LED ZEPPELIN MUST HAVE BOOTLEGS – Led Zeppelin: “The European Championships” June 29th, 1980 The Hallenstadion Zurich, Switzerland

15 Mar

Credo sia ora che io affronti l’argomento bootleg dei LZ, per vari motivi:

Motivo A: è una delle poche cose di questo mondo su cui sono sufficientemente preparato.

Motivo B: la descrizione in alto a sinistra nella home page dice: LED ZEPPELIN, ROCK MUSIC, F.C. INTER, BLUES, e dei LZ mi sa che ne parlo poco.

Motivo C: mi piace da matti scrivere dei LZ.

Motivo D: la dimensione live creata dai LZ è senza dubbio uno dei punti più alti mai raggiunti dalla musica rock. Nessuno come loro forse ha dilatato la struttura rock, ingarbugliandola a volte, ma ancor più spesso arricchendola di contenuti, sensazioni, emozioni che stanno al centro dell’essere. Graffiti spirituali e fisici che ruotano intorno all’asse dei nostri animi.

Invece di iniziare dai classici, che so BLUEBERRY HILL 04/09/1970, SAN FRANCISCO APRILE 1969, LISTEN TO THIS EDDIE 21/06/1977, THREE DAYS AFTER 03/06/1973, parto dal tour più difficile, quello quasi inascoltabile, ma interessante se non altro dal punto di vista della scaletta, dell’approccio e del momento storico. Il tour dell’ultimo respiro dei LED ZEPPELIN.

TITLE: Led Zeppelin:  “The European Championships”  June 29th, 1980 The Hallenstadion Zurich, Switzerland

LABEL: Bluecongo Production

TYPE: matrix (soundboard + audience)

SOUND QUALITY: TTTTT-

PERFORMANCE: TTT1/2

BAND MOOD: TTTT

Aprile/Maggio/Giugno 1980: si ha notizia del tour europeo dei Led Zeppelin, inizialmente programmato per maggio ma poi posticipato di circa un mese. Carmine Vaccaro, local promoter modenese organizza un pullman dalla mia città. Sono ancora uno studente, frequento un istituto tecnico commerciale, gli studi che mi tocca affrontare mi annoiano a morte e non destano nessun interesse in me. Il mio cammino scolastico è faticoso, sono uno scapestrato, mi sento un ribelle, ma mi sento anche un po’ in colpa con i miei genitori ai quali non ho animo di chiedere le 50.000 lire per andare a vedere i miei adorati Led Zeppelin. Sarà per la prossima volta mi dico, immaginando che sarebbero tornati in zona nel 1981.

Picca, che avrei conosciuto qualche mese più tardi, e Menny , che avrei conosciuto qualche anno più tardi, erano su quel pullman. Menny, noto amante del rock della nostra zona e uno dei primi ad avere una lista bootleg già in quegli anni, attrezzatissimo, registrò il concerto. Qualche settimana più tardi quella registrazione arrivò a me tramite un amico di un amico. Ottima qualità audience, Menny sapeva il fatto suo. Aiutato forse dal fatto che le registrazioni audience nascondono un po’ le magagne, non mi accorsi dello stato in cui versava Jimmy Page. Certo, capivo che non erano più gli stessi Zeppelin, ma d’altra parte era il rock a non essere più lo stesso. Punk e New Wave avevano proiettato tutto verso un mondo cupo, rabbioso, dove pochi sapevano suonare, dove non potevi ascoltare vecchi gruppi senza essere tacciato di essere un retrogrado. Oltre a questo, c’erano i Police, Blondie, le prime increspature della NWOBHM e gli AC/DC.

Pochi anni dopo divenni molto, molto amico con Pop, fratello di Menny, e dunque iniziai a frequentare spesso casa loro. Parlando del concerto Menny mi disse una volta “Sai, ricordo che quando iniziarono STAIRWAY TO HEAVEN rimasi lì in piedi con una faccia inebetita, intontito dalla leggenda stessa”. Esco un attimo dal racconto per ricordare, commosso, Pop ( e Laura), che se ne andarono qualche anno più tardi.

(LZ a Zurigo 1980)

In un commento alla recensione del DVD Bootleg della durata di tre minuti del concerto in oggetto, pubblicata in ottobre del 2011, Picca scrisse le sue impressioni:

“Arrivato all ‘Hallenstadion scendo dal pullman e mangio un gigantesco wurstel color pene inserito in un ottimo panino, mentre attorno ci sono caroselli di ridicolissimi Hell’s Angels Switzerland sulle Harley rombanti. Entro nel velodromo e, con massimo orrore, mi viene preso tutto il biglietto dal cioccolataio all’entrata (si sospetta di riciclo di tagliandi). In breve, non avrò il ricordino/ticket. Conquisto facilmente un posto in piedi a una decina di metri dal palco grazie alla tranquillità diffusa del pubblico, che è quasi tutto tricolore e quando va all’estero si comporta per bene. Prima dello show dal P.A. viene sparato tutto Waiting For Columbus dei Little Feat, che io canticchio a memoria essendo uno dei miei albums preferiti. Ogni tanto qualcuno mi chiede di che disco si tratti e prende nota. Sono un PR sedicenne dei Little Feat. Quando escono gli Zeps è il tripudio, anche se i 4 non si danno assolutamente arie da rockstars, niente salamelecchi, niente enfasi, prendono gli strumenti pronti a partire con Plant che sorride e lancia saluti. Page è trasparente e notiamo che porta gli occhiali da vista (erano da sole ndTim). Partono con Train Kept…che io non riconosco perchè forse non l’avevo mai sentita prima (ho 16 anni, qualche lp a casa, zero bootlegs), Delusione cocente (avrei voluto RnR o Immigrant Song, lo so che dico cazzate ma avevo 16 anni ed ero lì inviato da una divinità cattiva al posto di Tim Tirelli). Segue Nobody’s Fault but Mine con JPP che ha un flangerazzo sulla chitarra che tramortisce i padiglioni auricolari, una roba piena di frequenze medio alte che picchiano in fronte. Delusione part. II (avrei preferito Heartbreaker o Black Dog). Terzo pezzo Black Dog (oplà). Presenta Page in un Londinese stretto incomprensibile (Page che parla al microfono?!?) smollando un paio di cazzate sui suoi occhiali che capisco addirittura io. Volume dal palco tremendo (ma non avevo molta esperienza di concerti quindi forse era un’ impressione). Da qui in poi i ricordi si incasinano, perché scesa l’adrenalina si è fissata meno roba. Ricordo l’attacco di Kashmir dopo White/BMS, e non ho ricordi di quell’orrendo casino che combinarono a metà di Kashmir stessa che ho poi sentito nei boots. Ricordo Achille’s come una cosa molto confusa, e ricordo Stairway con grande tenerezza per via degli accendini e del battito nel petto che saliva e cresceva in attesa dell’assolo. Sapevo che non avremmo avuto WLL perchè una settimana prima avevo letto sul Melody Maker comprato in stazione a Modena che non la suonavano quasi mai. Alla fine tutti fuori a smaltire il dirigibile (egil wurstel). Mi fermo davanti all’official merchandising ma le grafiche del periodo (In through the Out Door) non mi attirano, quindi niente maglia (una stupidaggine, a pensarci adesso). Io volevo una felpa con un Zoso grande come una casa, mica uno al bar con il cappello… Il concerto fu così così e l’unico che mi sembrava in salute era Bonzo. Pensa te…”

Lo stato della band in quell’inzio estate non è buono. Il momento di confusione del mondo musicale, l’album uscito un anno prima non certo memorabile (ma io lo amo molto) ma vendutissimo, Jones che porta le tastiere in primo piano, Page un po’ sfuocato sullo sfondo. Plant, ancora scottato dalla morte del figlio avvenuta tre anni prima e deciso a cambiare modo di relazionarsi con il suo stato di superstar, cerca di aiutare il gruppo a superare lo stato di confusione e ad allinearsi con l’umore di quegli anni. Via dalla scaletta i lunghi pezzi dalle interminabili improvvisazioni, via i vestiti da scena con draghi e segni zodiacali, dentro un approccio più immediato e un atteggiamento più down to earth. Jones e Bonham come sempre in forma, musicisti di altissimo livello che quasi mai perdono un colpo (sebbene Bonham fosse quello più prossimo a Page per quel che riguarda droghe e soprattutto alcol). Page è in uno dei punti più bassi della sua carriera: innamorato dell’eroina, svogliato nei confronti della chitarra, pallido ricordo del magnifico chitarrista che fu. Modo scolastico di suonare gli assoli, impreciso, senza dinamica…nell’analizzarlo col senno di poi si arriva ad un giudizio impietoso.

(RP a Zurigo 1980)

Zurigo tuttavia rimane probabilmente la data più riuscita di tutto il tour e questo bootleg che mescola le due fonti (il soundboard secco e un’audience grassa e tonica) rende l’ascolto possibile. In alcuni momenti sembra addirittura che il gruppo non fosse niente male.

I soliti due o tre colpi sul rullante di Bonham (sempre uguali nel corso degli anni), qualche strambo fraseggio di Page e si parte con l’intro a wah wah di TRAIN KEPT A ROLLIN’. L’Alembic di Jones da un tocco metallico ad una performance rabbiosa e piena di spirito. Benino Page negli assoli, anche se più che il grande chitarrista rock adorato da milioni di fan sembra di ascoltare Tim Tirelli al tempo degli Zeppelin Express. Il pezzo si collega con NOBODY’S FAULT BUT MINE da cui viene tagliata l’introduzione voce/chitarra. Di nuovo grande impeto, il gruppo sembra più tight che loose. Il suono, il cantato, le atmosfere…i LZ sembrano al passo coi tempi. L’assolo di chitarra è un po’ strambo e impreciso ma ci puo’ stare.

(LZ a Zurigo 1980)

Page (per la prima volta nella storia dei LZ) si avvicina al microfono, saluta il pubblico e introduce il prossimo pezzo (come dice Picca, con un spiccato accento londinese…quello che trasforma Jimmy Page in Jimmy Poige, per intenderci):

Good evening. I said, good evening! Yeah, right, right, right, right, right. Well you might have noticed, I just took me glasses off so I can see the guitar a bit better and see you a bit better, too. Yeah, right, right. Ok, we got an old one. I hope you can remember it ‘cuz it’s quite an old one. It’s called ‘Black Dog.’

Qualche secondo dedicata all’intro di OUT ON THE TILES e il celebre riff di BLACK DOG riempie l’Hallenstadion. L’hard rock blues dei LZ si fa rauco e spietato. Gruppo ancora concentrato. Il pubblico risponde in massa al giochino Ah Ah – Ah Ah. Assolo di chitarra accettabile e buon finale stile 1973.

Robert Plant  “Well! Uh, guten tag, I mean, uh, good evening. Everybody ok? Sorry about the, uh, small delay, unforseen things. Very nice to be back in Switzerland again. Uh, been quite a long time I think since Montreux. Anybody remember Montreux? Showing your age, kids. Well since we hit the road last time we managed to make, create and put out an album complete with artwork called In Through the Out Door. This is, uh, one track from it. It’s called ‘In The Evening.’

Introduzione impreziosita da tocchi di batteria sintetizzata, arie misteriose ….parte durissima IN THE EVENING con Jones contemporaneamente alle tastiere e alla pedaliera basso. Page sembra riprendere quota (con la Fender Stratocaster Blu Lake Placid) durante l’assolo. Nuovo disegno di Jones nella la parte lenta. A sentirli così sembrano quasi un macchina ben oliata i LZ. Assolo finale col wah wah. Bislacche geometrie musicali courtesy of Pagey. Esibizione decisa e buona. Il pubblico gradisce un sacco.

Plant prova a ringraziare le migliaia di italiani presenti con un paio di “Grazies” che fanno partire il coro di “Italia, Italia, Italia…”

RP: ” Grazies. Grazies. Ah, good evening, good e, uh, buenas(era), uh. Uh, yes, yes. We want to teach you one thing. Take your right hand, and put it in the air, right hand. Right hand, you fool. Cup the hand like that. Take it to your nose, and go. And then, Eye thank yew. After three. One, two, three. Eye thank yew. Good evening. This is a slow one. It’s got nothing to do with being silly. It’s called ‘The Rain Song.’

(JP a Zurigo 1980)

Page inizia i graziosi fraseggi di RAIN SONG e il pubblico si lascia andare in un applauso di gratitudine. Pur con i toni meno poetici del 1980, RAIN SONG risalta e risulta invariabilmente come una delle più dolci cose mai scritte in ambito rock. Le tastiere moderne di Jones fanno un po’ rimpiangere il caro vecchio e caldo suono del mellotron, ma l’effetto è comunque coinvolgente. Entra Bonham e con un fine lavoro di batteria ricama i contorni di quelle melodie così pure.

I primi cinque pezzi passano dunque veloci e ben diretti, non saranno più gli Zep dell’immaginario collettivo, ma in questa prima parte del concerto di Zurigo appaiono se non altro uniti e determinati.

RP: “Alright! Grazies, danke, merci bien. Thank you very much. Well that was one from a while back. This is one that relates to, uh. No, close. It relates to the rigors of relationships in Texas. Hard time in Texas. It’s called ‘Hot Dog’. Eye thank yew.”

Con HOT DOG, il gruppo inizia a sfaldarsi. Dal punto di vista esecutivo questo brano sciocchino e spensierato è difficile sia per Page che per Jones. John Paul deve mantenersi in pieno controllo per suonare un complicato giro honky tonk mentre con la pedaliera tiene un giro di basso impegnativo. Il riff di chitarra non è per nulla semplice e l’assolo (quello su disco) è di elevata difficoltà. Dal vivo Page non la ha mai suonata bene,  sostituendo le parti più veloci e obbligate dell’assolo con note tirate allo spasimo con il B-Bender (meccanismo montato sulla sua Fender Telecaste che mediante un movimento del manico tira la corda del SI).

Dopo HOT DOG la registrazione sfuma e allo stesso modo rientra con ALL MY LOVE (niente Plantation dunque). Il pubblico applaude mentre di Jones introduce la canzone. Jones ancora impegnatissimo nel suonare le tastiere e contemporaneamente la pedaliera basso. A volte con questa suona dei giri cosi articolati che mi chiedo che razza di controllo debba avere negli arti. Jimmy pasticcia con l’assolo che è semplice e composto da poche note. Mah. La registrazione sfuma dopo il finale e riprende con RP che dice: “It’s called, it’s called ‘Trampled Underfoot.'”

(LZ a Zurigo 1980)

TRAMPLED UNDERFOOT, col suo incedere funk e cattivo intontisce il pubblico con la sua atmosfera monocorde. Buona prova anche questa. Page sempre un po’ in bilico nell’assolo, ma le cose che suona e che “dice” non sono affatto male.

RP: “Grazies. Danke shun. Thank you very much, ta. Ooh.”

SINCE I’VE BEEN LOVING YOU. Sesto pezzo consecutivo con Jones alle tastiere. Il piano ha sostituito l’organo dei primi anni e il piano effettato del secondo periodo. Il pezzo è un mezzo disastro. Page è fuori. Sfasato, confuso e impreciso. L’idea di allungare l’assolo di un ulteriore giro (come già avvenuto nei 4 concerti del 1979) con un Page in queste condizioni non è stata una gran idea.

RP: “Jimmy Page, guitar. Jimmy Page.”
JP:”Thanks very much.
RP:This is more like the European championships than a gig. Alright?!

Dal pubblico richieste di “Moby Dick!”

In ACHILLES LAST STAND in bella evidenza il basso di Jones. Pezzo di ardite architetture ritmiche e chitarristiche, da suonarsi con la band al top. Non esiste infatti una sola buona versione live (1977/1980). Lo sferragliare del basso Alembic di Jones cerca di evitare che Page finisca del tutto nell’abisso in cui sembra cacciarsi ad ogni fraseggio.

RP “Ok folks. Ok folks? Eye thank yew. Right now it’s Jimmy Page, guitar.” Il pubblico parte col coro “Jimmy Jimmy Jimmy”

WHITE SUMMER (a cui viene attaccata BLACK MOUNTAIN SIDE) riesumata nel tour del 1977 non è male ma è lontana dalle versioni dei primi tour dove serviva a Page per inerpicarsi verso vette di personalissimo ingegno strumentale; le ultime battute servono come introduzione a KASHMIR (entrambi i pezzi sono suonati con la stessa accordatura aperta DADGAD). La KASHMIR di Zurigo è famosa per l’errore nella parte centrale. Dopo le due strofe iniziali complete di riff principale e riff discendente, dopo un giro di riff e un giro di riff discendenti invece di passare al ponte in LA Jimmy passa alla sezione successiva creando un minuto e mezzo di imbarazzanti tentativi di rientrare in carreggiata. Finalmente Bonham riporta ordine e riparte così dall’inizio tutta la parte centrale. Senza questo pasticcio sarebbe stata una buona versione.

RP: “John Bonham on drums. If anybody’s bootlegging that you’ll have to scratch that number ‘cuz it wasn’t completely correct. Never mind. We got through it. Heavens it’s warm. Alright? Ok? Eye thank yew.”

Il bootleg contiene anche la version di Kashmir corretta (chi ha messo insieme questo bootleg, mediante un edit,  ha tagliato la parte con l’errore). La traccia 3 del CD2 contiene quindi le due KASHMIR una attaccata all’altra.

(LZ a Zurigo 1980)

Page indossa la doppio manico, il pubblico capisce e applaude. Parte STAIRWAY TO HEAVEN. Quando Plant inizia a cantare mi prende sempre un senso di commozione. Che pezzo leggendario. Jones al piano, Robert ispirato, Bonham sempre pronto. Una volta accettato il fatto che il Dark Lord non è quello di una volta, questa versione è godibile. Nelle sue stramberie, nelle sue insicurezze quel diavolo di un Page riesce ugualmente ad incollarti all’ascolto…se non altro per capire se deraglia del tutto o se resta sul sentiero. L’Hallenstadion comunque apprezza, applaude, batte i piedi.

RP: “Thank you. Thank you everybody from everywhere! It’s been a good hot one. Good night.”

Claude Nobes ripresenta il gruppo per il bis.

CLAUDE NOBS “Robert Plant! John Bonham! John Paul Jones! And Jimmy Page! Led Zeppelin!”
RP: “Claude Nobs! Good evening! Buenos dias. Alright?! Eye thank yew. Excellent. Excellent.”

In certi momenti  nell’ascoltare ROCK AND ROLL sembra di sentire i DAMNED. Versione, dura, sporca, cattiva, punk, acida.

RP: “Alright?! Eh? It’s been a very nice evening in Zurich. Thank you for coming from Italy, and France, and Switzerland, and Germany and England, and America and, uh, Wolverhampton. See you soon. Bye.”

HEARTBREAKER segue e chiude il concerto. Anche qui piglio aggressivo e credibile. Nell’assolo senza accompagnamento Page avrebbe dovuto evitare di portarsi la chitarra sopra ala testa e fare il solito giochetto con quei trilli fatti solo con la sinistra. Già nel 1973 non riusciva mica tutte le sere, figuriamoci nel 1980. Prova comunque dignitosa comprensiva di quell’intermezzo di stralunato blues ritmato/honky tonk accompagnato dal battimani dei 20.000 presenti e da BOURREE. Nella parte accompagnata se la cava piuttosto bene nella sezione del botta e risposta tra licks e ritmiche con accordi. La cosa che sorprende è che pur con tutte le difficoltà esecutive, non rinuncia mai a percorrere strade diverse e a sperimentare diverse soluzioni.

RP: “Thank you for being great. Thank you! Eye thank yew! See you again one day. Thank you very much. Jimmy, Jonesy, Bonzo, and meself. Tada”

(LZ a Zurigo 1980)

Sono stato forse un po’ troppo crudo nel giudicare gli Zep di questo periodo, ma essendo un fan in senso stretto preferisco eccedere nel mantenermi il più obbiettivo possibile e valutare il tutto  anche secondo le orecchie del casual fan. Credo che tuttavia un bootleg di questo periodo si possa avere per i motivi descritti all’inizio, e  questo è senza dubbio il migliore (pur non avendo in scaletta WHOLE LOTTA LOVE).

© Tim Tirelli 2012

GEORGE THOROGOOD & THE DESTROYERS “2120 South Michigan Ave.” (Capital Records 2011) TT1/2

14 Mar

Comprai il suo primo disco, quello del 1977, quasi in diretta e ricordo che mi piacque parecchio. La sua versione di ONE BOURBON, ONE SCOTCH, ONE BEER mi accompagnò lungo i sentieri della tarda adolescenza. Fiutai poi il fatto che quel tipo di musicista rimaneva un po’ troppo legato ai canoni di un genere che spesso risulta ripetitivo, così non ebbi mai un rapporto duraturo con questo bravo e onesto operaio del rock blues. Mi fa piacere constatare che che la carica è rimasta quasi inalterata, che la convinzione sembra quella di un tempo, ma mi chiedo a cosa servano album come questi. Capisco che un musicista di quel tipo, uno con la schiena dritta che non ha venduto mai però vagonate di dischi, debba pur continuare a vivere e quindi a suonare, ma io da ascoltatore devo riconoscere che mi annoio un pochetto nel sentire questo tipo di album.

GOING BACK è un po’ troppo simile a Tush degli ZZTOP, va bene che certi riff in un certo genere si rigenerano a vicenda ma qui mi sembra un po’ forzato. Solita apparizione di special guest (BUDDY GUY ad esempio) che non smuovono granché, solite cover che ormai sono improponibili (SPOONFUL, HELP ME, MAMA TALK TO YOUR DAUGHTER).

Stesso approccio del primo album, stesse metriche, stessi giri…si poteva fare di più. La armonica di CHARLES MUSSEòLWHITE scalda l’animo in un paio di pezzi ma…non è sufficiente …porca vacca, scrivere di questi album fa male, vorresti parlarne in maniere affettuosa ma non ci riesci. Mah.

ENZO JANNACCI “Remastering 1975-1979” (Ala Bianca – Warner Music Italia 2011) TTTT

13 Mar

Ho cercato questi album per anni e poi quasi d’improvviso ecco che la ALA BIANCA (etichetta di Modena)  li  ristampa in versione rimasterizzata in questo mini cofanetto da 24,90 euro.

Cabarettista, autore, cantante, medico…personaggio stralunato e obliquo. Le sue canzoni spesso mescolano arie nazional-popolari, con tematiche disperate e sprazzi di musica americana. Canzoni dell’assurdo sempre al contatto con la dura realtà. Impagabili certi suoi interventi recitativi tra un pezzo e l’altro.

QUELLI CHE (TTTT1/2) è l’album che più mi piace. Il pezzo che da il titolo all’album e IL BONZO sono due classici che fan parte di me e delle cose più curiose della musica italiana:

In SECONDO TE CHE GUSTO C’E’ (TTT) risaltano soprattutto la canzone omonima e SAXOPHONE.

FOTO RICORDO (TTTT) contiene una delle mie canzoni preferite di sempre: MARIO (di Donaggio / Franchi)…

Io questi 24,71 euro li ho spesi volentieri.

LED ZEPPELIN “In The Court Of King James” Earls Court 24/05/1975 – bluray bootleg (Empress Valley Supreme Discs 2010) TTT

12 Mar

Il mio primo videobootleg in bluray, di cui sono venuto in possesso solo ora. La Empress Valley stavolta non ha fatto nulla di speciale, anzi…

Limited Edition Promo Edition 2010
Empress Valley (2405 EVSD BD)
BluRay Disc

Video: 1280x720p H264 AVC, 12578kbps
Audio: AC3 Dolby Digital 192kbps
Size: 20GB

01.Introduction By Nicky Horne
02.Rock And Roll
03.Sick Again
04.Over The Hills And Far Away
05.In My Time Of Dying
06.The Song Remains The Same
07.The Rain Song
08.Kashmir
09.No Quarter
10.Tangerine
11.Going To California
12.That’s The Way
13.Bron-Y-Aur Stomp
14.Trampled Underfoot
15.Moby Dick
16.Dazed And Confused (inc. Woodstock)
17.Stairway To Heaven
18.Whole Lotta Love (inc. The Crunge)
19.Black Dog

La qualità video non si discosta da quella dei migliori dvd bootleg della data in oggetto e incredibilmente per l’audio si è usato la versione mp3 192kbps.

Detto ciò, non è male avere tutto il concerto del 24/5/75 su un unico disco.

Due parole sui LZ di Earls Court del 1975. In origine i concerti dovevano solo essere tre (23/24/25 maggio) ma vista la richiesta furono aggiunte le date del 17 e del 18 maggio. Furono le prime date in Europa dei LZ a godere dell’uso degli schermi sopra al palco. E’ per questo che la band possiede le registrazioni (del 23, 24 e 25) audio-video in multitraccia (alcune apparse sul DVD ufficiale del 2003).

Le riprese non sono eccezionali perché furono fatte a beneficio dello schermo gigante appunto e non con l’idea di farne poi un filmato, tuttavia sono godibili e vedere i LZ negli anni settanta è sempre uno spettacolo. Abbiamo già detto che i LZ, quelli dell’immaginario collettivo, finirono il 29/07/1973, l’ultima data del tour americano del 1973; da lì in poi, in versione live, si è avuta solo una pallida ombra sbiadita di ciò che furono, a volte imbarazzante. I 5 concerti inglesi del 1975 si mantengono ad un discreto livello, senza mai toccare i punti bassi della prima parte del tour americano (Page con l’anulare della mano sinistra rotto e in balia dell’eroina, Plant con una bronchite cronica che ha corrotto quasi tutte le date del tour).

D’altra parte però i 5 concerti inglesi non hanno un mood particolare, tutto sembra più spento e meno divertente. In America invece alcune date (una su tutte NEW YORK Nassau Coliseum del 12/02/1975) videro la band piuttosto carica, nonostante le pessime condizioni fisiche.

Delle prime tre date inglesi – parlando della disponibilità bootleg – esistono solo le tre registrazioni  audio in versione audience, mentre delle ultime due esistono sia le due registrazioni audio in versione soundboard che i due filmati in versione pro-shoot (certo non nella versione cristallina che ha in mano Page). Gli spezzoni usati nel DVD ufficiale sono relativi solo alle date del 24 e del 25, perché nella data del 23 il microfono della gran cassa di Bonham non funzionò e nessuno se ne accorse se non a concerti finiti.

Gli screenshoot qui sotto posso darvi una idea della qualità (che non rimane la stessa durante tutta la durata del filmato).

Ripeto però che nonostante tutto, avere una data completa del 1975 /(due con quella del 25/5) dei LZ in versione video proshoot, è comunque una gran cosa…per chi ama la magnifica musica rock.

GLENN COOPER “Il Marchio Del Diavolo” (Casa Edirtrice Nord 2011) TTTT1/2

12 Mar

Glenn Cooper, quello de LA BIBLIOTECA DEI MORTI, IL LIBRO DELL ANIME e de LA MAPPA DEL DESTINO. Romanzo questo che segue lo stile dell’autore, quella archeologia intrisa di thriller che saltella tra passato e presente. La Roma del 1100, l’Inghilterra di Marlowe e Shakespeare, la Roma attuale… Cooper costruisce una storia tenebrosa, avvincente, spesa tra demonio e santità con colpi di scena riusciti. Il finale forse soffre un po’, troppi avvenimenti spalmati in un numero di pagine forse insufficienti, ma è comunque palpitante.

A me è proprio piaciuto.

Citazioni a casaccio:

“Dunque, prima di tutto la fede in Dio è una sciocchezza naturalmente…”

Malachia regna ave o lemure”

“Quello che sto dicendo è che sono pericolosi: esseri del tutto incapaci di provare rimorsi o sensi di colpa. Hanno emozioni più superficiali. Si comportano in modo antisociale e sono spesso violenti. Capiscono la differenza tra giusto e sbagliato, ma non se ne curano. Esiste un nuovo campo della neuroscienza che mette in relazione specifiche anomalie genetiche dei neurotrasmettitori cerebrali, come la serotonina e la dopamina, con stati antisociali o psicopatici.”

Storie dalle campagne topografiche

10 Mar

A parte il fatto che uno si adegua e si sdraia sul divano della vita che gli è capitata, cosa si può fare per assaggiare le profondità siderali di cui il proprio animo è alla ricerca? Uno si ascolta SENTIERI NOTTURNI di Sergio Mancinelli su Radio Capital mentre rilegge in versione tutto colore il primo numero di ZAGOR, con  i VAN DER GRAF GENERATOR seguiti dagli EMERSON LAKE AND PALMER che aprono il programma citato alle 24 di una sera come mille altre.

Oppure uno si mette in macchina di prima mattina per andare al lavoro se è un venerdì come mille altri e infila nel lettore TALES FROM TOPOGRAPHIC OCEANS degli YES. Doppio album con solo 4 lunghi pezzi che uscì gennaio del 1974… la versione che uno possiede è naturalmente quella digipack rimasterizzata con un paio di bonus track. Sollecitata da tanta quantità di bella musica la mente inizia a lasciarsi trasportare da pensieri che in un primo momento toccano le tematiche essenziali della propria sopravvivenza (“ma chi cazzo sarà il prossimo allenatore dell’Inter?“), ma che poi decollano inabissandosi nello spazio profondo.

Dovrò fare per il resto della vita il tragitto Borgo Massenzio – Stonecity?

Cosa c’era prima del bing bang? Il nulla? E il nulla come si è creato?

E’ proprio impossibile dare una risposta a queste domande? La nostra intelligenza forse non è sviluppata abbastanza per capire queste cose e arrivare dunque alla soluzione? Dobbiamo diventare più intelligenti…come fare? Fino a che i piccoli esseri umani usciranno dal corpo degli esseri umani femminili non ci saranno tante speranze, magari un giorno quando le gravidanze si porteranno a termine fuori dal grembo materno, la testa avrà la possibilità di espandersi e con essa il cervello…forse allora faremo il salto di qualità per quanto riguarda l’intelligenza.

Ecco cosa succede ad ascoltarsi TALES FROM TOPOGRAPHIC OCEANS degli YES di prima mattina in macchina mentre attraversi le campagne.

Tra un pensiero e l’altro ti annienti nella musica, mentre il pilota automatico che hai nel cervello ti guida fino a destinazione. La musica ti solleva e ti sembra quasi di essere ROBIN DELLE STELLE che a bordo del suo veliero sonda le profondità celesti…

Al momento le tue galassie sono campagne delimitate da vie dai nomi strani  tipo “Via Della Gattalupa” e dalle storie rimandate dagli accenti del posto.

L’altra mattina assisto ad  uno scambio di battute tra due uomini, vicini di capannone; uno chiede all’altro (probabilmente lattoniere o roba simile che stava scendendo dal tetto del suo fabbricato da una lunga lunga scala) se ha poi dato una occhiata anche al tetto del suo edificio, l’altro risponde che vuol guardarci bene e che appena ha un momento farà il lavoro. Ecco la sceneggiatura, in reggiano stretto:

VAIFRO (uomo vecchio dalla età indefinita che ha passato la attività ai figli ma che ancora da una mano): “Oh Giangio, alòra, et guardè anc da me c’al lavor là?”

GIANGIO (artigiano lattoniere di quella indefinibile età tra i 50 e i 60) “No Vaifro, angl’hò mia fàta, sta tranquèl che quand ag’ho un minut ag vag”.

VAIFRO “T’è urènd, da quand te sbagliè al cinghiel te ne piò quel”.

GIANGIO “Va là, Vaifro, va a fèr un gir te e al cinghièl”

“Sei orrendo da quando hai sbagliato a sparare al cinghiale”… ma c’è ancora gente che spara ai cinghiali?

Sabato mattina, vuoi scrollarti di dosso questo freddo siderale assoluto, sulle rive dei fossi c’è ancora un po’ di brina, ma il sole splende la primavera che sta arrivando, hai bisogno di rimetterti in moto così mentre lasci il posto in riva al mondo ti fermi sul ponte di casa, dai una occhiata ai posti che  – tra qualche giorno – sono casa tua da ormai tre anni:

(Sul ponte del posto in riva al mondo – foto di TT)

Infilo nel lettore il primo BELLISSIMO disco dei LONE STAR nella recente versione rimasterizzata ed arricchita della Rock Candy:

Quello che oggi viene chiamato CLASSIC ROCK e che allora era magnifico hard rock di stampo inglese pompa nel mio corpo, vorrei spingere sull’acceleratore ma la lunga e tortuosa stradina del posto in riva al mondo non lo consente se hai davanti un trattore…

(Difficile seguire il tempo di DIXIE LEE se hai davanti un trattore nella stradina lunga e tortuosa – foto di TT)

Brian accusa i colpi di una mattina un po’ confusa, devo dirgli e spiegargli tutto, è spaventato da qualsiasi cosa il vecchio. Lo rassicuro con una pazienza e una affettuosa determinazione che a volte mi sorprendo di avere. Non vorrebbe far nulla ma “si fida di me e farà quel che dico”. Espletate le solite formalità, Brian – pulito e fresco come un bocciolo di rosa – si risolleva pronto ad affrontare il suo svago settimanale.

Ninetyland è ancora un po’ assonnata e infreddolita ma il sole batte sulla torre dell’orologio, tra poco il centro si farà più tiepido e accogliente…

(Saturday morning in Ninentyland – foto di TT)

Colazione al K2, Brian sorride contento di essere tra i suoi due vecchi amici, Mario si è scordato di mettere l’apparecchio che l’aiuta con l’udito e fatica un po’ a star dietro ad i discorsi di Brian e Peter saltella tra la lettura degli articoli della Gazza sul’Inter e le sue ormai leggendarie discussioni politiche. Fatica un po’ il vecchio democristiano che è in lui a star dentro al recinto del PD, ma se non altro non tenta di saltare lo steccato.

Un salto in farmacia per prenotare gli esami del sangue per Brian…non vorrebbe farli, scalpita un po’, morde il freno, ma poi si rassegna…povero Brian che tenerezza.

Lo porto al Minibar, solita pizzetta, solite spremute, i mille saluti che riceve dai suoi amici lo ringalluzziscono. Non ne riconosce uno ma dissimula alla grande.

Tornando, sulla Ninentyland road, sondo un po’ la sua memoria:

(Ninentyland road – foto di TT)

“Brian, come si chiamava la tua maestra delle elementari che ti bacchettava sulle dita se non rendevi il giusto onore a quella merda di Mussolini?”

E lui pronto e sul pezzo: ” La Sgarbi! C’la fasèsta!”

Nel parcheggio sotto casa gli scatto una foto, lui sta al gioco perché pensa che sia per il mio “giornale” ( Blog e internet sono un po’ ardui da comprendere per lui), magari è anche così, ma credo che forse un giorno mi farà piacere rivedere queste istantanee del mio vecchio.

(Il vecchio Brian in posa – foto di TT)

Ci accingiamo ad andare in casa, mi guarda e mi dice: “Tim, te tee un bel òm” (Tim tu sei un bell’uomo). Oggettivamente questa è una cosa non vera, ma rido e rifletto sul fatto che forse è solo perché sono più giovane di lui, o forse perché, vivappage, sono ingrassato qualche chilo e  mi vede meno emaciato. Oppure, più probabile, sono un bell’uomo perché lui è mio padre. Diavolo d’un Brian.

(Brian e Tim – autoscatto)

Rimango un po’ con lui, accendiamo la tele su Rai 1 (l’unico canale che Brian ormai guarda)…c’è Claudio Lippi che traffica ai fornelli. Mi accorgo che sono secoli ormai che non so più niente della Rai e dei canali in chiaro su quella stronzata malfunzionante che è il digitale terrestre. Malgrado la crisi abbia picchiato duro e continui a farlo sono fiero della mia determinazione nel mantenere l’abbonamento a Sky. Sono in arretrato col sonno, mi appoggio a lui scivolando un po’ sul divano. Mi mette un braccio sulla spalla. Che tenero quadretto. Sono felice, sto risolvendo il rapporto con mio padre pur senza un confronto cosciente. Verso le 12,30 lo lascio nelle mani di mia sorella. Mi guarda con un sorriso malinconicamente felice mentre lo saluto. Mi da un bacio… “Ciao Tim, grazie di tutto”. “Ciao vecchio Brian, hold on and believe”.

Ritorno nelle campagne, ritorno ai LONE STAR.

Appuntamento con la groupie alla Coop. Arrivo prima io, mi metto a leggere le note di copertine del booklet del CD….poi sento un rombo, come se Emerson Fittipaldi stesse sfrecciando col suo bolide nel parcheggio della Coop…rumore di curva presa velocemente ben controllata in controsterzo…DON’T BREAK MY HEART AGAIN degli WHITESNAKE a canna che fuoriesce dall’abitacolo…è arrivata la groupie.

(Lasàurit arriva nel parcheggio della Coop)

Breve considerazione sugli ANGEL

9 Mar

Conosco Beppe Riva più o meno da 24 anni,  durante questo lungo periodo siamo più o meno sempre stati in contatto, bontà sua. Abbiamo quindi parlato spesso di musica rock e della nostra amata squadra del cuore. Parlando di musica rock con lui si è toccato più volte l’argomento ANGEL visto che – come già detto – Beppe è un estimatore del gruppo in questione, argomento che mi sono sempre ripromesso di approfondire. Finalmente mi sono deciso. Mi ero sempre fermato ai primi due album pensando fossero i migliori o quelli essenziali; non avendo ricevuto particolari stimoli dalla loro musica finivo sempre per accantonarli ripromettendomi appunto di inoltrami meglio nel loro mondo. Sì, perché i gusti sono gusti, certo, ma mi dicevo, se Beppe ama così tanto gli ANGEL, voglio capire meglio.

Ecco che allora mi sono procurato la loro discografia degli anni settanta. I primi due dischi mi sono apparsi migliori di come me li ricordavo, ma il terzo e il quarto (WHITE HOT e SINFUL) sono stati una rivelazione.

Gran bel rock potente, arioso, su tematiche semplici e non cervellotiche. Rock godibile, fruibile nelle calde sere d’estate quando si cerca la leggerezza del rock pesante o quando ci prendono quelle voglie di pomp rock  che servono a spazzar via per un momento i nostri blues.

Tutto qui, questo non è un articolo sugli ANGEL, nemmeno una recensione, ma solo un momento per riconsiderare questa band che non avevo mai soppesato con attenzione.  Heavy Rock e Progressive di stampo americano che non mi dispiace proprio per nulla.

Non è roba per gente, come il nostro Polbi, che di solito evita il mainstream, per tutti gli altri invece  potrebbe essere una bella (ri) scoperta.

(Ripropongo la caricatura di Beppe Riva apparsi tanti anni fa su Metal Shock)

FRANCO BATTIATO “The Emi Album Collection” (EMI 2011) TTTTT

8 Mar

24,90 euro per i 5 dischi più riusciti di Franco Battiato in versione rimasterizzata. Plaudo a questa iniziativa dell’Emi. Confezione e grafica essenziale ma comunque pratica e godibile, un mini box set di tutto rispetto e ….FINALMENTE I TITOLI NET RETRO COPERTINA DEI SINGOLI CD SONO LEGGIBILI!!!

Battiato…musicista, autore, cantante, sperimentatore di una musica un po’ eterea, gradevolmente commerciale, costruita su influenze italiche, arabe, orientali , con accenti provenienti dagli Urali e con tematiche stravaganti che spesso fanno il controcanto a cose americane. Spesso le cose di Battiato contengono parti di chitarra non comuni; l’approccio è rock, ma i giri sono spesso particolari, viziosi, quelli ti innervosiscono positivamente.

L’ERA DEL CINGHIALE BIANCO (1979) – TTTT apre la fase di successo dei FB. Bellissimo il pezzo omonimo, con gli altri sei pezzi ad aprire la pista dello stile Battiato, con la batteria suonata al minimo, senza orpelli.

PATRIOTS (1979) – TTTTT anch’esso di sette pezzi (caratteristica degli album 1979/82) è forse l’album più bello: UP PATRIOTS TO ARMS, VENEZIA-ISTNBUL e la magnifica PROSPETTIVA NEVSKI. Testi intelligenti, a volte intelligentemente sciocchi, che ti toccano in modo diverso rispetto al solito. Album di buon successo. Io lo datavo 1980, ma le note di copertina dicono 1979.

LA VOCE DEL PADRONE (1981) – TTTTT contiene 4 successi (forse 5) incredibili: SUMMER ON A SOLITARY BEACH, BANDIERA BIANCA, CUCCURUCCU, CENTRO DI GRAVITA’ PERMANENTE (e forse appunto anche SENTIMENTO NUEVO). L’album ebbe un successo inimmaginabile: più di un milione di copie vendute… per un mercato come l’Italia risultato incredibile.

L’ARCA DI NOE’ (1982) TTT vede Battiato avventurarsi con più determinazione verso l’elettronica che in quegli anni raggiungeva il massimo livello (purtroppo). Certe cose sembrano provenire dritte dritte dalla new wave inglese del periodo. Come nell’album seguente, lo stile Battiato segna un po’ il passo, risulta meno spontaneo, sembra quasi che Battiato faccia Battiato. Album sempre dignitoso ma, a mio parere, inferiore ai tre precedenti.

ORIZZONTI PERDUTI (1983 ) TTT è un album per cui potrei usare gli stessi concetti espressi per L’ARCA DI NOE’. Elettronica marcata, echi che mi portano alla mente gli ULTRAVOX e canzoni meno incisive del solito. LA STAGIONE DELL’AMORE però fa sempre un certo effetto.

Se amate la musica italiana, specialmente se di qualità, questo box set non può mancare tra i vostri scaffali. Battiato era davvero originale, di spessore e molto interessante.

8 MARZO: festa della donna / woman’s day

8 Mar

Un augurio blues alle donne frequentatrici del blog, le celebriamo ogni giorno dell’anno ma ci piace rimarcare questa bella ricorrenza, quindi eccovi questa mimosina virtuale.

Nell’occasione alleghiamo immagini di tre delle tante donne che amiamo:

(Rosa Luxemburg nel 1910)

(Haydée Tamara Bunke Bider, detta “Tania la Guerrigliera”)

(Quella gran figa di Rita Levi Montalcini)

La PICCA’s GUIDE alle grandi canzoni in ordine sparso – VOODOO CHILE (slight return) – Jimi Hendrix 1968

7 Mar
Famoso presso i simple-minded  perché suonava la chitarra coi denti, ascoltando certi brani si capisce che Hendrix in realtà suonava col pene, che a sentire le plaster-caster specializzate in calchi di membri delle rock stars aveva minimo minimo le dimensioni del suo Wah Wah .
Voodoo Chile (Slight Return) è pura autoaffermazione cazzuta e virile, una costruzione mitologica di un esasperato sè erotico sull’onda delle varie Mannish Boy e Hoochie Coochie Man di Muddy Waters, della serie (per citare Il Marchese del Grillo) ‘io sò io e voi nun siete ‘n cazzo’, che soltanto la condizione da wild man from Borneo del selvaggio ‘brother’ Jimi rende accettabile al prudente e già politicamente corretto mondo pop d’allora, che tra free love sbandierato e streams of consciouness vari faceva un po’ fatica a parlare di sesso.
Ascoltandola in cuffia a volume pernicioso si entra totalmente nella musica travolti e squassati dal bombardamento emotivo in atto, a meno che non si sia fan degli A-Ha, con la chitarra panpottata da un canale all’altro a sfuggire come un’anguilla insaponata. Hendrix richiede partecipazione e dedizione assolute, non è musica da mettere come sottofondo mentre si spolvera la libreria.

Parole, ricerca fotografica e video di Stefano Piccagliani – (C) 2012