Flashes from the Archives of Oblivion: IVAN GRAZIANI – IL CHITARRISTA

30 Mar

Cantore della surreale quotidianità della provincia, artista istrionico e raffinato, Ivan Graziani con la sua chitarra ha graffiato il rock italico lasciando segni indelebili.

(Tim Tirelli 2003 – pubblicato originariamente su CLASSIX n.1)

Non è semplice scrivere d’un personaggio come Ivan Graziani per una rivista ad alta gradazione rock come Classix. Si corre il rischio di confondere un poco i lettori che non conoscono a fondo l’artista in questione, perché magari ci si ricorda d’averlo visto in qualche discutibile trasmissione TV alle prese con canzoni non proprio indimenticabili. Ivan Graziani invece è stato soprattutto un autore originale e un chitarrista sopraffino, uno che ha innestato nel grande albero del rock, rametti che hanno prodotto frutti saporiti ed autoctoni.

Nato nell’ottobre del 1945 a Teramo, Ivan dimostra sin da piccolo un’attrazione irresistibile per la musica. Intorno agli undici anni inizia a suonare la chitarra e non ancora maggiorenne è già nella orchestra di Nino Dale (figura storica del “giro” musicisti di Teramo) con cui inizierà a fare serate e tournèe in Tunisia.

Nei primi anni sessanta si diploma in arti grafiche ad Urbino ed in quella città fonda l’Anonima Sound, il suo primo gruppo.

Nell’ottobre del 1966 (ad un paio d’anni dalla nascita) l’Anonima Sound viene notata dall’entourage di Gianni Moranti, il quale a sua volta segnala il gruppo ad un impresario. Nel 1967 esce per la CBS il 45 giri “Fuori Piove” / “Parla Tu”, singolo che ottiene un ottimo successo arrivando a vendere 175.000 copie. A questo singolo ne seguono altri tre prima che, nel 1970, Ivan sia costretto a lasciare il gruppo causa servizio militare.

Dopo aver inciso un LP autoprodotto (mai pubblicato) interamente strumentale, dedicato alla nascita di suo figlio Tomaso (titolo del disco “Tato Tomaso’s Guitar”), Ivan si trasferisce a Milano dove inizia la carriera di strumentista entrando nel giro della casa discografica Numero Uno.

Tra il 1973 e il 1974 escono “Desperation” e “ La Città Che Io Vorrei”. Il primo è un disco cantato in inglese con musiche che si rifanno al rock and roll anni 50, mentre il secondo è la prima prova dell’Ivan Graziani che conosciamo, un album ancora acerbo, vicino al mondo cantautorale italiano.

E’ il 1975 l’anno in cui la carriera d’Ivan ha un’accelerazione mica da ridere.

Il musicista inizia una collaborazione con la PFM rischiando di entrare a far parte del gruppo, che in quei giorni è reduce da un tour in Usa di gran valore.

Non se ne fece nulla ma Ivan lascia ugualmente una traccia nella storia del gruppo di Mussida-Di Cioccio e Premoli, firmando il pezzo “From Under” che apparirà in “Chocolate Kings”, album splendido della Premiata.

Sempre in quell’anno Ivan Graziani partecipa alle registrazioni dell’album “La Batteria Il Contrabbasso Ecc” di Lucio Battisti e incoraggiato da Battisti stesso, registra “Balla Per Quattro Stagioni”. Siamo ancora tuttavia lontani dagli alti livelli che Ivan raggiungerà da lì a poco, ma la title-track e “E Sei Così Bella” sono pezzi ben riusciti.

Nel 1976 partecipa alle registrazioni di “Ullalla” disco di Antonello Venditti e al relativo tour, dove ad Ivan viene permesso di avere uno spazio tutto suo in apertura di concerto.

“Sono particolarmente legato all’album I Lupi, è stata una grande rivalsa per me quel disco”.

Sono parole di Graziani stesso che definiscono bene l’importanza de “I Lupi” uscito nel 1977.

L’efficace ballata “Lugano Addio” entra in classifica ed insieme a “Motocross” e “I Lupi” delinea i contorni dello stile di Ivan: testi originali e mai banali, musiche che pescano nel rock più vero e un chitarrismo personale e dinamico.

E’ comunque con “Pigro” del 1978 che Ivan Graziani entra nell’empireo dei beati (o dannati, a seconda delle preferenze): l’album è uno degli esempi più fulgidi di rock elettro-acustico, condito con testi amari e sarcastici di tal livello da far impallidire chiunque.

“Pigro”, “Paolina”, “Sabbia Del Deserto”, senza dimenticare la soave amarezza di “Scappo Di Casa” e l’immortale rock blues di “Monna Lisa”.

I suoni e l’uso della chitarra acustica sono spettacolari, così come le parti di elettrica.

Il disco è un gran successo commerciale ed Ivan diventa uno degli artisti di punta del periodo.

L’anno seguente esce “Agnese Dolce Agnese” che, insieme a “Pigro”, è uno dei due capolavori di Ivan.

Nelle interviste rilasciate in quegli anni, Ivan ogni tanto citava Hendrix e i Led Zeppelin (oltre ai suoi amati Beatles e Creedence), e non a caso alcuni episodi si rifanno in maniera chiara a quel tipo di approccio. “Veleno All’Autogrill” ad esempio si basa su uno squisito giro rock blues che funge da fondo perfetto per il testo, come sempre arguto e originale.

Lo stesso discorso vale per “Dr Jekyll & Mr Hyde”, il cui riff dovrebbe far parte del bagaglio personale di tutti i chitarristi nostrani.

Ogni episodio di “Agnese Dolce Agnese” andrebbe preso in esame con cura: dalla storia che odora di zolfo de “Il Prete Di Anghiari” (che meraviglia il riff di chitarra che sottolinea la parte tirata del pezzo!), alle chitarre acustiche di “Taglia La Testa Al Gallo”, da “Modena Park”, tenera dedica liberal – quasi fosse la San Francisco del 1967 versione nostrana – alla città che fu tra le prime ad apprezzare Ivan, a “Canzone Per Susy”.

“Fuoco Sulla Collina” merita forse qualche parola in più, essendo così ricca di atmosfere particolari. L’arpeggio che crea nebbie dense di mistero, aperture lievemente progressive ed un testo che, seppur meno esplicito che in altre occasioni, ti fa riflettere.

L’album contiene naturalmente anche “Agnese”, con tutta probabilità il pezzo con cui il grande pubblico identifica il grande Ivan.

Nonostante il testo riuscito e l’arrangiamento perfetto occorre dire che “Agnese” non è tutta farina del suo sacco.

Ivan infatti si è platealmente rifatto al pezzo “A Groovy Kind Of Love”, inciso nel 1965 da Mindbenders (e ripreso poi da Phil Collins nel 1991). I Mindbenders a loro volta imbastirono “A Groovy Kind Of Love” sulla “Sonatine Op 36 N 5” di Clementi, musicista di tre secoli fa noto a tutti i pianisti per i suoi libri didattici dedicati allo studio del pianoforte.

Il 1980 è l’anno di “Firenze (Canzone Triste)”, altra ballata struggente che entra prepotentemente in classifica trascinando con sé l’album “Viaggi e Intemperie”. A Pezzi Rock energici e decisi come “Isabella Sul Treno”, “Tutto questo cosa c’entra con il R&R” e Angelina”, si contrappongono episodi più riflessivi, su tutti “Olanda”, un naufragare dolce e malinconico di amori e sogni giovanili.

L’anno successivo vede Ivan far parte di un progetto piuttosto bizzarro della discografia italiana: il “Q Concert”, una sorta di tour e relativo maxi singolo con 4 brani interpretato da tre artisti. Nella squadra di Ivan anche Ron e Kuzminac. Canzone trainante di questo Q disc è “canzone senza Inganni” scritta dallo stesso Ivan.

Il 1981 è comunque anche l’anno di “Seni e Coseni”, album che in parte deborda dallo stile del nostro chitarrista, la prima parte infatti è dominata dal pianoforte, fatto che spiazza chi di Ivan apprezzava la verve chitarristica. Gli ultimi quattro pezzi si rifanno in modo più consono allo stile del musicista di Teramo, ma comunque sia non brillano di certo.

Nonostante questo episodio mediocre, la relativa tournèe è una bomba: Ivan si propone spesso in trio, assumendosi strumentalmente grosse responsabilità e distinguendosi per l’approccio dal mondo cantautorale italiano. A ventidue anni di distanza chi scrive ricorda ancora le emozioni di quel tour, tra i fischi della chitarra elettrica, assoli fatti come Hendrix comanda e i grandi pezzi di Graziani.

Il primo disco live esce nel 1982 e si intitola “Dal Vivo Parla Tu”. Contiene una ottima selezioni di brani ma difetta un poco nella produzione. D’altro canto in Italia non siamo mai riusciti a registrare dischi dal vivo come si deve.

Tra il 1983 e il 1984 escono “Ivan Graziani” e “Nove”.

Il primo si difende bene, potendo contare su “Signora Bionda Dei Ciliegi” e “Il Chitarrista” (la cui svisata resta uno dei momenti rock più riusciti della produzione del nostro), mentre il secondo fatica ad imporsi (anche commercialmente). “Limiti” è comunque gradevole e “Lucetta Fra Le Stelle” è un quadretto romantico da non sottovalutare. Bello infine il lavoro di chitarra in “Io che C’entro”. Il Tour del 1984 è ad ogni modo trionfale, un esempio per tutti: nella grande arena del Festival Dell’Unità di Modena stipata come un uovo, Ivan è costretto ad uscire non meno di quattro volte per i bis. Nella metà degli anni ottanta Ivan si ritrova ad annaspare in progetti anonimi: nel 1985 affronta il Festival di Sanremo con il pezzo “Franca Ti Amo” (davvero mediocre) e nel 1986 pubblica (probabilmente per ragioni contrattuali) “Piknic”, dove solo “Shame” regge il confronto con il passato.

Nel 1989 una impennata d’orgoglio: esce “Ivan Garage” per l’etichetta Carosello, finalmente un disco rock in senso stretto. Pungolato da alcuni fan del centro italia che lo seguono ad ogni concerto e che gli registrano cassette di gruppi Heavy Metal per costringerlo a tornare sulla via del rock, Ivan scrive “I Metallari” e altri pezzi che si rifanno esplicitamente al rock. E’ curioso notare che tra questi fan c’era anche il Deus Ex Machina di Classix, il nostro Fuzz Fuzz.

“Il garage è il luogo che preferisco” dirà Ivan “è il luogo dove si va a far casino, proprio sotto casa. Il posto dove porti una donna e dove vai a suonare con gli amici, dove metti la prima moto della tua vita. Il Garage è una cosa importante, dove vai a liberarti il cervello. Qui bisogna cominciare a far musica da Garage e non da camera”.

Il disco è duro, sporco ed intenso: chitarre sature e appaganti e  testi pervasi di ironia talora poetica talora cattiva. Purtroppo sarà l’ultimo grande disco di Ivan Graziani.

“Cicli e Tricicli” del ’91 è per dirla con le parole dello stesso Ivan “un errore di percorso”, “Malelingue” del 1994 è un po’ meglio, ma forse solo dovuto al fatto che il brano “Maledette Malelingue” che viene presentato a Sanremo, riporterà Ivan vicino alle top ten.

Giusto il tempo di far uscire “Fragili Fiori”,un nuovo live con cinque inediti e Ivan ci saluta: un male incurabile ce lo porta via il primo gennaio del 1997.

Il bello della musica rock è che raggiungi l’intimità spirituale con un artista prima di sapere qualcosa di lui o di lei. Fin dal primo momento capisci tutto. Inizialmente l’attrazione è esercitata dalle superfici delle canzoni che riescono a toccare le corde della tua sensibilità, ma c’è anche l’intuizione della dimensione più completa. E quando hai la conferma che la intuizione era quella sperata…beh…allora la complicità tra musicista ed ascoltatore è totale ed appagante. Capita solo con certi musicisti…Ivan Graziani era uno di questi. (Tim Tirelli 2003)

DISCOGRAFIA:

LA CITTA’  CHE IO VORREI (1973): debutto vero e proprio che però non lascia tracce particolari.

BALLATA PER QUATTO STAGIONI (1976) JJ: la figura di Ivan inizia a ritagliarsi contorni riconoscibili. I testi tuttavia affogano in una retorica invadente mentre la musica si fa interessante. Spruzzate jazz-rock (“Dimmi Ci Credi Tu”), riff rock (“Trench”) e buone prove dei musicisti tra cui Lucio Fabbri e Walter Calloni.

I LUPI (1977) JJJ: il preludio al grande successo. Ancora qualche ingenuità nei testi ma anche prove convincenti (“Motocross” e “I Lupi”). Grandi prove chitarristiche (“Il Topo Nel Formaggio”), qualche arrangiamento che sa di PFM e…”Lugano Addio”.

PIGRO (1978) JJJJJ: il disco che definisce chi è Ivan Graziani. Uno dei dieci migliori dischi di musica italiana di sempre. Assecondato dai fidi Walter Calloni (batteria), Hugh Bullen (basso) e Claudio Maioli (tastiere), Ivan si esibisce in una delle sue rappresentazioni più riuscite. Oltre ai tre classicissimi “Monna Lisa”, “Pigro” e “Paolina”, pezzi incredibili come “Scappo di Casa”. “Pigro” e “Gabriele D’Annunzio” indicano come la chitarra acustica andrebbe suonata.

AGNESE DOLCE AGNESE (1979) JJJJJ: sotto la penna magistrale di Graziani, storie e figure di una provincia che rappresenta il mondo. Chitarre elettriche e canzoni che confermano il momento di grazia di Ivan. Il suo personale timbro vocale ci intrattiene, strabiliandoci, con “Agnese”, “Veleno All’Autogrill”, “Dr Jeckill”, “Fuoco Sulla Collina”…

VIAGGI E INTEMPERIE (1980) JJJJ1/2:se Pigro e Agnese rappresentano il vertice creativo , Viaggi E Intemperie è il consolidarsi di una proposta musicale ricca ed originale.Le chitarracce di “Tutto Questo Cosa C’Entra Con Il R&R?” e “Angelina”, la morbida dolcezza di “Firenze” e “Olanda”.

SENI E COSENI (1981) JJ1/2: mezzo passo falso. Il songwriting è  un po’ opaco. Dopo 4 grandi album in quattro anni, forse Ivan aveva bisogno di respirare e prender tempo, per far rifiorire le sue ricche idee musicali. “Signorina” e “Pasqua” sono tenere e riuscite, ma è davvero tutto qui.

PARLA TU (1982) JJJ: buon live contenente tutti i classici più “Lontano Dalla Paura” tratto dal film Il Grande Ruggito e “Parla Tu”, vecchio successo della Anonima Sound. Sebbene come già detto la produzione non sia il massimo, nei momenti più duri si ha la possibilità di assaporare il rock italiano in una delle sue forme più accattivanti.

IVAN GRAZIANI (1983) JJJJ: con questo disco Ivan si riscatta dalla delusione creata con “Seni e Coseni”. “Signora Bionda Dei Ciliegi”, “Navi”, “140 Kmh”, “Nino Dale” sono tutte molto buone e poi c’è “Il Chitarrista” con le sue chitarre in libertà, con la sua storia di carte e donne.

NOVE (1984) JJJ: il nono disco da studio ci fa capire che la vena creativa si va un po’ offuscando.“Limiti”, “Geraldine”, e “Lucetta Fra Le Stelle” mantengono il disco su livelli accettabili, ma c’è poco rock (anche in senso lato) e le canzoni vanno alla deriva verso un un pop piuttosto insipidino. Riascoltato però risulta più convincente.

PIKNIC (1986): J1/2 disco bruttino bruttino. Soltanto lo stralunato rock blues anni ottanta si “Shame” si distinge.

IVAN GARAGE (1989)JJJ1/2: un ritorno di fiamma per il rock, forse concepito in maniera meno originale rispetto a quello immacolato del periodo ‘77/80, ma pur sempre di ottima fattura. “Prudenza Mai”, “Noi Non Moriremo Mai”, “I Metallari”, “Ora Et Labora” e la bellissima…bellissima…bellissima “E Mo’ Che Vuoi”.

CICLI E TRICICLI (1991) JJ / MALELINGUE (1994) JJ: dischetti simili, senza infamia e senza lode. Qui è là, in una strofa o in un giro di chitarra il cuore di Ivan batte ancora, ma l’andamento generale è fiacco e poco ispirato.

FRAGILI FIORI – LIVAN  JJ: cinque inediti ed una discreta selezione live.

NOTE VARIE: per i tipi delle Edizioni Tracce di Pescara nel 1988 è uscito a nome di Ivan Graziani il libro “Arcipelago Chieti”, una sorta di diario che descrive un anno (il 1971) passato a fare il servizio militare.

Nel film “Italian Boys” del 1981 Ivan ha una particina.

La eredità di Ivan Graziani è portata avanti di questi tempi da sua moglie Anna (che ci permettiamo di salutare e a cui dedichiamo questo misero articoletto) e dai suoi figli Tommaso (batteria) e Filippo (chitarra voce)che col loro trio propongono pezzi originali alternati a brani del loro padre.

Esiste inoltre una tribute band chiamata “IvanGarage” che ripropone con rispetto tutte le miglior cose di Ivan.

Doveroso citare Mel Previte, eccellente chitarrista che da numerosi anni suona nella band di Ligabue. Mel è con ogni probabilità il fan più affezionato del grande Ivan Graziani (Nel 1978 non ancora ragazzino fu invitato da Ivan sul palco a suonare con lui). Vederlo suonare i pezzi di Ivan con la sua band (nelle rare occasioni in cui riesce a mettere in piedi questo tipo di omaggio) è cosa da non perdere.

(Tim Tirelli 2003 – pubblicato originariamente su CLASSIX n.1)

May Jay May Jay

29 Mar

(Jaypee & Tim – immagine di repertorio)

When I find myself in times of trouble, mother Mary comes to me … beh visto che Mother Mary purtroppo non c’è più adesso è Jaypee che viene da me quando sono un po’ in trouble. Pizza da Rock oggi nella pausa. Io una “Giuditta” lui una delle sue solite pizze da uno che ascolta (anche) Kid Rock.  Quattro chiacchiere su certe fighe, su un nostro ex chitarrista slide (Athos can you hear me?), sul gatto Fidèl,  su Smokey Joe (Picca),  sul  guitar hero della nostra provincia (Lorenz), sulla fine che facciamo tutti noi musicisti rock che siamo riusciti a non fare i musicisti rock. La tipa ci chiede se prendiamo  qualcos’altro …fragole al limone per me e mascarpone per Jay….

Pomeriggio piuttosto pieno al lavoro, poi dentista, cena e ora sono qui ad ascoltare MAGGIE BELL, Doc non si ricorda se ha mai ascoltato quel pezzo dove c’è Page alla chitarra (gli scrivo – con affetto –  che può anche aver visto Page 20 volte ma che per certe cose rimane una spina).

Bootleg dei ROLLING “Sucking Don On Saturday Live”, il primo dei VIRGINIA WOLF, il White Album dei Beatles … e intanto si avvicina il derby…

(Io e Jaypee, insieme al Gattone e a Lele lì dietro)

Flashes from the Archives of Oblivion: FREE “Live At The BBC 1968/69/70/71” (Universal 2006) – JJJJJ

29 Mar

Anche per quanto riguarda i FREE, storico gruppo di hard rock blues inglese (1968-1973), la BBC ha fatto uscire (nel 2006) il classico doppio CD contenente le session che il gruppo di Paul Rodgers registrò tra il 1968 e il 1971.

Il disco 1 contiene le registrazioni in studio, il disco 2 le registrazioni dal vivo.

Mentre la qualità sonora del primo cd è buonissima, per il secondo cd le cose sono diverse non essendo stato possibile trovare i master originali. La qualità è quella di un bootleg soundboard. Detto questo, il ruvido fascino di queste registrazioni riesce a catturare comunque l’ascoltatore, il rock dei Free è davvero la quintessenza di un certo modo di intendere questa musica.

Io in generale non amo particolarmente le BBC sessions, ma amo da morire questo gruppo e quindi giudico molto interessante anche questo cd.

(note di Nonantolaslim maggio 2008 – per C*L*MB*)

WORK IN REGRESS – COSE DI LAVORO: I told you that I told you

29 Mar

CLIENTE MAESTRINA 1:  “D’ora in avanti il fornitore dovrà seguire scrupolosamente queste nuove disposizioni” (segue elenco di 15 punti che mai nessun fornitore si prenderà la briga di leggere e di rispettare) (l’elenco arriva dopo una media di un email di nuove disposizioni a settimana negli ultimi sei mesi).

CLIENTE MAESTRINA 2: “Ve l’avevo detto che ve l’avevo detto”

CLIENTE MAESTRINA 3 (il giorno dopo): “come vi avevo detto…”

ALTAVIA – “Girt Dog” (WhiteKnightRecords 2011) – JJJ1/2

28 Mar

Questo album degli ALTAVIA mi è capitato in mano perché sono amico di MAURO MONTI, il chitarrista, malgrado questo non so nulla del gruppo, degli altri membri, delle loro influenze, non ho un press kit sotto mano, parlerò dunque di questo “GIRT DOG” soltanto per quello che sento. Questo è un disco progressive, io amo il progressive, ma solo quello degli anni settanta… quello dei giorni nostri non mi prende, solo da  poco sono riuscito ad accettare i TRANSLATANTIC.  Il genere dunque non mi appassiona particolarmente, ma c’è qualcosa in questo disco che mi tiene, se non incollato, perlomeno sveglio e attento, e questo con le nuove uscite non succede quasi mai.

Sono molto colpito dal lavoro di MAURO, lo conoscevo come chitarrista di tutt’altro genere, ma qui è irriconoscibile, nel senso che fa cose che mai gli ho sentito fare.

Mi sembra che il faro del gruppo sia ANDREA STAGNI, ma VANDELLI, MONTI e BELLINA non sono comprimari bensì musicisti ben inseriti nel contesto.

E’ sempre antipatico attaccarsi ai nomi che inevitabilmente ti portano certe atmosfere, ma IN THE CIRCLE GALLERY ci sento i DEEP PURPLE del periodo di PERFECT STRANGERS, alternati a buoni momenti personali e tracce di GENESIS, quelli veri. ANOTHER LIE inizialmente non mi piace, ma poi non riesco a toglierla, mi godo l’intermezzo lento che mi ricorda ancora SELLING ENGLAND BY THE POND grazie anche alle linee di chitarra finali.

MY ME AND YOU da spazio alla chitarra e si dipana in un dolce alternarsi di momenti onirici.

Altro andamento invece in IN ANOTHER WAY, con il cantato un po’ alla RUSH, però le aperture che seguono la cavalcata iniziale sono davvero belle. Mica facile il tempo che tengono BELLINA e VANDELLI, puro progressive e mica male il solo di MAURO mentre ANDREA STAGNI passa al piano. Personalmente non sopporto l’uso del crash e quindi ogni volta che BELLINA lo colpisce mi sale un senso di fastidio, ma può anche essere solo una cosa personale, adesso è una cosa che va molto nel nuovo progressive e nel metal moderno.

Altro episodio duretto con I’LL BE THERE, con STAGNI che fa i contrappunti con l’organo, qui – mi perdoneranno i ragazzi – mi ricordano un po’ i BONHAM del primo album.

In WOUNDED I &  II sprazzi di progressive metal, momenti pacati e onde progressive più consone ai nostalgici come me. C’è anche una ghost track, una sorta di improvvisazione strumentale.

A questo album do tre stelle e mezzo (in verità tre i lunghe e mezzo come sono solito fare) per tenere MAURO schizzo, ma potrebbero essere 4. Per essere una autoproduzione o poco più è un ottimo risultato.

ANDREA STAGNI – keyboards/vocals

GIULIANO VANDELLI – bass

MARCELLO BELLINA – drums/vocals

MAURO MONTI – guitars/vocals

BETTY COPETA – additional vocals

LAURA MONTI – additional vocals

http://www.whiteknightrecords.co.uk/

La mia compagna di banco era…Debbie Harry(BLONDIE)

28 Mar

By Picca

Flashes from the Archives of Oblivion: KEITH EMERSON & THE NICE “Vivacitas” (Sanctuary2003) – JJJJ

28 Mar

Dopo 32 anni ecco la reunion dei Nice, la band di Emerson pre ELP. Il fine intreccio di jazz, progressive, blues e musica classica funziona ancora e i Nice offrono qualcosa di convincente. Le parti vocali risentono degli anni passati, ma le prove strumentali di Emerson, Davison e Jackson restano su alti livelli, grazie anche all’aiuto del chitarrista Dave Kilminster (già con i Quango di John Wetton e Carl Palmer). Il cd1 parte con il super classico dei Nice America/Rondò e prosegue con il bel jazz/blues di Little Arabella. Schegge progressive in She Belongs To Me, The Cry of Eugene, Hang On To A Dream, mentre in Country Pie e Karelia Suite si capisce quanto gli Emerson Lake & Palmer furono aiutati dall’esperienza Nice. Il cd2 si apre con due deliziosi strumentali di Emerson al pianoforte a cui segue la rilettura di 4 classici degli ELP: Tarkus, Hoedown, Fanfare For The Common Man e Honky Tonk Train Blues. Qui però i Nice non c’entrano granché, dato che Emerson si fa aiutare da tre session men. Ottime prove di grandi strumentisti che tuttavia non riescono a trovare riparo dall’indulgenza. Il terzo cd contiene un’intervista ai Nice condotta dal giornalista inglese Chris Welch. Non è un disco per chi intende avvicinarsi per la prima volta all’universo di Keith Emerson, ma piuttosto per chi già si è fatto irretire dalla maestosa grandezza del più grande keyboard player del rock.

(Tim Tirelli 2003 – pubblicato originariamente su CLASSIX)


Flashes from the Archives of Oblivion: PAUL RODGERS – LIVING FOR THE MUSIC BETWEEN FREE & BAD COMPANY

28 Mar

Cantante insuperabile e leader di due gruppi fondamentali per lo sviluppo del Rock degli anni 70, dopo periodi più o meno tormentati Paul Rodgers si sente “finalmente libero” e ritorna con la sua Bad Company.

di Tim Tirelli – (scritto nel 2002 – pubblicato in origine su CLASSIX).

Non è semplice di questi tempi capire cosa siano stati gli anni settanta, abituati come siamo a ricevere passivamente ciò che c’ impone il baraccone del business musicale.
Tutto è ormai ridotto ad una mera operazione marketing, dove gli artisti, fatte alcune eccezioni, sono loro malgrado costretti unicamente a seguire le indicazioni che vengono dall’alto.

I discografici cercano di vendere musica (con risultati scarsini) nella stessa maniera in cui venderebbero…che so…uno stock di calzini.
Non che gli anni 70 fossero immuni da certe cose, ma la libertà di potere contare sul valore della propria musica, fece sì che uscissero proposte musicali di massima qualità.

E’ in questo contesto che si pone Paul Rodgers, uno degli artisti di più alto lignaggio che la musica rock abbia prodotto.

FREE

Nel 1968 il british blues era ai massimi livelli e Londra, musicalmente parlando, era il centro del mondo. Proveniente dal Nord Est dell’Inghilterra il giovanissimo Paul Rodgers arriva nella capitale inglese con la ferma intenzione di diventare musicista. Dopo alcune peripezie entra in contatto con Paul Kossoff (chitarra), Simon Kirke (batteria) e Andy Fraser (basso) ed insieme a loro forma un gruppo.

“ERAVAMO CONCENTRATI UNICAMENTE SU CIO’ CHE FACEVAMO. NON MI IMPORTAVA DI MORIRE O DI VIVERE, L’UNICA COA CHE CONTAVA ERA LA BAND” (Paul Rodgers).

Fin dagli inizi è evidente che l’impasto delle quattro personalità è vincente e che il blues rock proposto dai Free, seppur ancora acerbo, è destinato ad avere un futuro.
Sotto l’ala protettrice di Alexis Korner, uno dei due padri fondatori del ‘Blues Revival” inglese, i Free incidono nel 1969 due dischi per la Island: TONS OF SOBS e FREE.

I due album non vanno al di là delle ventimila copie vendute ciascuno, ma mostrano una maturità impressionante vista la giovanissima età dei quattro musicisti (a quel punto Fraser ha 17 anni, gli altri solo un paio di più).
Il primo disco condensa dentro di sé rock blues tirato e gonfio di testosterone, mentre il secondo è già più riflessivo.

I Free sono in perenne movimento: suonano in ogni parte dell’Inghilterra affinando le loro capacità ed attirando a sé un pubblico sempre più vasto, incantato dalla voce di Rodgers, dalla chitarra di Koss e dalle tensioni ritmiche create da Kirke e Fraser.

Nel 1970 esce FIRE AND WATER e grazie al singolo ALL RIGHT NOW nel breve volgere di una settimana i Free diventano superstars.

L’album è perfetto: hard rock, ballate soffuse e suadenti e tempi medi ben costruiti.
L’accoppiata compositiva Rodgers/Fraser si libera dai cliché del rock blues più in voga ed in splendida autonomia crea uno stile inconfondibile.

“GUARDO LE VECCHIE FOTO CHE CI RITRAGGONO NEI MOMENTI TOPICI DI UNO SHOW E SEMBRA CHE GALLEGGIAMO NELL’ARIA. ALL’EPOCA AVREMMO DETTO: IL 5° MEMBRO E’ QUI, RIFERENDOCI ALLO SPIRITO DELLA BAND” (Paul Rodgers).

Il 1970 diventa l’anno dei FREE. L’abum nelle top ten americane ed inglesi, ALL RIGHT NOW canticchiato un po’ da tutti e concerti di una bellezza pura e sincera. Passata l’estate però i Free vengono spinti in studio dai discografici che vogliono sfruttare l’onda lunga del successo di All Right Now.
Alla fine dell’anno esce così HIGHWAY, ma il nuovo singolo THE STEALER fallisce l’impresa di ripetere i successi del singolo precedente.

HIGHWAY è comunque un disco molto bello.
Paul Rodgers arricchisce il suo stile compositivo lasciandosi influenzare da THE BAND,

il gruppo americano che in quegli anni pubblica dischi importanti.
IL 1971 però è l’anno dei primi dissapori, i due leader (Rodgers e Fraser) iniziano ad avere divergenze e alla fine il gruppo si scioglie.

“SCOMPARVE IL TEAM COMPOSITIVO” ricorda Fraser “RODGERS MIGLIORO’ COME CHITARRISTA E MUSICISTA ED IO IMPARAI A SCRIVERE TESTI, COSI’ INIZIAI A SCRIVERE E A FINIRE LE MIE CANZONI DA SOLO. COMINCIAMMO AD ALLONTANARCI NEL MOMENTO IN CUI CAPIMMO DI POTER FINIRE LE CANZONI DA SOLI”.

Paul Rodgres forma i PEACE e Fraser i TOBY, ma i risultati sono insoddisfacenti.
Per questo motivo e per cercare di tirare fuori Kossoff dalla droga, in cui era caduto pesantemente, il gruppo prova a rimettersi in piedi, non prima di aver fatto uscire FREE LIVE, un buon disco registrato dal vivo nel 1970.

Il disco del ritorno esce nel 1972 e si intitola FREE AT LAST, un album strano e piuttosto oscuro, pieno comunque di ottime canzoni.
Benché le note di copertina dicano il contrario, i pezzi sono composizioni scritte a due mani; la collaborazione tra Rodgers e Fraser non è evidentemente più la stessa.
Il tour inglese che segue non è male, ma con Koss intontito dalle droghe, le parti di chitarra non sono più quelle di un tempo. Al ritorno del disastroso tour americano (spesso Koss non è in grado di suonare), Fraser lascia in modo definitivo.

Il tour giapponese del 1972 viene affrontato con Paul Rodgers alla voce e alla chitarra, Simon Kirke alla batteria e con i due nuovi entrati Tetsu al basso e Rabbit alle tastiere.
Nel 1973 esce HEARTBREAKER (sebbene la cover indichi la data di pubblicazione del 1972) ed ha un buon successo (entra nella top ten inglese) grazie al singolo WISHING WELL, ma ormai la fine è scritta.

Un breve tour americano e tutto si sfalda inevitabilmente.
Fraser dopo una breve parentesi con gli SHARKS si ritira in California, Rodgers e Kirke formano la Bad Company e Kossoff dopo un paio di dischi solisti, muore tristemente durante un volo sugli stati uniti a soli 26 anni, disfatto dall’abuso di stupefacenti..

BAD COMPANY

Per dirla in modo piuttosto spartano, la Bad Company è stata la versione da stadio dei Free.
Laddove i Free puntavano su testi, canzoni, arrangiamenti intimisti, sofferti e spirituali, la Bad Company si concedeva mete più immediate.

Mick Ralphs (chitarra) proveniente dai MOTT THE HOOPLE incontra Paul Rodgers quando questi fa da opening act con i suoi Peace nel tour dei Mott del 1971.
Rimasti in contatto, progettano di mettere insieme una band.

Nella seconda metà del 1973 Ralphs e Rodgers iniziano a scrivere canzoni insieme, dato che Mick decide di lasciare i Mott The Hoople.

“PENSAVO CHE LE CANZONI CHE STAVO SCRIVENDO AVESSERO BISOGNO DI ESSERE CANTATE DA UN CANTANTE COME PAUL” (Mick Ralphs).

Simon Kirke al ritorno da una lunga vacanza in Brasile dopo lo scioglimento dei Free, contatta Rodgers.

“CONOSCEVO VAGAMENTE MICK” confida Kirke” PENSAVO CHE I MOTT FOSSERO GENTE IN GAMBA ANCHE SE UN PO’ LUNATICI. QUANDO ANDAI A TROVARE PAUL E MICK, MI FECERO ASCOLTARE LE CANZONI CHE STAVANO SCRIVENDO E CHE TROVAI DECISAMENTE BELLE, E TUTTO NACQUE DA LI’”.

I tre si ritrovano a suonare per la prima volta nel settembre del 1973 nella casa di campagna di Paul Rodgers.
“L’IDEA INIZIALE ERA DI FARE UN DISCO A NOME MIO E DI PAUL RODGERS, MA POI ARRIVO’ SIMON E COSI’ DIVENTAMMO 3/4 DI UNA BAND.”

Paul Rodgers é determinato a gettare solide fondamenta per la nuova band e così contatta il già allora leggendario manager dei LED ZEPPELIN PETER GRANT, che stimando molto Paul Rodgers, li mette sotto contratto per la nuova etichetta del dirigibile, la SWAN SONG.

L’ultimo ad aggregarsi fu il bassista Boz Burrell proveniente dai King Crimson.

“BOZ FU IL SEDICESIMO BASSITA CHE PROVAMMO. NON AVEVA NESSUN ATTEGGIAMENTO PARTICOLARE E NON CHIEDEVA SPARTITI DA LEGGERE.

IL SUO APPROCCIO ERA BASATO SULLA INTUIZIONE E IL TUTTO SI MISCELO’ ALLA PERFEZIONE CON IL RESTO DEL GRUPPO” (Simon Kirke).

Nel novembre del 1973 la Bad Company (il nome fu scelto dopo che Rodgers vide un film Western del 1972 dallo stesso titolo. Nome che il gruppo impose con determinazione alla casa discografica alquanto dubbiosa in merito) è pronta per registrare e non vede l’ora di entrare in studio.

Paul Rodgers ricorda: “I LED ZEPPELIN AVEVANO PRONTO UNO STUDIO MOBILE AD HEADLEY GRANGE, MA DOVETTERO RITARDARE DI UN PAIO DI SETTIMANE, COSI’ PETER GRANT CI DISSE CHE FORSE POTEVAMO APPROFFITTARNE E REGISTRARE UN PAIO DI TRACCE. ERAVAMO COSI’ CARICHI CHE IN QUELLE DUE SETTIMANE REGISTRAMMO TUTTO L’ALBUM”.

Le canzoni registrate in quel novembre 1973 definiscono in modo netto sin dall’inizio i contorni del sound Bad Company. Rock e ballate lasciati ad asciugare al sole caldo del blues, del soul e del country.

Rodgers a parte, i musicisti della Bad Company non sono dei veri e propri virtuosi, la loro forza sta infatti nella semplicità e nel concepire il proprio apporto strumentale unicamente a favore della canzone in sé.

La Bad Company fa il suo debutto a Newcastle nel marzo del 1974 ed il responso del pubblico è subito positivo.

Poco dopo il gruppo parte per una lunga tourneé negli Stati Uniti, aprendo inizialmente i concerti per EDGAR WINTER.

Le Radio FM americane sparano in heavy rotation CAN’T GET ENOUGH, ROCK STEADY, READY FOR LOVE, BAD COMPANY e MOVIN’ ON, i concerti sono sempre un trionfo e nel giro di tre mesi il disco arriva al primo posto della classifica.

(nella foto: Mick Ralphs della BAD COMPANY, uno dei miei chitarristi preferiti)

Senza nulla togliere alla validità artistica della band, va sottolineato che questo gran successo è dovuto anche alla grande potenza “marketing” di PETER GRANT e alla visibilità che ha la SWAN SONG: avere i LED ZEPPELIN dietro le spalle, nella prima metà degli anni settanta, significa avere benefici d’immagine e di organizzazione enormi.

“ALLA FINE DEL PRIMO TOUR AMERICANO” ricorda Simon Kirke “PETER GRANT CHIESE UN INCONTRO CON LA BAND NEI SUOI UFFICI. PENSAVAMO DI AVER FATTO QUALCOSA DI SBAGLIATO E COSI’ INIZIO’ A DIRCI – RAGAZZI, E’ STATO UN TOUR MOLTO LUNGO E DURO E VI SIETE FATTI UN CULO COSI’– POI FECE UNA LUNGA PAUSA CHE SU DI NOI EBBE UN EFFETTO DRAMMATICO E CI CHIEDEMMO CHE CAZZO AVESSIMO COMBINATO, LUI CONTINUO’ E DISSE –

SPERO CHE  CI SARANNO IN FUTURO MOLTI ALTRI DI QUESTI – E ABBRACCIANDOCI CI CONSEGNO’ I NOSTRI PRIMI DISCHI D’ORO. FU UN MOMENTO COMMOVENTE.”

Nel settembre del 1974 il gruppo affitta il RONNIE LANE MOBILE STUDIO e si ritira nello CLEARWELL CASTLE in Inghilterra a registrare il secondo album.

STRAIGHT SHOOTER esce nel 1975 e debutta al 3° posto delle classifiche inglesi e americane.
GOOD LOVIN’ GONE BAD, un rock duro e potente, e FEEL LIKE MAKIN’ LOVE, una ballata che viene premiata con un “Grammy Award”, diventano singoli di successo.

Tutto il disco comunque risplende e palesa in modo evidente lo stato di grazia del gruppo.

Il Tour americano, che li vede headliner, li consacra in maniera definitiva come uno dei grandi gruppi rock degli anni settanta, con tutto ciò che ne consegue: momenti ludici e pressioni comprese.

“DOVEMMO SOPPORTARE PRESSIONI DOVUTE AL FATTO CHE ERAVAMO I PRIMI ARTISTI A FIRMARE PER L’ETICHETTA DEI LED ZEPPELIN, LA SWAN SONG” ricorda Paul Rodgers “MA DIETRO LE QUINTE CI DIVERTIMMO UN SACCO A PRENDERCI IN GIRO. A VOLTE STAVAMO A BORDO PALCO DURANTE I CONCERTI DEGLI ZEP E GLI URLAVAMO – FATE SCHIFO – E COSE DEL GENERE. NON ABBIAMO MAI FATTO CONCERTI INSIEME ANCHE SE ABBIAMO FATTO CON LORO DIVERSE JAM SESSIONS. C’ERA UN VERO RAPPORTO TRA LE DUE BAND.”

Nel settembre del 1975, senza tregua, la Bad Company si ritrova in Francia per registrare il terzo disco.

RUN WITH THE PACK esce nel 1976 ed è di nuovo un gran successo.

Le Gibson e le Fender di Mick Ralphs fischiano in LIVE FOR THE MUSIC, HONEY CHILD e SWEET LITTLE SISTER, mentre la voce magica di Paul Rodgers si stende su intriganti ballate come SIMPLE MAN, LOVE ME SOMEBODY e SILVER BLUE AND GOLD.

YOUNG BLOOD, cover dell’omonimo classico dei COASTERS, arriva nelle Top 20 single chart, mentre l’album debutta nelle Top 5 americane ed inglesi.

Di nuovo in tour, la Bad Company raggiunge (in appena tre anni) l’apice. Negli Usa

Il gruppo viene scortato dalla polizia, spostandosi da città a città col proprio aereo personale. Sono così popolari che vengono invitati dal presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter ad un party alla casa bianca, ma solo due del gruppo accettano l’invito!

Mick Ralphs: “IO CREDO CHE SENZA PETER GRANT NON AVREMMO MAI RAGGIUNTO QUELLA NOTORIETA’; LE SUE INTUIZIONI E IL SUO SAPERCI FARE, FURONO ESSENZIALI PER ELEVARE IL NOSTRO STATUS. FU UN GRANDE MANAGER E UN OTTIMA PERSONA.”

E’ nel 1977 che qualcosa inizia a deteriorarsi. BURNIN’ SKY è un bell’album, ma risente dei primi segni di stanchezza della band. La stampa inglese diventa meno tenera e il disco fatica ad arrivare in cima alle classifiche. Lo standard compositivo rimane alto, ma le vette raggiunte dai primi tre magnifici album sono lontane.

Dopo un periodo di riposo la Bad Company ritorna in studio determinata a ritrovare gli antichi splendori; DESOLATION ANGELS del 1979 centra il bersaglio. Entra nella Top 5 americana e riceve recensioni positive (anche qui in Italia!). ROCK AND ROLL FANTASY e OH ATLANTA sono i pezzi di punta.

Il tour mondiale che segue riporta il gruppo ai fasti dei primi tre anni, ma guardando i pochi filmati d’epoca e ascoltando i bootleg del 1979, si intravedono le crepe che porteranno alla fine del gruppo.

“IN QUEL PERIODO CAPII CHE GLI IMPEGNI DELLA BAND STAVANO ASSORBENDO IN MODO TOTALE LA MIA VITA” spiega Rodgers” AVEVO BISOGNO DI RIPORTARE I PIEDI PER TERRA E DI AVER TEMPO PER VEDERE I MIEI FIGLI CRESCERE.”

Alla fine del tour il gruppo si ferma quindi in modo più o meno definitivo.
Nel 1982 esce ROUGH DIAMONDS, disco svogliato e forse inconcludente ma tuttavia elegante, ma è solo un momento prima del letargo definitivo.

Anche la morte di JOHN BONHAM, batterista dei Led Zeppelin, avvenuta nel settembre del 1980, contribuì alla fine della Bad Company.

“LA MORTE DI JOHN BONHAM HA AVUTO UN IMPATTO DEVASTANTE SUL GRUPPO” confessa Kirke” VISTO IL RAPPORTO SPECIALE CHE C’ERA TRA LE DUE BAND. PETER GRANT SI ISOLO’ E SENZA DI LUI, IL COLLANTE CHE TENEVA INSIEME IL GRUPPO SI SCIOLSE.”

Nel 1983 Paul Rodgers fa uscire CUT LOOSE, suo primo disco da solista e dal 1984 al 1986 è in giro con i FIRM, il gruppo formato insieme a JIMMY PAGE.

Nel 1986 Kirke e Ralphs decidono di formare un nuovo gruppo ed il loro nuovo manager li convince ad usare il vecchio nome Bad Company (entrambi si pentiranno di questo) e ad assumere come cantante BRIAN HOWE (Ralphs: “non mi piaceva né la sua voce né lui come persona.”).

Nei dieci anni che seguono la “nuova” Bad Company sforna alcuni album (l’ultimo paio con Robert Hart alla voce), e sebbene riscuotano un buon successo commerciale, sono dischi da dimenticare. Robetta e nulla più.

RODGERS, KIRKE, BURRELL e RALPHS si rincontrano di nuovo nella seconda metà degli anni novanta ai funerali di Peter Grant e da lì iniziano a ipotizzare la reunion.

Nel 1999 esce THE ORIGINAL BAD COMPANY ANTHOLOGY che la ricostituita band promuove con un tour americano.

Poi ecco che quest’anno la Bad Comany (senza però Ralphs –che rinuncia per problemi familiari – e Burrell – ormai perso nel Jazz più intransigente) riparte per un nuovo tour,

pubblica il live MERCHANTS OF COOL e si propone di entrare in studio per un nuovo album (uscirà nei prossimi mesi per la Sanctuary).

Tirando le somme, possiamo dire che la Bad Company è stata una ottima band degli anni settanta, tenuta in piedi dal grande talento di Paul Rodgers e dalle belle canzoni che Rodgers e Ralphs hanno saputo scrivere.

Malgrado il mondo della musica sia così cambiato, e anche a costo di sembrare nostalgici, non possiamo fare a meno di finire questo articolo gridando “ WE CAN’T GET ENOUGH OF BAD COMPANY”.

D I S C O G R A F I A:


F R E E

TONS OF SOBS (Island 1969) ****

Blues rock pesante sulla scia dei Cream. Walk in my shadow, The Hunter, I’m a Mover e Over the green hills su tutte.

FREE (Island 1969) ****

Album di transizione verso la maturità, sospeso tra il rock di Ill’ be creepin’, Songs of yesterday e Trouble on double time e momenti riflessivi (Lying in the sunshine in primis).

FIRE AND WATER (Island 1970)*****

Il disco della consacrazione. Oltre all’Hit single All Right Now contiene Mr Big, Fire and Water, Heavy Load, Remember e le struggenti ballate Don’t say you love me e Oh I wept.

HIGHWAY (Island 1970) *****

The stealer non replicò il successo di All Right Now, ma Highway contiene canzoni straordinarie come On My Way, Be my friend, Sunny Day e Love you so, alternate a momenti più duri come The highway song e Ride on Pony.

FREE LIVE (Island 1971) ****

Registrato dal vivo a Sunderland nel 1970 Free Live è un potente disco di hard rock che contiene la versione definitiva di Mr Big. L’album si chiude con la maliconica melodia di Get Where I belong (bellissima!).

AT LAST (Island 1972) ****

Se non fosse per alcune sbavature dovute ad una registrazione frettolosa e alle non perfette condizioni fisiche di Koss, Free At Last meriterebbe 5 stelle.
La potenza di Catch a Train e Travelling man contro le atmosfere intime di Sail on e Goodbye, senza scordare Little bit of love, altro singolo di successo.

HEARTBREAKER (Island 1973) ****

Anche senza Fraser e con Kossof a mezzo servizio, Paul Rodgers riesce a chiudere brillantemente il capitolo Free. Contiene Wishing Well, Heartbreaker, Travelling in style, Muddy water.

(I sette dischi sopradescritti sono usciti recentemente in versione rimasterizzata ed arricchita con diverse bonus tracks.)

FREE STORY (Island 1974)****

Antologia che raggiunse il 2° posto nelle classifiche inglesi. Contiene l’inedito Lady.

THE BEST OF FREE – ALL RIGHT NOW (Island 1991)**

Contiene 14 classici rimixati. Il nuovo missaggio però interferisce troppo snaturando la pura bellezza originale.

MOLTEN GOLD (Island 1993)****

Doppio cd contenente una buona selezione delle migliori cose del gruppo oltre ad un paio di episodi dal disco solista di Kossoff del 1973.

WALK IN MY SHADOW – AN INTRODUCTION TO FREE (Island 1998)***

Non un vero greatets hits, ma un coraggioso (All right now non è presente) preludio rimasterizzato al cofanetto “Songs of Yesterday”.

SONGS OF YESTERDAY (5CD Box Set Island 2000) *****

Cofanetto essenziale ad uso esclusivo degli ammiratori dei Free che possiedono già gli album del gruppo. Tutti i pezzi sono presentati infatti in versioni inedite o alternative, rimasterizzate o rimissate. Contiene inoltre molti inediti ed outtakes (RAIN ad esempio è una canzone assai carina mai apparsa prima, e HONKY TONK WOMEN dei Rolling Stones è una curiosa jam session fatta in studio).
Il quarto Cd è interamente dal vivo è possiede una “sound quality” impressionate.
La performance del gruppo è ottima ed include una grande versione di CROSSROAD”.

Il quinto Cd contiene pezzi dei gruppi satellite e dunque PEACE, SHARKS e KKTR.
Songs of yesterday è stato curato da David Clayton della fanzine FREE APPRECIATION SOCIETY e quindi luminare massimo.

BAD COMPANY

BAD COMPANY (Swan Song 1974)*****

CAN’T GET ENOUGH  fu ciò che All Right Now fu per i Free, un singolo potente che trascinò con sé l’album in vetta alle classifiche. Disco vivo e pulsante con in evidenza

MOVIN’ON, BAD COMPANYe READY FOR LOVE.

STRAIGHT SHOOTER (Swan Song 1975)*****

Hard rock inglese della miglior specie: GOOD LOVIN’ GONE BAD, SHOOTING STAR, DEAL WITH THE PREACHER e il famoso successo FEEL LIKE MAKIN’ LOVE.

RUN WITH THE PACK (Swan Song 1976) *****

Altro titolo completamente riuscito. Hard rock e ballate di grande spessore.

BURNIN’ SKY (Swan Song 1977) ****

Appena più opaco dei precedenti, Burnin’ Sky rimane comunque disco assai godibile.
Anche qui rock duro (BURNIN’ SKY, LEAVING YOU, EVERYTHING I NEED e TOO BAD, HEARTBEAT) alternato a canzoni lente (da citare MORNING SUN).

DESOLATION ANGELS (Swan Song 1979) ****

L’album è buono, ma come il precedente risente della stanchezza a cui il gruppo sta cedendo. Ma ROCK AND ROLL FANTASY, CRAZY CIRCLES, EVIL WIND, OH ATLANTA e RHYTHM MACHINE sono dei gioiellini.

ROUGH DIAMONDS (Swan Song 1982) ***1/2

Il gruppo è ormai alla frutta. Solo ELECTRICLAND è un gran pezzo, e se togliamo CROSS COUNTRY BOY, BALLAD OF THE BAND e OLD MEXICO il resto è scivola via.Album comunque rivalutato negli ultimi anni.

TEN FROM SIX  (Atlantic 1985) ****

Greatest Hits che contiene dieci pezzi da 5 dei 6 album del gruppo (a dispetto del titolo, nessuna traccia di Burnin’ Sky è presente).

FAME AND FORTUNE (1986 **), HOLY WATER (1990 **), HERE COMES TROUBLES (1992 **) e WHAT YOU HEAR IS WHAT YOU GET (live- 1993 ***) hanno il poco simpatico Brian Howe alla voce e propongono pseudo hard rock di maniera nel più noioso stile made in usa.

COMPANY OF STRANGERS (1995 **) e STORY TOLD AND UNTOLD (1996 ***) sono registrati con Robert Hart alla voce e rispetto ai dischi registrati con Brian Howe propongono un hard rock venato di boogie.

THE ORIGINAL BAD COMPANY ANTHOLOGY (Elektra 1999) ****

Interessante antologia di 2 cd riguardante l’era della formazione inedita, con alcuni inediti e rarità. Peccato che i nuovi 4 pezzi registrati dal gruppo nel 1999 siano scarsi.

BAD COMPANY IN CONCERT – MERCHANTS OF COOL (Sanctuary 2002)***

Live registrato nel maggio 2002 in Usa. Solo Paul Rodgers e Simon Kirke rimangono della formazione originale. I classici ci sono (compare anche ALL RIGHT  NOW dei Free), ma le esecuzioni mancano del mordente che caratterizzava la vera Bad Company. Disponibile anche in DVD, con bonus tracks (tra cui CROSSROADS) e ospiti (SLASH e NEIL SCHON).

PAUL RODGERS

CUT LOOSE (Atlantic 1993) ***

Primo disco da solista. Il limite è che Rodgers suona tutti gli strumenti, batteria compresa, mostrando la grande versatilità del suo talendo ma condizionando il tutto viste certe rigidità ritmiche.

THE FIRM  “ omonimo “  con Jimmy Page (Atlantic 1985) ***

Gruppo creato insieme all’ex Zeppelin. Nessuno dei due musicisti era in quel periodo all’apice della forma, ma dato che la classe non è acqua, il disco è dignitoso.
Hard Rock e pezzi lenti di discreta fattura. Con Tony Franklin al basso e Chris Slade alla batteria

THE FIRM ‘ Mean Business” con Jimmy Page (Atlantic 1986) ***

Secondo ed ultimo disco della formazione. Vale lo stesso discorso fatto per il primo.

THE LAW “ omonimo” con Kenny Jones (Atlantic 1991) **

Paul Rodgers insieme all’ex batterista di Faces e Who alle prese con materiale leggero.

MUDDY WATER BLUES (Victory 1993) ****

Tributo al grande bluesman Muddy Waters, con Jason Bonham alla batteria e tanti ospiti alla chitarra: Jeff Beck, Slash, Brian May, Gary Moore, Brian Setzer.
Le leggendarie canzoni di Muddy in versione elettrica e tirata.

THE HENDRIX SET (Victory 1993) ***

Mini CD contenente 5 classici di Jimi Hendrix registrati da l vivo con Neal Schon alla chitarra. Purple Haze, Foxy Lady, Little wing tra questi.

NOW (Spv 1997) **1/2

Disco da studio abbastanza convincente, con Jeff Whitehorn alla chitarra.

LIVE (SPV 1997)**

Registrazioni live del tour del 1995. Comprende pezzi dei Free, della Bad Company e dell’album Muddy Water Blues. Esecuzioni impeccabili ma fredde.

ELECTRIC (Spv) **1/2

Altro disco da studio registrato con la stezssa formazione di Now. Discreto ma nulla più.

(Tim Tirelli 2002 – pubblicato in origine su CLASSIX).


UN GATTO DI NOME FIDEL

26 Mar

Il gatto Fidél entrò nella mia vita un caldo sabato di agosto di quasi 14 anni fa; non ero affatto un appassionato di gatti, non ne volevo uno, né tantomeno bianco eppure per una serie di circostanze quella bianca cotolettina di pelo di poco più di due mesi arrivò. Dopo le prime due ore di confusione, iniziò a prendere confidenza con il suo nuovo mondo, si tranquillizò, mangiò qualcosa, mi saltò sul petto e si addormentò. Fidél il gatto aveva scelto me come umano di riferimento. In quell’istante la mia vita cambiò.

E’ così che Fidél iniziò a vivere con me, condividendo felicità, paturnie e blues. Mai avevo provato la struggente ebrezza di un rapporto stretto con un altro essere vivente che non fosse umano. Insieme abbiamo giocato, fatto a botte, dormito, mangiato, visto dvd dei Led Zeppelin, insomma … vissuto. E ascoltato musica. Sì, perché forse è vero che gli animali che vivono con noi finiscono per assomigliare ai loro umani o forse è che ci scelgono e capitano da noi proprio perché sono come noi, o meglio…noi siamo come loro. A Fidél infatti piaceva il rock (soprattuto hard e soprattuto inglese) degli anni settanta e il blues nero di Chicago; mentre gli altri gatti del quartiere scappavano non appena sentivano i lontananza il riff di WHOLE LOTTA LOVE, GOOD LOVIN’ GONE BAD,  LET IT ROLL degli UFO o di I CAN’T BE SATISFIED di McKinley Morganfield, lui se ne stava lì in divano con me nel mio studio davanti all’impianto, affascinato a quel che usciva dalle casse. Non gli dispiaceva il progressive, ELP soprattutto, ciò che non tollerava era la musica commerciale e il funky. Se per caso qualcosa del genere usciva dalla radio lui si alzava, si stirava, sbadigliava e se ne andava. Gatto dominante, gatto di blues, era spesso preda di angosce esistenziali e allora veniva da me e, dopo avermi graffiato o essersi strusciato, mi si sedeva accanto interrogandomi con quei suoi magnetici occhi gialli circa il senso della vita.

Fidél, da batuffolo di pelo bianco si trasformò in un elegante e potente gatto bianco, dai lineamenti belli e fieri. Sguardo spesso incazzato, di solito poco propenso a confidenze con estranei, ogni tanto decideva di fidarsi e saliva sulle gambe degli amici che avevo a cena, in particolare di Jaypee e Lakérla.  Lasìmo lo chiamava con vezzeggiativi quali Shiubushu, ma lui – da buon gatto rivoluzionario – preferiva essere chiamato Fidèl, al massimo Fiùfus.

Fidèl se ne è andato oggi, un sabato soleggiato e mite di primavera. Scrivere queste cose e il fatto che ora riposi sotto un bell’albero qui in campagna conta poco, ma serve a noi umani a rendere meno incomprensibile e doloroso il distacco, ecco il perché di questo piccolo tributo al gatto Fidèl.

Ciao Fiùfus, amico mio.

Flashes from the Archives of Oblivion: MAGGIE BELL “Suicide Sal” (1975) – JJJ1/2

26 Mar

(nella photo Paul Rodgers, Maggie Bell, Robert Plant)

 

La grande MAGGIE BELL è una cantante scozzese di blues rock, la cui carriera vide il proprio apice negli anni settanta.

Etichettata puntualmente come la JANIS JOPLIN britannica (ah questi luoghi comuni!), MAGGIE ebbe un discreto successo con la sua prima band di un certo valore, gli STONE THE CROWN.

In questo periodo la BELL entrò nelle grazie di PETER GRANT, manager dei Led Zeppelin.

Grazie all’interessamento di GRANT la BELL pubblicò alcuni dischi da solista tra cui QUEEN OF THE NIGHT del 1974 e SUICIDE SAL del 1975. Nel 1981 capitanò i MIDNIGHT FLYER il cui unico disco (uscito per la SWAN SONG) non ebbe però successo (e ti credo, il disco è molto scarso seppur prodotto da MICK RALPHS della BAD COMPANY) malgrado il tour insieme agli AC/DC. Sempre nel 1981 la cantante ebbe il suo unico vero successo grazie al singolo HOLD ME pubblicato come duetto insieme a B.A. Robertson.

MAGGIE si trasferì in Olanda per una ventina anni, per poi ritornare nella sua terra d’origine un paio d’anni fa, ed è da allora che è ritornata a cantare.

SUICIDE SAL è il suo album più convincente.

WISHING WELL (dei FREE) apre il disco col suo incedere nero e deciso mentre SUICIDE SAL definisce bene certo rock inglese del periodo.

IF YOU DON’T KNOW è una delle mie preferite (anche se il paragone con la JOPLIN diventa inevitabile) un po’ per l’andamento blues e un po’ per l’assolo di chitarra suonato da JIMMY PAGE in persona, assolo che personalmente trovo bellissimo.

Il resto si dipana attraverso rock blues scatenati (WHAT YOU GOT), struggenti ballate (IN MY LIFE e HOLD ON) e rock grezzo e caldo (COMIN ON STRONG e I SAW HIM STANDING THERE).

(Nonantolaslim maggio08 – per C*L*MB*)