lo strumento più azzeccato per fare del Rock di un certo tipo. Produzione compressa, suoni che cercano di essere in qualche modo al passo con i tempi pur restando ai margini del trend di quegli anni. Bella prova di Rodgers, testo piuttosto semplice. L’utilizzo dei fiati pare forzato ma è il suono del basso la cosa più fastidiosa. L’assolo di chitarra è suonato utilizzando la Telecaster con lo Stringbender, la chitarra di riferimento di Page negli anni ottanta.
Make Or Break (Rodgers) è il classico brano che Paul Rodgers scrive quando non è esattamente ispirato. Esposizione quadrata, senza nessun sussulto. Testo banalissimo. L’assolo di chitarra ha parti piuttosto scontate (anche qui Page inserisce la stessa frase usata tante volte in passato), ma a tratti la zampata del fuori classe echeggia qui e là (ad es. al minuto 2:35 quando Rodgers torna a cantare).
Someone To Love (Page – Rodgers) è uno due pezzi dell’album che non mi hanno mai entusiasmato (l’altro è – lo avrete capito – Make Or Break). Scrittura ancora mediocre, poco swing, gli unici brividi arrivano quando Page cerca di rendere tutto meno rigido, meno Rockpalast. Il basso è insopportabile. L’assolo di chitarra comunque dice qualcosa.
Together (Page – Rodgers) pur essendo solo una canzoncina tocca le corde giuste. L’acustica di Page, la melodia di Rodgers, l’atmosfera bucolica … al di là del testo scritto da un bambino dell’asilo, il pezzo funziona, è gradevole e i ricami di Jimmy sulla elettrica sono efficaci. Nell’assolo il Dark Lord ci dà di Stringbender.
Radioactive (Rodgers) fu il primo singolo e ricordo l’impatto che ebbe su di me il video relativo … era l’inizio di febbraio 1985, lo trasmise Italia 1 verso le 13:30 di una domenica, i video musicali stavano arrivando anche in Italia e alcune emittenti TV provavano a dedicare spazi a questa nuova moda televisiva.
Radioactive è un pezzo in minore in puro stile Rodgers, uno stomp che si lascia ascoltare. Curioso che il riff di chitarra eccentrico e quasi sfasato sia di Rodgers e non di Page. Fu bellissimo rivedere due dei miei eroi in video sebbene trovai stucchevole che Page per farsi riconoscere meglio pensò bene di usare la doppiomanico, di infilare i pantaloni dentro agli stivali usati nel tour del 1977 dei LZ e fare mossettine “alla Page” poco spontanee.
You’ve Lost That Loving Feeling è la cover del pezzo dei Righteous Brothers e oggi tendo a non sopportarla più. Ricordo che al tempo non mi dispiaceva, ma oggi l’arrangiamento pare semplicistico, il pezzo ne risente e risulta vuoto benché la band cerchi di creare una certa atmosfera. Rodgers tuttavia canta benissimo e Chris Slade in alcuni momenti sembra fare il verso al Phil Collins batterista di In The Air Tonight.
Money Can’t Buy (Rodgers) è un pezzo in La minore di nuovo nel classico stile Rodgers. Non è malaccio, ma … melodia non certo memorabile e testo nemmeno sufficiente. Il brano è salvato da Page, la sua chitarra dà in qualche modo lustro alla scrittura. L’assolo col wah wah è ispirato e questo ci fa pensare che se solo il Dark Lord fosse stato più determinato e meno schiavo dell’accidia la sua carriera post LZ sarebbe stata assai dignitosa.
Satisfaction Guaranteed (Page – Rodgers) ha finalmente un testo meno ordinario del solito o almeno così a me pare:
Mystery surrounds me and I wonder where I’m going There’s a cloud above me and it seems to hide the way I’m going straight ahead ‘cause it’s the only way I know I wanna leave the past and live just for today
la scrittura del brano attinge ad acque misteriose e insieme al ritmo – al contempo suadente e ipnotico – fa di questa canzone uno dei momenti migliori del gruppo. La chitarra ritmica di Paul Rodgers costruisce la base su cui si fonda il pezzo e gli arabeschi di Page lo rendono a tratti magnifico. L’assolo di slide guitar è lineare, forse troppo, ma sul finale l’altro assolo di chitarra, che non è proprio ortodosso, risplende.
Quello di Satisfaction Guaranteed è il mio video musicale preferito in assoluto: Les Paul che funge da Bar tender, il gruppo sul palco di un locale tipo Juke Joint del Mississippi, il temporale che sta per scoppiare, il caldo opprimente che rende le donne all’interno del locale seducenti e luccicanti. Nota personale: curioso che in questo video faccia una fugace apparizione, giusto un cameo, una mia amica. Chi l’avrebbe immaginato.
Midnight Moonlight (Page-Rodgers) non è altro che il brano “Swan Song” scritto da Page nel 1973 e registrato professionalmente (solo) con l’aiuto di John Bonham per l’abum Physical Graffiti del Led Zeppelin, ma mai finito e dunque mai pubblicato; qui Rodgers aggiunge melodia e testo. MM fu presentato per la prima volta nel tour americano del progetto benefico ARMS a fine 1983.
E un pezzo in accordatura aperta dadgad (quella di Kashmir insomma) ed è in pratica l’unico serio avvicinamento dei Firm alla legacy dei Led Zeppelin. Paul deve essere stato sospinto dalla epica intrinseca del pezzo, il testo infatti è articolato e per niente scontato.
Nove minuti di musica vera, con tanto intermezzo di sola chitarra, tra arpeggi, chitarre acustiche elettriche, ritmiche e soliste che entrano ed escono dalla scena; Rodgers di nuovo superbo.
Unici appunti: I cori femminili potevano essere tranquillamente essere evitati, così come il basso fretless .
The Firm venne registrato nello studio The Sol di Jimmy Page nel 1984, uscì appunto nel febbraio 1985 e arrivò al 17esimo post in USA (disco d’oro) e 15esimo in UK. Seguì una tournèe in USA (con qualche data in UK) soddisfacente (ma con Page talvolta inconsistente). Copertina dalla grafica massiccia atta a lasciar presagire qualcosa di solido. Il nome The Firm proviene dallo slang inglese e si riferisce (più o meno) alle uscite con gli amici.
Recensione di THE FIRM 1985 a firma Mick Wall di Kerrang
The Firm
Paul Rodgers – lead vocals, acoustic and electric guitars, production
Jimmy Page – acoustic and electric guitars, production
Tony Franklin – fretless bass, keyboards, synthesizer, backing vocals
Chris Slade – drums and percussion[
Additional musicians
Steve Dawson – trumpet on “Closer”
Paul “Shilts” Weimar – baritone saxophone on “Closer”
Willie Garnett – tenor saxophone on “Closer”
Don Weller – tenor saxophone solo on “Closer”
Sam Brown, Helen Chappelle & Joy Yates – backing vocals on “You’ve Lost That Lovin’ Feeling” & “Midnight Moonlight”
Production personnel
Stuart Epps – engineering
Gordon Vicary – mastering
Steve Maher – cover artwork
Steve Privett – tape operation; supplier of tea, gin and tonics
* LA FUSTINELLA:
Fustinella: essere in fustinella): locuzione sempre più rara, quasi del tutto sconosciuta presso le giovani generazioni, che esplica il trovarsi in una peculiare condizione di piacevole agitazione causata da una nuova passioncella o hobby. Ad esempio, appassionarsi ad ameno passatempo da mancanza di attività coitale, tipo la fotografia, e iniziare a fissarsi psichicamente 24/7 sui molteplici aspetti della questione, obiettivi, stampa, bianco&nero, colore, treppiedi eccetera, progettando acquisti scriteriati, leggendo manualistica, recensendo sul web maestri dello scatto e scassando la minchia a chiunque si trovi nel raggio di azione.
Altri ambiti a rischio fustinella: l’audiofilia (progettazione di acquisti di piatti giradischi a valvole in legno norvegese da 4000 euro, cambio continuo con esborso mostruoso di cuffie, insensati ritorni revivalistici a costosi 33 giri in vinile eccetera), pesca sportiva (vendita dei denti d’oro della madre per pagare esose canne al carbonio, o guadini di Hermés, o progettazione di allevamenti casalinghi di begatini), bicicletta (continue visite a negozi di bici per estorcere info su accessori e parti meccaniche di pregio con il conseguente prolasso gonadico del babista del negozio), informatica in genere (soprattutto se si finisce nel baratro Apple Macintosh).
La fustinella viene spesso accostata alla ‘sbrùsia’ anche se quest’ultima è più ansiogena mentre la fustinella ha contorni più sfumati e più meditativi. La fustinella si rivela però molto utile nei casi di depressione fungendo da piacevole diversivo, in grado come è di riempire la scatola cranica di elettrizzanti propositi ludici per il futuro, e da vero toccasana per lenire le stigmate da sopportazione della coniuge. Molte fustinelle infatti vengono vissute da omarini nella segretezza di garage e solai, all’oscuro delle mogli che li credono al bar a giocare a goriziana o a vagabondare per seguire lavori stradali. Nei sempre più diffusi negozi ‘vintage’ di svuotagarage è possibile imbattersi in tristi fustinelle finite malissimo.
di Stefano Piccagliani (da La Gazzetta di Modena ottobre 2016)
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THE FIRM – “The Firm” (Atlantic 1985) – TTT¾
Febbraio 1986, sabato pomeriggio. E’ passato un anno, sono ancora in giro per Modena sempre con la mia tipa di allora. Passo da Fangareggi 2 (il negozio di dischi di fianco a Piazza Grande in cui sono solito servirmi) e acquisto Mean Business, il secondo album dei Firm. Verso sera torniamo a casa della mia morosa, fa freddo, cerco di riscaldarmi mettendo sul suo vecchio giradischi il disco. Sulle prime rimango deluso, Cadillac è quel tipo di pezzo che non mi colpisce e vedere la riproposizione di Live In Peace mi fa incazzare. Il resto non mi dà scosse particolari. Come vedremo, dopo qualche ascolto il disco inizierà a piacermi parecchio.
Fortune Hunter (Page-Rodgers-Chris Squire uncredited) apre l’album con fermezza, brano veloce e degno di attenzione. Buona parte della musica proviene dalle sessions del 1981 che Page fece con Chris Squire e Ala White degli Yes. Rodgers canta alla grande sul riff di chitarra la storia di un giocatore d’azzardo. Ritornello per nulla banale. Assolo suonato con lo stringbender seguendo la prassi di quegli anni. L’intermezzo lento al minuto 03:19 è incantevole: chitarre meravigliosamente suggestive e voce che dà i brividi, il basso senza tasti che per una volta sembra adattarsi bene al momento riflessivo e infine il rientro della batteria che porta di nuovo al ritornello ma col tempo dimezzato. Per quanto mi riguarda pollice in su.
Cadillac (Page-Rodgers) si insinua con insistenza tra i solchi del lato A. Chitarra molto effettata, buona prova di Rodgers … a me ha sempre dato l’impressione di un pezzo “vuoto”, d’accordo l’approccio da “fàmolo strano” ma non risulta un pezzo ben definito, ha le caratteristiche di una traccia di pre-produzione o in versione demo.
All The King’s Horses (Rodgers) si apre con le tastiere, ennesimo pezzo in minore nel collaudatissimo stile Paul Rodgers, questo però ha il suo perché. Niente di travolgente ma il tutto funziona, buona prova d’insieme, Slade e Franklin sono coesi, Jimmy Page aggiunge drappeggi di pregio. Peccato non vi sia l’assolo di chitarra. Ovviamente ottima la prova di Paul Rodgers.
Live In Peace (Rodgers) proviene dall’album Cut Loose di Paul Rodgers del 1983 e dal maxi single Radioactive del 1985 dei Firm, versione live all’Hammersmith Odeon 9/12/1985 con uno degli assoli migliori di Page post Zeppelin. Capisco che fossero gli anni della guerra fredda, ma avrei preferito un brano nuovo; Rodgers evidentemente puntava sul valore della canzone e ad avere una versione da studio suonata dai vari musicisti (l’originale del 1983 è incluso in un album dove Paul suona ogni strumento). L’assolo in Mi minore di Jimmy Page è ottimo anche nella versione da studio.
Tear Down The Walls (Page-Rodgers) vive di un riffo
di Page eseguito con una chitarra molto effettata (ma ricordiamoci che erano gli anni ottanta); per certi versi la formula Led Zeppelin fa capolino: anticipi, ritardi, stacchi tipici del modo di scrivere del Dark Lord. Nonostante Rodgers sia un cantante più soul la sua voce ben si adatta a questo hard rock grintoso e colorato. Assolo di chitarra suonato con l’onnipresente stringbender che a questo punto tende a farli sembrare tutti uguali. Qui un assolo come Page comanda ci sarebbe stato bene. Sul finale il momento batteria-basso-voce funziona assai bene.
Dreaming (Franklin) – ricalca quasi fedelmente il demo tape inizio anni 80 di Tony Franlkin. Brano che si discosta dai precedenti ma che porta freschezza all’album. Scrittura convincente, arrangiamento felice, prova d’insieme ottima. Rodgers si rivela il grandissimo cantante che è sempre stato. Chitarre stupende e assolo all’altezza.
Free To Live (Page-Rodgers) riff basato sull’intermezzo di chitarra di Live For The Music (Mick Ralphs) dei Bad Company (1976) e mi chiedo come sia stato possibile per Rodgers non vergognarsi. La sua chitarra ritmica viene rinforzata da quella di Jimmy. Strofe mediocri, salvate dal lavoro di chitarra di Page sempre pronto a metterci del suo. Testo risibile … ma quando entra finalmente in scena il Dark Lord (minuto 02:02) con un intermezzo strumentale su cui ricama un assolino risolve la giornata a tutti.
Spirit Of love (Rodgers) chiude in maniera perfetta il disco, un tocco di grandeur, un testo un po’ hippie, sviluppo articolato, canzone di ampio respiro; l’assolo di Page raggiunge livelli alti, avesse suonato la Gibson Les Paul senza stringbender avrebbe toccato i suoi standard solitamente divini. Nella parte finale entra in scena anche la chitarra sintetizzatore, peccato il coro femminile altrimenti sarebbe stato un finale epico. Bravi Slade e Franklin, bravissimo Rodgers, ispirato Page. Degna chiusura di un album ben al di sopra della sufficienza.
Registrato nel 1985 uscì nel febbraio del 1986. 22esimo nella classica americana (disco d’oro), 46esimo in quella inglese. Il titolo intendeva far capire come i Firm facessero sul serio, sebbene non fosse del tutto vero (sin dall’inizio si intuiva fosse un progetto a termine). Copertina mediocre che rincorre lo stile americano di quegli anni.
Paul Rodgers – vocals, acoustic and electric guitars, piano, producer
Jimmy Page – acoustic and electric guitars, producer
Tony Franklin – fretless bass, keyboards, synthesizer, rhythm guitar on Dreaming, back vocals
Chris Slade – drums and percussion
Julian Mendelsohn – producer
Aubrey Powell Productions – cover design
Barry Diament – mastering
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Non capirò mai come fecero gli amici che si dichiaravano fan dei LZ a non aver nessun interesse per questi dischi, che ascoltati oggi, nella mediocrità musicale degli ultimi tre decenni, hanno di sicuro qualcosa da dire, soprattutto ai fan di Page e Rodgers.
Benché abbia cercato di mantenere un profilo critico nel parlare di questi due album è bene chiarire che sì, sono album obliqui, ma sono dischi che ho amato moltissimo … non avranno valore in senso stretto per la storia della musica Rock ma rimangono capitoli importanti della mia vita.
Ecco, non mi dispiacerebbe avere vicino a me un caffè un po’ retrò dove rintanarmi ogni tanto, un caffè diverso dai tanti bar odierni sempre più anonimi e sempre meno suggestivi … ci fosse, ordinerei un cappuccino, un krapfen o una svedese (ma anche una danese o una norvegese andrebbero bene) o anche una fetta di torta di riso, sulla Gazza leggerei le due pagine dedicate all’Inter, poi ordinerei un caffè espresso. Sfoglierei i libri che avrei portato con me, aprirei il block notes, cercherei di mettere su carta i pensieri che mi passano per la maruga*. Magari verso mezzogiorno ordinerei un toast, un’insalata, una belgian blanche ghiacciata, poi una coppa di frutta fresca e per finire un Rum on the rocks con la fettina di limone (il lime è per le nuffie). Passare insomma mezza giornata in una comfort zone che non siano le mura tra cui vivo. Due battute col vecchio Jusfèn, quattro chiacchiere con gli avventori che avrei finito per farli diventare figure famigliari e magari incontrare gli amici che si fermano lì quando sono nei paraggi. “Dai Jaypee, vin chè ca bbòm quel, sa vot, ‘na coca cola o un amaro Nonino? Et sintùu cal bootleg ed Johnny Winter ca tò mandèe?” (Dai Jaypee, vieni qui che beviamo qualcosa, cosa vuoi, una coca cola o l’amaro Nonino? Hai poi ascoltato quel bootleg di Johnny Winter che ti ho inviato?).
E così starmene lì a vedere l’estate passare, a contemplare gli sbagli fatti, a valutare l’uomo che sono, a sbirciare dalle vetrate le nuvole che scivolano sul cielo azzurro e ad aspettare la far away eyes girl.
Poi, come spesso accade nella mia maruga, mi avvierei verso la stazione, salirei sul primo treno merci che porta al sud, là sino alla fine della strada.
Freight Train at Regium Lepidi train station – luglio 2023 – foto TT
Il fischio del treno mi terrebbe compagnia, così come l’ostinato ritmo dato dallo sferragliare sui binari.
Arriverei a sera inoltrata in una stazione di raccordo, chiederei da quanto è partito l’ultimo treno della sera,
cercherei una sistemazione per la notte in una stamberga lì vicino, una di quelle con la vecchia insegna al neon la cui intermittenza tiene compagnia tutta la notte e al mattino mi risveglierei al solito posto, con la sveglia delle 6:30 che mi ricorda l’incipit di una mia vecchia canzone: “(Ecco) un’altra mattina di merda”
Giuseppe – nel dialetto emiliano Ióffa, diminutivo Jusfèn. La semiconsonante J (i lunga, che non è la jay inglese, porca miseria!) si pronuncia più o meno come la i (nei tempi andati si trattava di una variante grafica) ma a seconda delle zone la j ha una pronuncia più o meno caratterizzata, rispetto alla i normale probabilmente più suadente.
Smokey – nello slang della zona dei monti appalachi significa vecchio uomo di colore
(Tim Tirelli)
* MARUGA:
Marùga: in italiano testa, capo. Termine sardonico che non si limita a indicare una parte anatomo-scheletrica ma ne intende pure le qualità intrinseche. Avere della marùga significa infatti utilizzarne al meglio le proprietà intellettive concernenti, come si evince facilmente nell’esempio colloquiale ‘Se lò al zòga un càregh, tè dagh na sflènga se n’t ghe brìsa da struzèr! Dròva la marùga, gabiàn!’. La marùga è quindi la testa nel senso più ampio di intelligenza, oltre che semplice contenitore osseo di poltiglia grigia. Ancora più impattante può essere l’utilizzo del termine marùga in avvincente tandem con la locuzione ‘avèr (o avèregh) dal capèss’, ovvero possedere il rarissimo dono del comprendonio. Un esempio di potente espressività è rintracciabile nella frase: ‘Me fiòl a scòla al ciàpa sol di quàter, chl’imbambì… a g’ho dètt ed druèr la marùga, ma mè a g’ho indavìs c’an gàpia brìsa dal capèss, cumpàign a c’la chèvra ed so mèdra…’. Si evince perciò che le sinapsi del capèss si trovano all’interno della marùga (assioma). Come dicevamo poc’anzi, la marùga non ha però soltanto accezione di ‘intelligenza’ ma può anche semplicemente significare ‘il capo’ nel senso di testa.
Il vocabolo si può quindi utilizzare anche nel senso più diretto, meno lato: ‘La muièra ed Gibertèin l’è ‘na batidòra da quand l’era zòvna. A Camp’sant is l’arcòrden incàra…l’as fèva dèr da tòt in paès, angh fèva schìva gninta, t’en fèv mènga in tèimp a dìr ‘scòlta’ che lè l’era bèle a gambi avèrti…adèsa al pover Gibertèin al g’hà na curòuna ed còren inzèma a la marùga c’an pàsa piò da la porta…’. Se la marùga dovesse presentare dimensioni notevoli, allora viene simpaticamente definita ‘mazòca’ (da cui mazucòun: possessore di ingente marùga con misura che va dal 60 in su). Nell’evenienza invece di una testa completamente pelata (lòstra come ‘na bòcia da bilièrd), non si dirà marùga ma piuttosto zòca plèda. Marùga quèdra, in senso di nativo di Reggio Emilia, è raro. Molto più frequente l’universalmente comprensibile testa quédra.
(di Stefano Piccagliani – dalla Gazzetta di Modena 2018)
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Il caffè di Smokey Joe dunque qui non c’è, così quando la mia comfort zone non sembra più essere tale, dopo una giornata di lavoro e di turbolenze spirituali, risalgo sulla blues mobile e riparto ad inseguire una morbida scia. La Sigismonda è sintonizzata stranamente su un album degli UFO che non amo particolarmente, fu infatti un discutibile e goffo tentativo di inserirsi nella scia dell’hair metal statunitense degli anni ottanta, tuttavia la voce di Phil Mogg ha sempre un ascendente su di me e allora eccomi trasportato dal pezzo in tonalità minore dal titolo che mi si addice
per poi tornare adolescente e perdermi nei sogni un po’ retorici e malinconici …
Tangenziali, zone industriali, campagna nera, circumnavigo intorno alle mie due città. L’abisso della notte sembra irretirmi, il nido di stelle si perde e svanisce in lontananza, là dietro a galassie sconosciute.
blue highway by night – località Molino di Gazzata (RE)- foto TT
Ma poi il blues feroce si placa, la pressione sull’acceleratore diminuisce, il furore si stempera, una barlume di quiete ritorna a governare i tre uomini che sono, Ittod si eclissa, Tim rimane silente e Stefano decide di tornare alla House of Blues, la casetta derelitta in cui vivo.
Una doccia, un Southern Comfort on the rocks, un disco … vediamo se Miles mi risistema l’animo prima di andare a dormire.
In questa estate ansimante leggo un articolo sul de-bunking, quando sei amico di uno come Look B. certi link ti arrivano addosso con la potenza di un fulmine:
“Chi crede alle fantasie di complotto è semplicemente una persona che non resiste al fascino delle storie, su cui ha presa più la spiegazione “narrativa” del fatto, che quella scientifica. Il debunker razionale in questo scenario appare come un guastafeste, colui che rovina quella sensazione di “essere depositario di una verità particolare” che prova chi è affascinato dalle fantasie di complotto.”
In questi ultimi tempi io sempre più spesso mi sento un debunker (sostantivo elegante che per quanto mi riguarda potrebbe essere sinonimo di “cagacaxxo”), perché scopro che non riesco più a stare zitto, anche per quanto riguarda faccende futili. Qualcuno cita antiche credenze? Qualcuno è scaramantico? Qualcuno cita le assurdità della bibbia? Qualcuno mette in campo la superstizione? Invece di fare spallucce, di non farci caso, di farmi scivolare tranquillamente addosso quelle sciocchezze io salgo in cattedra, confuto, sputo fuoco e fiamme e riduco in cenere quelle baggianate.
E certo, come dico spesso rischio di diventare una macchietta, ne sono conscio, ma a questo punto …“cioè, sai che cosa ce ne frega a noi?”. Come dice la Sabba, meglio andare sopra le righe che rimanere troppo sotto.
Diventare uomini di una (in)certa età è dunque pericoloso, perdi ogni filtro e va a finire che rischi la vita per colpa del blues, come diceva una mia vecchia canzone …
Ti metti a bisticciare con i patiti dell’heavy metal, con i chitarristi jazz pretini, con chi nega il cambiamento climatico … per non parlare di chi ha idee politiche, non diverse dalle tue ma, insostenibili. E allora, in quei momenti, avviene una esplosione di blues che poi è difficile far rientrare … ci vuole qualche energica nuotata, soquante belgian blanche, un Moscow Mule preparato dalla Mar, un amaro Nonino on the rocks e magari una ragazza giusta che ci sta.
THE EQUINOX live a Quercioli 15/07/2023
Gli Equinox tornano on the road e lo fanno a Quercioli, una località vicino a Regium Lepidi, in uno dei centri ricreativi più belli della città.
Purtroppo abbiamo dovuto portare noi l’impianto non essendoci appunto nessun service e dunque nessun fonico a gestire gli aspetti tecnici. Questa è una vera maledizione per gli operai del Rock che siamo e sempre più spesso si finisce per chiedersi “ma ne vale la pena?”. Direi di no, impiegare dalle 17 alle 19:40 a montare la nostra strumentazione, l’impianto e cercare di fare suoni decenti sotto la randa del sole (come diciamo qui dalle nostre parti) è davvero uno sport estremo.
The Equinox – Quercioli (RE) 15/7-23 – foto Tim T.
Se non altro qui a Quercioli una volta fatto siamo riusciti a tuffarci in piscina, il che ha aiutato parecchio. Una pizza (per il cantante metrosexual ovviamente una insalatina), una birra e alle 21,45 esatte sul palco.
The Equinox – Quercioli (RE) 15/7-23 – foto Federica Pratissoli
Il medley iniziale, poi Heartbreaker, Black Dog, Dazed, Nobodys’s Fault. Il caldo è opprimente ma l’inizio è energico. Nostra Signora di Guadalupe si mette poi alle tastiere, MM Hop e SIBLY. Il gran caldo unitamente agli sforzi fatti nel pomeriggio comincia a farsi sentire, stare sul palco è dura. Finita What Is And What Should Never Be, dopo un veloce consulto col gruppo, decido di togliere dalla scaletta Moby Dick e Hot Dog … inizio a perdere qualche colpo, lo si evince in The Song Remains The Same e Kashmir. Prendere in braccio la doppiomanico per Stairway To Heavern è spiritualmente difficile. I manici sono bagnati causa umidità e sudore, suonare non è piacevole, tuttavia in qualche modo portiamo a casa anche il pezzo per eccellenza.
The Equinox – Quercioli (RE) 15/7-23 – foto Federica Pratissoli
Sono spossato e non lucidissimo così mi dico: “sai cosa c’è mio caro Tim Tirelli, ma che cazzo te ne frega, butta la mano e succeda quel che succeda”. Dopo questa breve seduta psicoanalitica tutto diventa più facile, suono senza più pensieri, è il momento del piombo zeppelin, dunque let it bleed. Whole Lotta Love including Going Down, Communication Breakdown con la presentazione del gruppo e Rock And Roll. Il finale è scoppiettante. Qualcuno chiede persino un bis e allora via che si va con Thank You e il relativo lungo assolo finale condito dall’effetto Larsen e dal feedback che in chiusura creo sfregando la povera Les Paul contro il Marshall.
The Equinox – Quercioli (RE) 15/7-23 – foto Federica Pratissoli
E anche questa è andata, la organizzatrice si è detta molto contenta, ha addirittura aggiunto che siamo il miglior gruppo ad avere mai suonato lì da loro, anche la mia compaesana Marzia R, venuta da Nonatown – il mio paese natale – si è mostrata entusiasta, ci ha fatto così tanti complimenti che mi ha colpito dritto nel cuore. Al di là dell’aspetto tecnico, fa piacere che alcune persone capiscano lo sforzo che facciamo nel cercare di ricreare il sound e il “senso” dei Led Zeppelin, perché è questo che io voglio … portare sul palco sincerità e passione e distanziarmi dalle tribute band del gruppo di Page che ne danno una versione farlocca che vira sull’heavy metal.
E’ l’una passata, ora ci tocca smontare tutto e ricaricare le macchine, ma va beh, lo sappiamo, è la dura legge che scandisce la vita degli uomini e delle donne di blues.
New York … goodnight!
SERIE TV
_Fauda (2015-2023 Israele) TTTT½
I suggerimenti del mio amico Jaypee li prendo sempre sul serio, siamo allineati su molti aspetti, così quando mi ha invitato a guardare FAUDA non ho esitato. Questa serie TV è superba, cruda, ben fatta, dal carattere Israeliano, a volte la schiettezza ti arriva come una lancia nel costato. Gli attori mi paiono molto bravi, in primis Lior Raz che interpreta il personaggio Doron Kavillio, (da wikipedia) attore e sceneggiatore israeliano, ex membro delle forze speciali, è meglio noto come co-creatore e interprete della serie di NetflixFauda, incentrata sulle vicende di una squadra di agenti israeliani bilingue che si infiltrano in Palestina per prevenire attentati.
Quattro stagioni da 12 puntate l’una. Per quanto mi riguarda, imperdibile.
Ps: ho aggiunto il nome Doron alle mie generalità, da adesso dunque sono: Stefano Leroy Lowell Doron Tirelli, detto Tim (o Team). Sì, lo so, ho grossi problemi.
PLAYLIST
CODA
Siamo nel bel mezzo dell’estate, la piscina esterna mi aiuta a tenere al fresco la mia worried mind e i miei blues, uno di questi ce l’ho a causa di Romelu Lukaku, mi ha spezzato il cuore e non mi do pace; la mia amica Mar è in vacanza, la Stremmy Girl è alle prese con le sue solite peripezie e dunque a me non rimane altro che rileggermi i testi dei Firm, uscire con i ragazzi …
The Boys Are Back In Town Pike, Tim, Liso, Jaypee – Luglio 2023 – Foto ST
e bearmi all’ombra di uno dei migliori suoni di chitarra mai registrati … courtesy of Peter Green 1967.
Giunti a questo punto il vostro uomo di blues preferito vi benedice tutti nel nome del blues e vi lascia con una variazione sul tema: chissà se davvero i fiumi sempre raggiungono il mare.
Come scrivo ogni volta che affronto questo tipo di articoli, lavorando in un’azienda come quella per cui lavoro uno dei miei compiti è anche quello di tenere alcune lectio magistralis (e sia chiaro, lo scrivo con tutta l’autoironia possibile) sulla musica Rock. D’altro canto il presidente me lo disse già durante il colloquio due anni e mezzo fa: “In caso scegliessimo te, sappi che ti chiederò di tenere lezioni sul Rock per i colleghi”. Eccomi dunque qui per la nuova “school of Rock”. Siamo ormai arrivati al quinto episodio, da tenersi come sempre dalle 18:15 alle 19:30 nella – a me tanto cara – Sala Blues, la sala riunioni informale, la sala “where the dreams come blue”, capacità: 25 posti a sedere.
Sala Blues – foto Tim Tirelli 2021
Un pubblico dunque selezionato che si prende la briga di fermarsi in azienda dopo l’orario di lavoro per ascoltare storielle e brani musicali di gruppi del bel tempo che fu. In questo solstizio d’estate viro verso il Rock in senso stretto, ci affranchiamo dal prog rock delle ultime puntate (Genesis e ELP) e ci buttiamo sul primo eroe della chitarra, Eric Clapton.
Alle 17:30 sono già sul posto, sistemo gli ellepì, i CD, controllo gli appunti e mi siedo su di una poltroncina in attesa dei colleghi. La prima ad arrivare è Lady J, una che fa parte del Team Tirelli, il giro di colleghe e colleghi che tendono ad avere affinità elettive con l’uomo di blues che sono. Lady J è una giovane donna a cui credo di aver fatto scoprire Ten Years Gone dei LZ, da allora gironzola con interesse intorno a quel tipo di Rock, cerca ci carpirne l’essenza e di collocare quella musica stellare nel tempo e nello spazio. Non è un “lavoro” (come diciamo qui in Emilia) da tutti.
Lady in The Belly Of the Whale – TT’s School Od Rock – giugno 2023- foto TT
Poco dopo le 18:15 faccio l’appello, ringrazio il gentile pubblico presente e inizio con l’introduzione.
TT School Of Rock – E. Clapton – 22/06-23 – Foto Lady In the Belly
Da dove viene la musica che tanto amiamo, come si trasforma e che cavolo di impatto riesce ad avere sulle nuove generazioni giovanili. Entriamo poi nel vivo parlando di Eric Clapton, analizzando persino il significato del nome: Eric, dal norvegese antico “Re” o “Unico Re”, e Clapton dall’inglese antico “Collina Rocciosa”. Azzardo una traduzione italiana foneticamente efficace: Re Collepietra, tra l’ilarità dei miei giovani colleghi. Un po’ di storia, la madre che ha una relazione con un militare canadese che finita la guerra tornerà nel suo paese d’origine, lui che cresce con i nonni materni, lui che a 13 anni prende in mano la chitarra ma la abbandonerà quasi subito per poi innamorarsene qualche anno dopo, la scoperta del blues, i primi gruppi e poi i “Gallinacci”. Un veloce accenno anche all’uomo oltre che al musicista, uomo tutto sommato mediocre che tra l’altro nel 1976 e nell’era Covid se ne uscì con dichiarazioni imbarazzanti.
spezzoni Intro & Yardbirds
Quindi l’avventura con John Mayall & The Bluesbreakers il cui l’album omonimo del 1966 inaugura la stagione dei chitarristi, saranno questi per alcuni anni a diventare le figure principali di molti gruppi Rock.
TT School Of Rock – E. Clapton – 22/06-23 – Foto Lady In the Belly
Il suono di chitarra dell’album con Mayall è, per l’epoca, sensazionale: è la prima volte che un sound del genere viene registrato grazie alla combinazione della chitarra Gibson Les Paul e dell’amplificatore Marshall 1962 (rinominato Bluesbreaker). Grazie al sound rotondo, distorto e al contempo cremoso che Clapton riesce a creare e alla perizia chitarristica, appare su un muro a Londra la citatissima scritta “Clapton is god.” L’album non fa nemmeno in tempo ad uscire che Clapton è già pronto per un nuovo capitolo della sua carriera; insieme a Ginger Baker e Jack Bruce forma infatti i Cream grazie ai quali comincia la stagione dei grandi gruppi Rock
TT School Of Rock – E. Clapton – 22/06-23 – Foto Lady In the Belly
Blues progressivo, Hard Rock, psichedelia e spazi per lunghe improvvisazioni si mischiano fino a deflagrare in una sorta di Rock Blues cosmico.
TT’s School Of Rock V – Eric Clapton – Giugno 2023 – Foto Stremmy Girl.
Tre album da studio (il terzo, doppio, è per metà dal vivo) e un paio di live che fanno sobbalzare il mondo del Rock che sta delineandosi.
Spezzoni Video John Mayall’s Bluesbreakers & Cream
Terminata l’esperienza Cream, Clapton inizia a distanziare sé stesso dal buraccione del guitar god, si getta capofitto nel genere “americana” che inizia a definirsi con “Music From The Big Pink” (1968) della Band. Tra il 1969 e il 1970 forma i Blind Faith con Stevie Winwood, i Derek & The Dominos, collabora con Delaney & Bonnie, registra un buon primo album solista che rimane comunque interlocutorio per poi precipitare in un biennio buio.
Riemerge nel 1974 con l’album solista 461 Ocean Boulevard grazie al quale compie la singolare trasformazione da chitarrista a rockstar a tutto tondo. Se ci pensiamo è l’unico che è stato in grado di reinventarsi così.
TT School Of Rock – E. Clapton – 22/06-23 – Foto Lady In the Belly
Da lì in poi il Clapton solista torna ad avere un grande successo, oltre all’album del 1974 vi è quello del 1977, Slowhand, ad essere uno dei più venduti. Nel 1980 esce il doppio live Just One Night registrato al Budokan di Tokyo nel dicembre 1979, disco dal vivo assai importante per quelli della mia generazione.
TT School Of Rock – E. Clapton – 22/06-23 – Foto Lady In the Belly
Fino al 1983 fa buoni album, poi incontra Phil Collins ed è la fine, arrivano i dischi di plastica (per quanto ascoltabili), i completi di Armani e la musichetta anni ottanta. All’inizio degli anni novantail suo “Unplugged” (fortunata serie di dischi dal vivo voluta da MTV) spopola e solo in USA vende più di 10 mln di copie … è un disco gradevole, le versioni di Layla e di Tears In Heaven sono ben fatte, ma il blues che riempie tutto il resto è troppo perfettino, pulito, quadrato, per quanto ben suonato. Quel tipo di blues che in quegli anni avrebbero potuto ascoltare anche le nostre zie e i supermanager dell’epoca dentro alle loro costose BMW con solo due o tre cd, Brothers In Arms dei Dire Straits, il primo solista di Sting e l’Unplugged di Clapton appunto. Nulla di male, per carità, ma il blues e il Rock forse erano un’altra cosa.
E qui vi rimando ad un articolo del 2021 che scrissi qui sul blog …evidentemente questo è un tema a me molto caro:
Dopo l’unplugged Clapton pubblica altri dischi, alcuni più che dignitosi ma in sostanza si trascina sino ai giorni nostri.
Spezzoni SOLISTA
Termina più o meno così la mia miserella School Of Rock su Eric Clapton. I colleghi e le colleghe sono come sempre generosi/e nel regalarmi un applauso convinto …
Spezzoni – THE CLAP
e qualche battuta gentile:
Gabri: “La mia prima lezione e l’ho adorata!”
Chris: ” Grazie tante Tim! Cazzo…non conoscevo la storia dei Cream …li ascolterò”
Lady J: ” In un paio di momenti ho sentito i brivido e mi sono proprio emozionata”
Il prossimo appuntamento si dovrebbe tenere vicino all’equinozio di settembre. Thank you boys & girls.
Io sogno e ritrovo il me stesso adolescente; nel delirio onirico mi vedo molto più bello di quello che in realtà ero, una sorta di me stesso rifatto con una di quelle app che ti trasformano in un giovane protagonista di un cartone animato giapponese.
Tim nei sogni di Tim
Nel sogno il mio avatar rivive episodi del mio lontanissimo passato … allora mi piaceva molto un ragazzina più giovane di me, lei stava al gioco, in qualche modo flirtava con me, andavamo al parco, mi teneva la mano, mi dava qualche innocuo bacetto, io mi perdevo tra i suoi lunghi capelli. Ero un giovanissimo uomo di blues alle prese con i primi imbarazzi amorosi, benché lei non si esponesse mai troppo in qualche modo gradiva la mia compagnia e il mio inesperto corteggiamento, mi stava appresso, mi cercava, stava bene con me ma non appena ne aveva l’occasione scappava da un ragazzo molto più grande di noi che se ricordo bene abitava in un città più a nord. Io rimanevo lì a rimestare le mie malinconie e a forgiare col ferro e col fuoco il mio povero animo blues. Mi dicevo, va beh, allora basta, ma non riuscivo a mantenere la barra dei miei pensieri a dritta così inevitabilmente tornavo sui miei passi e finivo per tornare a pensare a lei.
Nel frattempo cercavo di distrarmi, vi era un’altra ragazzina, ancora più giovane dell’altra, con cui mi sembrava di avere quelle che anni dopo avrei chiamato affinità elettive. Esile come me, sinuosa, dall’approccio alternativo, per me bellissima. Ci frequentammo da amici per un po’, le caldi estati della pianura emiliana facevano da sfondo alla nostra amicizia particolare. Quando in vacanza ci scrivevamo lettere e fu per me una meraviglia leggere in un paio di esse “io ti amo!”, tuttavia non successe mai nulla, vi era tra di noi una sorta di relazione senza che ci fosse una relazione. Certo, eravamo ragazzini, adolescenti, “relazione” era un termine da grandi, ma d’altra parte una volta lei mi disse: “non dobbiamo dirci nulla, non dobbiamo aggiungere nulla, tra noi tutto è sottointeso!”. Pensai fosse una frase fantastica, e pensai a lei spesso, a volte riuscivo persino a dimenticare l’altra ragazzina coi capelli rossi. Sì, non successe mai nulla, almeno che io ricordi e intanto i mesi, gli anni passarono, anche nei sogni odierni.
Ed è così che mi sveglio, mi trascino in bagno e, annebbiato ancora da quei ricordi vividi, non riesco a riconoscere quell’uomo che mi guarda dallo specchio.
Uomo di Blues – dicembre 2022
FILM
_The Salvation (2014 DK) – TTT¾
1870 in America, un colono danese decide di vendicare l’assassinio della sua famiglia. Bel western “scandinavo” che in qualche modo ricorda il mondo di Sergio Leone.
Mads Mikkelsen è un attore che mi piace molto e dunque il mio giudizio più che positivo potrebbe essere contagiato da questa ammirazione.
_La Ragazza Di Stillwater (USA 2021) – TTT¾
Questa pellicola narra di un dramma familiare che si svolge tra l’Oklahoma e Marsiglia, un padre tenta di provare l’innocenza della figlia condannata per omicidio. Bravi gli attori, riuscita la contrapposizione tra il vecchio e il nuovo mondo, buona la resa, poca retorica e la realtà dipinta come si deve.
_Blood & Gold (Germania 2023) – TTT½
Primavera del 1945, i nazisti stanno per perdere la guerra, in quel contesto un disertore tedesco ed una contadina cercano di sopravvivere mentre un gruppo di spietati nazisti è alla ricerca dell’oro di una famiglia di ebrei. Vi è un approccio alla Tarantino in questo film che secondo me vale la pena vedere.
_Lo Strangolatore di Boston (USA 2023) – TTT½
Prima metà anni sessanta, Loretta McLaughlin – giornalista del Record American di Boston, indaga su una serie di omicidi misteriosamente collegati. Basata su fatti realmente accaduti. Sono un fan dei Rolling Stones, uno dei miei primi gruppi si chiamava Midnight Ramblers, non potevo non guardare questo (bel) film.
PLAYLIST
CODA
E’ il solstizio d’estate, i campi di grano, i campi di cocomeri, le rotoballe di fieno, un altro semestre già volato via,
l’Inter che esce col blues dalla finale di Champions League, io e la Marzia in pausa pranzo alla mensa dei preti o in quella dei ferrovieri, le prove con la band per il concerto del 15 luglio a Cavriago, le serate con gli amici sotto alle lucine gialle del bersò, l’amaro Nonino on the rocks con la fetta di limone e la potente spinta del blues che, in braghette corte, zoccoli adilette e maglietta dei Led Zeppelin mi spinge ai confini delle campagne con lo sguardo rivolto là, lontano oltre le colline.
La descrizione qui sotto dice tutto: “La sua lingua poetica, a volte cruda e tagliente ma sempre umanissima, raccoglie le storie, le accosta le une alle altre in un montaggio che non fa sconti e non giudica” …ecco, proprio così. Fino al 1992 in un condominio inaugurato nel 1975 che avrebbe dovuto rappresentare con successo il melting pop Jugoslavia, famiglie di inquilini di tutte le classi sociali ed etnie vivevano la propria quotidianità. Piccole storie che si incrociavano e fondevano l’un l’altra fino all’arrivo della guerra. Quando il comunismo perse la sua forza ideologica si ebbe la dissoluzione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, si fecero allora strada i feroci nazionalismi che portarono alle guerre jugoslave 1991/2001. All’interno di esse vi fu la guerra di Bosnia ed Erzegovina del 1992-1995, quella a cui fa da teatro questo libro. Nel condominio di 104 appartamenti divisi su 13 (poi diventati 12 per scaramanzia) tutto salta, i vicini diventano nemici, gli uomini partono per il fronte e le storie di ordinaria quotidianità diventano tragedie e orrori. Cvijetić raccoglie brevi istantanee e le mette nell’album una dopo l’altra. Registra, racconta, lascia spazio al silenzio. Un libro crudo ma umanissimo, da leggere.
Un condominio di mattoni rossi, inaugurato nel 1975 per ospitare 104 famiglie di tutte le fedi, di ogni provenienza e ceto sociale, un “villaggio verticale” abitato da un mosaico di persone che rispecchiano la Jugoslavia: un sogno di emancipazione alto 13 piani che si eleva al di sopra della cittadina di Prijedor. Una comunità che si sgretola nel 1992, già nei primi giorni della guerra, quando gli aggressori entrano prepotentemente nel palazzo e ne devastano la struttura sociale, e i vicini di casa si trasformano in soldati e nemici. “Cvijetic non si allontana mai da quel palazzone che fu luogo di risate e feste e amicizie. La sua lingua poetica, a volte cruda e tagliente ma sempre umanissima, raccoglie le storie, le accosta le une alle altre in un montaggio che non fa sconti e non giudica” (Federica Manzon).
Ne ho già accennato qui sul blog, questo è uno dei libri più pazzeschi che abbia mai affrontato. Non sono sicuro sia un libro per tutti, certamente lo è per quelli che scelgono sentieri dove gli altri non vanno, come di solito facciamo noi, donne e uomini di blues.
Queste pagine (più di 900) sottraggono la terra sotto ai piedi, spostano gli accenti, gli equilibri, la realtà. Uno scrittore che non ha saputo realizzarsi e diventato professore di romeno in una scuola periferica vive e si nutre di allucinazioni dimensionali nella sua bizzarra casa a forma di nave, costruita sopra ad un solenoide. Questo in pratica il copione del libro. Cărtărescu interpreta la realtà a modo suo, la squarcia, la getta oltre le prospettive conosciute. Sullo sfondo c’è Bucarest suonata su un blues senza fiato, mentre in primo piano vi è l’acuta sensibilità visionaria dell’autore che smaterializza la normalità. Un viaggio lisergico e al contempo razionale tra gli assoluti misteri universali che l’uomo prova a sondare.
Questo libro sconquassa l’animo, rende irrequieti, fa sentire vivi. Direi che in un epoca come questa siano tutti aspetti di cui abbiamo un forte bisogno. Immaginate un frullato fatto con Physical Graffiti dei Led Zeppelin, le Lost Sessions del 1973 della Mahavishnu Orchestra, i King Crimson più sperimentali e il numero di battute mai convenzionale del blues rurale del Delta. Ecco, più o meno.
Il capolavoro di uno dei più grandi romanzieri del nostro tempo
«Cărtărescu è semplicemente Cărtărescu, la sua prosa, il lettore la può amare o odiare, la può trovare affascinante o estenuante, la può vivere come essenziale oppure eccessiva; o anche provare sentimenti ambivalenti, ma non è possibile restare indifferenti, una volta inoltratisi fra le parole di questo autore che in ogni suo libro, non solo racconta storie, quanto ricrea l’universo» – Wlodek Goldkorn, Robinson
«Spunta un capolavoro vero, un tipo di evento che in letteratura si vede di rado» – Vanni Santoni
Dentro una strana casa a forma di barca uno scrittore fallito consuma la vita creando pianeti nella propria testa, annotando sogni e incubi su un diario folle, vagando con la mente per una Bucarest allucinata, pulsatile, ectoplasmatica. Divenuto professore di romeno in una scuola di periferia, lavoro che detesta e ripudia, in quel tetro edificio conosce figure che diventano per lui punti di riferimento: un matematico che lo inizia ai segreti più reconditi della sua materia, gli adepti di una setta mistica che organizza manifestazioni contro la morte nei cimiteri della città e infine Irina, la donna di cui si innamora. In un delirio abbacinante di immagini assurde, lo scrittore tenta disperatamente di sfuggire alla tirannia dei nostri cinque sensi e di accedere a un’altra dimensione dell’esistenza. “Solenoide” è il capolavoro di Mircea Cărtărescu, l’opera monumentale che ingloba e fagocita tutte le precedenti, restituendoci la totalità del suo pensiero e l’eccezionalità della sua scrittura, la quale ricorda Kafka, Borges, Pynchon, Bolaño. C’è qui l’impronta di un visionario, un profeta che ci svela in tutta la sua evidenza la «cospirazione della normalità», la gabbia che il nostro cervello ha costruito per noi. Perché per Cărtărescu la realtà è un carcere e noi, come il protagonista di questo libro, abbiamo il dovere di evadere, di cercare, anche a rischio di impazzire, un’altra verità. “Solenoide”, è questa la sua grandezza, apre uno squarcio e illumina la via di fuga.
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