L’angolo della posta: to be moved by the blog

12 Apr

Scrive MASSIMO AVALLONE: “Ciao Tim, come stai? Ti leggo sempre, e spesso mi commuovi. Continua così.”

Scrive RIFF” ‘L’Uomo più magro che cammina all’ombra del blues’ è stupenda, una frase d’arte e poesia. Grazie di te, amico mio.Ciao, man.”

Risponde l’esperto: ci tocca sempre premettere che non riportiamo questi messaggi per vanità o bisogno di adulazione, ma soltanto perché l’esperto ogni volta rimane colpito. Pezzi d’uomini fatti, che ci scrivono messaggi senza tanti filtri, uomini ( e donne) che non hanno timore di far trapelare sentimenti e stati d’animo. Lo so che mi ripeto, ma la piccola comunità nata intorno al blog mi entusiasma. Che meraviglia. L’esperto spera un giorno di incontravi tutti…. If we could just join hands,  if we could just join hands,  if we could just join hands….

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LED ZEPPELIN MUST HAVE BOOTLEGS – Led Zeppelin: “Four Blocks In The Snow V.2” February 12, 1975 – Madison Square Garden, New York

10 Apr

La qualità  sonora dei bootleg soundboard del 1975 dei LED ZEPPELIN è stupefacente. Ne sono ormai usciti nove e tutti riflettono l’ottimo lavoro che la società texana SHOWCO fece nel gestire l’impianto audio del tour. Questo di New York poi è probabilmente il migliore, alcuni sostengano possa trattarsi di un rough mix di una registrazione multitraccia. La versione bootleg scelta è quella matrix, dove  la qualità soundboard perde un pelo di brillantezza nell’essere mescolata ad una fonte audience, ma il risultato finale acquista in autenticità. Se vi piacciono i Led Zeppelin e se siete illuminati ed esperti abbastanza anche da affrontare quelli post 1973, questo è un bootleg da avere.

TITLE: Led Zeppelin: “Four Blocks In The Snow” February 12, 1975 –  Madison Square Garden, New York

LABEL: Bluecongo Production

TYPE: matrix (soundboard + audience)

SOUND QUALITY: TTTTT+

PERFORMANCE: TTTT

BAND MOOD: TTTT1/2

12 febbraio 1975, New York. Robert Plant si sveglia verso le 10, insolitamente presto per le abitudini on the road dei LZ. E’ di buon umore. Ordina la colazione, osserva compiaciuto la fitta neve che scende sulla città. Scende nella hall dell’albergo, l’entourage del gruppo è ancora nelle proprie stanze, Jones è uscito per i fatti suoi, Bonham e Page si sveglieranno nel primo pomeriggio. Robert si accomoda in una saletta riservata, legge i giornali, dalla grande vetrata controlla che la nevicata continui, sorseggia un succo d’arancia.  Si sente bene Robert, una delle prime volte che capita in questo tour. Bronchite, febbre e mal di gola sembrano meno feroci del solito. Ripensa a tutti i problemi incontrati durante questa spedizione americana. Jimmy Page che parte con un dito della mano sinistra in pessime condizioni, lui che nella fredda Chicago si ammala immediatamente, le droghe che iniziano a farsi pesanti all’interno della band e che condizionano troppo le performance – soprattutto quelle di Page – del gruppo. Ma oggi Robert non vuole avere cattivi pensieri, si sente in forma e stasera suonerà l’ultimo dei tre concerti del tour al Madison Square Garden, lì a New York City.

Inizia la sera e le limousine dell’entourage partono alla volta del MSG. Dovranno attraversare quattro isolati a passo lento, la neve continua a cadere, le luci della città brillano mentre i Led Zeppelin ci scivolano dentro. Robert ama la magia della neve e si sente sempre meglio.

Nel backstage  osserva il gruppo: BONHAM un po’ nervoso che si beve un  paio di whiskey, Jones fuma da solo in un angolo, Jimmy imperscrutabile finge di ascoltare un paio di groupie. Peter Grant confabula col responsabile del Garden e i pezzi grossi della Atlantic. Gli uomini della sicurezza cercano di darsi il tono giusto.

Arrivano gli echi del mormorio del pubblico, 20.000 anime affamate di piombo Zeppelin. E’ l’ora di cambiarsi, di sparire un paio di minuti nei bagni, di scambiarsi un sorriso…si va in scena.

Parte ROCK AND ROLL, niente di sensazionale… ma il gruppo ha mollato gli ormeggi. Il suono della chitarra di Page è meno distorto e più pulito che in passato, caratteristica di tutto il tour del 1975. Page sembra un po’ scordato, Plant con la voce sembra sempre sul punto di cadere, ma entrambi portano a casa una prestazione dignitosa.

SICK AGAIN è attaccata al finale di ROCK AND ROLL, pur non essendo un pezzo che risalti particolarmente deve essere adatto a far scaldare la band. L’esecuzione del primo assolo di Page è un po’ così, mentre il secondo è già più convinto

RP: “New York! Good evenin’. I said, good evenin’. That’s better. We came four blocks in the snow to get here. You realize that? Well, let me tell you something. People, people were calling me up on the telephone today sayin’, is it gonna be on? Is it gonna be on? For a minute, I wondered about my anatomy and then I realized there was some discrepency about the weather. Isn’t it good, though, it snows? Doesn’t it change the vibe of the city? I think it’s great. Anyway, so we’ll dedicate this to the, the keeper of the seasons. The man who gives us snow when we need it. Whoever he is, wherever he is. We’re gonna do a cross-section of material, as any of you who’ve been to any of the other shows we’ve done. For those of you who haven’t, I’m gonna give you a bit of schtick. It’s, uh, a cross-section of the material that we’ve got together in the last six and a half years. And it starts with one that goes something like this.”

Con OVER THE HILLS AND FAR AWAY il dirigibile prende decisamente quota, soprattutto nella parte dedicata all’assolo di chitarra. E’ uno di quegli exploit di Page che condensano misticismo, senso rock e brillantezza compositiva, in pratica il maestoso respiro dei Led Zeppelin. Quasi otto minuti di rock complesso messo giù in maniera  semplice, deciso ma al contempo dolce. Tight but loose, insomma.

RP: “Thank you. This is, uh, what we could consider to be the last of the New York concerts. We’ve got the Nassau County ones, but we’ve always really dug the, playing in the Garden and, uh, so tonight, so tonight we’re gonna have a really estactic one, right? This is co-dependant on two things: us and you. I’m in the mood to do a lot of talking but that’s not what it’s all about so. Um, we’ve got a new album coming out very shortly called Physical Graffiti. The likes of which we left in California. Um, there’s some new tracks from the album that we intend to play you. And this is one of them.”

IN MY TIME OF DYING …Page si infila la Danelectro e il bottleneck (nell’anulare della mano sinistra) e la cavalcata di chitarra slide ha inizio. Ascoltare la versione in studio di questo pezzo, magari in cuffia, è una esperienza da fare per comprende il senso dell’attacco dei Led Zeppelin, per toccare con mano la grandezza del più riuscito gruppo rock della storia. Dal vivo il brano non può arrivare ai livelli appena descritti, ma rimane sempre un  momento di sana compattezza.

(Page and Plant durante IN MY TIME OF DYING)

RP: “Pardon? Thank you very much. Ironically, that was, uh, that’s an old, what one might call a folk standard. They become folk songs when nobody writes the music to ‘em anymore. They’re just passed on by memory. Can you ever imagine ‘Whole Lotta Love’ endin’ up like that? Right, this is a song that came to us along with a lot of good experiences as we travelled the world. We ended up in, uh, here. Uh, Rodney Dangerfield’s, would you believe? Uh, we ended up in a lot of strange places across the world with a lot of strange people. Some good strange, some weird strange. But in the end we found, to cut a long long story short, that there’s a guy selling t-shirts there. And that ‘The Song Remains the Same.”

Tolta la Danelectro Page indossa la doppiomanico, pennata introduttiva sul RE e inizia THE SONG REMAINS THE SAME, altro momento superbo. Dal vivo, sulla 12 corde, Page cerca di riarrangiare per una chitarra sola le varie parti costruite in studio. Il risultato lascia spesso a bocca aperta. Quanto suona Jimmy Poige in questo brano e in che splendido modo è accompagnato dal gruppo! Se non fosse per le leggere imperfezioni che traspaiono qui è la sembrerebbe di ascoltare i LZ dei primi formidabili cinque anni.

THE RAIN SONG, nata come canzone a cui TSRTS doveva fare da introduzione strumentale, è suonata sulla sei corde della doppiomanico ed inizia laddove l’ultimo gorgheggio di TSRTS finisce. Plant fatica nella sezione più dura ma il risultato finale è molto buono.

RP”Right. Uh, sorry about that small intermission. Um, this is a track from the Physical Graffiti which, uh, once again takes the, the vibe of travel and experience and flashes on environment, like the one that we’re getting right now. But this one is called ‘Kashmir.'”

KASHMIR è il pezzo più importante di quelli presentati tratti da Physical Graffiti, album che – al momento del concerto di cui stiamo parlando –  ancora non è uscito. Il pubblico sembra apprezzare. Altra buona prova, il gruppo sembra davvero unito.

La NO QUARTER del 1975, quando la band è in una serata decente, è uno dei momenti più esoterici dello spettacolo. La musica e la atmosfera che i Led Zeppelin riescono a creare durante questo brano ha del soprannaturale. Immaginate di percorrere, in una notte nera, un sentiero poco battuto con i rumori più nascosti del mondo ad incorniciare il vostro stato d’animo. L’ho già scritto, ma quando Page inizia l’assolo si viene sospinti in un territorio mentale dove si finisce a soppesare i misteri del mondo e a valutare gli orizzonti perduti che noi, uomini e donne di blues, ci portiamo dentro. Page potrà anche essere disgiunto a volte, ma l’intensità che riesce a raggiungere, le note che riesce a strappare sono note che provengono dalla tastiera dell’universo più che da quella di una semplice chitarra. Ammiro molto questa sua capacità di trovare sequenze di note così particolari. Credo sia questo che ammalia così tante persone. Qui al Garden, in questa serata, 17 minuti di musica che aleggia ed alloggia su sensazioni dal significato oscuro, musica che vaga senza mai toccare nessun punto cardinale. Il Garden apprezza molto e si lascia andare a manifestazioni di consenso e di ammirazione con applausi e grida entusiastiche.

RP: “John Paul Jones, piano. Jimmy Page, electric guitar. Raymond Thomas, Jimmy Page’s road manager. Ian Knight, in charge of the smoke machine that didn’t work. 

Well I told you we intended to have a good time. One thing I can’t stand is those very starchy pop stars who pretend that it’s all so serious, that it’s. There’s a few of them lived in the village, from England. Here’s a track from, uh, here’s a track from Physical Graffiti that, that lifts a little bit. It, uh, refers to the embellishments of the motorcar. And it has connotations to physical contact. It’s called ‘Trampled Underfoot.'”

TRAMPLED UNDERFOOT, quarto ed ultimo pezzo da PHYSICAL GRAFFITI. Brano coinvolgente, ma tutto sommato minore e  monocorde. Un po’ strana la scelta delle canzoni del nuovo album. A parte KASHMIR, forse era il caso di provare cose più efficaci e meno strambe…TEN YEARS GONE, CUSTARD PIE, THE ROVER per esempio. THE WANTON SONG fu provata nelle prime date ma poi fu accantonata. Ad ogni modo discreta versione, Plant un po’ a fatica.

RP: “Well that was another new one. Alright. Ladies and gentlemen, at this point in the evening we wanna feature one of the finest percussionist that Led Zeppelin’s ever had. The bowler hatted wonder  John Bonham, ‘Moby Dick.'”

Jimmy abbassa il Mi basso a Re, John Bonham inizia l’intro sul rullante, MOBY DICK prende vita. Venti minuti dedicati al genio percussivo di JOHN HENRY BONHAM. In alcuni momenti ascoltarlo è davvero eccitante. Ho una predilezione per il drumming di Bonham, uno dei pochissimi batteristi che mi fa godere, letteralmente.

RP: “Right, we said our intentions was to, uh, to cover a, sort of a cross-section of color, of sound, of what we’ve managed to get together for the last few years. This, probably, was one of the very first of what one might call the Immaculate Conception. Referring to Jimmy, of course.”

Quello del 1975 è l’ultimo tour che prevede in scaletta DAZED AND CONFUSED; in marzo – a Seattle –  il pezzo raggiunge e supera i 40 minuti. Qui al MSG ci si accontenta di 33. A questo punto del concerto la voce di RP inizia a mostrare i primi cedimenti vistosi, tutto però viene mitigato dall’immaginazione musicale di Page e dalle belle prove di Jones e Bonham. Ancora mistero ed eleganza tenebrosa tra il minuto 6 e 8 nella sezione lenta dedicata a (If you’re going to) SAN FRANCISCO (be sure to wear some flowers in your hair). Segue il lavoretto con l’archetto di violino, dove anche stavolta il Dark Lord richiama dall’oscurità i demoni che così sapientemente riesce a evocare. Rientrata la band e nel bel mezzo di una di quelle improvvisazioni leggendarie, verso il minuto 23 prova un riff già disegnato nella sua mente…diventerà il riff di WALTER’S WALK. Il gruppo, il pubblico, i tecnici sono tutti sospesi in una trance dovuta a quelle improvvisazioni così sbalorditive e feroci. Alla fine tutti, storditi e contenti, tirano un sospiro di sollivo…esperienza mica da ridere quella di essere in balia di una DAZED AND CONFUSED suonata dai LZ (in una buona serata) nel 1975.

(Page in DAZED AND CONFUSED)

RP: “Jimmy Page, guitar.

Huhhh. Well we seem to have covered every, uh, almost every color in the spectrum. I think there’s maybe one color left.”

E’ il momento clou dell’evento, del rito, Jimmy Page riprende la doppiomanico, è l’ora di STAIRWAY TO HEAVEN. Dopo la tempesta di DAZED AND CONFUSED ecco il cielo terso di STARIWAY, la canzone della speranza. Ancora qualche problema alla voce ma il risultato è più che positivo. Durante l’assolo di chitarra qualche vago accenno reggae. L’assolo non è magnifico come quello immortalato nella versione di THE SONG REMAINS THE SAME (il film), ma Page non si ripete quasi mai, cerca sempre nuove strade e nel farlo a volte può incorrere in forzature. Un saluto e si torna nei camerini.

(Plant e Page durante STAIRWAY TO HEAVEN)

RP: “Thank you very much. New York! Goodnight.

Oh.”

Il primo bis è costituito dall’accoppiata WHOLE LOTTA LOVE / BLACK DOG. Il tempo di un minuto e mezzo (una sola strofa e le frasette finali ) e WLL è già finita. Il riff iniziale di OUT ON THE TILE e parte BLACK DOG. Il gruppo pare meno a fuoco, Robert tende sempre più a faticare, Jimmy sembra più sfilacciato. Sembra che la concentrazione se ne sia andata, magari grazie a certe sostanze prese dietro le quinte, o semplicemente forse perché verso la fine di un concerto di questo tipo ( di due ore e mezzo) le forze pisco-fisiche iniziano a venir meno. Intendiamoci, anche così è sempre un bel sentire.

RP: “New York! New York! New York! Goodnight.

Good evening. I said, good eveeening! I mean, this is the last time we’re gonna be at The Garden for, aye aye aye. I said, good eveeeening! (Oh. Well you know that you shook me. Oh).”

HEARTBREAKER si muove sugli stessi binari del bis precedente. Robert ormai non ne ha più e il gruppo ha perso in dinamica. Nell’assolo Jimmy alterna sbavature poco professionali e scariche furibonde. Al minuto 6 parte con un delizioso giro blues/rock and roll su cui si inseriscono subito Jones e Bonham e dove Plant canta (maluccio) THAT’S ALRIGHT MAMA. Nell’assolo finale con l’accompagnamento regna un caos niente male.

RP: “Ladies and gentlemen of New York, you’re too much. And we ain’t so bad ourselves. Thanks very much. Goodnight.”

Malgrado un certo decadimento nelle performance dell’ ultimissima parte, un gran bel concerto (per gli standard del 1975).

(le foto live inserite sono relative alle date di New York del tour 1975)

© Tim Tirelli 2012

TSRTS

 Stairway To Heaven-  assolo

No Quarter – prima parte:

No Quarter  – seconda parte:



INTERVALLO – Sinai Mountain Hop

9 Apr

Dennis torna dalla Cina, Brian di nuovo in ufficio, il demone delle notti senza sonno pt2 , i rigurgiti degli anni settanta e l’hard rock che mi risolve le giornate.

8 Apr

Dennis, dopo 70 e passa giorni di lavoro nel sud della Cina, torna e  mercoledì mi passa a prendere in ufficio per una pizza da Rock a Stonecity. Mi racconta un po’ la vita made in China, non un granché. Rispondo ad una telefonata, vede il mio nuovo cellulino, lo prende in mano, lo valuta, mi scatta una foto…

(Tim’s in the office blues – foto di Dennis)

Ci ridiamo appuntamento per sabato a pranzo in un cinegiappo di Regium Lepidi, come non ne avesse abbastanza di cibi cinesi.

Notte quasi senza sonno quella tra mercole e giove, il demone mi si attorciglia addosso e non mi lascia respirare. Mi chiedo cosa sia questa ansia che mi prende alla notte prima di addormentarmi, sono un uomo di blues, lo so, eppure mi pare di stare un po’ meglio rispetto al recente passato, sono perfino ingrassato, io che sono l’uomo più magro che cammina all’ombra del blues. Alle 03,50 mi alzo, mi metto in cuffia, WHO ELSE di JEFF BECK, in sequenza BRUSH WITH THE BLUES, DECLAN e ANOTHER PLACE…

UN ALTRO POSTO di GOFFREDO CANALI mi quieta l’animo, mi rinfilo sotto alle coperte, non ricordo più nulla se non la sveglia alle 6,30. Oggi è giovedì e Brian verrà in ufficio con me. Già stanco mi metto in macchina, metto il pilota automatico, diretto a Mutina. Metto e tolgo cd nel car stereo: un bootleg dei TISHAMINGO. il doppio live dei BLACK COUNTRY COMMUNION, SCHENKER al Rockpalast nel 1981…non trovo pace, metto su Radio Capital. Preparo Brian e alle 8,15 siamo alla edicola lì vicino: mentre mi accingo a pagare LA REPUBBLICA e IL MANIFESTO mi viene alla mente la cronica mancanza di moneta negli anni settanta…usavamo gettoni telefonici, francobolli da 100 lire posti dentro piccoli contenitori tondi di plastica verde e i miniassegni…i miniassegni…che lavoro ragazzi…

(miniassegni)

Di nuovo in macchina Stonecity bound, Brian ascolta Luca Bottura che conduce LATERAL su RADIO CAPITAL  e dice “Vacca ec crunèsta!” riferito a Bottura, elogiando il buon eloquio del bolognese. Poco dopo: “Bello questo pezzo” (American Woman degli Guess Who). In ufficio Brian sfoglia Repubblica, cerca di frenare la sua sfrenata voglia di parlare, guarda fuori dalla finestra…

(Brian osserva il mondo dalla finestra – foto di TT)

Verso l’una ristorantino per due scaloppe al limone, verso le due a casa di Brian, verso le 15 riparto, mi fermo da due commercialisti e alle 16,30 riapprodo in ufficio, stremato.

Venerdì prepasquale in ufficio, c’è poco traffico, anche di telefonate. Lavoricchio, parlo con Lakèrlit, mi chiama Laròby…è in ufficio da sola, due chiacchiere, e ci salutiamo. Alle 18,15 decido che dobbiamo andarcene, Lakerlit prontamente risponde all’appello, la Sarwooda stranamente è già pronta, Johnluke si sta attardando su un progetto. Gli faccio due urla (bonarie s’intende) e alle 18,30 siamo fuori. Tre giorni a casa, speriamo di dormire un po’.

(JohnLuke & Tim in the office – foto di LK)

Mi metto in macchina, ripenso ad un sms di giovedì di Polbi “In viaggio verso Catanzaro con la speranza di sbloccare certe faccende, ascolto con inaspettata goduria una cassetta degli WHITESNAKE che mi hai registrato secoli fa…”, Polbi che si ascolta gli Whitesnake, questa sì che è una sorpresa. Di sicuro gli avrò fatto qualcosa periodo 1978/84. Fuori c’è uno di quei tardi pomeriggi con nuvole e sole, tempo perfetto per sparasi a canna gli WHITESNAKE, mentre mi godo per l’ennesima volte le campagne che sono casa mia…

(Le campagne che sono casa mia – foto di TT)

HIT AND RUN, LOVE AIN’T LO STRANGER, TOO MANY TEARS…canto a squarciagola…gli WHITESNAKE mi fanno bene all’animo…

There’ve been too many tears falling,
And there’ve been too many hearts
Breaking in two.
Remember what we had together,
Believing it would last forever.
So, tell me, baby,
Where did I go wrong

Arrivo nel posto in riva al mondo ancora in preda alle bluesy good vibrations del Serpente Bianco. Mi godo quello scampolo di sole che ancora resiste su Borgo Massenzio…

(late afternoon sunshine on domus saurea – foto di TT)

Sabato, alle 08,20 sono già da Brian. Lo comando a bacchetta: (dopo la doccia) “Dai Brian, lavarsi i denti…pulirsi le orecchie…mettersi la maglietta…la camicia…il maglioncino…” non gli do tregua, lui, da par suo, mi risponde con un “Va bene, Comandante”. Ninentylands: colazione e soliti nostri giri.

(Brian e Tim in Ninetylands – Foto di Lsm)

Verso mezzogiorno riporto Brian a casa. Si arrabbia un po’ perché non resto con lui o perché non viene con me, ormai succede spesso questo, anche il giovedì. Ti sembra di sbatterti abbastanza e perciò quando senti questi discorsi ti arrabbi un po’, ma fai buon viso a cattivo gioco, non è Brian a parlare, sono i vapori delle nebbie che deve attraversare. Lui si inquieta, ti dice cose poco simpatiche, tu cerchi di non reagire, ma non sempre ci riesci. Ti telefona dopo pochi minuti e rincara la dose. Ti si ingrigisce l’animo. Ma poi dopo un paio di ore, riemerge dalla foschia, ti chiama, ti chiede cento volte scusa e di dice almeno dieci volte che ti vuole bene. Che brutto lavoro la vecchiaia. Ritorno con ancora gli WHITESNAKE nelle orecchie:

All’una al cinegiappo con Dennis, il quale mi regala una maglietta e un cappellino dell’esercito cinese. Insieme ci guardiamo poi l’Inter, grande delusione, giochiamo maluccio, ma se non altro non perdiamo e segniamo due goal. Pessimi anche i risultati delle altre partite con la seconda squadra di Milano che perde in casa e la squadra dallo stadio di latta che ora è prima. Meglio non pensarci.

Domenica, mi sveglio e penso alla risurrezione…ha ragione Julia, la chiesa cattolica è una grande madre di cui sentiamo il peso, volenti o nolenti. Qualcuno mi prepara un caffè, io metto su i 10CC…

L’umore ha lo stesso colore del cielo di oggi: silver, blue and gold …

Risurrezione dunque eh? Mica quella di quell’ebreo di origine etiope che si sono inventati i cristiani, ma quelle più vicine a me, non sarebbe male….mia madre, John Bonham, Che Guevara, Robert Kennedy, Boz Burrell, Cozy Powell, Pop e Laura e qualche altro nome…fossero qui tra noi mi sentirei meno peggio…bah, pensieri sballati di una fottuta pasqua qualunque…adesso vado dalla Lucy a mangiare i cappelletti, poi metterò su la BAD COMPANY e i BLUEÖYSTER CULT e cercherò di evitare le ombre più scure del blues…da buon veterano delle guerre psichiche quale sono…in Eric Bloom I trust.

ADDIO A JIM MARSHALL

5 Apr

Stamattina, a 88 anni,  se ne è andato JIM MARSHALL, inventore degli amplificatori del rock e uomo di gran lignaggio. Gli saremo sempre riconoscenti, il suono di un Marshall a valvole, unito a quello di una Gibson Les Paul, è il suono della musica rock, il suono che ci portiamo dentro, quello grazie al quale smussiamo i nostri blues, quello con cui ci mettiamo a ballare l’Hoochie Choochie, quello che ci fa vivere insomma. Io e Lorenz stasera inizieremo una veglia, non tanto funebre, ma una veglia di ringraziamento…ascolteremo i dischi incisi grazie ai suoi amplificatori, berremo Southern Comfort (io) e Macallan (Lorenz) e alzeremo i calici in onore del grande Jim. Riposa in pace, vecchio mio. Grazie di tutto.

CLASSIC ROCK MAGAZINE N.169 – APRILE 2012

3 Apr

 

Un po’ in ritardo spendo due parole su questo bel numero: 13 pagine dedicate ai VAN HALEN, 6 agli UFO, 4 dedicate a foto rare dei QUEEN, recensioni dell’ultimo VAN HALEN e dell’ultimo SPRINGSTEEN,. Nelle pagine dedicate alle recensioni delle nuove ristampe si parla di RORY GALLAGHER, ancora UFO, MICHAEL SCHENKER GROUP, mentre la buyer’s guide è dedicata agli SCORPIONS. IL Cd allegato  si chiama BLUES FURY new rock revolution/high voltage blues…non lo trovo più, quindi non posso parlarne. Anyway this is a fucking cool issue.

MMMMMMMMM

BRUCE SPRINGSTEEN “The Collection 1973-84” (2010 Sony Legacy) – TTTTT

2 Apr

14,62 sterline per i 7 album da avere di Springsteen.Per chi ama comprare cd questo è davvero un bel momento. Box set semplice ma tutto sommato pratico. BORN TO RUN e THE RIVER è roba da cinque stelle, il resto veleggia (per un non amante del genere quale sono io) tra le tre e le quattro stelle. I primi due album un po’ naif, prodotti maluccio, con spunti interessanti, NEBRASKA un po’ troppo scarno e noiosetto, BORN IN THE USA l’album del mega successo e DARKNESS meno brillante dei momenti migliori. Tuttavia, ripeto, l’operazione in sé vale il massimo dei voti, per pochi euro ti porti a casa i sette dischi basilari dell’artista in questione, artista il cui nome giganteggia quando si parla di rock americano. Consigliato.

L’Angolo della Posta: MUSIC di John Miles risolve la giornata

2 Apr

Scrive JAYPEE: “Ciao Amicotim…pessimo lunedi oggi, problemi vari, telefono scarico e cazzi da risolvere da clienti ….per lavoro sono alla DBTechnologies, quella che fa ampli.
Dieci minuti fa hanno iniziato i crash test delle casse e stanno sparando ad un volume pazzesco MUSIC di Jonh Miles …trionfo e giornata risolta”

Risponde l’esperto: “To live without my music Would be impossible to do ‘Cuz in this world of troubles My music pulls me through…”

JOHN CALE live all’ Orion Club Roma 16/03/2012

2 Apr

L’altra sera sono andato a vedere John Cale. Lui in persona, quello che con Lou Reed, Sterling Morrison, Moe Tucker & Nico ha dato vita ai Velvet Underground.

Il concerto si teneva in un nuovo locale subito fuori il raccordo anulare, a Ciampino. Una cosa un po’ strana questa, l’ultima volta che era passato dalla capitale, Cale aveva suonato all’Auditorium. Stavolta in un piccolo locale all’estrema periferia. Mah, poco male, mi son detto, magari il posto e’ carino e il concerto sara’ piu’ diretto. Personalmente non amo i grandi spazi per la musica, mi piace poter essere vicino al palco in un atmosfera informale. E poi in genere i concerti che piacciono a me non attirano grandi folle, anzi, per cui la dimensione del club e’ anche quella a cui sono piu’ abituato. Devo dire pero’, che vista la storia di John Cale avevo paura andassero esauriti i biglietti, cosi’ che, senza nemmeno saper bene come fare, li comprai via internet in prevendita, non si sa mai. Cosi’, tutto contento con la mia email di conferma in tasca, ho guidato verso Ciampino in una serata strana per il clima di Roma, umida e con un po’ di nebbia. Il locale si trova in una di queste zone un po’ industriali, un po’ da ipermercati con i parcheggi affollati di giorno e deserti di sera. Qualche abitazione nei paraggi, il raccordo a due passi. Il pullman di Cale nel parcheggio del locale, probabilmente dal pomeriggio. Va bene che a Roma ci sara’ venuto diverse volte, pero’, come dire, uno come lui lo si poteva far suonare in un locale, un teatro, che so’, insomma in un posto piu’ centrale… Comunque sia vado all’ingresso, neanche mi danno i biglietti, mi lasciano entrare direttamente. Il locale dentro sembra una discoteca anni ’80, tutto pieno di tubi neon verdi. Non piu’ di cento persone, eta’ fra i venti e i sessantacinque, look dal post punk al pensionato vintage, passando per tutte le possibili sfumature. Tutti un po’ straniti dalla luce dei neon, tutti un po’ delusi nel ritrovarsi in cosi’ pochi. Dopo una manciata di minuti qualcosa si muove sul palco, noi ci avviciniamo ancora un po’, e John Cale arriva, a non piu’ di tre metri da me, sorridente e rilassato, come se fosse nel salone di casa sua a New York.

(J.Cale Roma marzo 2012 – foto di Polbi)

Lo guardo piu’ che ascoltarlo, quest’uomo magnetico. Questo settantenne elegante e in ottima forma. Tutto nero vestito, capelli bianchissimi, sguardo penetrante.

Lui canta e suona tastiere, chitarra elettrica e acustica. Nel gruppo ci sono un chitarrista alto e magro che sembra un finlandese, un batterista afroamericano e un bassista asiatico. Fanno il loro lavoro con passione, inventiva e precisione, divertendosi pure parecchio. Cosi’ come Cale, anche lui sembra proprio divertirsi molto con questo nuovo proggetto. I minuti passano, la musica pure, e io mi ritrovo perso nei miei pensieri. Questo signore che canta davanti a me, e’ stato forse il primo musicista ad aver portato nella musica rock l’avanguardia, la musica “colta”, non in una semplice e momentanea comparsata, ma creando un suono nuovo, tutt’ora sorprendentemente nuovo. Il suono dei Velvet Underground. Lou Reed e Sterling Morrison erano il rock and roll, John Cale era altro. Intanto non era americano ma europeo, gallese per la precisione. Mentre gli altri suonavano r’n’r’ in cantine polverose e bar malfamati, Cale frequentava la scuola di La Monte Young, il Dream Syndacate, situazioni e persone che rivoltavano la musica contemporanea occidentale come un pedalino. Unire chitarre elettriche e viola, scrivere canzoni rock rompendo con ogni tradizione, questo fecero i Velvet Underground nel lontano 1966.

(J.Cale Roma marzo 2012 – foto di Polbi)

La psichedelia peace & love stava sbocciando in mille colori fra Londra e la California, mentre loro a New York vestivano di nero anfetaminico. Raccontavano storie di tossici, alienazione metropolitana e perversioni sessuali, con tonnellate di feedback, il suono straniante degli archi, la voce teutonica di Nico, altro elemento europeo nel gruppo, e la batteria tribale di Moe Tucker.  Il tutto alla corte di Andy Warhol, la cui Factory era casa, quartier generale e sala prove dei primi Velvet. Una gang di teppisti di strada, intellettuali e artisti, proprio quello che ci voleva per farsi amare dal mercato americano, che infatti li ignoro’ completamente all’epoca e continua a farlo ancora oggi. D’altronde loro per primi lo sapevano, non si va in classifica con pezzi come Venus in Furs o Sister Ray.

Intanto il concerto prosegue con brani dell’ultimo disco. Non ne conosco nessuno, e non credo di essere il solo guardando le facce di chi mi sta intorno. Siamo tutti perplessi e contenti al tempo stesso. Lui va avanti e sembra divertirsi sempre di piu’, la band lo segue c’e’ molto feeling sul palco, e’ palpabile, i pezzi scorrono bene, il tempo passa. Mi ritrovo per meta’ del tempo a vivere il presente, specialmente in un alcuni momenti Cale ti rapisce con quella voce profonda e bellissima, cavalcando una musica ritmata e potente. Arrivano un paio di classici del primo periodo solista, non piu’ di tre canzoni in tutto. Per il resto del tempo spesso viaggio fra i miei pensieri, lo osservo e lo immagino in studio quando produceva i dischi di esordio di Stooges e Patti Smith, lasciando ancora una volta un orma indelebile nella storia del rock. Oppure negli anni con Nico, mentre nessuno riusciva a lavorare con lei, John Cale la affiancava sempre, riuscendo a stabilire un rapporto artistico e umano di rara profondita’. Marble Index, forse la loro collaborazione piu’ riuscita, un monumento sonoro alieno a qualsiasi catalogazione ed etichettatura, imparagonabile a qualsiasi altra musica.

(J.Cale Roma marzo 2012 – foto di Polbi)

Dopo quasi due ore il concerto finisce, Cale saluta e si avvia verso il camerino. Niente bis, niente pezzi dei Velvet Underground. L’aria fresca della notte ci aspetta fuori dal locale, tutti ci avviamo alle macchine con uno strano stato d’animo. Il fan in noi e’ spaesato e deluso, al tempo stesso pero’ la nostra parte piu’ razionale ci dice che e’ stato bello. Si, e’ stato bello vedere un uomo di quell’eta’ con ancora la voglia di andare in giro a suonare, facendo quello che gli va di fare, ancora una volta senza compromessi. John Cale rimane fedele a se stesso, non e’ un tipo da karaoke, non e’ la cover band di cio’ che e’ stato, prendere o lasciare. In fondo con lui e’ sempre stato cosi.

Paolo Barone – marzo 2012

Io e i Led Zeppelin in un weekend qualunque (con Brian al cinegiappo e l’Inter che torna a vincere)

1 Apr

Un altro di quei sabati qualunque in cui vado da Brian e in giro per Mutina. Nella blues mobile stavolta metto i Led Zeppelin, il secondo volume dell’audio preso dal DIVUDI ufficiale del 2003, che un membro del club esoterico di cui faccio parte ha messo su CD…

Sembra strano, ma ogni volta è quasi una riscoperta. Decenni che li ascolto e che li amo e le sensazioni sono sempre fortissime. Parte SIBLY live 1973…come direbbe Picca va bene Stairway, va bene Whole Lotta Love, va bene Kashmir (che tra l’altro trovo noiosetta) ma SIBLY live 1973 è I LED ZEPPELIN. Quel blues inglese che del blues mantiene solo l’atmosfera e un paio di accordi in minore, per poi partire verso galassie sconosciute. Il piano con tanto di pedaliera basso di Jones che cerca di tenere tutto sotto controllo, la batteria di Bonham che viaggia nel perimetro estremo degli schemi del pezzo, la voce di Plant….quella matura del 1973, quella piena di pathos sensuale, quella che è la migliore di sempre per quanto riguarda il blues bianco. Poi la chitarra di Page, del Page dell’immaginario collettivo, del chitarrista visionario e così squisitamente rock che adoriamo senza riserve. Quelle note che solo lui riesce a scovare tra le battutissime scale del blues…SIBLY 1973, di sicuro il mio pezzo di musica preferita in assoluto…

Attraversare le campagne con questo furore spirituale e musicale è una cosa che mi tocca sempre moltissimo, quando poi il sole inizia a farsi meno timido e mentre batte sul mio viso partono GOING TO CALIFORNIA e THAT’S THE WAY da Earl’s Court 1975, beh non resta tanto da dire e da fare…ti fermi accanto ad un bosco, scendi, ti sdrai sull’erba ancora umida e ti metti ad ascoltare il respiro dell’universo…

Accudire Brian, lavarlo, stirarlo, prepararlo per il nostro solito sabato mattina a Ninentyland. Il vecchio gode di questi nostri viaggetti nella mia hometown e io, negli anni futuri, spero di ricordarli con la dovuta dolcezza. Oggi mi dice “Tu dovresti diventare l’autista di un grande della terra, così andresti a letto con le principesse (intende le donne di questi ipotetici grande della terra), e faresti anche un piacere ai mariti”. Chissà cosa passa per la maruga a Brian. Poco dopo in macchina, accendo Radio Capital, subito non capisce e poi esordisce con un “La musica vuol dire vita…”. Caro vecchio Brian.

(Tim e Brian controluce a Ninentyland – Foto di Lsi)

Un paio di orette più tardi gironzolo per Mutina, anch’essa bagnata dal sole, incontro Julia, chiacchierata più lunga e più bella del solito. Finisco per parlarle anche del demone delle notti senza sonno, povera Julia…che pazienza. Mi dice la sua e chiude con un “d’altra parte sei un uomo di blues, no?”

(Mutina – foto di TT)

Ritorno verso Borgo Massenzio a velocità sostenuta, voglio tenere a distanza la dispepsia che stamattina sembra volermi attaccare, e poi con IN MY TIME OF DYING e TRAMPLED UNDERFOOT non si può mica andare piano. Dalle 15 alle 18 mi inabisso in un sonno ristoratore, sonno di cui avevo davvero bisogno.

Domenica mattina, ancora l’ombra della dispepsia su di me sin dal risveglio, temo per il prosieguo della giornata, ma si rivelerà un falso allarme. Di nuovo a Mutina per prelevare Brian, anche oggi con me. Novità: decido di portarlo ad un nuovo ristorante cine-giappo di Regium Lepidi. Forse ho esagerato, Brian sembra un po’ confuso e frastornato, ma è bravo, si mangia gli spaghetti di riso diligentemente e arriva anche a dire “Quischè ièn bòun” (questi son buoni) riferendosi al sushi. Brian che si mangia il sushi insieme a me e alla groupie in un cinegiappo. Solo un anno fa mi sarebbe parsa pura fantascienza.

(Brian al cinegiappo – foto di TT)

Alla domus saurea ci mettiamo davanti a SKY per INTER-Genoa. Brian mi chiederà almeno venti volte contro chi stiamo giocando, ma cerca di seguire la partita con una certa dedizione. Certo che 9 goal finiscono per confondere anche me. 3 rigori per il Genoa, uno per noi, due espulsi (uno per squadra). Un goal segnato da un ritrovato Maurito Zarate, tripletta di Milito. Vinciamo 5 a 4, non mi sono annoiato, la squadra è parsa più motivata, in campo anche POLI, OBI e GUARIN. Niente male, Mister Stramaccioni.