Flashes from the Archives of Oblivion: JOHNNY & EDGAR WINTER The (Rock) Blues Brothers

23 Mar

(A gentile richiesta, ecco un vecchio mio articolo apparso originariamente sulla rivista CLASSIX del 2003)

Albini, texani di nascita ma figli del Mississippi, animati dal blues e spinti dal rock and roll, chitarrista extraordinaire l’uno, cantante multistrumentista superbo l’altro, ecco la storia di Johhny ed Edgar Winter, i fratelli del blues.

Parole di Tim Tirelli

Nato albino e strabico (a Beaumont, Texas il 23/02/44), Johnny Winter non può certo dire che la natura sia stata tenera con lui, ma d’altra parte la stessa gli ha donato un talento puro e cristallino che ha riparato gli errori iniziali.

La famiglia paterna veniva però da Leland (Mississippi) ed è qui che Johnny (ed Edgar) passano gran parte dell’infanzia.

A 5 anni Johnny inizia a suonare il clarinetto, ma in breve passa all’ukelele.

“Mio padre mi disse che gli unici musicisti che avevano combinato qualcosa con l’ukelele furono Arthur Godfrey e Ukulele Ike, così pensai di passare alla chitarra, per avere qualche possibilità in più.” ricorda Johnny.

Nato due anni dopo Johnny, Edgar mostra sin da piccolo una speciale attitudine alla musica; la madre gli insegna le prime nozioni del pianoforte e pochi anni dopo Edgar mostra un grande interesse per il jazz e il rythm and blues, affinando la sua tecnica al pianoforte ed imparando a suonare il sassofono.

Johnny nel frattempo si lascia ammaliare dalle nobili paturnie del blues e si getta a capofitto nello studio di questa musica quasi primordiale.

Nel 1955 i due fratelli si esibiscono per la prima volta in uno spettacolo per dilettanti e negli anni successivi diventano le due figure principali della scena musicale delle loro zone.

Con i nomi di “Johnny Macaroni and the Jammers” e “Johnny Winter’s Orchestra” (ma anche come “Crystaliers”), la band formata dai due fratelli vince un radio contest che li porterà ad incidere alcuni singoli per etichette locali.

Johnny Winter quindi inizia i suoi primi spostamenti: veloci toccate e fuga in Lousiana e a Chicago

contribuiscono a modellare il suo stile, che comincia a farsi molto affascinante. Di ritorno in Texas, riesce a pubblicare altri singoli, alcuni dei quali diventano successi regionali.

Ma seppur interessanti, sono ancora acerbi, sospesi come sono tra pop piuttosto commerciale e un blues non ancora ben definito.

Nella seconda metà degli anni sessanta i tour di Johnny Winter si fanno più intensi e la sua popolarità, seppur sempre ad un livello underground, cresce costantemente.

Nel 1967 registra in proprio alcune blues sessions, che compariranno sotto forma di album due anni dopo con il titolo “The Progressive Blues Experiment” per la etichetta indipendente Imperial.

Con il suo trio Johnny arriva nel dicembre del 1968 a New York (la grande mela diventerà da quello stesso momento la sua casa) e già dai primi concerti il pubbico newyorkese capisce che è nata una stella.

Il giornalista Larry Sepulvado scrive sulla rivista Rolling Stone un articolo che segna la definitiva consacrazione di Johnny Winter.

Nelle settimane seguenti Johnny incontra addirittura Jimi Hendrix allo Scene Club, firma un contratto con la Columbia per 300.000 dollari  (cifra altissima per il periodo) ed entra in studio per registrare il suo primo vero disco ufficiale.

Nel maggio del 1969 l’etichetta Imperial pubblica il già citato “The Progressive Blues Experiment” che incredibilmente raggiunge il n.49 in classifica.

Nemmeno un mese dopo esce per la Columbia l’omonimo primo album che raggiunge la posizione n.24 nella classifica statunitense.

John Lennon, Jimi Hendrix e i Rolling Stones dichiarano pubblicamente il loro amore per questo nuovo grande chitarrista bianco.

La stella di Winter a questo punto brilla in maniera accecante: l’albino entra in studio per registrare una famosa ma oscura session con Hendrix, partecipa a tutti i più importanti festival del periodo (incluso Woodstock) suonando fianco a fianco con Jeff Beck, Led Zeppelin,CSN&Y,Ten Years After etc etc. e facendo jam sessions con gente del calibro di Janis Joplin.

Le sue roboanti versioni di “Johnny B.Goode”, “Meantown Blues” e “Tabacco Road” (quest’ultima con suo fratello Edgar ospite della band) diventano classici del rock.

Sempre nel 1969 esce “Second Winter” un long playing lungo tre facciate (la quarta è vuota) che contiene l’hard rock di “Memory Pain”, la versione in studio ufficiale di “Johnny B. Goode di Chuck Berry e quella “Highway 61 Revisited” di Bob Dylan che diverranno due dei pezzi con cui Johnny Winter si identificherà meglio.

Il disco raggiunge il n.55 in classifica, ma non è ancora un disco fondamentale per Winter.

E’ nel 1970 che la carriera del chitarrista albino diventa leggenda (per chi scrive) o comunque assai interessante (per i lettori di Classix, almeno in teoria).

Il blues si sposa con l’hard rock fiammeggiante producendo un lustro di grande musica..

Il trio di Johnny Winter viene sciolto, e la nuova band (denominata Johnny Winter And) viene costruita assorbendo i McCoys: Rick Derringer alla chitarra, Randy Jo Hobbs al basso e Randy Z alla batteria…

Tra il 1970 e il 1971 escono Johnny Winter And e Johnny Winter And Live.

Benché Johnny a posteriori sottovaluti questi due dischi, è bene precisare che entrambi sono essenziali.

Il primo mostra materiale originale di grande spessore, “Rock and Roll Hoochie Koo” su tutte, mentre il secondo è la testimonianza del loro live set incendiario.

Sarebbe forse opportuno per chi scrive, evitare certe enfatizzazioni  così tristemente comune nel giornalismo di casa nostra, ma le versioni di “Jumpin’ Jack Flash”(dei Rolling Stones) e di “Johnny B.Goode” contenute in questo primo live non possono essere descritte senza iperbole. Stiamo parlando dei capisaldi della musica rock: duri, potenti, vivi, al calor bianco… insomma una vera meraviglia.

Il lento blues “It’s My Own Fault” e la scorribanda di slide-guitar di “Mean Town Blues” rendono poi questo live irresistibile.

Questi sono due anni magnifici per Johnny Winter, per la qualità delle sue esibizioni, per il successo e per il sincero affetto che il pubblico gli riconosce.

Tour Europei e americani si susseguono (tra l’altro Winter è l’headliner di alcuni storici concerti tenuti al Fillmore East di New York dove l’opening act è la Allman Brothers Band, che da questi concerti trarrà il materiale per Live At The Fillmore, altro album leggendario) e alla fine del 1971 Johnny Winter è costretto ad uno stop: l’abuso di eroina e lo stile di vita del rock and roll lo stanno minando.

A parte qualche apparizione qua e là, il 1972 è un anno sabbatico e di riposo forzato dato che il chitarrista trascorre lunghi mesi in una clinica di disintossicazione.

Edgar Winter nel frattempo cerca di sfruttare l’esperienza e le conoscenze avute tramite suo fratello e nel 1970 pubblica Entrance.

Il disco è accolto benevolmente dalla critica, ma commercialmente non è certo un successone (si attesta al 196esimo posto della classifica di Billboard).

Ma l’intento di Edgar è quello di fare musica seria e non musica commerciale come lo stesso musicista ricorderà anni dopo: “Pensavo a me stesso come ad un musicista serio e non ragionavo in termini commerciali. Forse ero un po’ naif, ma il mio album Entrance è forse quello più onesto e quello realizzato senza compromessi. Credo sia il precursore della fusion”.

In effetti il disco miscela influenze jazz , pop e rhythm and blues, ma il tutto non è ancora a fuoco e solo il classico “Tabacco Road” e lo strumentale “Jimmy’s Gospel” danno i brividi.

Ben presto Edgar assembla una band propria, con una sezione fiati che toglie il respiro e con Rick Derringer alla chitarra. Edgar Winter’s White Trash pubblica l’omonimo album nel 1971 e signori, qui la musica cambia davvero.

Rock anfetamico (“Keep Playing That Rock and Roll”), sapori gospel (“Save The Planet”) e ballate che ti si arrampicano al cuore (“Dying To Live”, “Fly Away”) si attorcigliano al blues e al funk, corroborate da una energia senza confini.

Il disco raggiunge a malapena la Top 100, ma la voci corrono e la “Spazzatura Bianca” di Edgar si trasforma presto da cult band a nome di successo.

Durante il lungo tour promozionale vengono registrate professionalmente un paio di date, che saranno la base di Roadwork, fortunato disco dal vivo del 1972 che passerà 25 settimane nella Top 20 e dintorni.

E’ probabilmente criticabile cercare a tutti costi di etichettare la musica, ma questo doppio live è un condensato di hard-rock-funk-blues suonato in modo divino e passionale.

E’ con il progetto successivo, l’Edgar Winter Group, che il più giovane dei fratelli Winter arriva  in modo definitivo in vetta: l’album They Only Come Out At Night del 1973 (realizzato con l’aiuto di musicisti assai noti quali Ronnie Montrose alla chitarra e Dan Hartman al basso) raggiunte il primo posto in classifica grazie ai singoli “Frankestein” e “Free Ride” e rimarrà nella Top 200 per 80 settimane. La musica di Edgar a questo punto può definirsi puro hard rock,  infettato di blues e di musica americana, ma pur sempre hard rock.

Shock Treatment del 1974 si muove sugli stessi binari (ma c’è Rick Derringer alle chitarre) ed eguaglia il successo del predecessore (pur fermandosi al decimo posto delle classifiche). Da segnare “Easy Street”, ripresa poi negli anni ottanta da David Lee Roth.

Intanto Johnny Winter ritorna in sella, e nel 1973 pubblica Still Alive and Well, altro disco duro, scolpito a colpi di Gibson Firebird e di assoli memorabili. “Rock Me Baby”, “Still Alive And Well”, “Silver Train”, “Let It Bleed” (queste ultime dei Rolling Stones) portano il disco nelle top 20. Johnny ritorna in piena attività e tra una tournée e l’altra trova il tempo di registrare e pubblicare nel 1974 Saints and Sinners e John Dawson Winter III.

Saints and Sinners è un album di successo e gode dello straordinario periodo di forma del chitarrista snodandosi attraverso un intreccio magico di torridi blues e (soprattutto) rock duri e caldi.

Molti  artisti arrivano a proporre le proprie canzoni a Johnny Winter. John Dawson Winter III contiene ad esempio “Rock And Roll People” di John Lennon e a tal proposito Johnny Winter dichiarò all’epoca:

“Fui molto contento di poter avere quella canzone perché John Lennon è una delle mie persone favorite. Negli ultimi anni l’ho continuamente tormentato affinché scrivesse una canzone per me.

Mentre registravo ad esempio Still Alive And Well gli ho telefonato per chiedergli se aveva una canzone rock and roll in più da darmi, ma mi rispose che se mai ne avesse avuta una se la sarebbe tenuta per sé perché ne aveva poche per completare il suo album. Poi mentre registravo il disco che sarebbe succeduto a Saints and Sinners ci trovammo nello stesso studio e così gli richiesi una canzone. “Rock And Roll People” se l’era scritta per sé ma non era contento del risultato, così fu felice di darmela.”

Il Tour del 1975 è con tutta probabilità l’apice della carriera di Johnny Winter e l’arguto manager si preoccupa di registrarne alcune date e di organizzare un paio di show insieme all’Edgar Winter Group.

Nel  1976 esce infatti Together a  nome Johnny and Edgar Winter, dove i fratellini si divertono a riscoprire la musica con cui sono cresciuti, ed ecco quindi il classico dei Righteous Brothers “You’ve Lost That Lovin’ Feeling” qui riproposto nella miglior versione mai messa su disco, “Harlem Shuffle”, “Soul Man” ed un riuscitissimo rock and roll medley.

Captured Live, secondo disco dal vivo del chitarrista, esce lo stesso anno  e che dire?

Come si può descrivere in modo sobrio una tempesta di sopraffino chitarrismo rock blues?

Meglio tacere e ripensare intimamente alla bellezza virginale e dissoluta insieme di “Sweet Papa John” e “Highway 61 Revisisted”.

Finisce qui il periodo d’oro di Johnny Winter (quelli che i suoi fan chiamano “The Rock Star Years

1969/1976) e grosso modo anche per Edgar la seconda metà degli anni settanta rappresenta la fine degli anni più… pazzi certamente, ma anche più vividi e musicalmente pulsanti.

Nelle rare interviste che il chitarrista albino ha concesso in questi ultimi anni, tende a snobbare il suo periodo rock e non fa altro che parlare dei suoi dischi blues.

E’ una contraddizione, perché la fama e il successo gli sono arrivato grazie agli album rock; questo è un discorso che si sente spesso se ci addentra nel mondo di Johnny Winter.

Il chitarrista infatti è sempre stato combattuto tra la scelta di suonare il blues più intransigente o il materiale (rock) più amato dai fan. Ma forse i suoi demoni sono da ricercare nello scontro tutto spirituale ed intimo tra le sue due anime: quella blues e quella rock.

Probabilmente ama cullarsi all’ombra della nobile idea di essere un chitarrista blues, ma sa bene che la sua personalità esige tributi al rock e alla ribalta che questa musica può dare.

Nel rispetto delle consegne ricevute (Della Coppa docet) e del lavoro degli altri colleghi, non c’è spazio per approfondire gli argomenti sin qui trattati o per analizzare per bene il resto delle carriere dei due fratelli blues, vi basti sapere che:

Johnny con l’album Nothin’ But The Blues del 1977 torna in modo assoluto e totale al blues.

Gli anni ottanta lo vedono legarsi alla etichetta Alligator con cui realizza tre buoni album (Guitar Slinger, Serious Business, Third Degree). Nel 1988 firma per la MCA e prova a tornare al rock con The Winter Of ’88, ma i risultati non sono quelli sperati. Si ferma però anche al festival blues di Pistoia nel luglio di quell’anno e chi vi parla ha ancora negli occhi la sua spumeggiante performance.

Negli anni novanta pubblica Let Me In (gran disco del 1991 col quale viene nominato per i Grammy Awards), Hey, Where Is Your Brother (1992) e Live in NYC 1997.

Le ultime notizie lo danno in ripresa (dopo problemi di salute) con un tour e un nuovo disco alle porte.

Edgar oscilla sempre tra progetti di varia natura pur con un denominatore comune, ma i risultati non sono più brillanti come quelli degli anni d’oro.

Jasmine Nightdreams e Edgar Winter Group With Rick Derringer escono nel 1975.

Nel 1977 Edgar riforma i White Trash per l’album “Recycled”, ottima prova ma  legata più al funky che al rock, e nel 1979 fa uscire The Edgar Winter Album.

Questi album rimangono ben al di fuori della Top 40, così come i successivi.

Standing On Rock (1980), Mission Earth (1989), I’m Not A Kid Anymore (1993) e The Real Deal (1996) sono album modesti, seppur accettabili.

Solo Live in  Japan (1990) uscito a nome Edgar Winter & Rick Derringer offre vere emozioni, testimone com’è di una scintillante esibizione nella terra del sol levante.

Con Winter Blues del 1999 sembra che Edgar abbia ritrovato la strada giusta: il rock ritorna duro in qualche episodio, le radici blues e r&b si rifanno sentire e la spendida chitarra di Rick Derringer ridisegna le magiche sensazioni che furono in “White Man Blues”.

Finisce qui questa breve rilettura della storia musicale dei due fratelli blues, che durante i loro anni magici, hanno saputo regalare alla musica rock momenti di classe purissima.

Scoprire o riscoprire quella manciata di album fondamentali sarà un piacere intenso e durevole.

(Tim Tirelli 2003)

DISCOGRAFIA CONSIGLIATA

Di Tim Tirelli

Entrambi i fratelli sono vittime di decine di raccolte più o meno autorizzate, uscite a loro nome. Meglio lasciarle perdere, perché spesso confuse e assemblate con poca cognizione di causa e concentrarsi piuttosto su una scelta ragionata degli album originali che, in tutta umiltà, vi consiglio caldamente:

Johnny Winter

JOHNNY WINTER AND (1970 – CBS)

Primo album  che nella forma (certo non nell’animo) si discosta dal blues per cercare la propria essenza nel rock duro e puro.

Ogni pezzo è un gioiellino.

JOHNNY WINTER AND LIVE (1971 – CBS)

Trascinate dalla batteria di Bobby Caldwell e dal basso di Randy Jo Hobbs, le chitarre di Johnny Winter e di Rick Derringer diventano le matrici originali del chitarrismo rock blues.

La perfetta simbiosi delle due sei corde nell’intermezzo di “Johnny B.Goode”, la straripante carica di “Jumpin’ Jack Flash”, i fraseggi gravidi di dolore nel blues “It’s My Own Fault Baby”…

STILL ALIVE AND WELL (1973 – CBS)

Prodotto da Rick Derringer questo è l’album preferito dallo stesso Winter per quanto riguarda il suo periodo rock. I suoni sono molto belli e assolutamente vintage. “Rock Me Baby” sarà presente praticamente in tutti i suoi futuri concerti.

SAINTS AND SINNERS (1974 – CBS)

Altro album di Hard Rock Blues americano pienamente riuscito.

Tra i musicisti troviamo Edgar Winter alle tastiere e al sax, Rick Derringer e  Dan Hartman al basso.

CAPTURED LIVE (1976 – Blue Sky)

Questo live cattura su disco il tour di John Dawson III e ne ripropone i momenti migliori quali “Rock And Roll People”, “Roll With Me” e “Sweet Papa John”.

JOHNNY & EDGAR WINTER: TOGETHER (1976 – Blue Sky)

Classici del rock and roll e del rhythm and blues anni 50 e 60 riproposti con la terribile verve dei fratellini blues.

GUITAR SLINGER (1984 – Alligator))

L’album che apre la trilogia realizzata per la Alligator, etichetta  blues. “Don’t Take Advantage Of Me”, “It’s My Life Baby” ed altri blues, non originalissimi, ma di buon effetto.

LET ME IN (1991 – Point Black)

Il nuovo trio di Johnny sembra trarre nuova linfa dal decennio degli anni novanta.

Le canzoni sono tutte legate alle prosa del blues, ma ci sono una freschezza ed una originalità inaspettate. Con questo (tiratissimo) disco sfiorò il Grammy Award.

Edgar Winter

EDGAR WINTER’S WHITE TRASH (1971 – Epic)

Il talento di Edgar ed una grande band che si avvale di Jerry LaCroix (secondo vocalist e urlatore di prima grandezza) e di Rick Derringer alla chitarra.

“Keep Playing That Rock And Roll”, “Let’s Get It On” e altre otto spendide canzoni.

EDGAR WINTER’S WHITE TRASH: ROADWORK (1972 – Epic)

So che si è soliti leggere la frasetta “questo è uno dei live migliori di tutti i tempi”, ma in questo caso è proprio così.

Scaletta e formazione attingono forze dal clan di Johnny Winter (lui stesso appare come ospite in un pezzo): Rick Derringer (potremmo dire a questo punto il terzo fratello Winter), Randy Jo Hobbs al basso, la sezione fiati classica dei White Trash, Edgar e Jerry la Croix alle prese con “Still Alive And Well”, “Rock And Roll Hoochie Koo” (gli hard rock anthem di Johnny), l’hard funk di “Cool Fool” (apparsa solo su singolo l’anno prima a nome di Edgar), i 17 minuti dello standard “Tabacco Road”, insieme a tanti altri bei momenti.

EDGAR WINTER GROUP: THEY ONLY COME OUT AT NIGHT (1973 – Epic)

Ronnie Montrose alla chitarra e Dan Hartman al basso (ed anche ottimo autore) per il disco della consacrazione. Lo strumentale (!) “Frankenstein”, il rock deciso di „Free Ride“ e „Hangin’ Around” e la bella ballata “Autumn”.

EDGAR WINTER GROUP: SHOCK TREATMENT (1974 – Epic)

Simile al precedente ma un pelo meno incisivo. Dan Hartman prende il sopravvento come autore,la leadership di Edgar traballa un po’, ma “Easy Street”, “River’s Risin’”, “Some Kinda Animal” sono all’altezza dell’album precedente.

EDGAR WINTER & RICK DERRINGER: LIVE IN JAPAN (1990 – CTE/BMG)

Registrazione sonora all’altezza dei tempi per un live godibile.

Ci sono i classici dei due artisti, “Keep Playing That Rock And Roll”, “Free Ride”, “Jump Jump Jump” (di Derringer), “Rock And Roll Hoochie Koo” e “Frankenstein”, alternati a qualche episodio minore non proprio memorabile.

EDGAR WINTER: WINTER BLUES (1999 – Eagle Rock/Edel)

Disco che forse meriterebbe di più, ma quasi la metà del materiale proposto non si discosta dalla sufficienza.

Dall’altra parte bisogna saper gioire per “Good Ol’ Shoe”, “Texas” , “White Man Blues” e “Nu’ Orlins”, tutti pezzi terribilmente godibili.

Ospisti nel disco: Johnny Winter, Dr John, Rick Derringer. Leon Russell.

N.B.: alcuni album di Johnny Winter sono stati ripubblicati in Cd anche da diverse piccole etichette specializzate in ristampe, operazioni cui dedichiamo certamente un plauso, ma forse vale la pena cercare le edizioni della Sony Music (Epic/Columbia/Legaciy) se non altro per le bonus tracks che ha inserito qua e là (su tutte “Dirty”, magnifico e sofferto blues voce/chitarra slide/flauto apparsa sulla riedizione di Saints and Sinners).

(Tim Tirelli 2003)


Nomi dell’Emilia profonda

22 Mar

 

Domenica scorsa, di mattina, con un gran bel sole, decido di fare un giro a piedi. Campagna, le gemme sugli alberi, Ronzoni che malgrado sia festa è in mezzo alla vigna a potare, le campane che suonano e  naturalemente “c’è chi va a messa e c’è chi pensa di fumare come aperitivo prima di mangiare”. Respiro l’aria, mi libero la mente e lascio che “il sole batta sul mio viso” in attesa che “le stelle riempiano i miei sogni”. Decido di far un giro al cimitero, voglio andare a trovare Inigo Ganassi, uomo che non ho mai conosciuto ma che seguo con lo stesso fervore con cui seguo Camillo Prampolini.  Sono lì, dedico un pensiero a Inni, ormai lo chiamo così, confidenzialmente, e do un’ occhiata intorno… quanti nomi meravigliosi che sanno di Emilia profonda:

Termine Bedogni (donna), Vally Valli (donna), Wilder Casoli (uomo),  Aronne Iotti (uomo), Walther Verzellesi, Eteoche Asri (uomo), Vivaldo Campani, Dirce Campani…

Ah, io amo la mia terra.

 

 

 

 

 

 

TINTURA AWARD 2011: per rockers con in testa un’idea meravigliosa

22 Mar

(nella foto da sx a dx dall’alto in basso: Liga, Sir Paul, Bob Dylan, John Fogerty, Bono, il chitarrista più lofi del pianeta, il Boss, Jeff Beck e Mick)

Ricevo da Stefanino Piccagliani in arte Picca e volentieri pubblico (Aggiungo alle proposte di Picca la foto di Jeff Beck: per quanto magnifico, El Becko un po’ esagera con il nero glossy).

Ispirato dall’orrida capigliatura di Paul Stanley da te evidenziata, propongo il TINTURA AWARD 2011 per rockers con in testa un’idea meravigliosa. Eccoti alcune teste da mosaicare a tuo piacimento.

Rock on

Picca

La mia compagna di banco era…Janis Joplin

22 Mar

By Picca.

Posti dove siamo già stati: Moydrum Castle, Athlone, County Westmeath, Ireland.

22 Mar

By Picca

SIMPLE MEN: CONSIDERAZIONI SUL SOUTHERN ROCK

21 Mar

…musica popolare delle classi lavoratrici…?

Ogni tanto vado a vedere suonare i TACCHINI SELVAGGI… Suto, Mauro e Daniele sono amici, e poi c’è LaBassistaPreferita con loro, e se qui nell’Emilia profonda vuoi sentire delle linee di basso rock suonate come si deve, beh devi sentire lei e il suo bel FENDER JAZZ BASS. Il problema è che quando fanno certi pezzi come SWEET HOME ALABAMA, mi devo assentare, tanto è suscettibile la mia coscienza politica. Certi testi, certa retorica, quel costante sciovinismo, quello spirito reazionario e la bandiera confederata proprio faccio fatica a digerirli. Il problema è che certe cose musicalmente mi piacciono parecchio… Street Survivors dei Lynyrd, Marauder dei Blackfoot, la Marshall Tucker Band, gli Outlaws…(Gli Allman poi li adoro, ma con loro il discorso è diverso). Tormentato e inquieto mi imbatto nella risposta di Giancarlo Trombetti ad una mia domanda nella intervista che trovate un po’ più indietro nel blog:

Dai tuoi scritti su TRUEMETAL mi par di capire che tu riesca ad ascoltare il Southern Rock senza farti impressionare troppo dai sapori conservatori, sciovinisti e dai colori della bandiera confederata. Mi spieghi come fai?

Semplice : mi diverto come una iena. Non mi frega niente del messaggio, dato che tutto sommato vi è di ben peggio senza finire a Jacksonville…penso che tutto vada contestualizzato e decodificato. Il Southern è sopra ogni cosa rock con una bella percentuale di blues ed a me piacciono molto entrambi gli ingredienti. Inoltre ritengo, in buona fede, che la qualità delle melodie e degli arrangiamenti dei vari gruppi sia mediamente molto elevata. Penso che sia, sopra ogni cosa, musica nata per rallegrare, per vivere in quel contesto sociale. Non so se ti ricordi la famosa battuta che c’era in Blues Brothers, quando il gruppo va a suonare in quel bar per finanziarsi e finisce per suonare “Rawhide” con gli schiocchi di frusta…”Certo che suoniamo diversi generi di musica, qui! Suoniamo sia il Country che il Western !”…ecco, penso che la mentalità sia quella e l’accetto perché mi piace molto il suono che ne deriva. Genuino e sincero.

Uhm, questa tua riflessione forse da una risposta ai miei mille interrogativi. Ricevo un senso di pace da ciò che hai appena detto. La mia logica un po’ sovietica si scontra con la passione rock blues che mi brucia dentro. Cercherò di trarre insegnamento e soprattutto giovamento dalle tue parole e di godermi il southern rock più serenamente (certo che però i Lynyrd ci mettono del loro: come si fa a chiamare il loro ultimo – brutto –  album God and Guns?).

Come scritto nel commento qui sopra alla sua risposta all’interno della intervista, questo confronto mi sta facendo bene … incomincio a venire a patti con certe cose.

Uno dei commenti all’intervista è di Sara Crewe che mi scrive:

Molto bella l’intervista a Trombetti. Tra le altre cose, mi ha colpito quello che dice sul Southern Rock… qualche anno fa ebbi una discussione col mio ex compagno americano proprio sul tema, io accusavo il  SR di razzismo e fascismo, mentre lui cercava di spiegarmi che non si possono applicare a quel genere di musica le categorie ideologiche europee, che quella è musica popolare, delle classi lavoratrici…

Categorie ideologiche europee … musica popolare delle classi lavoratrici … uhm, interessante … ne parlo con Giancarlo, lui legge il commento di SC all’intervista dove si parla appunto di musica popolare delle classi lavoratrici e mi scrive questo (notare come GCT e l’amico americano di SC arrivino alla stessa conclusione del non poter giudicare con logiche europee):

Vedi, Tim, credo che quel che spiegò l’amico americano alla tua amica, sia assolutamente vero. Ho cercato di descrivere un episodio analogo (alla rovescia) che mi è capitato e che ho, ahimè, raccontato malamente su Truemetal (a volte ho l’impressione di scrivere alle persone sbagliate, su quel sito, ma ho accettato una pressante richiesta e mi spiace adesso lasciar cadere la cosa…). Alla rovescia perché il mio interlocutore, americano, sosteneva che fosse, appunto, musica rozza per rednecks, per contadini, per working class. E mentre il mio interlocutore si stupiva del mio affetto per la musica californiana dei sessanta e del mio amore per il rock sudista (mi descrisse come una via di mezzo tra un tossico ed un contadino!), io non ero altrettanto colpito dai suoi art rockers newyorkesi…dalla Laurie Anderson e dai vari menelli gravitanti tra un party ed una disco di ultimo grido, quelli della musica per aeroporti…

Credo che il rock del sud sia veramente una musica povera, nel senso che esce da ambienti poveri, ma che possiede un forte senso di nazionalismo e di attaccamento per la propria terra che noi europei, ed in particolare noi italiani che vediamo il pericolo nazista in tutto ciò che non sia dipinto di rosso, non abbiamo elementi per comprendere. Né giudicare.

Ci sarebbe da discutere all’infinito sulla nostra classe di censori che per decenni hanno creduto che Zappa fosse “di sinistra” solo perché aveva scritto Idiot Bastard Son, senza aver mai capito i testi di Rudy wants…ecco aver mai ascoltato la versione cantata di Holiday in Berlin. Zappa era semplicemente americano. No, sai qual è la verità? E’ che noi abbiamo cercato – e continuiamo a farlo con una cocciutaggine ottusa – di giudicare elementi di culture a noi aliene con i nostri metodi, vedendo razzismo e fascismo in luoghi dove questi non sono neppure conosciuti. A noi, caro Tim, ci ha rovinato il cinema di Mississippi Burning… e crediamo che gli Skynyrd siano cacciatori di negri…vedi? Ci vergogniamo persino di pronunciare una parola assolutamente corretta “negro” e che abbiamo creduto di vedere tradotta nel termine nigger.

Come siamo deficienti. A presto, come promesso, quando l’ispirazione verrà, proverò a condensare il mio amore per il Maestro.


Beh, non so, forse sono più confuso di prima, ma queste discussioni mi piacciono proprio tanto, spero di non avervi annoiato troppo. E’ che probabilmente sono un uomo un po’ troppo complicato e a volte, vorrei davvero essere un uomo semplice…

Mama told me when I was young
Come sit beside me, my only son
And listen closely to what I say.
And if you do this
It will help you some sunny day.
Take your time… Don’t live too fast,
Troubles will come and they will pass.
Go find a woman and you’ll find love,
And don’t forget son,
There is someone up above.

(Chorus)
And be a simple kind of man.
Be something you love and understand.
Be a simple kind of man.
Won’t you do this for me son,
If you can?

Forget your lust for the rich man’s gold
All that you need is in your soul,
And you can do this if you try.
All that I want for you my son,
Is to be satisfied.

(Chorus)

Boy, don’t you worry… you’ll find yourself.
Follow you heart and nothing else.
And you can do this if you try.
All I want for you my son,
Is to be satisfied.

(Chorus)

(Chorus)

 

Uomo Semplice

Mia mamma mi disse quando ero piccolo
“Vieni. siediti vicino a me, mio unico figlio
E ascolta attentamente ciò che ti dico.
E se farai ciò che ti dirò
Ti aiuterà in certi giorni di sole.
Prenditi il tuo tempo… Non vivere troppo di fretta,
I problemi arriveranno e poi se ne andranno.
Vai, trova una donna e troverai l’amore,
E non dimenticare foglio,
Lassù c’è qualcuno che ti guarda.

(Ritornello)
E sii un tipo di uomo semplice.
Sii qualcosa che tu ami e capisci.
Sii un tipo di uomo semplice.
Non potresti farlo per me figlio,
Se puoi?

Dimentica la brama di oro dell’uomo ricco
Tutto ciò di cui hai bisogno è nella tua anima,
E puoi farcela se ci provi.
Tutto ciò che desidero per te figlio mio,
E’ di essere soddisfatto.

(Ritornello)

Ragazzo, non preoccuparti… troverai te stesso.
Segui il tuo cuore e nient’altro.
E puoi farcela se ci provi.
Tutto ciò che desidero per te figlio mio,
E’ di essere soddisfatto.

(Ritornello)

(Ritornello)

 

 

 

Un bacio in fronte

21 Mar

A proposito di una discussione che facevo con Mixi l’altra sera, oggi ricevo da lui questa foto con questo commento:

Quando vedo Little Tony, oppure i Cugini di Campagna alla tv, con il parrucchino ed i capelli tinti…. onestamente mi vergogno per loro… ma non penso che, in fondo in fondo, anche i miei idoli sono “ridotti” allo stesso modo…

Non è forse meglio il buon Page che si lascia i capelli grigi?

 

 

Il mio compagno di banco era…Neil Young.

21 Mar

By Picca.

Conversazione con GIANCARLO TROMBETTI – 2a parte

21 Mar

(seconda parte della chiacchierata/intervista con GCT)

1. Qual è la prima cosa a cui “guardi” quando senti un pezzo musicale?

Alla melodia, alla composizione, alla creatività, alla mancanza di riferimenti certi, al fascino dell’insieme. Non guardo quasi mai, in un primo momento, alla tecnica o alla parte più spettacolare e invadente. In un nuovo ascolto mi colpisce, in primo luogo, l’insieme. Mi gusto molto di più la forza della composizione piuttosto che l’impatto o tutta la panna montata…che è sempre troppa e che tende a nascondere, a mio parere, molte mancanze. Credo che ciò che manchi nel novanta per cento dei nuovi gruppi, sia l’arrangiamento e la forza compositiva. Non si compongono più melodie e arrangiamenti come accadeva una volta. Mancano le grandi canzoni dei grandi compositori e ci si concentra quasi essenzialmente sul muro di suono o sulla tecnica, che poi resta fine a se stessa. Alle nuove leve manca l’anima, a mio parere.

2. Cosa fai adesso? Hai qualche progetto per il futuro?

Da quando ho creduto fosse arrivato il momento di fare “il libero professionista”, tanto mi aveva stancato l’ultima esperienza dentro una tal azienda, mi sforzo di galleggiare tra una marea di presunti editori che hanno mille voglie, poche idee confuse ma  in compenso non una lira…per fa’ balla’ un cèo…come si dice in Toscana…quindi mi sono adattato, progressivamente, anche a lavorare su progetti non necessariamente musicali, anzi, che mi hanno fatto imparare un po’ di altro mondo che non avevo conosciuto. C’è stata una crisi del settore della musica e dell’intrattenimento spaventosa e le cui motivazioni avremo sicuramente il modo di analizzare con calma in altre chiacchierate, dato che sono molteplici e anche difficili da focalizzare; ma, superato il momento durissimo durato qualche anno in modo squassante ma che va avanti tutt’ora, non è poi impossibile trovare nuovi progetti : è semplicemente impossibile avere certezza di essere pagati! Pare che nessuno abbia più una lira e vieni pagato o, perlomeno, rispettato nella tua posizione solo se sei raccomandato, parente di un politico o direttamente da riferirsi a una struttura partitica. In tutti gli altri casi sopravvivi, tra mille richieste di pagamento di arretrati e di rimborsi spese che non arrivano mai…dico sempre che se solo potessi recuperare la metà dei crediti che ho lasciato in giro, potrei tranquillamente ritirarmi in campagna…  Al momento sto facendo una consulenza per una società di produzione milanese, sto cercando di portare avanti con due colleghi di anni un progetto musicale molto divertente, per me…ed avendo sentito il buon vecchio Piergiorgio Brunelli un po’ prima di Natale, stiamo, a pezzi e bocconi, vedendo se riuscissimo a trovare la congiunzione astrale per metter in piedi…una cosa molto carina per tanti…e che ti verrà raccontata in anteprima se mai vedrà un filo di luce in fondo al tunnel…

3. Alla nostra età si sconfina spesso nella nostalgia, quale è la cosa che ti manca di più?

Mi manca la libertà di pensiero dei vent’anni. A quell’età non senti il peso della vita, non vedi il grigio che ti circonda, immagini che nessuno morirà mai e che nulla potrà renderti meno forte. Hai davanti a te solo luminose speranze. Poi invecchi e capisci quanto sadico sia l’invecchiare e quanto pesi progressivamente la paura che hai… un po’ per tutto, non necessariamente per te. Aumenta il senso di protezione, la malinconia, pesano di più le cose che ti mancano rispetto a quelle che hai. Pensi alle occasioni perdute che resteranno tali e agli amici che non ci sono più. Vivi una sorta di perenne lotta interiore, dove il cuore è sempre giovane e spensierato, ma intorno i colori non sono più vivi come un tempo.  Vorresti avere con te alcuni amici e alcune persone importanti e questo non è sempre possibile. Forse la cosa che ti pesa, ogni giorno di più, è il senso che ti venga a mancare il tempo per fare tutto quello che vorresti poter fare…

4. Quando si tratta di concerti rock vissuti in prima persona, quali sono i ricordi a cui sei più legato?

Ah, beh…questa è facile…credo di aver visto tonnellate di spettacoli, forse molti di più di quanti avrebbero meritato la mia attenzione. Ho visto tanta fuffa e tanto talento. Tanti grandi spettacoli ben organizzati e tanta robaccia da campo nomadi. Ovvio che i primi concerti ti restino più impressi, non fosse altro per l’emozione che ti hanno lasciato e l’adrenalina che ancora ti scorre dentro quando ci ripensi…è molto facile dirti il mio primo concerto di Zappa, due ore e venti che credo di aver vissuto senza respirare, in totale apnea, e di cui ho un ricordo vivissimo, nitido. Poi le sbirciate dai vetri fumé del Piper di Viareggio, i primi anni settanta, dall’altra parte della strada dove vivono i miei, e le prove di Rory Gallagher, dei Tempest, Dei Van Der Graaf, dei Genesis, dei Patto…ed i concerti dei Pink Floyd: immensi, spettacolari, commoventi. E, ovviamente i Led Zeppelin, su qualunque altro gruppo rock. Poi direi i Grateful Dead, ore ed ore di musica senza confini e i due concerti degli Allman Brothers al Rainbow…dei grandi raduni ti direi Donington e Reading in Inghilterra e Sonoria, quello messo in piedi dal miglior organizzatore italiano, Claudio Trotta.

5. Con che impianto Trombetti ascolta musica? Puoi entrare nel dettaglio?

Ne ho posseduti diversi, nel corso dei miei perenni trasferimenti. Oggi ne ho due, uno a casa di mia mamma ed uno a casa mia. Ho un impianto Kenwood ed un Sony; le casse sono sempre AR. Le mie adorate JBL le ho lasciate a Roma, ma mi hanno promesso – sono lì da vent’anni – che torneranno dal papà presto…ascolto ancora cassette, ogni tanto…possiedo una collezione di migliaia di concerti che non ho mai trasferito su cd…ne ho 1200 solo di Zappa…mi sono adattato ai cd che non mi sono ancora andati giù e che apprezzo solo per la praticità (me li posso portare dietro anche in auto) e per il fatto che sono meno deteriorabili. Ma resto ancora affascinato dal vinile, quando prendo in mano un mio vecchio disco e mi leggo le note di copertina senza dover ricorrere a lenti d’ingrandimento, quando mi perdo nelle cover d’annata, mi pare di stare osservando un’opera d’arte. E probabilmente, spesso, è proprio così.

6. Un amante della musica della nostra generazione non può che essere affezionato al vinile, tu riesci a provare qualcosa di simile anche per i CD, magari quelli in deluxe edition?

Beh, diciamo che ho imparato a conviverci. Come ti ho appena detto non mi perdo neppure con le edizioni speciali che, oltretutto, sono costosissime. Li acquisto perché non potrei farne a meno, ma se solo potessi, lo farei. Intavoliamo una discussione sul passaggio dal vinile al cd e vedrai quanti cadaveri torneranno a galla…ti ricordi, ad esempio, del mini disc della Sony ? In ogni caso, per essere tranciante : no, l’affetto che provo coccolandomi un vinile gatefold non lo proverò mai per nessun pezzettino di plastica color alluminio…ti racconto un piccolo episodio : stavo parlando con Robert Plant, che tu dovresti conoscere, perché stavamo trattando i termini di alcune riprese; mi ero portato dietro un paio di copertine degli Zeppelin da fargli firmare. Un paio di amici mi avevano dato le loro copertine di cd da firmare. Quando gli passai il cartoncino di “Houses of the Holy”, lui prima di firmare si fermò un attimo a riflettere…così gli dissi che avrebbe potuto firmare ovunque, non avrebbe certo rovinato l’aspetto…e lui ci pensò un attimo, e sospirando mi disse : “Stavo pensando a quante session avevamo fatto per questa copertina, quante prove di colore, quanti scarti…ed adesso non è altro che un pezzettino di carta dentro un pezzettino di plastica!”…

7. Ti senti più vicino alla scuola inglese o a quella americana, parlando naturalmente di musica rock?

Equidistante. Riconosco i meriti di entrambe. Gli inglesi hanno preso bene gli stimoli degli americani, che sono stati quelli che hanno inventato il rock and roll, e gli americani hanno re-imparato la lezione facendola propria. Apprezzo entrambi. E do loro il medesimo peso.

8. Che rapporto hai con gli mp3, li usi senza troppi problemi o sei anche un cultore del lossless (file senza perdita di qualità)?

Me ne frego. Li uso per quel che sono : un modo come un altro di ascoltare musica su di un pc che non è certo un impianto stereofonico. Ogni tanto mi metto insieme un cd autoprodotto…che ascolto in auto, ma quando li sento distorcere abbasso e tiro due moccoli…robaccia per ragazzini che non hanno ancora capito la differenza tra un suono pulito ed una schifezza. Ma anche questo fa parte del Grande Discorso sul Declino della Musica…

9. Qual è lo strumento musicale che più ti affascina, e nel caso tu ne abbia uno, che marca e che modello?

Non ne possiedo. In verità sono una capra e esattamente come tutti i sedicenti esperti non capisco una mazza di quello di cui mi piace parlare. Ci sono consulenti matrimoniali scapoli; preti che spiegano come comportarsi in famiglia senza averne una; giornalisti sportivi che se fanno un piano di scale prendono un infarto…e musicali che non sanno leggere un pentagramma. Io appartengo a quest’ultima categoria. Sarei stato immensamente affascinato dalla chitarra ma nel momento della mia vita in cui le dita ancora si muovevano e esisteva la possibilità di eseguire un barrato senza spezzarsi l’indice, ero tutto preso dalla mia attività sportiva…

10. Se ti trovassi all’incrocio, una calda sera d’estate verso mezzanotte, lo faresti il patto? Cosa chiederesti in cambio della tua anima?

E’ una bella domanda…da laico dovrei accettare, tanto tutto finisce lì e avrei solo da guadagnarci. Ma nel momento in cui il diavoletto si presentasse vorrebbe dire che lui SAPREBBE che qualcosa da mettere in saccoccia ci sarebbe, quindi, come da buon sangue ligure, mi terrei la mia anima, cercando, casomai, di truffare offrendo altro in cambio…che so…la fede calcistica, piuttosto che accettare la prima tessera di partito della mia vita…e comunque cosa chiederei? Risponderti il denaro e la fama sarebbe troppo facile. Chiunque vuole morire ricchissimo e amato dal mondo. Guardandomi meglio intorno, forse volerei basso – o alto? – chiedendo la serenità.

11. Dai tuoi scritti su TRUEMETAL mi par di capire che tu riesca ad ascoltare il Southern Rock senza farti impressionare troppo dai sapori conservatori, sciovinisti e dai colori della bandiera confederata. Mi spieghi come fai?

Semplice : mi diverto come una iena. Non mi frega niente del messaggio, dato che tutto sommato vi è di ben peggio senza finire a Jacksonville…penso che tutto vada contestualizzato e decodificato. Il Southern è sopra ogni cosa rock con una bella percentuale di blues ed a me piacciono molto entrambi gli ingredienti. Inoltre ritengo, in buona fede, che la qualità delle melodie e degli arrangiamenti dei vari gruppi sia mediamente molto elevata. Penso che sia, sopra ogni cosa, musica nata per rallegrare, per vivere in quel contesto sociale. Non so se ti ricordi la famosa battuta che c’era in Blues Brothers, quando il gruppo va a suonare in quel bar per finanziarsi e finisce per suonare “Rawhide” con gli schiocchi di frusta…”Certo che suoniamo diversi generi di musica, qui! Suoniamo sia il Country che il Western !”…ecco, penso che la mentalità sia quella e l’accetto perché mi piace molto il suono che ne deriva. Genuino e sincero.

Uhm, questa tua riflessione forse da una risposta ai miei mille interrogativi. Ricevo un senso di pace da ciò che hai appena detto. La mia logica un po’ sovietica si scontra con la passione rock blues che mi brucia dentro. Cercherò di trarre insegnamento e soprattutto giovamento dalle tue parole e di godermi il southern rock più serenamente (certo che però i Lynyrd ci mettono del loro: come si fa a chiamare il loro ultimo – brutto –  album God and Guns?).

12. Hai mai scorto nei personaggi che nel corso degli anni hai intervistato, una luce negli occhi che ti ha fatto dire: beh, grand’uomo (o gran donna)?

Sì, certo. Non è accaduto moltissime volte, devo essere onesto. Perché nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di persone dotate di – chi più, chi meno – talento ma che hanno ben poco da dare e da dire. Un po’ come accade con molti nostri calciatori : grandi sportivi, ma capre nella vita. Devo dire che il rispetto per il musicista mi è venuto sempre meno via, via che ho avuto a che fare con loro, che ho provato ad andare oltre l’ultimo disco e la tal canzone. Difatti odio profondamente le interviste in cui si tratta solo di musica e sempre solo con i medesimi concetti. E quando la delusione è stata forte, ho faticato a separare l’amore per il prodotto con la persona. A volte non ci sono riuscito e la sensazione di disagio ha avuto il sopravvento sull’affetto per la musica.  Devo dire che la frase di Zappa sul giornalismo musicale (gente che non sa scrivere che intervista persone che non sanno parlare per gente che non sa leggere), più che profetica sia un vero e proprio dogma. E tranne rare eccezioni, sia lo specchio della realtà. Quando trovavi un genio o era pieno di sé, o aveva solo un paio di neuroni attivi. Quando avevi soggezione di un tipo, dopo un po’ scoprivi che era un povero ignorante con due o tre concetti oltre i quali era impossibile discutere… Vado a memoria e d’istinto…ricordo un Rory Gallagher eccezionalmente disponibile e cortese, un vero gentleman. Ricordo che ebbi una profonda impressione da David Bowie, un lord, educatissimo e colto. Poi Bryan Ferry, un vero, grandissimo signore, di rara cortesia ed educazione. Poi Ray Davies, un uomo con cui parlare di musica era un piacere, aveva sempre un’opinione non banale su tutto. E poi Terry Bozzio, umile e simpatico…e Robert Plant, di cui ho sentito e letto molto e non sempre positivamente ma che con me fu un vero cortese, umilissimo e disponibile gentiluomo. Vorrei aggiungere anche Dweezil Zappa, un uomo che vive con un enorme peso sulle spalle e che è di una semplicità rara. Tra gli italiani, su tutti, Gaber : un vero mostro di intelligenza e cultura e signorilità e poi, per quella che è stata la mia esperienza, direi Dalla e Vecchioni, tra i grandi. Sulle donne non vorrei soffermarmi; direi che prevalentemente mi sono sempre apparse ben più tronfie dei maschietti.  Le più grandi delusioni? I metallari in genere, non faccio nomi per decenza, con Ozzy e Reed e una manciata di altri semi-dei del genere a spargere puzza senza senso…tipo David Coverdale o Gene Simmons…

13. Che canzone o che brano ascolta Giancarlo Trombetti nelle sere un cui si ritrova solo in casa?

Di solito alla sera mi distendo sul divano e dormo alla televisione. Tranne i rari casi in cui c’è un buon programma; e questo accade, appunto, di rado. Se sto lavorando al computer ascolto qualcosa che ho scaricato sull’hard disk, oppure mi diverto ad ascoltare quel che amici mettono come post su quella utile dannazione che è Facebook. Quando decido di ascoltare la musica che mi piace, mi assento e alzo il volume dell’impianto di camera, nel pomeriggio, o mi godo un po’ di cose che posso apprezzare solo io, nella solitudine delle trasferte, in auto…Cosa? Di tutto. Posso scegliere tra ventimila dischi e quasi altrettanti cd…sono anziano, ho avuto tempo di mettere da parte tante perle con calma…

14. Nel congedarci da te vorremmo un tuo pensiero o una citazione che ti sta a cuore.

C’è una frase che mi colpì molto quando, dopo aver sentito quella canzone milioni di volte, dovetti leggere una biografia per coglierne, finalmente il significato. A riprova che quando le cose ti stanno sotto il naso non sempre siamo in condizione di afferrarle…si tratta dell’ultima frase dell’ultima canzone dell’ultimo disco dei Beatles…”And, in the end, the love you take is equal to the love you make”. E credo che la vita sia davvero così.

Giancarlo, grazie per aver accettato questa chiacchierata, per aver avuto voglia, tempo e coraggio di raccontarti.

Posti in cui siamo già stati: Old Absinthe Bar, Bourbon Street, New Orleans

20 Mar

Jimmy Page dopo averlo visitato più volte, volle che per la cover dell’ultimo album dei Led Zeppelin, si ricostruisse in studio questo storico bar di New Orleans.

Anche in questo caso, ci siamo  stati davvero, io e Mixi giusto 10 anni fa, precisi precisi.