INTERVALLO – dio dorato in braghe corte

30 Mar

(Robert Plant, in braghe corte. Mah!)

Brian, i confratelli del blues e il demone delle notti senza sonno

30 Mar

Notte tra lunedì e martedì: mi metto a letto, leggo qualche pagina di APATHY FOR THE DEVIL di Nick Kent e poi lo sento arrivare, come una marea nera e profonda che avvolge tutto. Un cupo battito d’ali, un ombra tenebrosa, una luce spenta che ti si pianta nel cervello…è lui, il demone della notte senza sonno. Nelle notti pesanti che descriviamo agli amici o ai colleghi il mattino seguente, quelle che “stanotte non ho chiuso occhio” si finisce comunque per dormire almeno due/tre ore, ma questa notte no, il demone è spietato, ogni volta che sto per cedere una botta di non so cosa mi risveglia con un sussulto. Non dormire nemmeno un minuto per una notte intera è terribile. Fino alle 2 ci provi, ci speri, ti alzi, bevi, torni a letto, ti alzi, vai al computer, ti corichi di nuovo. Alle 3,30 sei preda della disperazione, alle 4 hai un senso di oppressione che ti ottenebra, il cuore batte forte, l’ansia t’incolla e ti scolla, credi di vedere figure poco simpatiche, ogni rumore diventa un’eco spaventosa…ti sembra di scorgere Baldassare in persona, ti porta la mirra, simbolo di morte. Alle 4,15 ti incazzi, smadonni, ti alzi, ti metti in cuffia e fai partire THE E STREET SHUFFLE di BRUCE SPRINGSTEEN e vaffanculo Melchiorre, Gaspare e Baldassarre.

Ore 7,45, in condizioni tutto sommato accettabili sei a Bazvèra per una visita di controllo. Mentre aspetti senti Brian, non è in bolla, avvisi in ufficio che arriverai più tardi. Un paio d’ore dal vecchio, lo rimodelli come fosse un pezzo di creta, colazione, un po’ di chiacchiere, pranzo. In ufficio annaspi ma tieni botta. Verso sera  arrivi al posto in riva al mondo. Ceni e riparti verso Mutina: stasera ti ritrovi con Mix, Jay e March a rinverdire certi anni passati, imbracciando una Les Paul…poco tight e molto loose, ma ci si diverte…AIN’T NO LOVE IN THE HEART OF THE CITY, FUOCO SULLA COLLINA e qualche “classico” courtesy of your truly. A mezzanotte sono più o meno a letto, fatico, temo il demone ma poi crollo.

Mercoledì ore 8: ricevo una telefonata e penso “Cazzo, non ho sentito la sveglia, è tardissimo”… nemmeno in tempo di finire il pensiero e svengo sul letto. Riaffioro alle 10,29. Alle 10 avevo un appuntamento in ufficio. Mi butto sotto la doccia. Sono uno straccio ma mi metto in macchina. In ufficio espleto i doveri primari. Alle 13,35 crollo sulla brandina nello sgabuzzino. Ritorno in me alle 17,45. Ringrazio il Dark Lord che mi ha fatto avere due soci comprensivi. Fino alle 20 cerco di sbrigare quanto più lavoro arretrato possibile. Esco e mi dirigo al Kata per un incontro in sordina con la Congregazione degli Illuminati del Blues. Non sono a posto, c’è qualcosa che mi opprime. In macchina mi sento una raccolta della PFM, al momento di DOLCISSIMA MARIA mi metto a piangere…

Serata strana questa con i confratelli, siamo solo in sei. Siamo stanchi, poco dinamici, abbiamo voglia di stare insieme ma portiamo a casa solo un pareggio…proprio come quello della squadra di Milano che è stata due volte in B, contro il Barcellona. Distribuisco le cosette che ho fatto per loro. Picca ad un certo punto esce e torna con un uovo di cioccolato dell’INTER. Un po’ di allegria, finalmente.

(Confratelli da sx a dx: Riff, Jay, March, Tim, Picca, Lorenz – foto del kata)

Alle 23,30 molliamo gli ormeggio e mestamente ognuno torna ai propri blues. Passo attraverso le campagne nere con HARLEQUIN.

Giovedi ore 6,30: sveglia, doccia e poi subito in macchina. Infilo nel lettore STAND IN THE FIRE  di WARREN ZEVON…rock contenutistico, rock bello, pieno, tondo, duro seppur sul confine del genere “Americana”

Ore 7,30: mi presento da Brian, passerà la mattina con me in ufficio. Ormai il vecchio me lo cucco anche nei giorni feriali.  Colazione, Repubblica (per lui), lavoro (per me).

(Brian in the office – foto di TT)

Ore 13,20 seduti da “Rock” a Stonecity a farci dei tortelloni burro e salvia. Io e Brian da “Rock” a pranzare insieme, chi lo avrebbe mai detto.

(Brian da “Rock” col suo prosecchino – foto di TT)

Accompagno il vecchio a casa, mi fermo dal commercialista e alle 16 sono di nuovo in ufficio a Stonecity. Distrutto. Cerco di tirarmi su con un bootleg dei BOC:

Verso sera ritorno, tra le campagne mentre il sole va giù  ascolto uno dei mie dischi  preferiti degli AEROSMITH: DONE WITH MIRRORS.

(le mie campagne – foto di TT)

Mi fermo 5 minuti in una strada bassa a contemplare le mie campagne, STEVEN TYLER canta la sua ode a SHEILA, lo sguardo saltella tra querce e peschi in fiore, i pensieri si fanno astratti e leggeri…vorrei tanto che il demone stasera non si facesse vivo…ma ora che guardo meglio mi accorgo che sono praticamente fermo ad un incrocio, non ho speranza…”Asked the (dark )lord above “Have mercy now save poor Tim if you please”

HEROES END: IN MEMORIA DI JOHN, MARK & RONNIE di BEPPE RIVA

28 Mar

Negli ultimi mesi sono dolorosamente mancati tre chitarristi che hanno marchiato in modo indelebile le strade lastricate di granitico rock’n’roll. Evitando un ridondante epitaffio, sono qui a ricordarli, in ordine cronologico di prematura scomparsa, convinto del patrimonio musicale e delle forti emozioni che hanno saputo offrirci.

JOHN DU CANN (1946-2011)

Altrimenti noto come John Cann, il chitarrista e vocalist è passato alla storia come membro dei classici Atomic Rooster; insieme a Vincent Crane e Paul Hammond (entrambi deceduti ancor prima di lui) ha realizzato nel fatale 1970 il secondo LP “Death Walks Behind You”: un colossale monumento dell’heavy-progressivo, scolpito dall’organo Hammond di Crane e dalla chitarra distorta vagamente Blackmoresca di Du Cann, in possesso anche di robusti e ben identificabili registri vocali.

Prima del suo trionfale ingresso nei Rooster, il musicista di Leicester mi era sconosciuto, poi son venuti alla luce i suoi notevoli trascorsi nei sixties: con The Attack, formazione mod-psych da culto, e nei lisergici Five Day Week Straw People (un fascinoso album all’attivo…); ma Du Cann è stato soprattutto il leader degli Andromeda: il loro solitario album del ’69 (RCA), una pietra miliare del cambiamento d’atmosfera fra stagione psichedelica ed il nascente progressive a tinte heavy, è quotatissimo fra i collezionisti anche per il suo valore intrinseco.

Dopo l’LP “In Hearing Of…” John ha abbandonato i Rooster insieme al batterista Hammond, per formare un power-trio con John Gustafson (fantastico bassista e voce dei Quatermass); dapprima si battezzarono Daemon, poi Bullet, infine Hard Stuff, il nome con cui hanno pubblicato due albums per la Purple Records: l’esordio “Bulletproof” (1972) è un altro classicone che contribuisce alla leggenda di John Du Cann.

Prima della sua morte, avvenuta il 21 settembre 2011 per infarto, aveva collaborato a lungo con l’etichetta Angel Air nelle ristampe della sua discografia.

L’ultimo lavoro, un CD antologico intitolato “The Many Sides Of JDC 1967-1980” (4 stellette su Record Collector) è uscito postumo e giova all’inquadramento storico del personaggio. Ancor più significativo il DVD del 2011, “The Lost Broadcasts”, che ritrae la sua carismatica e un po’ luciferina figura, in azione live con gli Atomic Rooster.

MARK REALE (1955-2012)

Una certa tipologia proto-metal U.S.A. dal suono “caldo”, che affonda le sue radici nel R&R urbano di gruppi quali Frost, Ursa Major, MC 5, Granicus, Ted Nugent e gli stessi Blue Oyster Cult, è l’humus da cui traggono origine i newyorkesi Riot, un gruppo che ha esercitato un ruolo trainante per la scena hard’n’heavy americana.

Già attivi nella seconda metà dei ’70 (il debut-album “Rock City” è del 1976) sono letteralmente esplosi nel 1981, in pieno fermento “metallico”, con il terzo, fondamentale “Fire Down Under”. Il chitarrista Mark Reale era il fondatore dei Riot e l’artefice di quelle timbriche dirompenti, tutt’altra cosa della “patinata” cornice sonica di altre formazioni a stelle e strisce. Brani di assoluto impatto come “Swords & Tequila” e “Outlaw” restano negli annali per la loro energia vitale, sprigionata anche dalla voce del sottovalutato Guy Speranza. Personalmente esprimo riconoscenza a questo gruppo perché scrissi su Rockerilla una recensione di “FDU” (giudicato album del mese), molto apprezzata dai lettori. In un mio intervento radiofonico (su Rock FM) di qualche anno fa, addirittura ricevetti un SMS che riportava una frase della medesima.

Mark ed i suoi hanno continuato ad oltranza un’onorevole carriera all’insegna dell’integrità heavy metal, ma purtroppo il chitarrista di Brooklyn ha dovuto arrendersi ad un’emorragia cerebrale provocata dal morbo di Crohn, il 25 gennaio 2012. Ne era affetto fin dalla nascita, ma ciò non gli ha impedito di contraddistinguere a pieno titolo un’epoca del rock a tutto volume.

RONNIE MONTROSE (1947-2012)

Ci sono un paio di luoghi comuni ricorrenti nell’illustrare la carriera artistica del chitarrista Ronnie Montrose: il primo è che l’album d’esordio del suo gruppo (1973) è stato il più grande debutto nella storia hard’n’heavy: considerazione oltremodo impegnativa, ma senz’altro l’omonimo “Montrose”, prodotto da Ted Templeman che anni dopo replicherà con un’altra formidabile rivelazione (Van Halen), è fra i migliori LP di sempre sotto l’egida del rock duro. Più discutibile la credenza secondo la quale Montrose avrebbero sempre vissuto di rendita con quell’eredità; infatti nei tre album successivi dei 70, si raccoglievano gemme come “I’ve Got The Fire”, poi ripresa dalle superstelle del metal Iron Maiden, oppure “Matriarch”, con un finale chitarristico interamente plagiato (ma non lo dice nessuno…) da Ace Frehley nel Kiss-klassico “Detroit Rock City”.

Inoltre Ronnie non era solo lo stratega della minacciosa, dura macchina che scaricava i riffs crepitanti di “Rock The Nation”, “Bad Motor Scooter” e “Space Station n.5”, affiancato da altri luminari, il vocalist Sammy Hagar ed il drummer Denny Carmassi (il Bonham americano!) oltre al bassista Bill Church.

Il solista originario di Denver (Colorado) era cresciuto suonando con musicisti altamente rispettabili come l’ombroso Van Morrison (“Tupelo Honey” del ’71), addirittura con gli sperimentatori elettronici Beaver & Krause (“Gandharva”, 1971) e con l’Edgar Winter Group (sigillo d’approvazione di Tim Tirelli) in “They Only Come Out At Night” del ’72. Si è pur cimentato nella fusion jazz-rock, ad esempio nel solo “Open Fire” (78).

La preziosa etichetta Rock Candy ha ristampato l’implacabile “Montrose” e recentemente “2” dei Gamma, con i quali Ronnie si presentò all’alba degli ’80. Entrambi valgono come essenziale introduzione per avvicinare un musicista d’indiscutibile talento, deceduto il 3 marzo 2012, vittima di un tumore diagnosticato cinque anni fa.

Testo e ricerca video –  BEPPE RIVA 2012

La PICCA’s GUIDE alle grandi canzoni in ordine sparso: DESPERADOS UNDER THE EAVES – Warren Zevon 1976

27 Mar

Warren Zevon (Asylum, 1976),  primo album ‘vero’ di questo rocker hard boiled che una pubblicistica sbagliata e l’asettico sound da bassa california dell’epoca avevano fatto passare per una versione ‘mannara’ di Jackson Browne, si chiude con questa ballatona epica che, come i titoli di coda di un romanzo di James Ellroy girato da Sam Peckinpah, pone la definitiva pietra tombale sul ‘sogno californiano’ con quasi un anno d’ anticipo sull’edificazione del sinistro e ben noto  Overlook Hotel  California degli Eagles.

L’inizio è quantomeno peculiare per un primo disco, un biglietto da visita che suona come una revolverata promozionale auto inflitta sulle palle:

 

Stavo seduto all’Hollywood Hawaiian Hotel

Stavo fissando la mia tazza di caffè vuota

Pensavo che la zingara non mentiva

Tutti i salati Margaritas di Los Angeles

Me li berrò uno dopo l’altro

 

Warren è il New Kid in Town che arriva a L.A. per giocare da subito al tavolo dei biscazzieri professionisti e per il suo disco l’ Asylum records mette a disposizione tutta la cricca dorata di Laurel Canyon d’allora: Don & Glenn delle Aquile, Jackson of course, Lindsey & Stevie dei Fleetwood Mac, Bonnie Raitt, J.D.Souther e quel genio purissimo di David Lindley.

 

…e se la California scivolasse nell’oceano

come i sensitivi e le statistiche dicono che farà

predico che questo motel rimarrà in piedi

finchè non pagherò il mio conto

 

(J.Browne / Waddy Watchel / WZ)

Il cinismo beffardo di Desperados è perfetto per una canzone che dovrebbe chiudere una carriera invece che inaugurarla, e questa contraddizione spiega la natura scombinata da ‘loser’ di WZ, distante anni luce dal prototipo ‘fuck me: I’m sensitive’ dei troubadours losangeleni della cosiddetta ‘mellow mafia’ dell’epoca, i Jackson Brownes, i James Taylors, gli ubiqui Aquilotti con il loro annacquato country rock autoreferenziale, tutti ossessionati dal proprio fondamentale ombelico.

Los Angeles da Terra Promessa si è trasformata in una Sodoma & Gomorra carburata dalla cocaina che David Crosby offre agli ospiti in tupperware colmi, dalle migliaia di spappolados nonché potenziali Charles Mansons che infestano il Canyon, dalle Corporations predatrici dei discografici che affollano locali come il Troubadour dove si ritrovano la sera tutti gli eroi del giro.

E’ l’american dream della California dei primi seventies, microcosmo WASP dal sapore nazi (tutti bianchi, tutti surfers, tutti intellettualini), una magnifica illusione che attecchì anche qui da noi grazie a quei meravigliosi fricchettoni abbronzati messi accuratamente in posa davanti a steccati di legno e alberi di cactus strimpellando Martins acustiche da 5000 dollari d’allora e con tenerissime e appetitose country girls come Linda Ronstadt al braccio.

Ma il new kid in town Warren da subito vede attraverso la cartapesta:

il sole non sembra incazzato tra gli alberi?

e gli alberi non sembrano ladri crocifissi? 

La scaturigine del brano pare sia stato un ‘vento’ operato da un Warren ancora in bolletta che scappò aggrappato ad una grondaia dall’Hawaiian Hotel di cui si canta per non pagare il conto, per poi ritornare qualche tempo dopo a saldare il debito (se la cavò autografando un paio di suoi dischi, pare).

(Jackson Browne/WZ/John Belushi)

Indimenticabile il coro finale che intona una tanto gloriosa quanto malinconica coda canticchiando sul ronzio emesso dal condizionatore dell’albergo, con  un mucchio selvaggio di protagonisti di quel mondo guidato da uno dei padri fondatori del california dreaming: Carl Wilson dei Beach Boys.

look away down Gower Avenue…..

 Gower Avenue, là dove inizia la Hollywood Walk of Fame.

La stella di Warren appartiene a ben altre costellazioni.

Parole, ricerca fotografica e video di Stefano Piccagliani – (C) 2012

INTER A STRAMACCIONI: finalmente qualcuno che ci fa palpitare il cuore.

26 Mar

Finalmente un “grazie e mai più a riverderci” a quell’allenatore in confusione che è stato Ranieri. Nessuno pretendeva di cavare fuori una buona annata da una stagione balorda come questa, ma lo sputtanamento degli ultimi due mesi non può che essere colpa sua. Tutte le mosse sbagliate, le solite dichiarazioni ottimiste a fine partite perse, cambi che nemmeno mia nonna avrebbe sbagliato con tale precisione. Se penso ai due fatti domenica sera, esplodo di rabbia. Giù OBI e POLI, i due che giocavano meglio, i due più giovani. Il primo tempo passato a prendere a pallonate quella squadretta irritante nel suo stadio di latta, il secondo a fare la solita figura da fessi. Vai vai, Claudio, e non tornare più. E ora STRAMACCIONI, mossa azzardata, squadra in mano ad uno della classe 1976, chissà cosa succederà? Lo bruceremo? Faremo giocare in prima squadra per qualche quarto d’ora alcuni dei giovani che sotto la sua guida hanno appena vinto la Champions delle Primavere? Bruceremo anche loro?

Non m’importa, quello che voglio è non annoiarmi e che il cuore torni a palpitare per l’Inter. Non ne potevo più della depressa rassegnazione di cui ero prigioniero negli ultimi mesi. Ritorna nei miei pensieri la folle idea di una REMUNTADA, che non avverrà mai, ma che fa tanto, tanto, tanto bene all’anima. Macchè Benitez/Malitez, Leonardo son tardo, Gasperina Gasperini, macchè CR70 …avanti con STRAMACCIONI, vivere o morire, vincere o perdere… non m’importa, ma fatemi palpitare il cuore.

Viva Moratti, Viva Stramaccioni, Viva Josè Mourinho, Viva Joel Obi, Viva il sol dll’avvenire, viva la libertà.

I N T E R  O   M U E R T E.

Amala, cazzo, pazza Inter amala!

PS: meglio tacere del bilioso, invidioso, tedioso commento di Massimo Mauro di poco fa su Sky. Guitto da baraccone al soldo della famiglia ovini e caprini. Che un asteroide gli caschi in testa prima o poi.

PS2: Josè ti amo.

Un po’ di luce su COVERDALE-PAGE (grazie ad una intervista di qualche mese fa a DC)

26 Mar

Scopro solo oggi questa intervista a DAVID COVERDALE, dove il “biondo” di Saltburn-by-the Sea si sofferma un bel po’ sull’argomento COVERDALE-PAGE.

E’ la sua versione dei fatti, certo, ma viene finalmente fatta luce su un sacco di cosette, in primis il mancato tour vero e proprio del gruppo grazie al manager assai discutibile di Page. Interessante anche capire come MTV interveniva sulla realizzazione dei video. Spero sia anche per voi una lettura interessante.

http://www.jammagazineonline.com/mf2011 … snake.aspx

La PICCA’s GUIDE alle grandi canzoni in ordine sparso: KASHMIR – Led Zeppelin 1975

26 Mar

(LZ Knebwort 11-8-79 durante Kashmir)

Vabbè Stairway. Vabbè Whole Lotta Love. Vabbè Since I’ve Been Loving You. Ma Kashmir è pura enfasi, pura potenza applicata al rock, in qualche modo è la Nona dei Led Zep. Su un giro di chitarra in accordatura DADGAD, che già aveva pavimentato il sentiero tra il folk anglo-scoto-irlandese e l’esotismo medio orientale con le musiche dell’ Incredible String Band, di Bert Jansch e Davy Graham, Planty, Pagey, Jonesy & Bonzo costruiscono una cattedrale rocciosa ed eccitante, un trance circolare mastodontico, immane e cadenzato come un brontosauro in marcia. E’ la colonna sonora della discesa degli Dei dell’Olimpo sulla terra, l’ incombente fanfara che annuncia gli eroi del Walhalla, il solenne seppur controllato omaggio in musica ad archetipi antichissimi e fascinosamente spaventosi, un Martello Degli Dei sinfonico al cui confronto Wagner sembra Sergio Endrigo.

(JP live 1977 durante Kashmir)

Il rock scopre suggestioni etniche inedite e l’india pop-misticheggiante e radical chic del Beatles a Risikesh lascerà per sempre il posto alla  possanza titanica per nulla consolatoria di questa musica fuori dal tempo. Dopo la conquista della vetta di Kashmir, per i LZ rimane possibile solo la discesa, che arrivò puntuale. Miracoloso e sottovalutato l’apporto di John Paul Jones alle tastiere: ascoltato attentamente in cuffia rimpiazza i Berliner e Von Karajan da solo.

(led Zep live 1975)

Parole e ricerca video di Stefano Piccagliani – (C) 2012

UFO “Seven Deadly” (SPV/Steamhammer 2012) TTT

25 Mar

Ascoltare gli UFO senza Schenker è sempre stato difficile per me, solo i dischi dei primi anni 80 con Paul Chapman riescono a convincermi in qualche modo. Atomic Tommy K e Lawrence Archer non sono mai riusciti a piacermi del tutto. Con Vinnie Moore è la stessa cosa. Sarà anche bravo ma scivola via senza particolari emozioni. Nessun assolo che colga nel segno, nessuna sequenza di note che dica qualcosa. Tuttavia il disco non è male, calcolando che è un album di una band che ormai ha già dato tutto. Hard rock di discreta fattura, suonato con convinzione e una certa eleganza.

Mi vien da paragonarlo all’ultimo VAN HALEN, anche lì come ho scritto non ci sono pezzoni, ma si sente che un album di una vecchia band che non faceva uscire qualcosa da molti anni, c’è quindi forse una scarica in più. Gli Ufo fanno ormai dischi con continuità, forse il tutto pesa un po’, ma son dischi che si fanno ascoltare.

Dopo tre brani hard rock arriva ANGEL STATION, la prima che cattura la mia attenzione. Dolcezza per niente mielosa, un po’ triste se mi si passa l’ossimoro, su un tempo medio.

Anche THE LAST STONE RIDER si distingue, mica male davvero. Con BURN YOUR HOUSE DOWN si cerca do modernizzare un po’ le formule, il risultato non mi fa impazzire ma apprezzo lo sforzo.

THE FEAR è una specie di swing bluesato, in alcuni punti mi sembra di sentirci How Many More Times dei LZ e Walking Into Clarksdale di Page and Plant, ma magari sono solo le mie orecchie troppo piene di piombo zeppelin.

Ci sono due Bonus Tracks, la prima è un giro simile a quello della canzone appena citata, la seconda è BAG O’ BLUES…piano e voce, un blues portentoso. Sentire il nostro Phil Mogg cimentarsi in un blues così tradizionale è uno spettacolo. Nient’altro che un blues, ma è il mio pezzo preferito dell’album.

(Paul Raymond – Rhythm Guitar, Keyboards/Phil Mogg – Vocals/Vinnie Moore – Lead Guitar/Andy Parker – Drums)

If you want blood you’ve got it …ovvero Brian fa l’esame del sangue.

23 Mar

Il figlio – se abita in un altra città – si sveglia alle 5,30 e venti munti dopo è già in macchina. Inserisce nel lettore BEHIND THE SUN di Eric Clapton, niente lavori pesanti stamattina.

Verso Campogallo incontra all’improvviso una cancellata di nebbia…

(Fog in campogallo – foto di TT)

Il figlio la attraversa, e pur restando sempre sulla stessa strada si trova in un’altra dimensione, quella dove vengono a galla comportamenti passati avuti con compagne e conoscenti, comportamenti di cui non si è per nulla orgogliosi, comportamenti che si vorrebbero cancellare, ma non essendo possibile si scuote la testa, si lancia una cosa che è un po’ grido un po’ sospiro e si cerca di andare avanti.

Il figlio si assicura che il padre faccia la pipì dentro alla fialetta-contenitore per l’esame delle urine. Il figlio si assicura che il padre si lavi per bene. In cortile il figlio nota ancora una volta come padre Brian sia amico di tutti i neri che abitano nei palazzi intorno al suo. Alle 06,45 i due sono davanti al laboratorio Test di Verdi Boulevard.Il figlio va a cercare un parcheggio e lo trova at god’s house, in Sabbatini street. Mentre torna, attraversando l’Emily Road constata quanto sia bello vedere il primo sole che tinge la Ghirlandina in lontananza…

(First rays of the rising sun over Mutina – foto di TT)

Il figlio, pur avendo avuto genitori e tutta la stirpe di Regium Lepidi, ama Mutina, la sua città. Il figlio si chiede se l’amare la propria città derivi dal fatto che di solito è il posto in cui ci si sa muovere, in cui ci si relaziona in modo naturale ed istintivo.

Un nero fruga nel cassonetto della carta davanti al laboratorio. Più o meno dieci persone attendono che le porte vengano aperte. Arriva un vecchio con cappotto e cappello, ha in mano il Resto Del Carlino, è l’immagine di modenesi che ormai non ci son più.

Il padre, che fino a ieri era un po’ incazzato per l’esame in questione, stamattina è carico…è una novità rispetto ai giorni noiosetti che deve affrontare. Il figlio è gentile ed educato con la dottoressa. Il figlio segue il padre passo passo, lo aiuta, lo assiste…il figlio – che non ha né figli né nipoti – pensa a chi mai si occuperà di lui nel caso avesse la fortuna di arrivare all’età di padre Brian. Sarà un estraneo che lo guiderà attraverso le nebbie della vecchiaia? Sarà solo? Avrà ancora qualche groupie che si occuperà di lui? Dovrà mettere in atto il piano alla Thelma e Louise che, scherzando, ha ipotizzato insieme al Dickey Betts di Quariegh quando sarà ora e il declino ormai ingestibile? Pensieri torbidi. Meglio lasciarsi cullare dai dolci complimenti del vecchio: “Te t’è al miòr” “Sarai internazionale” “Te t’è un bel om” “Dio bon mo ste in gamba

Padre e figlio fanno colazione insieme al Bar Verdi. Il figlio da una occhiata alla Gazza…se non altro la primavera della sua squadra è in finale per la Next Generation Series (La Champions dei giovani).

Il figlio lascia un padre raggiante sotto casa, lo segue con lo sguardo sino al portone d’ingresso, poi parte per Stonecity. In macchina il figlio si sente i MOE.

Il bello del blog

23 Mar

Ieri, verso le 19. Ho appena scaricato Brian a casa sua, dopo aver corso avanti e indietro con lui per buona parte del giorno. Sono stanco. Mi fermo nel parcheggio sotto casa sua prendere fiato. Ricevo un messaggio, lo leggo:

“Sala d’attesa di un cliente…pomeriggio di merda, anzi periodo di merda…leggo il tuo ultimo post (Brian e Jimmy page, ndtim) e mi commuovo. Io non sono così presente con i miei vecchi…e anche se non sono più tanto sul blog, seguo sempre… soprattutto i tuoi post blues. Tim Tirelli For Ever.”

“Tim Tirelli For Ever”.…uhm…va là che l’amicizia blues è un gran bel lenitivo. Viva il blog, viva il blues, viva il sol dell’avvenire.